{"id":8073,"date":"2012-01-17T17:47:36","date_gmt":"2012-01-17T16:47:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=8073"},"modified":"2012-01-17T17:47:36","modified_gmt":"2012-01-17T16:47:36","slug":"premio-racconti-nella-rete-2012-tokyo-di-fabio-carminati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=8073","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2012 &#8220;Tokyo&#8221; di Fabio Carminati"},"content":{"rendered":"<p>\u201cUn cretino. Pensa se dovevo fidarmi di un cretino\u2026\u201d. Al di l\u00e0 del vetro, inquietante, troneggiava la testa di un drago: rossa e nera come tutto il gigantesco tetto del tempio di Asaksa. Hiroshi Kawashita da dieci minuti era l\u00ec, immobile davanti a quella finestra. Con gli occhi fissi nel vuoto. Oltre il drago, oltre il tetto, oltre il grigio della pioggia che confondeva le case basse e i palazzi di quell\u2019angolo di Tokyo. Mordeva una sigaretta, stringeva i pugni in tasca e imprecava contro quel dio che neanche conosceva. Alle sue spalle Makoto Isokawa piangeva invece in silenzio. I gomiti piantati sul tavolo di metallo e i pugni chiusi che comprimevano le guance irrimediabilmente devastate dall\u2019acne.<\/p>\n<p>Trentatr\u00e9 anni e una vita inutile. Numero tra i numeri di una megalopoli. Per vivere consegnava i giornali. In motorino, all\u2019alba, percorreva i lunghi viali grigi di Sanya: il quartiere invisibile, la citt\u00e0 che non c\u2019\u00e8. Neanche sulle mappe quel nome esiste. Come la gente che in quelle strade vive, dorme, mangia e muore. Una terra di diseredati: anonimi casermoni di operai e cubi di legno e tela tirati su sotto i ponti del Sumida oramai morto da anni, come le anime degli invisibili che tirano a campare sulle sue sponde. Makoto quella gente la odiava veramente. \u201cRifiuti\u201d li chiamava, scalciando dalla sella dello scooter quei fagotti di vita ancora intorpiditi dal freddo della notte ormai finita. Gettava con rabbia i giornali incelofanati davanti alle porte di palazzi senza numero civico. Poi via, sgasando verso un letto sudicio e un pomeriggio di nulla. Trascinato tra un fast food e una sala giochi.<\/p>\n<p>Quasi per scherzo aveva messo quell\u2019annuncio. \u201cVorrei guadagnare in poco tempo un pacco di soldi\u201d, aveva scritto con le sue dita tozze sulla tastiera del display del telefonino. L\u2019aveva inviato a un numero trovato su uno dei giornali che consegnava. \u201cNella privacy pi\u00f9 assoluta invia i tuoi messaggi sms: potresti conoscere la persona che cambier\u00e0 la tua vita\u201d, ammiccava la pubblicit\u00e0. Il sito era stato aperto da poco e dopo poco sarebbe scomparso, come tante iniziative su Internet che duravano lo spazio di poche settimane. Una bacheca elettronica sulla quale si consumavano le turpitudini pi\u00f9 estreme: ragazzine che si offrivano, pedofili a caccia di vittime e complici, mariti in cerca di amanti, casalinghe insoddisfatte. Una fauna umana che, vinta la diffidenza, si celava dietro finti nomi o numeri di telefono di schede telefoniche a esaurimento. La risposta era arrivata il giorno dopo. Aveva sentito il bip e schiacciato i tasti, convinto di trovare l\u2019ennesimo annuncio del gestore telefonico. Invece no: era la sua occasione. Poche parole, chiare e semplici. Laconica, come ogni frase che ti cambia la vita.<\/p>\n<p>\u201cTi offro 30 milioni di yen per uccidere una donna. Accetti?\u201d.