{"id":59650,"date":"2026-05-21T17:38:38","date_gmt":"2026-05-21T16:38:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=59650"},"modified":"2026-05-21T17:38:39","modified_gmt":"2026-05-21T16:38:39","slug":"premio-racconti-nella-rete-2026-diego-il-chirurgo-di-mirko-valente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=59650","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2026 &#8220;Diego il chirurgo&#8221; di Mirko Valente"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>In<\/strong> un pomeriggio bianco come l\u2019avorio. Nemmeno l\u2019ombra di una nuvola in cielo. L\u2019aria vibrava come un budino di gelatina. Non c\u2019era un alito di vento. I grilli frinivano. Sulla strada dell\u2019immediato dopo pranzo c\u2019era solo la macchina di Diego che tornava al lavoro per una stradina laterale. Una Fiat nera, vecchia e scassata che tossiva e ruttava fumo bianco dal tubo di scappamento. La vettura prese a strappare e perdere colpi. Mor\u00ec sul ciglio della strada. Raggiunse a fatica un\u2019area di sosta, un\u2019insenatura ghiaiosa che si apriva su un fossato.<\/p>\n\n\n\n<p>Per terra c\u2019era ogni tipo di schifezza. Lattine di birra, profilattici sacchetti, carte di caramelle. Gli era gi\u00e0 capitato altre volte di rimanere in panne. Odiava mettere mano al motore, aprire il cofano, imbrattarsi di olio nero e puzzolente. Le sue abilit\u00e0 di meccanico erano elementari. Gi\u00e0 istallare un cric era un\u2019operazione complessa per lui.&nbsp; Aveva i nervi a pezzi. Era incazzato come una iena e in queste circostanze non era tipo da prendere alla leggera. Osservava la pancia dell\u2019auto, trovandola indecifrabile quanto un testo in aramaico. Le maniche arrotolate fin sopra i gomiti. In una mano stringeva uno strofinaccio e nell\u2019altra una chiave inglese, senza che sapesse con esattezza cosa farsene. Aveva proprio l\u2019aria di essere una giornata di merda. A un certo punto ud\u00ec uno squillo metallico ai suoi piedi. La chiave era caduta a terra e non se ne era accorto. La mano destra era inerte. Il braccio non gli si muoveva. Non ne aveva pi\u00f9 percezione. N\u00e9 tatto n\u00e9 sensibilit\u00e0. Un pezzo di carne inanimata attaccata al corpo. Cominci\u00f2 a pizzicarsi. Si sollev\u00f2 confuso l\u2019arto con la mano sinistra e la lasci\u00f2, vedendola ricadere parallela al tronco dondolante come un pendolo. Ripet\u00e9 l\u2019operazione per tre volte. Si mise le dita in bocca e cominci\u00f2 a morderle. Insistentemente. Con sempre maggior forza e disperazione. Nulla. Fu assalito dal panico. Prese a sbattere il braccio sulla fiancata della vettura, sollevandolo con l\u2019altra mano come fosse un bastone. Ancora. E ancora. Fino a che non furono evidenti diverse ammaccature sulla carrozzeria. Nulla. Scivol\u00f2 a terra con la schiena addossata all\u2019auto. Smarrito, pallido e tremante. <\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019et\u00e0 di 38 anni Diego lavorava come montatore di stand fieristici. Viaggiava spesso. Anche all\u2019estero. Aveva cominciato nella stessa azienda 15 anni prima come progettista: ideava, creava e disegnava stand, componeva jingle musicali, tormentoni, loghi pubblicitari, e all\u2019occorrenza dava una mano ai tecnici per il montaggio delle tensostrutture nelle fiere. Pensava: &#8211; Far\u00f2 grandi cose, so come funziona il mondo e gli strapper\u00f2 via il coperchio. Il lavoro era faticoso ma gratificante. Poteva creare, comporre, e gli dava occasione di conoscere un sacco di gente, visitare posti incantevoli e alloggiare in alberghi lussuosi carichi di confort come alberi di Natale. Un giorno nefasto alla sua agenzia assunsero un giovane ingegnere. Un