Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2016 “Play-fastforward-play. pausa” di Lié Larousse

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2016

Ti lasci alle spalle la porta chiusa a chiave del tuo pulito perfetto studio medico. Lasci dietro di te i saluti rispettosi di tutto il reparto, quelli ossequiosi delle infermiere, disciplinati degli specializzandi, ligi della caposala indispettita dal tuo fare altezzoso ma onesto, invidiosi dei colleghi scalpitanti perché sei prossimo alla pensione. Allinei entrambi i piedi sullo zerbino d’ingresso dell’ospedale, lasciandoti il viavai di ammalati e familiari disperati alle spalle. Hai l’ombrello con te, il manico di legno sempre accomodato sul tuo avambraccio, tutti i mesi dell’anno tranne dal quindici di luglio al dieci di agosto perché non piove mai in quei ventisette giorni. Apri e chiudi. Apri e chiudi. Apri. E chiudi l’ombrello con metà del tuo corpo nell’automobile che ha quattro anni e odora ancora di pelle nuova. Accendi la radio FM, traffico in diretta ventiquattro ore su ventiquattro. Metti in moto. Il tragitto è ben studiato. Lo stesso di sempre. Pochi semafori a farti attendere, nessun insulso panorama d’ammirare fuori dai finestrini, nulla che ti disturbi. Parcheggi lateralmente all’ingresso della tua abitazione. Esci dall’auto che ha smesso di piovere. Afferri l’ombrello. Apri e chiudi, apri e chiudi. Apri. Lo chiudi con il click del bottoncino metallizzato. Entri finalmente in casa. Questa è la sera del chiudere il battente con la doppia mandata sopra, più altre due sotto. Fragranza di detersivo e candeggina, inspiri profondamente. Ti spogli del cappotto e della sciarpa che riponi nel mobile d’ingresso, disponi la giacca sulla stampella di legno, allenti la cravatta, sbottoni il primo e il secondo bottone della camicia, togli la cintura dai passanti dei pantaloni, arrotolandola attorno la mano la riponi nel cassetto, allenti i lacci dei mocassini sfilandoli dai piedi e li sistemi parallelamente tra quelli blu primaverili e quelli neri lucido invernali. Sei scalzo. Sul tavolo accanto al mobile posi le chiavi dell’auto, lì un astuccio sottile ti attende, tiri fuori un termometro. Hai la febbre. Hai sempre la febbre. La signora Miriam ti ha lasciato la cena calda apparecchiata a capo tavola nella sala da pranzo. Il cibo è servito all’interno del portavivande d’argento. Ti siedi e osservi l’orologio ovale al centro della parete spoglia, le lancette sono immobili. La mancanza del ticchettio ti rallegra. Questa è la sera che decidi di non mangiare. Attendi. Calcoli questa attesa nella mente con lo sguardo fisso all’orologio, il suo tempo è di sette minuti. Tempo che impiegheresti per tagliuzzare inforchettare masticare passare la stoffa del tovagliolo sulle labbra sorseggiare vino e deglutire la cena. Tempo che conti scorre immobile e, allo scadere dei sette minuti, come a pasto terminato, ti alzi da tavola e vai in bagno per fare pipì. Sei in piedi davanti al water, la tua immagine di riflesso nell’acqua ondeggia in attesa. Questa è la sera che decidi di non fare pipì. Indietreggi abbandonando la tua immagine con pochi e concentrati passi che ti dirigono davanti ad una porta. La tua porta. Ascolti il pulsare della febbre in corsa rimbombarti nelle orecchie per poi defluire acqua dalle tempie. Prendi il portafogli di pelle nero dalla tasca laterale dei pantaloni. Apri chiudi, apri chiudi. Lo apri, sfogli svelto gli scomparti, quello doppio per i documenti, quello lungo per la carta moneta, quello per il libretto degli assegni. Da sotto una tasca nascosta estrai una corta chiave. Con un clap della mano destra chiudi il portafogli riponendolo in tasca, con un click della mano sinistra fai ruotare una volta la chiave nella toppa, alla terza oltrepassi l’uscio e un odore acre ti investe. Apri chiudi. Apri chiudi. Apri. Chiudi lasciandoti tutto e tutti alle tue spalle.
Notte.
Alba.
E’ giorno.
Malconcia ed ingrigita dalla vecchiaia, la signora Miriam riparata dal picchiettare della pioggia da un ombrellino a fiori, alle ore otto e trenta di mattina è come ogni giorno, ma mai di domenica, dinanzi l’abitazione dove presta servizio come domestica. La casa è abitata da un uomo, solo, un Dottore assai rinomato in città, stimato da tutti, tanto da sentirsi fiera e grata del ruolo che ricopre. Con i denti morde il laccio di corda a chiudere l’ombrellino che lascia cadere nel portaombrelli.