<\/p>\n<p>Questo non l\u2019aveva messo in conto. Aveva pensato ad ogni nefandezza e forse era anche pronto a compierla. Ma questo non rientrava nelle sue previsioni. Uccidere non lo spaventava, ci\u00f2 che gli faceva paura era eventualmente essere scoperto e finire in carcere. Questo s\u00ec che lo terrorizzava. Perch\u00e9 in carcere c\u2019era gi\u00e0 stato. Non era proprio una prigione, ma di fatto per sei lunghi anni in quell\u2019istituto c\u2019era stato. Sua madre era morta sputando il sangue e l\u2019anima e l\u2019assistente sociale lo aveva subito denunciato. E cos\u00ec per lui si era aperto il cancello di una scuola \u201cper ragazzi e ragazze sole\u201d, come diceva eufemisticamente il cartello all\u2019ingresso. Erano stati anni bui, difficili. Altro che il carcere. L\u00ec per sopravvivere dovevi schiacciare gli altri. Come quei fagotti, ogni mattina. Ben presto era entrato nella banda che comandava: omologarsi era la strada pi\u00f9 breve che separa la vittima dal carnefice. Era cos\u00ec per ogni nuovo arrivato: o stavi dalla parte giusta o si schiudeva davanti a te un futuro di torture fisiche e mentali.<\/p>\n<p>Una volta fuori aveva cambiato mille lavori: in fabbrica aveva resistito per pochi mesi, poi si era arrangiato. Da sei anni aveva trovato impiego nella societ\u00e0 di consegne dell\u2019Asaki Shimbun. Poche migliaia di yen, un letto in una camera con altre quattro persone con le quali scambiava solo un mugugno la sera.<\/p>\n<p>Non ci mise molto a decidere, anche perch\u00e9 era con le spalle al muro. \u201cUccidere in fondo \u00e8 un modo per sopravvivere\u201d, si ripet\u00e9 componendo quel numero. \u201cAccetto, dimmi cosa devo fare?\u201d, scrisse. Deglut\u00ec, sentendo montargli dentro una strana sensazione: solo in quel momento, infatti, realizz\u00f2 che l\u2019ideogramma del verbo \u201caccettare\u201d era identico a quello di \u201cinchinarsi\u201d. Un presagio? Ma va\u2026 a quelle cose non aveva mai creduto anche se quel concetto continuava a martellargli in testa.<\/p>\n<p>Quei secondi gli sembrarono un\u2019eternit\u00e0. Non lo ammetteva neanche a se stesso, ma in fondo sperava fosse uno scherzo. Chi ti offre una fortuna senza sapere neanche chi sei? Il bip lo sorprese mentre fantasticava su tutto quel denaro. \u201cVai alla stazione del metr\u00f2 di Takebashi, sulla linea azzurra. Sulla banchina per Kiba c\u2019\u00e8 un chiosco\u2026\u201d. Era una preda ormai in trappola. Non riusciva a concentrarsi. Aveva per\u00f2 deciso di non pensare e di lasciarsi guidare da quel denaro. Solo da quel denaro e da null\u2019altro. Nessuna remora, nessun ripensamento solo il tepore del pensiero di come tradurre tutti quei soldi in una nuova vita: finalmente la sua. Si ritrov\u00f2 cos\u00ec nel caldo soffocante di quel vagone mentre contava le fermate che mancavano a Takebashi. Non poteva sbagliarsi il messaggio diceva che c\u2019era solo un chiosco con le insegne pubblicitarie dell\u2019aeroporto di Narita.<\/p>\n<p>Oramai doveva ballare. Trovare quel cestino non fu difficile. Dentro c\u2019era il sacchetto rosso con le insegne di un supermercato. Aprendolo venne subito attratto da quella striscia di cuoio: era un guinzaglio per gatti; molto pi\u00f9 sottile di quello per cani, con all\u2019estremit\u00e0 un\u2019imbragatura che sembrava la tela di un ragno. Poi l\u2019anticipo, quello che si aspettava: banconote da cento yen, arrotolate in un cilindro chiuso da un elastico. Un mazzo di chiavi e il biglietto. C\u2019era il nome di una donna e una foto sbiadita, fatta poco pi\u00f9 di due mesi prima come testimoniava la data che si confondeva con il vestito a fiori dell\u2019immagine. E le indicazioni su come agire. Andava fatto alla svelta. Tutto facile, regolare.