{"id":60299,"date":"2026-05-29T22:16:49","date_gmt":"2026-05-29T21:16:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=60299"},"modified":"2026-05-29T22:16:50","modified_gmt":"2026-05-29T21:16:50","slug":"premio-racconti-nella-rete-2026-seoul-capitale-di-francesca-emma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=60299","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2026 &#8220;Seoul Capitale&#8221; di Francesca Emma"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-left\">A met\u00e0 aprile il sole calava su Seoul City intorno alle sette del pomeriggio. Le giornate spesso iniziavano nuvolose ma, per l\u2019ora del tramonto, era quasi sempre possibile poter godere di una buona luce. L\u2019inquinamento aggressivo colorava l\u2019aria di grigio, ma il cielo rimaneva celeste e, pi\u00f9 la notte si avvicinava, pi\u00f9 l\u2019atmosfera si tingeva di un debole arancione. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">Nulla a che fare con l\u2019intenso azzurro lapislazzulo che sovrasta la Roma in cui sono cresciuta io, mentre il giorno volge al termine, accompagnato da un drammatico viola e un potente rosa a cui l\u2019arancione fa solo da compagno. Nei due tramonti si riflettono le anime degli abitanti delle citt\u00e0 su cui si stendono. La compostezza e l\u2019indifferenza coreana trovano placido spazio nel remissivo arancione che irradia Seoul, mentre la passione e la veemenza romana fanno felicemente la guerra nel violaceo manto mediterraneo. Ho sempre pensato che le dimensioni di Roma fossero sconfinate, fino all\u2019ordinario giorno di marzo in cui mi sono trasferita a Seoul. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-left\">La paura della noia pi\u00f9 profonda mi aveva portato l\u00ec. Avevo pianificato per anni quella lunga vacanza e, al momento della partenza, non c\u2019era cosa che il mio cuore desiderasse di pi\u00f9 di una cena con gli amici di sempre ed una nottata trascorsa sola, con i miei pensieri, a scrivere. La mia mente era sempre stato un luogo da cui fuggire e l\u2019ozio equivaleva al cessare dell\u2019esistenza. Per la prima volta mi trovavo a mio agio con la mia compagnia e contenta dell\u2019ordinariet\u00e0, quando improvvisamente, ero stata catapultata nel caos. A Seoul si \u00e8 sempre circondati da stimoli, luci e opzioni infinite, eppure tutto mantiene ordine e silenzio, in modo del tutto innaturale. Forse io non avevo bisogno di quel cambiamento e facevo fatica a sentirmi a casa. Avevo sperato che trasferirmi all\u2019estero avrebbe riportato indietro la vecchia me, solare e piena, alla ricerca di avventura. Due anni prima, in Spagna, aveva funzionato efficientemente e, tra gioia e tristezza, i risultati erano stati eccellenti. Ma a Seoul non c\u2019era stato nessun cambiamento evidente, nessuna emozione improvvisa. I miei fantasmi non mi avevano abbandonato e la voglia di stare da sola era rimasta invariata. Accompagnata da un\u2019accentuata indifferenza verso il prossimo. I coreani non mi avevano accolto a braccia aperte, la citt\u00e0 era una sfida da affrontare ogni giorno e la compagnia che mi era capitata era lungi dall\u2019essere perfetta. Mirta, la ragazza ucraina dai capelli rosa, rappresentava forse la mia unica fonte di conforto all\u2019interno di quel gruppetto di quattro ragazze; aveva i miei stessi strani interessi, le piaceva il tramonto e la calma di un momento tra amiche. Poi c\u2019erano Fabiana, di Roma come me, ma una Roma pi\u00f9 ricca e con autobus pi\u00f9 funzionanti, e Charlotte, inglese, sempre col dito pronto per il prossimo post. Nessuna di loro mancava di intelletto, ma eravamo in fasi della vita diverse. Fabiana e Charlotte erano dipendenti dalle attenzioni insistenti che il maschio medio coreano donava loro in quanto straniere e Mirta si lanciava timidamente all\u2019avventura con appena scoperta libert\u00e0. Io, sebbene esausta della mia condizione, non ero ancora pronta a lanciarmi nelle braccia di uomo, tantomeno un sconosciuto per una fugace scossa di adrenalina. Risvegliava in me turbamenti che, dopo un anno, non avevo ancora risolto. Poi c\u2019era Alice, italiana anche lei, che aveva tutto il potenziale di diventare un\u2019altra migliore amica da aggiungere alla lista, insieme a Selina e Agata, che gi\u00e0 occupavano buona parte del mio cuore. Alice era l\u2019unica, all\u2019interno della mia cerchia di conoscenze, che aveva visto la vera me.