{"id":9453,"date":"2012-05-15T18:11:27","date_gmt":"2012-05-15T17:11:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=9453"},"modified":"2012-05-15T18:11:27","modified_gmt":"2012-05-15T17:11:27","slug":"premio-racconti-nella-rete-2012-pensione-parioli-di-elio-capriati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=9453","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2012 &#8220;Pensione Parioli&#8221; di Elio Capriati"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\">Mio padre non sapeva nuotare pur avendo svolto, <em>malgr\u00e9 lui<\/em>, il servizio militare in Marina. \u00a0Era, invero, addetto ai servizi a terra, tuttavia il suo reclutamento rimase uno dei tanti misteri italiani. Forse fu per questo che, pur abitando in una citt\u00e0 costiera, fin da piccolo cominciai a frequentare l&#8217;alta \u00a0montagna. \u00a0Il mese di luglio, terminata la scuola, era dedicato al mare: si facevano i bagni a Marechiaro, al mitico Lido delle Rose, stabilimento con le palafitte poggiate sulla roccia tufacea di Posillipo. Si arrivava a piedi da Via dell&#8217;Ascensione fino alla Colonna spezzata a Piazza Vittoria con borsoni strapieni di teli, maschere e gonfiabili.\u00a0 Qui ci attendeva il vaporetto azzurro e bianco, odoroso di vernice da poco passata sul fasciame di legno dell\u2019\u2019imbarcazione. Il tratto di mare non era tanto lungo, ma la ridotta velocit\u00e0, dovuta al pieno carico, e gli spruzzi d\u2019acqua salata sulle braccia assegnavano alla traversata, soprattutto a noi bambini, la sensazione di un\u2019inebriante escursione d\u2019alto mare.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Trascorso il periodo dei bagni giungeva agosto, il mese della villeggiatura in un borgo dell&#8217;Appennino abruzzese con alloggio presso un alberghetto dal seducente nome: Pensione Parioli . Il momento della partenza era lungamente sognato con gioiosa attesa mischiata a un inquieto timore. La preparazione del bagaglio era seguita con sbalordimento perch\u00e9 vedevo mia madre che metteva in valigia indumenti invernali come golf e pantaloni pesanti come se andassimo\u00a0 a sciare. \u201cMamma, ma non sentir\u00f2 troppo caldo?\u201d.\u00a0 \u201cNo, Elio, in montagna capitano le quattro stagioni in una sola giornata\u2026\u201d. Ed io mi ritrovavo a riflettere sui cambiamenti repentini del tempo, dal sole alla grandine in pochi minuti e, infine, immaginavo l\u2019irruzione di un diluvio universale come nell\u2019apocalisse biblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Nell\u2019estate del 1953, precisamente l\u2019anno del trasloco nell&#8217;abitazione di Via dell\u2019Ascensione, salimmo per la prima volta in uno di quei paesini, Rivisondoli. Qui era vivo il ricordo della guerra e dei suoi episodi pi\u00f9 dolorosi: tanto erano evidenti i segni del cruento passaggio dei soldati nazisti. La famosa linea difensiva Gustaav passava proprio l\u00ec vicino, tra Roccaraso e Pescocostanzo e ancora si vedevano qua e l\u00e0 i resti di qualche casolare distrutto a cannonate.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Il viaggio, perch\u00e9 di viaggio si trattava, cominciava alla vecchia Stazione Centrale di Napoli, dall\u2019aspetto architettonico di fine \u2018800, abbattuta negli anni \u201960 per far posto ad una sgraziata costruzione dalle grigie e inanimate pensiline in cemento armato. Partivamo a primissima mattina da casa con il taxi, di quelli verdi anteguerra, che, superata la Piazza Municipio cinta dai lecci, rotolava veloce e assordante per il Rettifilo per non farci perdere la corriera azzurra che ogni settimana portava i suoi passeggeri sul versante adriatico, a Pescara. La prima volta avevo cinque anni, era l\u2019et\u00e0 pervasa dallo stupore di uno sguardo vergine che si apre sul mondo. Ma anche dal timore di trovarsi solo senza il rifugio della mamma o del pap\u00e0. \u201cElio, come ti senti? Ti fa male il pancino?\u201d. Mi era gi\u00e0 capitato in altre occasioni di aver provato un incontenibile mal d\u2019auto con effetti facilmente intuibili. Mio fratello Giorgio e mia sorella Annamaria mi guardavano con la commiserazione di chi \u00e8 pi\u00f9 grande.