<\/p>\n<p>\u201cNessun rischio\u201d pens\u00f2, sapendo che di l\u00ec a poco sarebbe diventato un assassino. Chi ha preparato tutto questo ci sa fare, disse tra s\u00e9 per darsi forza. Fuori, nella fitta pioggerellina di novembre sent\u00ec scattare una molla nel cervello. \u201cVia!\u201d, mormor\u00f2 mentre con il pollice destro premeva il tasto dell\u2019accensione del motorino. Cinque minuti e sarebbe entrato in azione. Tent\u00f2 di sputare ma le labbra erano secche. Deglut\u00ec, era senza saliva e imprec\u00f2 contro le auto in fila al semaforo. La casa era l\u2019ultima di una serie infinita di villette. Anonima, identica a tutte le altre del sobborgo di Moriyama. L\u2019illuminazione pubblica si fermava pochi metri prima di quello steccato di legno. Sollev\u00f2 il cavalletto dello scooter e neanche lo chiuse.<\/p>\n<p>Guard\u00f2 l\u2019orologio alla luce dell\u2019ultimo lampione della via: erano le 7 e 15. Tutto come previsto: era in orario. Poi si incammin\u00f2 nel buio. Sentiva le gocce di pioggia sul viso e questo lo rendeva vivo. Si sentiva reale, per un attimo riusciva a sfuggire a quel senso di essere strumento in una trama gi\u00e0 scritta. Agiva come un automa, senza dar tempo al pensiero di farsi largo nell\u2019azione. Sapeva che cos\u00ec doveva fare, senza ripensamenti. Quei soldi lo guidavano. Pass\u00f2 sul retro della palizzata. Una stradina che portava a un cancello, la via di accesso al garage. La mappa disegnata su quel biglietto che stringeva tra le mani era precisa. Pochi metri poi, con l\u2019accendino, illumin\u00f2 per un attimo la serratura del cancello. Infil\u00f2 la chiave sbagliata, prov\u00f2 l\u2019altra e sent\u00ec che girava. Non fece rumore e dopo essere entrato riaccost\u00f2 il battente udendo lo scatto meccanico della serratura automatica.<\/p>\n<p>Piegandosi in due (lo fece istintivamente anche se non c\u2019era bisogno perch\u00e9 il buio lo proteggeva e soprattutto la casa da quel lato non aveva finestre), arriv\u00f2 al lato opposto alla strada. La porta era l\u00ec: chiusa e senza finestre a lato, proprio come diceva la mappa del tesoro. Accost\u00f2 l\u2019orecchio al legno scrostato e non sent\u00ec rumori dall\u2019interno. Piano, con entrambe le mani, gir\u00f2 la chiave che questa volta non poteva sbagliare e accompagn\u00f2 lentamente lo scatto della chiusura. Entr\u00f2 nella cucina. Era al buio. Tutta la casa gli parve incredibilmente buia. Il frigorifero ronzava, poi, man mano si avvicinava alla porta opposta a quella da cui era entrato, ud\u00ec distintamente la sigla del telegiornale: erano le 19,30, non serviva guardare l\u2019orologio per avere la conferma che tutto era come previsto e che la vittima l\u2019avrebbe trovata seduta alla poltrona davanti alla tiv\u00f9. Proprio a otto o dieci passi da dove si trovava ora.<\/p>\n<p>Nel suo ufficio, Hiroshi Kawashita guardava nervosamente l\u2019orario che compariva in basso a destra sullo schermo del suo computer. Non fidandosi, tir\u00f2 indietro nervosamente la manica sinistra della giacca: erano proprio le 19,15. Doveva agire. \u201cStai calmo\u201d, pens\u00f2. E compose il numero di casa. Tra uno squillo e l\u2019altro immagin\u00f2 sua moglie che si affacciava dalla cucina e si trascinava sulle ciabatte verso il telefono. Ora vedeva chiaramente quella statuetta. Lei l\u2019aveva comprata nei primi giorni in cui erano andati a vivere nella nuova casa. Scartandola, una volta tornata dal negozio, aveva