– Ma che strano!- Prorompe. – Il Dottore deve essersi scordato l’ombrello.
Da sotto l’ascella acciuffa il suo borsellino, tira la lampo, scova un cerchio di metallo con due chiavi, una lunga tubolare con un dente di metallo e una piatta con la testa tonda e un intaglio sulla punta. Inserisce quella lunga e la gira nella serratura per tre volte, ma diversamente dal solito la porta d’ingresso non si apre.
– Questa poi.
Dal mazzo la chiave piatta che non ha mai usato oscilla, allora Miriam osserva meglio la soglia, un piccolo foro è a due palmi più sotto. Come se stesse trafugando uno tesoro introduce la chiave con la testa tonda adagio.
Una mandata, ancora un’altra. Aperta.
– Dottore siete in casa?
Il cuore picchia duro quando chiude la porta lentamente dietro di sé. E’ buio in casa e il silenzio che aleggia gela l’aria. Miriam è abituata a lavorare in solitudine, eppure, si stringe lo scialle al petto con un nodo, inspira, dondolante sulle gambe mal ferme allunga la mano al primo interruttore. Il pulsante scivola su e giù al contatto dei suoi polpastrelli isterici ma la luce non si accende.
– Sono Miriam, Dottore siete in casa?
Agitata cambia interruttore. Buio. Miriam conosce la casa a memoria e sa che in cucina, nell’ultimo cassetto della dispensa, ci sono due candele, e anche la finestra che quotidianamente apre per prima si trova lì. Armata di coraggio si dirige in cucina camminando lenta. Un tuono da fuori rompe il silenzio qui in casa.
Miriam grida terrorizzata colpendosi il petto con le mani. Corre in cucina. Le dita veloci premono un altro interruttore, ma nulla, la casa è ancora al buio. Si appresta ad aprire la finestra, poi la serranda. La serranda è sigillata con del nastro, nervosa cerca delle forbici ma ripensando alle candele si tuffa alla loro ricerca. Rovista nell’ultimo cassetto, ne acciuffa una, un fragore come di vetri rotti proveniente dalle sue spalle la fa sussultare. Tremolante si avvicina ai fornelli, gira la manopola ad accendere il gas ma la fiamma non parte, niente funziona in quella casa, ora.
– Devo cercare un fiammifero.- Mormora, ma non ricorda di averne mai visti. Le gambe si fanno molli, del sudore freddo sotto gli occhi l’accalda di paura.
– Devo andare ad aprire la finestra in sala da pranzo.- Si dice infischiandosene dei fischi nelle sue orecchie. Con la candela spenta stretta in pugno come fosse un’arma cammina tenendo la schiena contro la parete. Nella sala tutto è come lo ha lasciato lei stessa la sera prima. Istintivamente alza il coprivivande. La cena è ancora lì. Nulla è stato toccato. Per la prima volta in tanti anni di servizio il Dottore non aveva cenato, forse non era rientrato affatto, riflette. Ma allora cosa ci fa l’ombrello nel portaombrelli? Possibile l’abbia dimenticato? Impossibile è il tredici di giugno, per di più piove. Un sospetto le ferma il cuore.
– Mica sono così rintronata, no no, oggi è sabato.- Dice a se stessa.
Lo scompiglio del parlare sola, con le mani agitate in aria, le fa scivolare lo scialle dalle spalle. Il leggero struscio di stoffa contro il suo largo corpo la impaurisce facendole immediatamente dimenticare la preoccupazione di aver probabilmente confuso i giorni. Si affretta ad aprire la finestra, tira a sé il gancio della serranda ma niente, anche questa è sigillata. In bagno, pensa, anche lì c’è una finestra. Miriam si sente oppressa da quel buio che non riesce ad illuminare. Aguzza la vista nella penombra, stringe forte a sé la candela, avverte forme invisibili d’aria ghiacciata camminarle affianco, un groppo alla gola le sussulta un pianto senza lacrime. La porta del bagno è chiusa. Bussa.
– Dottore? Dottore siete lì dentro?
Nessuna risposta. Cauta spinge in basso la maniglia e fa per entrare.
– Dottore siete qui?
Vuoto. Apre la finestra. Serranda sigillata. Esce disperata nel corridoio. Il buio è schiarito un poco dalla luce esterna che trapela dalle fessure rettangolari delle serrande di legno e disegna piccole strade, grigie e strette, oblique alle pareti.
Miriam ispeziona la casa, è tutta qui, cucina, sala da pranzo, bagno.
Eppure.
Sgomenta fissa la stanza che ormai aveva dimenticato abitasse anch’essa quella casa.