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Non rispondevo perch\u00e9 gi\u00e0 avvertivo le avvisaglie della nausea. Una volta sistemati sulle scomode poltroncine del pullman, pagati i biglietti, un prolungato suono del clacson segnalava la partenza. Il ruggito del motore sventagliava decibel a raffica dando impulso alle pesanti ruote del mezzo che, come un animale asmatico, iniziava la sua corsa tra i carretti e i furgoni giunti in citt\u00e0 dalla vicina provincia.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Il continuo dondolio delle ruote mi faceva assopire. Nel dormiveglia sentivo le grida del bigliettaio:\u00a0 \u201cMelito!\u201d,\u00a0 \u201cStazione di Aversa.\u00a0 Chi scende ad Aversa?\u201d . Dopo Capua la corriera lasciava l\u2019Appia e s\u2019indirizzava verso il Molise, fermandosi nelle piazze di paesi dal nome antico. Si alternavano facce di contadini cotti dal sole e miti impiegati o insegnanti accompagnati dalle famiglie. Vestiti modesti o modestissimi, qualcuno con l\u2019abito della domenica e la cravatta spiegazzata o signore con ampie gonne dal fiorame stampato e olezzanti di asfissianti profumi di misterioso miscuglio. Dopo Roccaravindola il pullman s\u2019inerpicava sulle prime pendenze della strada e qui avevano inizio i miei guai.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Un crescente senso di nausea si propagava in tutto l\u2019addome accompagnato da conati cos\u00ec forti che alla fine rimettevo anche l\u2019anima. Il pullman regolarmente si fermava tra le proteste dei passeggeri pi\u00f9 impazienti. \u201cElio, non potevi resistere ancora un po\u2019? ancora un\u2019oretta e saremmo arrivati a Rivisondoli\u201d. Non era vero. Mancava un\u2019ora e mezzo abbondante alla meta. Comunque ripreso il viaggio, svuotato ma rinfrancato, appoggiavo il faccino al vetro del finestrino per ammirare il panorama.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Dopo San Vincenzo al Volturno la cigolante corriera affrontava una serie di curve fino a costeggiare un ponte semidistrutto immagine residua delle devastazioni belliche. Un ulteriore balzo ci portava al bivio di Montenero Val Cocchiara, il paese del rodeo Pentro,\u00a0 e, valicato il ridente passo di San Francesco, contornato di verdi radure e ombrosi aceri, si scendeva verso l\u2019antico centro di Alfedena, annunciato da un indimenticabile cartellone: \u201cAlfedena, il paese dei dottori\u201d perch\u00e9 all\u2019epoca aveva un\u2019alta percentuale di laureati in rapporto al numero di abitanti. Ma, quella parola a me bambino rammentava ben altro. \u00a0Il terzo anno che passai di l\u00ec, dopo esser riuscito a leggere la scritta per intero, giurai che in un paese simile non mi sarei mai fermato: solo al pensiero di tanti \u201cdottori\u201d in camice bianco armati di siringhe e pompette in attesa dei forestieri, mi sentivo in stato d\u2019agitazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Le alte gobbe della serra di Chiarano e la cima del Monte Greco annunciavano che la meta era vicina. Infatti, dopo aver superato l\u2019operosa Castel di Sangro, un rumoroso cambio di marcia c\u2019informava che il pullman stava attaccando la durissima salita verso Roccaraso. La ripida pendenza e gli stretti tornanti della strada tenevano i passeggeri col fiato sospeso. Alcuni pregavano che il motore non si bloccasse proprio l\u00ec, all\u2019ultimo balzo. Con un estremo ruggito la corriera, tra fumi e strepiti, riusciva ad arrestarsi ansimante sulla piazza di Roccaraso, dove scendevano rinfrancati i primi gruppi di villeggianti. Io, a dire il vero, li guardavo con un po\u2019 d\u2019invidia\u00a0 smontare dalla scaletta dell\u2019autobus volendo stare al loro posto.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">L\u2019ultimo kilometro e mezzo mi piaceva perch\u00e9 si percorreva un verde altopiano, chiamato Quarto Grande, animato da mucche al pascolo e cavalli allo stato brado. Mio padre, di solito molto serio, accorgendosi del mio volto tirato dal lungo viaggio, come per farmi ridere, m\u2019indicava con la mano: \u201cGuarda Elio, quanti mucchi brucano l\u2019erba!\u201d. \u201cMa babbo [pap\u00e0 ai tempi miei era un termine poco usato], non si chiamano mucche?