anche profetizzato: \u201cVedrai, ci porter\u00e0 fortuna. Vedi?, ha la zampa destra sollevata: porter\u00e0 prosperit\u00e0 e salute\u201d. Quel maneki-neko era l\u00ec da dodici anni e aveva resistito a ogni tentativo di distruzione. Le aveva provate tutte ma non riusciva a sbarazzarsene. La odiava, come odiava la storia che si sentiva ripetere ad ogni occasione: \u201cIn ogni casa giapponese c\u2019\u00e8 un maneki\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Ancora pochi istanti\u2026 il telefono continuava a squillare. In quei pochi istanti Hiroshi cerc\u00f2 di trovare quella verit\u00e0 che da anni aveva tentato in ogni modo di allontanare da s\u00e9. Una risposta a una semplice domanda: perch\u00e9 l\u2019aveva sposata? Forse perch\u00e9 il padre di lei gli aveva garantito l\u2019assunzione in quella multinazionale? Forse perch\u00e9 in fondo a compensare il fatto che lei non fosse proprio ci\u00f2 che si dice \u201cuna bella donna\u201d aveva per\u00f2 contrapposto i soldi per comprare quella villetta a Moriyama? Non certo per amore. Quello era un lusso che Hiroshi aveva scoperto di non potersi concedere fin da quando era poco pi\u00f9 che un ragazzino. E non era stata forse proprio lei, quella donna con cui si vedeva di nascosto ormai da otto mesi, a suggerirgli l\u2019idea?<\/p>\n<p>Era successo un pomeriggio, in quello squallido alberghetto dove si trovavano rubando un\u2019ora all\u2019ufficio e allungando la pausa per il pranzo. Dopo aver fatto l\u2019amore, in fretta lei aveva cominciato a rivestirsi. Davanti allo specchio, mentre si allacciava il reggiseno, aveva alzato lo sguardo incrociando il suo che la scrutava: \u201cChe ne sar\u00e0 di noi?\u201d. Un macigno lasciato cadere nel silenzio solito che calava tra di loro. Come perfetti sconosciuti dopo quel tradimento consumato con maniacale precisione, ogni marted\u00ec e gioved\u00ec. Bramosia e poco altro per lei; l\u2019illusione, per lui, di avere scoperto anche se se tardi quel sentimento che non osava chiamare amore. \u201cPossiamo continuare a vivere come clandestini?\u201d, insisteva lei fissandolo dallo specchio. Lui, rannicchiato sul letto con le gambe strette tra le braccia, la osservava senza replicare. In fondo, a modo suo, lei gli voleva anche bene. Non era amore. Naturalmente. Era troppo cresciuta per crederlo. Forse era l\u2019ultima strada rimasta per restare aggrappata al suo esser donna. Che sentiva scivolarle via, come il fiato dai polmoni. Quarant\u2019anni sono il bivio di una vita. In un primo momento non aveva dato molto peso alla cosa. Il compleanno non aveva neanche voluto festeggiarlo. Lui era stato per\u00f2 anche carino, quel giorno le aveva portato un mazzo di rose. Un po\u2019 troppo aperte, per la verit\u00e0. Ma aveva dovuto comprarle il pomeriggio prima e nasconderle per tutta la notte e il mattino nell\u2019armadio dell\u2019ufficio. Il pi\u00f9 difficile era stato infilarle sotto il cappotto e sfilare davanti ai colleghi alla pausa pranzo senza essere notato. Senza che il solito furbo chiedesse ad alta voce: \u201cPer chi sono quei fiori? Conquiste eh?\u201d.<\/p>\n<p>\u201cTu devi lasciarla quella donna\u2026\u201d insisteva lei, mentre quello specchia sembrava si deformasse ad ogni parola che lei aggiungeva. Si gonfiava e sgonfiava a seconda del tono della voce, come in un surreale cartone animato. \u201cNon posso pi\u00f9 continuare cos\u00ec. E tu lo sai\u2026 certo che lo sai. Ma fingi che tutto vada bene, che tutto possa andare avanti in eterno\u2026\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMa come faccio, ragiona. In questo momento non posso lasciarla. Perderei il lavoro, la casa\u2026 perderei tutto\u201d.