– Dottore?- Sussurra con un filo di voce – Ma che state ancora dormendo?
Dall’interno della stanza non la raggiunge alcun suono. Con le braccia tese in avanti si avvicina alla porta facendo attenzione a non fare rumore, ci preme l’orecchio contro alla ricerca di suoni nascosti. Ricorda come fosse ieri le parole del Dottore, l’ordine imposto di non occuparsi mai di quella camera, “Tant’è che sarà sempre chiusa a chiave”. Ma ora è diverso, il Dottore potrebbe essere in pericolo.
Sussulta.
– Dottore siete lì?- Chiede con la voce tremante.
Miriam bussa. Toc. Toc. Toc. Ma non ottiene nessuna risposta, allora preme sulla maniglia per accertarsi che sia chiusa a chiave. Immediatamente ritrae la mano sentendo un peso contrapporsi al suo. Spaventata cade a terra perdendo la candela dalle mani. Terrorizzata cerca di alzarsi senza riuscirci, le gambe sono come paralizzate, si aggrappa nuovamente alla maniglia, un lampo di luce sbuca dalla fessura della toppa attirando la sua attenzione. In ginocchio avvicina il volto verso la cornice della maniglia puntando l’occhio destro alla ricerca di quel bagliore.
Si concentra cercando di controllare il tremolio che l’attanaglia. Inaspettatamente ode un fruscio, poi un guizzo d’aria sgorga dalla serratura. Un puzzo acido. Ritrae il naso, aggrotta il labbro, strizza gli occhi. Appena si riprende strizza ben bene l’occhio sinistro portando il destro spalancato sulla toppa. Il luccichio di qualcosa di metallico s’avvicina rapido. Lei cerca di capire di cosa si tratti e in quello stesso istante un fuoco liquido le travolge i sensi, le urla le si strozzano in gola.
Il manico di un bisturi sbuca dall’occhio, o da ciò che ne rimane. Un fiume di sangue caldo le inonda la schiena. Con la bocca divaricata e l’orbita dell’occhio spappolata Miriam è in preda al dolore, la lingua agonizza un pianto tremolante che sfocia muto ad incontrare il suono delle campane fuori in strada.
Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don.
Don.
Don.
Don.
Nove rintocchi.
Più altri tre mezzi rintocchi.
Sono le ore Nove e quarantacinque.
Apri e chiudi. Apri e chiudi il pugno contro la porta che però non s’apre, allora prendi la rincorsa e con un calcio a piede piatto lanciato dall’interno della stanza spalanchi la porta con tutto il peso del corpo di Miriam intenta a sorreggersi la testa dalle guance. – Smettila di urlare vecchia! – Le ordini.
– Ai…uta…mi ti pre…go.- Tartaglia lei.
Le punti la pianta arrossata del piede sulla spalla sinistra scalciandola lontano dall’arnese che abbandona il cranio all’inverso. Le sua lancinanti grida ti fanno tappare le orecchie .
– Zitta, devi stare zitta.
Il volto di Miriam è lacerato, straziato da brandelli di carne scomposti.
– Ai…uta…mi.
Infuriato l’afferri per i capelli trascinandola nella tua stanza. Sull’uscio un disegno astratto insudicia il bianco pavimento del corridoio.
– Ecco, sei contenta? – Le urli.
Con l’occhio intatto Miriam osserva sfocate immagini, le pare di vedere un mucchio di lenzuola fradice. Inspira a fatica. Alle narici il puzzo d’acido di prima è ora lezzo d’urina e muffa. La moquette si strofina contro la sua ferita aperta. Miriam prova a parlare ma la sua voce è un fiume di saliva e sangue. Fili elettrici scoperti sono sparsi ovunque, resti di fotografie sono attaccate sul soffitto ondeggiando colpite dal vento. Sente il punzecchiare di vetri rotti sotto la schiena. Punta la poca vista all’uomo che l’osserva dall’alto, è completamente nudo. Lo riconosce, e Dottore. Ha le braccia e il petto muscolosi, sodo il ventre e le gambe, il pisello ciondola, e, tutto il corpo è massacrato da tagli e cicatrici. Alcuni sono ancora sanguinanti. Dottore con uno scatto si piega sulle ginocchia, col sedere ad un palmo da terra ma senza sedersi, come fanno i bambini quando trovano qualcosa, abbraccia una scatola nera, qualcosa tipo una grande radio dondolando avanti e indietro con gli occhi puntati sul televisore. Il corpo di Miriam viene percosso da freddi gelidi brividi.
Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don.
Dieci rintocchi.
Infastidito dal tremolio dei suoi denti ti strusci sugli stinchi avvicinandoti a lei.
– Shhh!- Le dici, imponendole la testa in direzione del televisore. Torni a stringere il tuo videoregistratore, premi su un piccolo tasto quadrato.

