{"id":8078,"date":"2012-01-17T18:07:50","date_gmt":"2012-01-17T17:07:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=8078"},"modified":"2012-01-17T18:07:50","modified_gmt":"2012-01-17T17:07:50","slug":"premio-racconti-nella-rete-2012-berlino-pas-dadieux-di-fabio-carminati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=8078","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2012 &#8220;Berlino (Pas d\u2019adieux)&#8221; di Fabio Carminati"},"content":{"rendered":"<p>Quella spinta alle spalle quasi la fece inciampare. Fu come svegliarsi da un sogno e fu di nuovo in scena, per l\u2019ultima volta. La luce fredda dell\u2019occhio di bue puntato solo su di lei e sulla solitudine dell\u2019atto finale. Sublime e lento, come un veleno che scende nelle vene e arriva dritto al cuore. Come quella musica del dolore di un\u2019anima che muore. Passo dopo passo, come l\u2019esistenza dell\u2019uomo che l\u2019aveva composta strappandola al suo dramma. E come sempre fu perfetta. Pianse, rise e mor\u00ec dando un senso a quella fine. Il silenzio anticip\u00f2 di un impercettibile attimo gli applausi. Raccolse quelle rose bianche che qualcuno le aveva gettato e lieve, come un fruscio, lasci\u00f2 il palco mentre il sipario si chiudeva.<\/p>\n<p>Scese veloce la scaletta facendo attenzione a non inciampare sul tappeto rosso. Accenn\u00f2 un sorriso all\u2019inchino che le ragazzine del corpo di ballo fecero al suo passaggio e imbocc\u00f2 il corridoio che portava al suo camerino. Fece tutto meccanicamente, come ogni sera. Anche se quella era l\u2019ultima. Gli altri non lo sapevano ancora, ma su quel palcoscenico il cigno era morto per l\u2019ultima volta. L\u2019avrebbe annunciato il giorno dopo, a sorpresa. Come aveva fatto per ogni evento della sua carriera. Grande, anche nel sorprendere gli altri. Avrebbe detto basta in un\u2019assonnata mattina di ottobre, con i giornalisti gi\u00e0 pronti a fare le solite domande sul senso \u201cdella danza classica al giorno d\u2019oggi\u201d o sul \u201csignificato profondo di una morte che si rinnova\u201d. Aveva danzato il suo passo d\u2019addio solo per se stessa, mentre fuori il freddo cominciava ormai a mordere le acque della Sprea e il pubblico del quarto turno B aveva lasciato in fretta il teatro borbottando qualche banalit\u00e0.<\/p>\n<p>Quell\u2019uomo appoggiato al muro quasi non lo vide. Venne per\u00f2 attratta dal profumo. Dolce di cipolla e aspro come il bergamotto. Un odore che non sentiva da anni, ma che subito le aveva riportato alla mente Mosca, la neve marcia delle strade, il tram affollato delle sei di sera e quella sacca di tela in cui custodiva come una reliquia le prime scarpette da punta che sua madre le aveva comprato di nascosto. Senza farlo sapere a un padre che non poteva capire e a lei che le sognava e le indossava mille volte con gli occhi quando passava davanti a quella vetrina nella grande via Tverskaja. Le aveva trovate al mattino, ai piedi del letto e si era messa a piangere. Arrivavano da Leningrado e portavano il marchio del Kirov. Le punte erano gi\u00e0 scavate: la corda e il gesso gi\u00e0 deformati da chiss\u00e0 quale piede. Ma a lei non importava, erano il sogno. E se anche non era nuovo, per lei non aveva importanza.<\/p>\n<p>Su quelle scarpette impar\u00f2 il dolore, la dolcezza di sopportarlo e la forza interiore di trasformarlo in levit\u00e0. Le fece durare per pi\u00f9 di due anni e ogni tanto si sorprendeva a sorridere, pensando che ora non le bastavano quasi per un solo spettacolo. La costringevano a cambiarle, anche se lei non l\u2019avrebbe mai fatto per nulla al mondo. Forse solo questo le era rimasto della povert\u00e0, del mondo contadino trapiantato dalla Russia Bianca nella fredda soluzione senza continuit\u00e0 dei casermoni della periferia di Mosca. Tutti uguali, tranne il numero dipinto sulla facciata. L\u2019Est non esisteva pi\u00f9, ma dal suo cuore quelle luci fioche e il freddo non se n\u2019erano mai andati. Come la solitudine di una vita mai stata bambina e cresciuta solo su quel palcoscenico.