<\/p>\n<p>Tre squilli, tre interminabili squilli. Poi la moglie rispose.<\/p>\n<p>\u201cSono io, come va amore?\u201d<\/p>\n<p>\u201cBene\u201d, ma quasi insospettita: \u201cPerch\u00e9 mi telefoni a quest\u2019ora?\u201d<\/p>\n<p>\u201cNulla, nulla. Non c\u2019\u00e8 nulla\u2026 solo che far\u00f2 un po\u2019 tardi. Tu cena pure, io ho ancora del lavoro da sbrigare\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMa\u2026\u201d.<\/p>\n<p>\u201cOra devo lasciati ti prego\u2026 a dopo\u201d.<\/p>\n<p>Allontanando la cornetta dall\u2019orecchio, dall\u2019altro capo del filo percep\u00ec un saluto strozzato dallo scatto del ricevitore. Poi quel fruscio che ben presto esplose in mille pezzi. Vide la scena come al rallentatore. L\u2019angolo della cartelletta grigia sulla scrivania cozz\u00f2 contro il portapenne, che spinse il maneki fin sull\u2019orlo del tavolo. Poi il volo e quell\u2019istintivo \u201cnooooooo\u201d che gli esplodeva nel cervello. Anche quel maneki in ufficio gli era stato imposto a forza da sua moglie. Questo per\u00f2 aveva la zampa sinistra sollevata, in segno di fortuna e denaro. Ora per\u00f2 era in mille pezzi. Sussult\u00f2: un altro segnale? Un altro messaggio che lui fingeva di non percepire? Scaccio dalla mentre il pensiero, come fosse una mosca. Non raccolse neanche i frammenti bianchi sul pavimento. Guard\u00f2 ancora l\u2019orologio. Non restava altro da fare che aspettare. L\u2019alibi era l\u00ec, pronto da sempre. Bastava aspettare le otto e mezza ed andarsene, come fosse un giorno qualsiasi. A quel punto avrebbe messo la ciliegina sulla torta come amava ripetersi ripassando mentalmente per la milionesima volta il suo piano. Avrebbe \u201cdimenticato\u201d di firmare il cartellino. Poi, una volta all\u2019esterno, avrebbe suonato facendosi aprire nuovamente la porta vetrata. Scusandosi avrebbe confessato al portiere di essersi dimenticato il cartellino. Un orario preciso registrato meccanicamente, un testimone \u201crisvegliato\u201d da un episodio che in seguito avrebbe ricordato. Insomma: c\u2019era tutto.<\/p>\n<p>Al buio, Makoto Isokawa scrut\u00f2 la sagoma che si stagliava davanti a lui. Lo schienale e una testa che sporgeva; la silouette disegnata dalla luce azzurra del televisore era immobile. Con un piede sul calcagno dell\u2019altro sfil\u00f2 una scarpa e poi l\u2019altra. Sent\u00ec il freddo dell\u2019acqua sotto le punte dei piedi che si bagnavano nella piccola pozzanghera che le scarpe avevano lasciato sul pavimento. Non si cur\u00f2 di lasciare tracce, quei segni sul pavimento si legno non avrebbero potuto identificarlo. Si alz\u00f2 sulle punte, bilanciando il peso ed estrasse il guinzaglio dalla tasca del giubbino. Lo lasci\u00f2 ciondolare dalla mano destra. Poi, sollevandolo come una lenza, strinse l\u2019altra estremit\u00e0 con la mano sinistra. Tese il cuoio e quasi impercettibilmente lo schiocco fer\u00ec il silenzio. Si mosse. Sulle mezze punte avanz\u00f2 nel buio senza mai perdere di vista il bersaglio. Era l\u00ec, immobile e lui trattenne il respiro. Pochi passi ancora e tutto sarebbe finito.