PLAY.

Miriam terrorizzata non osa muoversi. Una serie di righe ronzano mostrandosi come il volo di una mosca. Poco dopo, l’immagine si fa più nitida, ed osservi un uomo entrare in una stanza. Miriam non riesce a mettere a fuoco la scena ma ascolta una voce parlare.
Ci siamo morsi la lingua oggi? Ti ho portato un bel regalo, lo vuoi vedere?
La figura di un bambino inginocchiato che dice di no con un movimento convulso della testa la disorienta.
Quale bambino maleducato non accetta un dono per lui?
Miriam strizza l’occhio buono il più che può per studiare meglio quel bambino, ma i dolori che la pervadono e lo sbiadito dei colori del filmato la confondono, la voce dell’uomo incalza: – Perché non sei venuto a messa questa mattina?
Nel video il bambino fissa il pavimento restando in silenzio.
Per questa domenica non importa perché come vedi, io non manco ai nostri appuntamenti.
Miriam ascolta con disperato affanno il roco della voce di quell’uomo mentre le sembra si stia svestendo.
Hai messo il profumo che ti ho regalato l’ultima volta.
Incalza l’uomo nel video avvicinando la bocca al collo del bambino, che , strattonato dalla presa di una mano sconosciuta, di una probabile seconda persona presente nella stanza, con uno scatto di stizza si alza in piedi mostrandosi completamente nudo. Miriam sconvolta sente il cuore rompersi nel petto, vuole chiudere gli occhi, girare il volto altrove invece continua a fissare lo schermo. L’inquadratura si stringe sul corpo latte del bambino, poi sulle sue mani piccole che scappano dai fianchi spogli a tapparsi la bocca, ai capelli tagliati corti sull’orecchio, fino a fermarsi sugli occhi gonfi di sfida tra le lacrime e il naso che s’arriccia in un ghigno mostruoso. Si lascia sfuggire un’innocente grido, Miriam, osservandolo che le sembra sia rivolto a lei quello sguardo maligno. Poi il sonoro di uno schiaffo lanciato nel video rompe l’aria. Miriam è terrorizzata di una paura ignota come se non le appartenesse, vorrebbe far sparire l’uomo adulto nudo da questa stanza, il bambino nudo in quella di stanza, lei stessa vorrebbe volare via da qui, morire ora, ma quel po’ di vita che ancora le spetta si ribella all’inquietudine della sua mente, e la voce fioca le scappa fuori.
– S… s …sei tu?
Le parole sono condite da gorgogli di sangue che non riesce a deglutire senza strozzarsi.
– Sei tu dim…dim…
Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don.
Don.
Dieci rintocchi più uno.
Ti inginocchi a lei, sul suo ventre le raccogli le mani in preghiera come fai con i morti in ospedale
– Non era con te che avevo un appuntamento oggi. Come ti sei permessa di entrare in casa mia? Come ti sei permessa, come ti sei permessa, come ti sei permessa?- Ripeti la nenia tornando assorto alla visione dei tuoi ricordi mentre premi il tasto FAST FORWARD e lo stritolio del nastro che si avvolge inacidisce il puzzo nella stanza.