\u201d E lui: \u201cSono i loro maschi\u2026\u201d. E mia mamma diceva \u201cTuo padre scherza\u2026sono mucche e buoi\u201d. Al termine di questa surreale conversazione la corriera, dopo aver lanciato tre colpi prolungati di clacson, si fermava rombante davanti alla fontana principale di Rivisondoli tra le grida di giubilo di noi ragazzi perch\u00e9 cominciava finalmente l\u2019agognata vacanza. Dieci minuti dopo facevamo ingresso nella piccola Pensione Parioli. Si ritrovavano le amicizie strette l\u2019anno prima. Qualcuno mancava all\u2019appello, tuttavia c\u2019erano sempre nuovi pensionanti da coinvolgere in quel piccolo mondo festosamente riunito per un mese d\u2019estate.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Ricostituita la chiassosa comitiva di noi ragazzi, maschietti e femminuccie, si organizzava subito il primo pomeriggio di svago. Escursione sul Monte Gatto, invitante collinetta dalla panoramica vetta circondata dai pini montani piantati dalla forestale subito dopo la guerra. Era la nostra meta preferita per giocare alla guerra tra cow boy e indiani pellerossa.\u00a0 Talvolta capitava di nasconderci sotto una sporgenza rocciosa e di scappare impauriti dal sibilante fruscio di una serpe nascosta nel fondo della sua tana.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Quando il sole era diritto sulla mia testa, \u00a0nell\u2019ora del meriggio, quella in cui per Zarathustra si realizza la completa solitudine dell&#8217;uomo, mi capitava di rimanere solo, attardato sugli altri che scendevano al piano, mi assaliva una strana paura, di essere rapito in cielo da esseri divini e lasciare la terra per sempre. La natura, fino a quel momento accogliente spazio dei nostri giochi, cambiava volto. Mi sembrava di essere respinto, cacciato come Adamo ed Eva dal loro Eden. \u00a0Nel film Picnic ad Hanging Rock, Miranda, una delle ragazze scomparse nel nulla, dice. \u201c\u00a0C&#8217;\u00e8 un tempo e un luogo perch\u00e9 qualsiasi cosa abbia principio e fine&#8230;\u201d. Forse era cos\u00ec anche sul Monte Gatto. Oggi un enorme residence copre le rocce e i sentieri contorti della collina. La magica aria di quel colle \u00e8 svanita per sempre, come una nuvola svaporata nel cielo senza tracce .<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">La molesta sensazione metteva le ali ai miei piedi tanto da raggiungere i pi\u00f9 grandicelli e batterli in velocit\u00e0. \u201cElio, non correre troppo che ti fai male\u201d, diceva qualcuno, forse mio fratello. Giunto in pensione salutavo i miei sprizzando sudore da tutti i pori e lampante felicit\u00e0 per il ritorno alla base.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Ogni agosto si ripeteva il rito della gita. Una volta salimmo sul Gran Sasso con la funivia, un\u2019altra volta andammo alla Camosciara con picnic vicino alla scrosciante cascata. Scontata l\u2019escursione annuale sulla Maiella: almeno una volta al laghetto di Fonte Romana incorniciato da solenni e ombrosi faggi, i secolari guardiani dell\u2019Abruzzo montano. Non manc\u00f2 la visita di Scanno, da poco assurta a celebrit\u00e0 dopo gli artistici servizi fotografici di \u00a0Cartier-Bresson.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Tra passeggiate in bicicletta e finte guerre combattute nei boschi di Rivisondoli, passava il mese d\u2019agosto in montagna. Uno degli svaghi preferiti era correre gi\u00f9 di mattina al ruscello nel vallone e catturare le bianche farfalle svolazzanti sull\u2019acqua.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Una variante pi\u00f9 crudele era la cattura di un grosso grillo per staccare una ad una le zampette del malcapitato. Non mi divertiva assistere all\u2019agonia del povero insetto, ma era da femminucce tirarsi indietro. Non mi divertivo e, quando accedeva, preferivo salire in camera a leggere un giornaletto. Una volta piansi per la rabbia di non poter oppormi ai miei compagni. Forse ero un inconsapevole animalista d\u2019antan.