\u00a0 Eravamo molto simili ed io avevo avvertito la nostra connessione dal primo istante. La stessa cosa era accaduta con Agata due anni prima. Con Selina c\u2019era voluto pi\u00f9 tempo, ma anche in quel caso il mio buon istinto mi aveva assistito. Ma io non potevo affezionarmi ad Alice. Avrei passato a Seoul troppo poco tempo e cos\u00ec tante amicizie intime richiedono spazio che sentivo di star esaurendo. Ma forse era il momento che apprendessi che la temporaneit\u00e0, in quanto tale, non \u00e8 necessariamente qualcosa in cui non valga la pena investire.<\/p>\n\n\n\n<p>Seoul non \u00e8 una citt\u00e0 che si pu\u00f2 esplorare in tre mesi. Forse non lo \u00e8 nemmeno Roma, ma io questo non lo sapr\u00f2 mai. A quasi un mese dal giorno della mia partenza nella mia testa si attanagliava la frustrazione. C\u2019era una parte di me a cui sarebbe piaciuto rimanere. La Corea metteva a disposizione ogni tipo di comfort. Le esperienze che si potevano vivere erano infinite ed impossibili nella piccola bolla europea. Per una fan del kpop come me si trattava di un\u2019occasione irripetibile e che a casa mi stavano tutti invidiando. Il cambio monetario era cos\u00ec favorevole che mi era impossibile non comprare qualsiasi cosa che mi capitasse sotto il naso. Non volevo lasciare Alice. Ma non riuscivo a non pensare a quanto mi mancassero i miei amici. A Seoul non ero riuscita a ricreare quell\u2019intimit\u00e0 che ha sempre caratterizzato i miei rapporti. Troppo poco tempo. O forse, poca voglia. Avevo seguito diligentemente le raccomandazioni che Agata mi aveva fatto mentre ero nell\u2019aeroporto di Francoforte, attendendo il volo che mi avrebbe portato in Asia. \u201cNon lamentarti degli altri, ti rende antipatica. Se qualcuno dice qualcosa che non ti sta bene ignoralo, non ti arrabbiare. Non ne vale la pena. Incontrerai sicuramente qualcuno che non ti va a genio, ma non dargli retta. Lasciali fare. Altrimenti quella che nessuno vuole intorno diventi tu\u201d. Agata mi conosceva troppo bene, ma delle volte cercava di cambiarmi. Tentava di proteggermi perch\u00e9 sapeva ci\u00f2 che pi\u00f9 mi feriva, ma non era la sua battaglia. L\u2019avevo incontrata due anni prima, durante un semestre trascorso in Spagna e avevo compreso ben presto che non me ne sarei pi\u00f9 separata. Prima che lei lo ammettesse, lontanissimo dal momento in cui lo avrebbe accettato. Ma proprio per questo conosceva il mio viscerale bisogno di affetto, quanto fossi disposta a dare per gli altri e quanto mi ferisse quando questi non erano pronti ad accogliermi. E quindi ero stata in silenzio ogni volta che Charlotte o Fabiana dichiaravano il nostro gruppetto come legatissimo nonostante fosse passato cos\u00ec poco tempo. Ignoravo la voce nella mia testa che non si sentiva cos\u00ec. Parlavano gi\u00e0 di venirmi a trovare quando mi sarei trasferita ad Amsterdam l\u2019anno successivo ed io mi chiedevo quanto fossero vuote quelle parole. Sentivo che loro erano semplicemente alla ricerca di connessioni diverse da quelle di cui avevo bisogno io e mi chiedevo quanto mi appartenesse la responsabilit\u00e0 del mio stesso disagio. Ma Charlotte e Fabiana si organizzavano per andare a un concerto e si ricordavano di avvisarmi solo quando i biglietti erano gi\u00e0 terminati. Si iscrivevano in palestra, mentre io combattevo segretamente con un altro brutto episodio di odio verso il mio corpo. \u201cLa gente non pu\u00f2 sapere ci\u00f2 