{"id":7062,"date":"2011-06-03T18:36:41","date_gmt":"2011-06-03T17:36:41","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=7062"},"modified":"2011-06-03T18:36:41","modified_gmt":"2011-06-03T17:36:41","slug":"premio-racconti-nella-rete-2011-federico-di-elisa-generoso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=7062","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2011 &#8220;Federico&#8221; di Elisa Generoso"},"content":{"rendered":"<p>Le falene sbattevano ansiose le ali contro la porta a vetri dell\u2019ospedale. Lei osservava la scena immobile, nascosta nel buio, le spalle incollate al muro bagnato di una strada deserta. Aspettava da ore. Appoggiata a quel muro aveva visto la pioggia andarsene verso sud e la giornata spegnersi lentamente.\u00a0 Aveva visto infermieri uscire per fumare una sigaretta, e piccoli gruppi di dottori ridere e parlare in disparte. Da l\u00ec aveva visto arrivare i primi visitatori. Persone che entravano e uscivano. Famiglie, bambini, donne sole, vecchi, tanti vecchi e la porta a vetri dell\u2019ospedale che si apriva e chiudeva in continuazione. Poi, improvvisamente la sera si era messa accanto a lei e, mentre respirava silenziosa appoggiata allo stesso muro, lo spiazzo davanti all\u2019ospedale si era pian piano svuotato e la porta a vetri aveva smesso di aprirsi con tanta frequenza. Quando infine anche la sera la lasci\u00f2 sola, dalla notte che saliva su dai campi l\u00ec attorno arrivarono le falene. Seguivano sentieri tortuosi, dall\u2019ombra odorosa e umida fino alla luce bianca che da dietro le porte dell\u2019ospedale straziava l\u2019oscurit\u00e0 immobile. Lei appoggiata a quel muro umido le aveva viste arrivare. Tre, venti, cento, mille falene. Il cielo nero sopra la sua testa pulsava dei battiti polverosi delle loro ali, i loro occhi rispecchiavano la stessa luce che accecava anche lei. Era una questione di attimi e quell\u2019attesa sarebbe finita. Nascosta nel buio, le spalle incollate al muro bagnato di una strada deserta, lei era come le falene, aspettava. Poi dal fondo della hall vide arrivare due ragazze. Le falene, man mano che le ragazze si avvicinavano all\u2019uscita, si contorcevano e sbattevano le ali sempre pi\u00f9 violentemente. E ancora di pi\u00f9, come dei dervisci impazziti giravano su se stesse, picchiettavano la superficie dura e fredda del vetro. Poi le ragazze si fermarono. Un sorriso largo e muto sulle loro labbra, due baci e un abbraccio che sembravano non finire mai. E ancora le falene a sbattere pi\u00f9 forte contro il vetro freddo. Solo il tempo di un altro sorriso. Poi la porta si apr\u00ec automaticamente, e finalmente le falene furono risucchiate dentro.<\/p>\n<p>In quell\u2019istante la sua schiena ricurva sent\u00ec la forza irresistibile del richiamo, e si stacc\u00f2 di qualche millimetro dalla superficie bagnata del muro. Ma fu solo un istante, e il peso dell\u2019immobilit\u00e0 la fece ricadere indietro. Un brivido le entr\u00f2 dentro le ossa. Tremava. I vestiti zuppi di pioggia, lo chignon disfatto, le scarpine di pelle consumata annerite dall\u2019acqua. Il temporale ormai era lontano, e la notte rapida e fredda preannunciava la fine di un\u2019 altra estate. L\u2019inizio di un altro inverno. Inaspettatamente la vecchia abitudine di pensare all\u2019autunno come a un nuovo inizio la colse di sorpresa. Le succedeva fin da bambina, quando aveva cominciato ad andare a scuola, e continu\u00f2 a succederle anche dopo, quando ormai entrava nell\u2019aula non pi\u00f9 per sedersi al banco, bens\u00ec dietro a una cattedra. Allora Settembre la inebriava col profumo di un futuro possibile. La vita come desiderio, come una