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">La sera si assisteva, davanti all\u2019albergo, alla lenta sfilata delle mucche e dei buoi che, come soldati in libera uscita rientranti in caserma, tornavano nelle stalle dopo aver pascolato per l\u2019intera giornata\u00a0 Ancora sento nelle narici quell\u2019odore intenso di sterco muschiato abbandonato a larghe chiazze marroni sul terreno, sopra le quali si addensava il brulichio ronzante delle mosche e dei tafani. Ai muggiti e ai campanacci di quei placidi animali, diversamente modulati, si accompagnava il lento din-don delle campane al tramonto ricordandoci che si avvicinava l\u2019ora della cena.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">L\u2019unico episodio veramente drammatico di quelle estati montane capit\u00f2 che avevo nove anni. Salimmo dopo pranzo sul monte Calvario, sulle cui pendici si<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">adagia Rivisondoli. Mentre salivamo lungo la cresta il sole scomparve dietro una cortina di nuvole grigiastre. Avevamo appena raggiunto la croce posta sulla cima che il cielo si rabbui\u00f2 rapidamente di nubi nere e cariche d\u2019elettricit\u00e0, come il plumbeo fondale di un famoso quadro del Giorgione. Si scaten\u00f2 d\u2019improvviso una tempesta di pioggia, vento e grandine. Ben presto fummo inzuppati d\u2019acqua \u00a0e le scarpe affondavano nel fango. C\u2019era chi si dissociava: \u201dLo dicevo che non dovevamo venire qua sopra. Ora i nostri genitori ci puniranno per tutto il mese\u2026\u201d. Il pi\u00f9 anziano era Piero, un ragazzo di Ferrara, che prese a scendere correndo incitandoci a seguirlo. Un fulmine scoppi\u00f2 vicinissimo con indicibile fragore suscitando un violento spavento. Ci precipitammo verso il basso schizzando fanghiglia e pietrine ad ogni passo. Io corsi a rompicollo senza neanche seguire il sentiero dell\u2019andata. E il collo per poco non me lo ruppi davvero: nel saltare alla disperata un fosso troppo largo per le mie gambe, caddi rovinosamente sul bordo strisciando col ginocchio, scoperto, quasi fino all\u2019osso. All\u2019epoca portavo, di solito, i calzoni corti con i calzettoni e, sciaguratamente, proprio quel giorno non indossai il mio unico pantalone lungo.\u00a0 Avvertii un dolore lancinante che ancora oggi rammento. La ferita fu tanto profonda che la cicatrice non \u00e8 mai scomparsa del tutto. Nel frattempo i genitori di molti di noi stavano risalendo la montagna preoccupatissimi della nostra situazione. Per fortuna eravamo pressoch\u00e9 arrivati in paese e presto ci ricongiungemmo ai nostri familiari. Aggiungo solo che, dopo i rituali \u201ccazziatoni\u201d, rimanemmo \u201cconsegnati\u201d in albergo per due giorni.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Considerate le circostanze, mi dedicai all\u2019osservazione del tempo libero dei miei genitori. Mia madre era immersa, durante il pomeriggio, in lunghissime partite a canasta con le solite signore. Mio padre era, invece, impegnato nel tressette, gioco che mi colp\u00ec per la rapidit\u00e0 dell\u2019esecuzione: dopo poche mani tutti gettavano le carte sul tavolo e la partita era gi\u00e0 terminata. Mi chiedevo allora: \u201cMa perch\u00e9 giocare se gi\u00e0 si sa come va a finire?\u201d. Una radio, in noce lucidato e gremita di stazioni dal nome strano, diffondeva a basso volume le canzonette dell\u2019ultimo festival di San Remo. \u201cNel blu dipinto di blu\u201d fu il tormentone canoro del 1958 e contagi\u00f2 tutti gli italiani, in vacanza e non, con la speranza che il Bel Paese cominciasse finalmente a volare sulle ali dell\u2019incipiente boom economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Cos\u00ec passarono le mie stagioni estive a Rivisondoli presso la Pensione Parioli. L\u2019ultima stagione fu proprio quella del 1958. \u00a0Ad agosto dell&#8217; anno successivo andammo in Puglia, nella casa di famiglia. Dal 1960 cominciarono le villeggiature in un paese poco lontano, a Roccaraso, ma \u00e8 tutta un&#8217;altra storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_9453\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"9453\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mio padre non sapeva nuotare pur avendo svolto, malgr\u00e9 lui, il servizio militare in Marina. \u00a0Era, invero, addetto ai servizi a terra, tuttavia il suo reclutamento rimase uno dei tanti misteri italiani. 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