<\/p>\n<p>Dopo quella telefonata alla moglie, Hiroshi Kawashita cercava in ogni modo di far passare quell\u2019ora che lo separava dalla libert\u00e0. Come per un\u00a0 carcerato, le ultime ore prima della liberazione erano eterne\u2026 pian piano pens\u00f2, con il trascorrere dei giorni, dei mesi degli anni dietro le sbarre riesci forse a neutralizzare il tempo, perch\u00e9 il senza termine di un ergastolano non ha alcun punto di riferimento. Ma basta una data precisa, un\u2019ora stabilita e il tempo torna a vincere e riprende la sua ineluttabile dittatura. Anche per lui era un po\u2019 cos\u00ec: per tutta la vita la normalit\u00e0 lo aveva anestetizzato. Ora per\u00f2 voleva vivere. Sessanta, interminabili, minuti. Un giro d\u2019orologio prima della vita. Torn\u00f2 in s\u00e9 e scaccio subito l\u2019idea del carcere. Quel pensiero lo spaventava, e poi portava anche male. Clicc\u00f2 sull\u2019icona di Internet e sul video del computer che gli stava davanti comparve la pagina d\u2019ingresso di un sito di viaggi. Apr\u00ec l\u2019immagine di una spiaggia bianchissima\u2026 Poi sussult\u00f2 allo squillo del telefono. Chi era? No, non poteva essere lei\u2026 qualcosa era andato storto? Sollev\u00f2 il ricevitore in preda al panico. Poi sent\u00ec il cuore che ricominciava a pulsare: era la sua amante.<\/p>\n<p>\u201cPerch\u00e9 mi chiami a quest\u2019ora? Ti avevo detto di non farlo\u2026\u201d<\/p>\n<p>\u201cNon potevo resistere, non ce la facevo\u2026 sai qualcosa?<\/p>\n<p>\u201cMa no, nooo cosa vuoi che sappia\u2026 chiudi ti prego, mi far\u00f2 vivo io.. ti prego chiudi\u2026 potrebbero risalire a te\u2026\u201d. Non riusc\u00ec nemmeno a completare la frase che sent\u00ec il suono metallico e continuo della chiamata interrotta. \u201cChe stupida\u201d, pens\u00f2. Ma poi tese i muscoli del viso in quello che doveva sembrare un sorriso\u2026 \u201cpoverina, mi vuole veramente bene\u201d. A lei non aveva voluto rivelare tutti i particolari del \u201cdiabolico piano\u201d. \u201cMeno sai e meglio \u00e8 per tutti\u201d le aveva ripetuto la sera prima al telefonino davanti alla sua insistenza. \u201cSappi soltanto che da domani sar\u00f2 un uomo libero, come mai lo sono stato in tutta la mia vita\u201d. \u201cLibero finalmente di pensare solo a me stesso\u201d aveva ripetuto. \u201cE a me?\u201d aveva replicato lei. \u201cE per che cosa credi stia facendo tutto questo?\u201d l\u2019aveva subito tranquillizzata.<\/p>\n<p>E pensare che l\u2019idea dell\u2019assicurazione sulla vita era venuta proprio a sua moglie\u2026 Era stato il regalo di matrimonio che avevano chiesto al padre di lei. Un fondo che nel tempo si sarebbe rivalutato progressivamente. Lei non aveva un lavoro e, probabilmente, non ne avrebbe mai avuto uno; cos\u00ec questi soldi le sarebbero serviti come pensione o per studiare i figli che sarebbero arrivati e che mai arrivarono allontanandoli sempre di pi\u00f9 uno dall\u2019altra.<\/p>\n<p>Hiroshi se n\u2019era ricordato solo qualche mese prima di quell\u2019assicurazione. S\u00ec, arrivavano i rendiconto ogni sei mesi, ma con la stessa regolarit\u00e0 finivano tra le altre scartoffie sopra il forno a microonde. Era andato a cercare il contratto stipulato poco prima delle nozze. Cinque pagine fitte di clausole e postille, \u201cfatto salvo\u201d, \u201cin ragione\u201d e altre formule astruse. Le aveva rilette pi\u00f9 volte poi aveva trovato la falla, il varco nel quale fare breccia e incamminarsi lungo il diabolico piano\u2026 Da nessuna parte vi era un esplicito riferimento all\u2019esclusione del beneficiario per \u201ccausa di morte violenta del contraente\u201d. Questo significava che lui avrebbe intascato cento milioni di yen tondi, tondi. Certo ci sarebbero state le indagini, ma il piano era inattaccabile e alla fine si sarebbero arresi. Un episodio, come tanti altri che inzeppano le pagine dei giornali. E alla fine avrebbero pagato.