<\/p>\n<p>Alz\u00f2 lo sguardo e vide il viso dolce di quell\u2019uomo. Poteva avere cinquant\u2019anni come settanta. I capelli erano fittissimi e bianchi. La fronte segnata da rughe profonde, ma quel sorriso era giovane, quasi bambino. Rise, quasi senza volerlo, e appoggi\u00f2 la mano sulla maniglia della porta. Un gesto e quella porta l\u2019avrebbe salvata, evitando probabilmente l\u2019ennesimo complimento da un uomo che non sapeva neppure chi fosse. La infastidivano i complimenti, come i fiori che le riempivano il camerino di biglietti banali. Di complimenti di plastica.<\/p>\n<p>La voce dell\u2019uomo-bambino la trafisse come una lama:<\/p>\n<p>\u201cNe sdelaj eto, Babicka\u2026 non farlo. Non avere paura perch\u00e9 il tuo cuore non potrebbe sopportarlo\u201d.<\/p>\n<p>Fu come una sferzata. Alz\u00f2 lentamente gli occhi da terra. Scivol\u00f2 sulle scarpe di coppale, segu\u00ec la striscia lucida di seta dei pantaloni dello smoking e si ferm\u00f2 sulla catenella d\u2019oro che chiudeva quel mantello nero. Lo guard\u00f2 dritta in quegli occhi profondi e neri e inghiottendo saliva gli si rivolse in russo:<\/p>\n<p>\u201cBabicka, kto eto, Babicka?\u201d.<\/p>\n<p>Poi, ravvedendosi, continu\u00f2 in tedesco: \u201cIch bin Irina\u201d. La voce le tremava.<\/p>\n<p>\u201cNon aver paura\u201d, ripet\u00e8 lui forzando l\u2019accento cantilenante russo.<\/p>\n<p>\u201cSono qui per te Babicka, perch\u00e9 tu volevi fossi qui\u201d<\/p>\n<p>\u201cIo?\u201d, azzard\u00f2 lei ritrovando la sua forza: \u201cMa se non ti ho mai visto? E poi smettila di chiamarmi Babicka, non so chi sia\u201d.<\/p>\n<p>Si senti quasi proterva, come sempre sapeva essere con chi si permetteva di importunare lei, la grande Irina Smirnova: \u201cLasciami in pace, non ti conosco. Vattene, vuoi capirlo o no che per me non sei nessuno? Sei solo uno che ha pagato il biglietto. Quello che volevi l\u2019hai avuto. Ora vattene\u201d.<\/p>\n<p>Appoggi\u00f2 di nuovo la mano sulla maniglia ma non riusc\u00ec a girarla.<\/p>\n<p>\u201cNon morire\u201d, ripet\u00e9 lui quasi sussurrando il vuoto intorno alla sua ira.<\/p>\n<p>\u201cNon lasciare che gli altri lo facciano per te. Vivi fino in fondo\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMa che cosa sta dicendo? Lei \u00e8 completamente pazzo\u201d.<\/p>\n<p>\u201cE\u2019 forse folle chi vive cercando l\u2019amore? E\u2019 forse folle chi lo dimentica fin che \u00e8 giovane e poi si accorge di essere troppo vecchio per cercarlo ancora? E\u2019 forse folle chi l\u2019ha vissuto fino in fondo senza averlo mai chiamato per nome? Tu stasera Babicka hai vissuto l\u2019amore. L\u2019hai vissuto per l\u2019intera vita. Stasera ho visto l\u2019alba tra le tue braccia, ho sentito fremere al vento le canne mentre il tuo cigno moriva, mi hai fatto percepire il dolore del cosmo che perdeva una vita. Questo non \u00e8 amare? Puoi ancora dire di non avere amato\u201d.<\/p>\n<p>Lei tremava e non poteva farci nulla. Voleva aprire quella porta, ma il tempo era fermo. Immobile, come l\u2019attimo in cui cercava di catturare l\u2019aria, di fermarla in un movimento. In cui anche il battito di un ciglio esprimeva l\u2019amore per la vita di un corpo che muore. Quelle parole le arrivavano dritte al cervello e smuovevano mille passi che mai aveva saputo compiere. Mille scelte che aveva rinviato. Mille volti che aveva incantato.<\/p>\n<p>\u201cIl mio era solo mestiere\u201d, tent\u00f2 di controbattere. \u201cSolo tecnica. Solo studio. Io sono morta mille volte allo stesso modo, nello stesso punto, su quello stesso palco. L\u2019amore \u00e8 altro, non l\u2019ho mai cercato su quelle quattro assi. E non l\u2019ho mai trovato nella vita\u201d. Lo disse e sent\u00ec una lacrima solcargli il viso.<\/p>\n<p>\u201cLo ripeti, solo per te stessa. Ma sai che non \u00e8 cos\u00ec, dolce Babicka. Tu hai cominciato ad amare fin da quando hai sentito il tuo corpo esprimersi. Parlare. L\u2019amore \u00e8 vigliacco. Prende e non d\u00e0. Assorbe tutta la tua anima e la fa a pezzi in ogni istante. E quando credi di poterla riavere ti accorgi che \u00e8 solo sabbia\u201d.<\/p>\n<p>\u201cNo non \u00e8 cos\u00ec\u201d, si ritrov\u00f2 a dire lei. Ormai era senza difese, prigioniera di quella trappola. Si accorgeva di aver visto crollare la certezza che l\u2019aveva fatta sopravvivere, ma non poteva far nulla per scacciare quelle parole.