promessa che in fondo non importava mantenere, finch\u00e9 semplicemente bastava desiderarla. Un incantesimo. Per questo le era sempre piaciuto Settembre. Anche in quel momento, quando in un angolo buio di una strada deserta torn\u00f2 a sentire tangibile la speranza di una vita piena senza bisogno di essere vissuta e le sal\u00ec in bocca quella stessa gioia antica che pensava aver dimenticato. Da tanto non le accadeva di sentire il domani. Gli anni, i mesi, i giorni, ogni singolo minuto, ogni secondo vissuto le era rimasto appeso ai fili grigi dei suoi capelli annodati, distrattamente. E ormai che la linea del tempo era stata innaturalmente spezzata, pensare al futuro o al passato era come scrivere con una penna senza inchiostro. Solo il presente le restava, l\u2019accudiva, proteggendola nella sua bolla effimera, riflettendo un\u2019immagine che era sempre uguale a se stessa. Ogni mattina quel presente aspettava paziente il suo risveglio, versava il caff\u00e8 nella tazza vuota, guidava il suo bastone nel parchetto sotto casa. Anche quel giorno era salito con lei sull\u2019autobus, e l\u2019aveva accompagnata fino a l\u00ec, necessario e sordo, un istante dopo l\u2019altro fino a quel momento. I vestiti zuppi di pioggia, lo chignon disfatto, le scarpine di pelle consumata annerite dall\u2019acqua. Appoggiata contro il muro umido e buio anche la gioia appena ritrovata di avere un domani le si spense muta nel petto. La bocca socchiusa in un urlo vuoto, vuote le braccia, vuoti gli occhi che ripresero a guardare il cielo. Dalla notte scura altre falene invisibili stavano arrivando, dondolando incerte verso la luce. Presto anche quei piccoli corpi avrebbero lasciato sulle porte della hall dell\u2019ospedale nuove impronte di ali ferite, e la loro essenza umida e viva si sarebbe appiccicata al vetro freddo e indifferente. Non potevano resistere, e lei, ormai sprofondata in quel muro immobile, non poteva pi\u00f9 aspettare. \u00a0Era il 12 Settembre, ancora una volta, e quella luce oscura la chiamava, cos\u00ec come chiamava dall\u2019ombra le falene ipnotizzate. Era il 12 Settembre. Chiuse gli occhi. La luce continuava l\u00ec davanti a lei. Allora, tenendo di nuovo gli occhi ben aperti, guard\u00f2 dritto davanti a s\u00e9 e, come quando da bambina stava per tuffarsi dallo scoglio pi\u00f9 alto e le tremavano le gambe, trattenne il respiro, ed entr\u00f2.<\/p>\n<p>Dentro si lasci\u00f2 sommergere dalla luce. Per un attimo non ci fu che lei, luce che confondeva e nascondeva quello che era stato. Poi piano piano cominci\u00f2 a ricordare e a vedere. Al posto dei telefoni a gettoni messi in fila alla parete, brillava una vetrina piena di peluche e libri dalle copertine colorate. E l\u00e0, dove prima c\u2019era il tavolino del portiere, Salvatore si chiamava, troneggiava alta e monumentale la Reception illuminata da una fila di faretti alogeni. Solo l\u2019ascensore era rimasto uguale. Salvatore non permetteva mai che fosse lei a schiacciare il bottone per chiamarlo. Arrivava trafelato trascinando la sua gamba morta, poi si toglieva il cappello e impacciato faceva una specie d\u2019inchino aggraziato con la testa. Avrebbe fatto di tutto per farla sorridere, Salvatore. Anche quando lei la notte percorreva di stanza in stanza la grande casa vuota sulla collina, Salvatore, dimenticato in un quartiere popolare della citt\u00e0 bassa, seduto in silenzio su una sedia dai bordi sbeccati cercava storie da raccontarle, sperando che il giorno dopo l\u2019ascensore ci mettesse pi\u00f9 tempo ad arrivare.\u00a0 E a volte ci riusciva a strapparle un sorriso, prima che l\u2019ascensore la portasse via.