<\/p>\n<p>Guard\u00f2 di nuovo l\u2019orologio. Erano passati solo cinque minuti ma gli sembr\u00f2 un\u2019eternit\u00e0. Abbass\u00f2 lo sguardo sui cocci del maneki\u2026 ma scroll\u00f2 le spalle\u2026 \u201cormai tutto era avviato. E la trappola in quel momento stava per scattare.<\/p>\n<p>Al buio, Makoto si sentiva scoppiare i polmoni. Tratteneva il fiato in punta di piedi. E tutto il peso del suo corpo sembrava dovesse spezzargli da un secondo all\u2019altro le dita dei piedi. Pos\u00f2 i talloni a terra per un attimo. Poi riprese a camminare sulle punte. Davanti a lui la sagoma era immobile. Stagliata contro l\u2019azzurro elettrico che emanava dal televisore. Quella testa era immobile eppure lui la vedeva girarsi, urlare e\u2026 Respir\u00f2 profondo dal naso. Poi cominci\u00f2 a sollevare le braccia, come se dovesse assestare un colpo d\u2019ascia a quel capo di donna. Teneva il guinzaglio teso, davanti a s\u00e9. Come una lama. Alz\u00f2 ancora un po\u2019 le braccia e sent\u00ec il maglione tirargli sotto le ascelle. Sollev\u00f2 ancora le mani parallele e successe.<\/p>\n<p>Sent\u00ec solo per un stante il freddo liscio della terracotta sul dorso della mano destra\u2026 solo una percezione. Poi quegli istanti divennero ore. Sent\u00ec un fremito e lo schianto, come una bomba che esplose prima nella sua testa e poi sul pavimento. Non fece in tempo a rendersi conto. La testa della donna si gir\u00f2. Proprio come lui aveva immaginato nel buio. Lei spinse indietro la poltrona con le gambe e inizi\u00f2 ad urlare. Come un\u2019ossessa. Makoto sent\u00ec una fitta al fegato, un pugno assestato al bersaglio dallo schienale della poltrona che arretrava. Si sent\u00ec mancare il fiato. E bast\u00f2 per liberare la preda dal suo assedio. Lei corse in\u00a0 cucina\u2026 Ora al buio e in casa propria era passata in una posizione di vantaggio. Urlava e Makoto vide accendersi la luce nella piccola cucina. Istintivamente si mosse in quella direzione. Emise un urlo, quasi un latrato. Sotto i suoi piedi scalzi i cocci sembravano lame. La sua vittima era ormai quasi all\u2019esterno. Voleva zittirla, fermare il tempo, arrestare il mondo che gli stava crollando addosso. Ma non riusc\u00ec a fare nulla. Si sent\u00ec come immobilizzato. In un attimo rivide l\u2019istituto, sua madre\u2026 la tastiera del telefonino. Non sapeva quanto fosse rimasto in questo limbo. Doveva agire. E punt\u00f2 di nuovo verso la cucina. Pochi passi e anche lui si ritrov\u00f2 all\u2019esterno. Troppo tardi. Fuori c\u2019era un esercito. I vicini di casa armati di ogni cosa. Chi una mazza da baseball, chi un rastrello. Un uomo impugnava anche una satana rituale con tanto di bandana in fronte. Makoto url\u00f2 sentendosi spacciato. Poi cominci\u00f2 a correre verso lo steccato, ma un colpo lo stord\u00ec. Sent\u00ec mancargli le gambe, come un toro atterrato nell\u2019arena. Era a terra ansimante con un ginocchio che sanguinava. Pochi minuti dopo arriv\u00f2 anche la polizia e per Makoto il rumore delle sirene fu quasi una liberazione.<\/p>\n<p>Tutta quella gente intorno a casa, le luci, i lampeggianti furono il primo segnale. Poi facendosi largo tra la folla del quartiere cominci\u00f2 a capire, ma non realizz\u00f2 fino in fondo come potevano esser andate le cose. \u201cSono il marito, sono il marito\u201d, ripet\u00e8 all\u2019agente che non voleva farlo passare. Sulla soglia le venne incontro lei. Hiroshi cercava di ragionare, Ma erano gli eventi a trascinarlo, ormai ne era schiavo. \u201cStai tranquilla\u201d ripet\u00e8 automaticamente. \u201cstai tranquilla, ora \u00e8 tutto finito\u201d. E di seguito: \u201cChiss\u00e0 che paura hai avuto, cos\u2019\u00e8 successo?