<\/p>\n<p>Questo per\u00f2 non le faceva pi\u00f9 male. Non si sentiva pi\u00f9 sola. Quel ponte, quella notte di tanto tempo prima e quelle acque nere sotto i suoi piedi sulla balaustra sembravano lontane. Inutili. Chiuse gli occhi e pianse. Leggera e libera come quando era bambina. Riapr\u00ec gli occhi e non lo vide pi\u00f9. Si sent\u00ec quasi una stupida a percorrere correndo il corridoio fino all\u2019angolo. Non vide nessuno, forse perch\u00e9 non c\u2019era mai stato nessuno. Torn\u00f2 sui suoi passi e finalmente apr\u00ec quella porta. Nel camerino, l\u2019odore forte delle rose e delle calle le faceva quasi mancare il respiro. Apr\u00ec la finestra e si sedette davanti allo specchio.<\/p>\n<p>\u201cStupida\u201d, si disse. \u201cAncora una volta hai parlato con i fantasmi\u201d. \u201cNon ti basta farlo di notte\u201d. Si picchi\u00f2 un pugno sulla fronte e spruzz\u00f2 il latte detergente sul dischetto di cotone. Le lacrime avevano sciolto il trucco e sorrise per l\u2019immagine buffa del suo viso che lo specchio le restituiva. \u201cBabicka\u201d, pens\u00f2: \u201cSolo la mamma mi chiamava cos\u00ec. Lei il tedesco non l\u2019ha mai voluto imparare e quel nomignolo era un nostro segreto. Nessuno poteva saperlo\u201d. Pian piano la logica le fece ritrovare la sua forza di sempre. Scacci\u00f2 quell\u2019ennesimo fantasma e continu\u00f2 a struccarsi.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0 perch\u00e9 il suo sguardo and\u00f2 dritto all\u2019armadio? Non lo apriva da mesi. Ma sent\u00ec di doverlo fare. Si fece forza, si alzo dalla sedia e tir\u00f2 l\u2019anta verso di s\u00e9. Erano l\u00ec, dove sapeva di trovarle. Sleg\u00f2 la cordicella del sacchetto di tela e sent\u00ec la voglia istintiva di stringerle al cuore. Non le aveva mai buttate. Erano scolorite, la seta lisa all\u2019altezza dei mignoli. Ma non aveva mai avuto il coraggio di privarsene, erano tutto ci\u00f2 che le restava del suo essere bambina. Erano l\u2019inizio di un sogno che l\u2019aveva portata in tutto il mondo. Che l\u2019aveva resa grande e sola. Il prezzo del successo, si era detta pi\u00f9 volte. Ma un prezzo che ora, a cinquantadue anni, le pesava tantissimo. S\u00ec, amori ne aveva avuti. Ma erano passati e spesso per colpa sua.<\/p>\n<p>Sent\u00ec il bisogno bambino di indossarle. Il piede entr\u00f2 facilmente. La punta ormai era frantumata, ma allacci\u00f2 i nastri di seta e sal\u00ec sulle punte. Alz\u00f2 le braccia in un <em>port de bras<\/em>. Poi, chiudendo le mani sopra il capo, si vide nello specchio. Tutto torn\u00f2 in un istante.<\/p>\n<p>Infil\u00f2 la porta del camerino quasi senza rendersene conto. La maniglia dell\u2019uscita di sicurezza si arrese alla pressione. Si ritrov\u00f2 in strada. Si mise a correre.<\/p>\n<p>Risal\u00ec il Kudam mentre la gente la guardava e rideva del suo costume di scena e del suo incedere da papera. Non sentiva i piedi bagnati e il freddo pungente della notte. Non sentiva nulla, solo la voglia incontrollabile di correre. Ferm\u00f2 tre, quattro uomini che gli somigliavano. Sorrisero e rivolgendosi alle persone che li accompagnavano portarono l\u2019indice alla tempia strabuzzando gli occhi. Qualcuno la riconobbe e tent\u00f2 di chiederle qualcosa.<\/p>\n<p>In fondo al viale, la luce gialla della stazione. La vide e sper\u00f2 che non vi fosse ancora giunto. Poi lo vide e solo allora sent\u00ec che il cuore le batteva forte in gola. Lui l\u2019aspettava.<\/p>\n<p>Gli gett\u00f2 le braccia al collo e sollev\u00f2 la gamba destra, come in un <em>arabesque<\/em> perfetto, ripetuto per migliaia di volte. Si sent\u00ec sollevare. Suo padre batt\u00e9 un colpo d\u2019ali e Berlino scomparve intorno a loro, mentre cadevano i primi fiocchi di neve.<\/p>\n<p>Dicono avesse un sorriso dolce sulle labbra quando la trovarono su quel marciapiede. Il freddo, scrissero, aveva avuto facile preda su quel fascio di ossa, muscoli e nervi a cui l\u2019aveva ridotta l\u2019anoressia. Un cronista azzard\u00f2 perfino una spiegazione scientifica, argomentando che quel freddo le aveva teso i muscoli facciali disegnandole quella beffarda maschera di morte. Ah, quante cose sanno i giornalisti&#8230;<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_8078\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"8078\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella spinta alle spalle quasi la fece inciampare. 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