\u00a0 Poi un giorno Salvatore smise di venire a lavorare e lei non se ne accorse. Non si chiese perch\u00e9 lui non era l\u00ec a farle il suo stupido inchino, non le manc\u00f2, non ci pens\u00f2. Il tempo era gi\u00e0 diventato solo l&#8217;attimo presente in cui Salvatore non c\u2019era pi\u00f9. E per anni si scord\u00f2 di lui, fino a quel giorno quando, abbagliata dalla luce nuova e inclemente della hall, a fatica ritrov\u00f2 nella parete il vecchio pulsante consumato dell\u2019ascensore. Le tremavano le mani. Quando il puzzo di disinfettante la colp\u00ec in pieno viso, seppe che le porte dell\u2019ascensore si erano aperte. Seguendo quell\u2019odore stranamente famigliare, entr\u00f2 e senza esitazione schiacci\u00f2 sul 5. L\u2019ascensore diede uno strattone. Sentiva le vecchie corde scorrere sulla sua testa di vecchia. Il display pigro indugiava ancora sui numeri dei piani. Come allora<\/p>\n<p>1<\/p>\n<p>chiuse gli occhi.<\/p>\n<p>2<\/p>\n<p>Reparto Ortopedia. Su una sedia del secondo piano Federico, sul viso la mascherina di Zorro, il mantello nero che pendeva dietro lo schienale. Ancora una volta il Sergente Garcia aveva avuto la meglio, e dal mantello spiccava il braccio ingessato come un taglio in una tela nera. Federico che la guardava arrivare, Federico che non piangeva, Federico vestito da Zorro in una giornata di Giugno di tanti anni prima. Le dita di lei appena arrivate si intrecciarono tra i suoi capelli sudati, riconoscendoli uno a uno. Sentivano il dolore, la vergogna, la solitudine asciutta di chi non vuole piangere. E poco importava in fondo se lui se n\u2019era andato, se era tornato da sua moglie, se lei non aveva implorato, se Federico era salito su quello sgabello che lui non aveva fatto in tempo a buttare e ora se ne stava l\u00ec con una ferita bianca nel mantello nero. Federico seduto immobile su una sedia la guardava senza piangere. E lei, gli occhi ben chiusi, adesso tremava nel vecchio ascensore. Di Federico bambino le restava ancora il profumo della sua testa sudata tra le dita.<\/p>\n<p>3<\/p>\n<p>Federico, che sapeva della cosa pi\u00f9 dolce. Ma a illuminare le pareti della stanza erano stati quei fiori o i suoi capelli biondi?<\/p>\n<p>Una risata di vecchia improvvisamente le fece riaprire gli occhi sognanti. Nello specchio davanti a lei i lunghi capelli biondi sparsi sul cuscino della sua stanza al terzo piano, reparto Ostetricia e Ginecologia, erano di colpo diventati bianchi. La luce al neon appesa al soffitto dell&#8217;ascensore era un\u2019aureola che cingeva la testa canuta, e rifletteva sfrigolando intermittenti e incomprensibili messaggi luminosi. Gli occhi presero a pizzicarle a causa di quella luce falsa e stupida, che ancora una volta si divertiva a confonderla, a stuzzicarla. Allora richiuse gli occhi. E nell\u2019ombra rosata delle sue palpebre stanche si rivide sdraiata in quel letto d\u2019ospedale, i lunghi capelli biondi sparsi sul cuscino, un mazzo di fiori gialli, e una ragazza arrabbiata sdraiata nel letto accanto al suo. I ricordi erano tornati finalmente come fuochi di artificio nella notte senza luna di San Lorenzo. Il passato la cercava ancora una volta, come ogni 12 Settembre, la cullava nell\u2019ombra dolce di due occhi chiusi, mentre lei saliva, come le falene, avvolta nella bolla di luce stupida e falsa dell\u2019ascensore.<\/p>\n<p>4<\/p>\n<p>E vide sua madre che guardava i sandali verdi diventati corti mentre un\u2019ape ronzava via veloce lontana nel giardino non riusciva a respirare lui la baciava e il freddo le entrava nel naso nella nebbia fino all\u2019universit\u00e0 lui le sfiorava il braccio attraverso il cappotto spesso e le diceva piano piano all\u2019orecchio<\/p>\n<p><em>cos\u00ec <\/em><\/p>\n<p>e la musica alla radio Federico che cantava stonato rideva la macchina tagliava dolcemente l\u2019aria tra le dita e lei bambina sullo scoglio pi\u00f9 alto suo padre in acqua la chiamava<\/p>\n<p><em>Elena!