che non dici Fiamma\u201d, la mia coscienza aveva ragione. Ma faceva male comunque. Mirta e Fabiana uscivano quasi tutti i giorni e non mi invitavano nemmeno quando l\u2019occasione veniva loro servita su un piatto d\u2019argento. Al solito, le vite di tutti sembravano piene, mentre la mia non abbastanza. E riprendevo me stessa perch\u00e9 stavo fallendo la missione che avevo felicemente intrapreso sul divano rosso del mio salotto romano: imparare a stare bene da sola. Era facile godere della mia stessa compagnia tra le quattro mura familiari della mia casa, quando in qualsiasi momento potevo prendere la mia macchina e andare a farmi allegre risate con Selina o con chiunque altro dei miei amici fidati. Che erano tanti, diversi, ma sapevo di occupare nel cuore di ognuno di loro un piccolo spazio. Avevo lasciato Roma piangendo e in Corea non mi ero data le stesse possibilit\u00e0. Mentre scrivevo nel tentativo di dare un senso ai miei pensieri, il tramonto si accendeva di un rosa infiammato, che a Seoul non avevo mai visto. Tinte gialli e violacee si mescolavano dietro i grattacieli, dando senso alle mie emozioni. Il cielo mi stava ascoltando e, ovunque sarei andata, mi avrebbe seguito.<\/p>\n\n\n\n<p>Il ticchettio dell\u2019orologio mi portava sempre un secondo pi\u00f9 vicina alla fine. Era facile apprezzare Seoul camminando tra i palazzi oppure ogni volta che la metro attraversava il fiume. Lo skyline, gli spazi immensi, i colori a neon delle insegne appartenevano ad un mondo da copertina che era improvvisamente diventato reale e, sempre pi\u00f9 spesso, pensavo che c\u2019era tanto da apprezzare e che forse, quel viaggio un po\u2019me lo aveva insegnato a stare bene con me stessa. Poi, mi scontravo con la realt\u00e0 del vivere in un luogo in cui si \u00e8 completamente diversi dagli altri. E non solo perch\u00e9 io, bianca, bionda e riccia, con gli occhi verdi, mi distaccassi evidentemente dalla folla. <\/p>\n\n\n\n<p>I coreani erano rigidi al punto di mancare di praticit\u00e0, ossessionati dall\u2019apparenza al punto di non vivere le esperienze, ma di mostrarle e basta. Infine, silenziosamente razzisti. Nazionalisti al punto da impedire allo straniero la pi\u00f9 banale delle esperienze, perch\u00e9 la pianificazione ed il vincolo con il Paese sono sempre al primo posto. Ed io adoravo le arcade machine, le cliniche di bellezza ed imparare una lingua nuova. Ma un\u2019italiana non pu\u00f2 vivere senza spontaneit\u00e0. Ed un pizzico di furbizia. L\u2019Italia, per\u00f2, ha da invidiare alla Corea. Il rispetto ossessivo delle regole fa s\u00ec che la vita sia comoda, ogni servizio funzioni e non ci sia mai pericolo. Mai un furto, mai uno stupro. All\u2019aperto, dove tutti possono vedere e giudicare. Dentro le proprie mura domestiche \u00e8 un altro paio di maniche. L\u2019italiano \u00e8 rumoroso, coinvolgente, ma anche malizioso. Fin dalla nascita gli \u00e8 stato insegnato che deve guardare il suo orticello. Ne risulta una nazione avida e pigra, divisa, ma fatta di individui che ascoltano il proprio cuore e di cui il mondo si innamora. Ed io non sapevo pi\u00f9 da che parte volessi stare.<\/p>\n\n\n\n<p>A due settimane dalla mia partenza gli spiriti si erano calmati, ma la malinconia stava iniziando a prendere il sopravvento. I pianeti si erano finalmente allineati, e, nel modo meno perfetto e pi\u00f9 umano possibile, avevo trovato la pace con le vecchie amicizie e conforto in quelle nuove. Ma non avrei avuto il tempo di approfondire. Ogni minuto della mia giornata durava ore e ne ero contenta. Il tempo vola quando ci si diverte. Ed io vivevo mille momenti validi, esperienze uniche e ridevo spesso. Ma avevo troppa paura di divertirmi davvero. Perch\u00e9 se mi fossi divertita veramente, non avrei pi\u00f9 voluto andarmene e non era quello il piano. Il mio prossimo futuro era ricco di eventi emozionanti, che attendevo di vivere, ma tutti fugaci, a breve termine, mancanti