\u201d. Ora stava riguadagnando il controllo\u2026 \u201cMi ha aggredita\u2026 in casa\u2026 il buio\u2026 ho urlato\u2026 ma ora lo hanno gi\u00e0 portato via\u2026\u201d.<\/p>\n<p>Hiroshi sent\u00ec un \u201cclick\u201d, un interruttore che si spegneva nel suo cervello. Quello che in cuor suo, anche davanti alla pi\u00f9 candida evidenza, aveva sperato fino all\u2019ultimo momento, ora crollava. Come un castello di carte.<\/p>\n<p>Makoto al commissariato sbatteva la testa sul tavolo di metallo. L\u2019agente seduto al suo fianco faticava a tenerlo dritto sullo schienale della sedia. Nella stanza entr\u00f2 un ispettore, poco dopo un altro. Bastarono dieci minuti per farlo confessare. Raccont\u00f2 quel poco che sapeva: del messaggio sul telefono, dei biglietti, dei soldi\u2026 nulla per\u00f2 sul mandante. Sembrava che il muro alzato da Hiroshi funzionasse. Ben presto per\u00f2 la polizia punt\u00f2 dritto su Hiroshi dal telefono di Makoto, risalirono alla scheda anonima usata da Hiroshi per inviare i messaggi. Anonima s\u00ec, ma con tanto di numero di serie e negozio e data di vendita. Un rapido controllo alle registrazioni delle tv a circuito chiuso del grande magazzino fugarono poi ogni dubbio Hiroshi appariva nitidamente nelle immagini, mentre si avvicinava alla casa e pagava la scheda telefonica \u201canonima\u201d.<\/p>\n<p>Sorrideva quasi spezzante Hiroshi Kawashita quando venne fatto scendere dall\u2019auto della polizia e con le mani ammanettate sulla schiena sal\u00ec i gradini del commissariato di Asaksa. C\u2019era la testa del drago, ma il suo sguardo andava oltre. Sorrideva di nuovo perch\u00e9 ora ne era certo: amava veramente quella donna e sapeva che sarebbe stata salva. In fondo alla polizia lui bastava, il movente c\u2019era, la porta della galera era ormai spalancata e lui si sentiva, forse per la prima volta nella sua vita, libero.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_8073\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"8073\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cUn cretino. Pensa se dovevo fidarmi di un cretino\u2026\u201d. Al di l\u00e0 del vetro, inquietante, troneggiava la testa di un drago: rossa e nera come tutto il gigantesco tetto del tempio di Asaksa. Hiroshi Kawashita da dieci minuti era l\u00ec, immobile davanti a quella finestra. Con gli occhi fissi nel vuoto. Oltre il drago, oltre [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_8073\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"8073\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":2392,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[34],"tags":[],"class_list":["post-8073","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2012"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8073"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2392"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=8073"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8073\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8112,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8073\/revisions\/8112"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=8073"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=8073"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=8073"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}