PLAY.

Miriam è moribonda, dal televisore immagini confuse raccontano respiri sommessi scandire la scena finale che risuona nella stanza al ritmo con la melodia di un bisturi che sottile taglia la carne . Guarda il soffitto tingersi di un colore oscuro, Miriam. Morente cerca il senso di quel tutto iniziato qualche piovosa ora prima fino a quell’istante, ma come fosse già un ricordo lontano non lo trova. Angosciata non riesce a credere a nulla, non vede più nulla, assordata dal panico non può credere che quel folle uomo nudo e assassino ai suoi piedi sia il suo rispettabile Dottore.
Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don. Don.
Don.
La melodia perpetua ricorda a Miriam che giorno sia quello.
– Do…me…nica.- Esala rispondendo ai suoi pensieri con l’ultimo alito di sé.
Don.

PAUSA.

Dieci rintocchi più due.
Ore dieci e trenta.
Dai vetri rotti della finestra di quella lurida stanza entra solenne il suono delle campane che chiamano messa. Questa è l’ora della messa dei bambini, e guardi la morte portarsi via in questo giorno santo un altro essere oltre te. Hai la fronte nuovamente bagnata dalla febbre. Poggi le tue labbra all’orecchio ormai sordo di Miriam bisbigliandole il canto che uomini prima di te ti hanno insegnato
– E’ Domenica oggi, pertanto, verrà la tua morte e tu sarai ancora lì, in ginocchio davanti la mia mensa, nudo e scalzo, sotto l’ombra dell’altissimo inchiodato alla tua croce.
Amen.

6 commenti »

  1. Questo racconto è talmente perfetto…che mi fa paura! Chapeau!

  2. Grazie Gloria! Ho letto il tuo racconto, mi piace chi sa scrivere brevi storie e in poche righe è capace di catapultarci dentro il lettore! La tua poi è colma d’emozioni semplici e complicate come l’animo e la vita dell’essere umano.

  3. E’ un racconto molto ben scritto, con la tensione che sale pian piano e il colpo di scena. E’ coinvolgente e molto ben scritto.
    Molto bello!
    Grazie

    Orsola

  4. Molto bene, la metafora che hai usato, quella del baro, mi dimostra che il mio racconto è comprensibile. Voglio allora darti una spiegazione ulteriore circa il titolo, intuisco che potrebbe farti piacere. San Paolo, in Corinzi 1, 13-12, elogia la carità come la più alta virtù, e conclude dicendo ADESSO NOI VEDIAMO IN MODO CONFUSO, COME IN UNO SPECCHIO; ALLORA INVECE VEDREMO FACCIA A FACCIA. Essendo Fabio un prete dovrebbe tenere conto di questo antico principio, aprire gli occhi e venendo faccia a faccia coi propri principi accorgersi dell’ottusità di certi ragionamenti. Predicare bene deve corrispondere a razzolare bene, sarebbe ora.

  5. Tensione portata avanti senza problemi per tutto il racconto…molto brava

  6. V’abbraccerei e vi bacerei tutti per ringraziarvi dei complimenti! Grazie grazie grazie!!!

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