<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Il mare scintillava di mille luci l\u00e0 sotto. Era bello. Era un sogno la sua vita vissuta, mentre l\u2019ascensore continuava a salire piano, piano<\/p>\n<p>5<\/p>\n<p>piano apr\u00ec gli occhi, e le porte dell\u2019ascensore scivolarono via. Era arrivata.<\/p>\n<p>Il bastone fu il primo a muoversi, ad avanzare. Lei lo segu\u00ec senza volont\u00e0, come se non spettasse a lei decidere. Stanca trascinava i suoi piccoli passi lentamente. Tre passi. Uno. Due. Tre. E sent\u00ec le porte richiudersi dietro di lei. La sua vita vissuta ormai l\u2019aveva lasciata l\u00ec, nell\u2019ascensore vuoto. Il corridoio silenzioso la stava aspettando, le venivano incontro lentamente le sue porte chiuse. E lei piano piano avanzava senza fermarsi. Un passo dopo l\u2019altro fin dove doveva arrivare, fino a quell\u2019ultima porta chiusa in fondo al corridoio.<\/p>\n<p>Allora si ferm\u00f2. Un rumore di passi in lontananza si faceva sempre pi\u00f9 vicino. O forse era il suo cuore che batteva pi\u00f9 forte? La maniglia la guardava, le diceva<\/p>\n<p><em>Aprimi!<\/em><\/p>\n<p>Ma lei sapeva che la maniglia scottava. O forse era la sua fronte sudata? Non voleva e la sua mano gi\u00e0 stringeva il pomo di ferro che le fece urlare un dolore profondo nelle nocche sporgenti. Piano, piano la porta si apr\u00ec e lei riconobbe ancora una volta l\u2019alito caldo che le batteva sul viso. Era passato un anno dall\u2019ultima volta che era stata l\u00ec. E per un anno si era alzata dal letto tutti i giorni, aveva accarezzato il suo gatto rosso che la guardava ogni mattina dal com\u00f2, si era lavata, vestita, aveva guardato dalla finestra i piccioni che volavano sul parchetto sotto casa. Ogni giorno uguale agli altri aspettando che il presente passasse, istante dopo istante, fino a un altro 12 Settembre. Dieci ne erano gi\u00e0 passati. Il 12 settembre di dieci anni prima il sole splendeva. Era il primo giorno di scuola e lei avrebbe spalancato le finestre dell\u2019aula per lasciare entrare un po\u2019 dell\u2019estate che ancora restava. Poi sarebbe tornata a casa e avrebbe aspettato Federico che rientrava dall\u2019universit\u00e0 e lui sarebbe stato contento di trovare il suo piatto preferito. Le avrebbe sorriso?<\/p>\n<p>Di nuovo sent\u00ec brividi di febbre correrle su per la schiena. Quel giorno era un altro 12 settembre, e lei se ne stava ancora una volta ferma davanti alla porta aperta di una stanza al quinto piano dell\u2019ospedale. Continu\u00f2 ad avanzare, e poi ancora, fino in fondo alla stanza. Poi si ferm\u00f2. Era diventata pesante ora, non riusciva pi\u00f9 a muoversi. Immobile come il corpo affondato nel letto davanti a lei, solo l\u2019addome che si alzava e abbassava sotto il lenzuolo. Lo stava fissando da attimi, o ore, o giorni, o anni, non lo sapeva. Il lieve e ipnotico su e gi\u00f9 del torace. L\u2019aria che entrava da sola. La stessa aria, lo stesso maledetto ossigeno che adesso entrava anche nei suoi polmoni stanchi. Poi guard\u00f2 il cartello appeso allo schienale del letto. E si perse nel vuoto di un nome senza risposta.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_7062\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"7062\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le falene sbattevano ansiose le ali contro la porta a vetri dell\u2019ospedale. 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