di stabilit\u00e0. In due settimane avrei salutato tutto e tutti, soprattutto Alice, e avrei iniziato il mio lungo viaggio. La prima tappa era il Vietnam, per un non poi cos\u00ec breve scalo; poi, alla volta di Melbourne, dove avrei trovato Agata. Non l\u2019unica persona per la quale avrei attraversato il mondo intero, ma quella per cui lo stavo effettivamente facendo. Sapevo gi\u00e0 che quei dieci giorni in Australia sarebbero stati lunghi, stancanti e mi spaventavano. Non vedevo Agata da sei mesi e non l\u2019avrei vista per altri otto. Non volevo starle lontana per cos\u00ec tanto tempo. E non vedevamo l\u2019ora di vederci. Terminata la mia permanenza a Melbourne avrei raggiunto Sydney, da sola; mi sarei fermata tre giorni e poi avrei fatto tappa a Shanghai. Non avevo mai pensato di andare in Cina e quell\u2019inaspettato piano mi elettrizzava. Al termine della settimana sarei atterrata a Roma ed avrei riabbracciato mia madre. Una settimana intera, da sola, trascorsa ad attraversare il mondo. Estasiante. Terrificante. Poi, avrei iniziato di nuovo a contare i giorni. Due mesi scarsi e avrei ricominciato nuovamente tutto da zero, ad Amsterdam, con una migliore amica in Australia, un\u2019altra ancora a Roma ed una piena esistenza che mi aspettava a casa, che per\u00f2 non sembrava mai piena abbastanza. Perch\u00e9 sentivo sempre il bisogno di andarmene? E perch\u00e9 poi, una volta via, bramavo il luogo in cui ero cresciuta? Era come se andassi sempre alla ricerca di una felicit\u00e0 altra, ma non mi sentivo ingrata. Amavo visceralmente tutti e tutto ci\u00f2 che avevo intorno al punto che qualsiasi posto nel mondo non era mai abbastanza per contenermi. Avevo ventidue anni ed ero ancora un\u2019adolescente. Forse ero inconsciamente alla ricerca della ragazzina che era morta insieme a suo padre cinque anni prima.<\/p>\n\n\n\n<p>A Seoul il sole sorgeva timidamente come tramontava. A fine maggio il cielo era gi\u00e0 chiaro per le cinque e venti e le cornacchie si radunavano sui pali della luce, ma era l\u2019azzurro il primo colore ad inaugurare il nuovo giorno, mentre le luci dello skyline erano ancora tutte accese. In coreano \u201chaneul\u201d \u00e8 il nome del cielo ed \u201chaneulsaek\u201d quello del suo colore. Io e Cecilia pedalavamo sul lunghissimo ponte che collega Sinchon a Yeoido, attraversando da una sponda all\u2019altra l\u2019immenso fiume Han, che spacca in due la citt\u00e0. Avevamo scoperto troppo tardi di condividere l\u2019amore per la morte e la nascita del sole ed il tragitto per andare a vederle. Lei sarebbe partita dopo due giorni, a me ne rimanevano una decina. Mentre pedalavo pensavo che a Roma l\u2019alba non l\u2019avevo mai vista. D\u2019altra parte, Roma non \u00e8 una citt\u00e0 che due ragazze possono attraversare sole in bici di notte. Ma mi ripromisi che, una volta tornata, avrei trovato il modo di farlo. Non avevo dubbio che i colori non mi avrebbero deluso. Consegnate le bici prese a noleggio attraversammo il parco e ci sdraiammo su una scalinata a ridosso dell\u2019acqua. Il sole era ormai abbastanza alto da fare capolino sopra i grattacieli in lontananza. L\u2019azzurro pallido e il timido accenno di rosa che si era palesato a un certo punto lasciavano spazio a giallo canarino. Composto, ma intenso. Trascorremmo l\u2019alba a parlare della Corea, e di cosa ci aveva lasciato, e a condividere l\u2019odio per gli altri, che non ci capivano. Poi, esauste, ci addormentammo sulla scomodissima pietra. Nessuno disturb\u00f2 il nostro sonno, in quel parco che era sempre affollato. Ma, a quell\u2019ora del giorno, era tutto nostro.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_60299\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"60299\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A met\u00e0 aprile il sole calava su Seoul City intorno alle sette del pomeriggio. 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