ragazzetto brufoloso, un automa, di quelli che sanno tutto, sono sempre nel banco davanti di fronte alla cattedra, ed hanno sempre il braccio alzato. Questi gli aveva soffiato il posto da sotto al naso senza dire grazie n\u00e9 vaffanculo. Diego non si lament\u00f2 con la dirigenza, n\u00e9 chiese spiegazioni. Accett\u00f2 con somma delusione e avvilimento il suo ridimensionamento, ma avvert\u00ec al contempo altisonante la necessit\u00e0 di fermarsi. Rallentare la sua vita. Ma di notte era sempre inquieto, agitato, insonne, finch\u00e9 arrivava, con la rassegnazione di un armistizio un breve sonno senza sogni. Era sposato con Diana. Aveva 4 anni in meno di lui, non era bella ma era appariscente. Sapeva intavolare una conversazione e attirare attenzione e benevolenza. Era quadro in una Multinazionale. Era ambiziosa. Lanciata a razzo verso la carriera. Diego suonava la chitarra fin da ragazzo. Aveva suonato in un gruppo. Fino a qualche anno prima sembravano in odore di scrittura. Tutti li davano come la \u201cprossima grande cosa\u201d. Erano stati in tournee attraverso l\u2019Europa come gruppo spalla per una importante band. <\/p>\n\n\n\n<p>Quando abbracciava il suo strumento era precisissimo. Il \u201cchirurgo\u201d lo chiamavano. Non perdeva mai una seduta di prova e mai un suo errore mandava in malora un pezzo. Non era il genere di chitarrista che ti cattura l\u2019occhio, non un maestro. Ma era competente. Aveva coltivato grandi sogni. Enormi speranze. Infinite ambizioni. E si era trovato, coi componenti del complesso, ad un passo dal realizzarli. Poi, all\u2019improvviso, tutto era scemato. Nel momento in cui si pescava nel mucchio semplicemente non era toccato a loro. Continuarono cos\u00ec le solite serate. Le solite marchette ai matrimoni degli amici e degli amici degli amici. Birra gratis, locali fumosi e tiepidi applausi. Comunque, la vita continuava. Diego sapeva bene che il palcoscenico del mondo viene calcato fin dalla notte dei tempi da attori e da comparse. Con Diana, erano alti e bassi. Ma che cavolo. \u00c8 la vita no? Dopo 8 anni di matrimonio non avevano avuto figli, ma questo impegno non combaciava affatto coi loro intendimenti. Per la verit\u00e0 era lei ad esserne sempre stata contraria. Una gravidanza avrebbe frenato la sua ascesa. D\u2019altronde sul lavoro si era fatta largo a gomitate facendo le scarpe a colleghi e concorrenti. Sarebbe stata disposta a vendere l\u2019anima al diavolo. Unico e ultimo imperativo la realizzazione di se stessa. Ora che anni di gavetta e sacrifici, cominciavano a ripagarla, guardava in modo diverso anche il marito. Mediocre, mesto. Non glielo avrebbe mai confessato nemmeno sotto tortura, ma in cuor suo lo considerava un fallito che appannava la sua immagine sociale. Aperitivi spumeggianti, gal\u00e0 in ghingheri e mondanit\u00e0 altolocata richiedevano un accompagnatore all\u2019altezza. Mentre a Diana, sempre pi\u00f9 spesso, il marito sembrava una figura in bianco e nero innestata in una immagine a colori. Lo trattava con sufficienza e alterigia. Spesso nei suoi sguardi era decifrabile il compatimento. Lo malsopportava e non riusciva pi\u00f9 a camuffare i suoi sentimenti. Il sesso era un evento raro e insoddisfacente.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu allora che successe quel fatto inspiegabile. Centri diagnosi e cura delle patologie del sistema nervoso autonomo. Risonanze magnetiche. Centri per la diagnosi e la cura dei parkinsoniani. Agopuntura. Tac. Medicine e terapie. Aghi. Centri oncologici. Elettroencefalografia, elettromiografia \u2013 elettroneurografia. Centri per la diagnosi e la terapia dell&#8217;epilessia, centri cefalee. Si sottopose a numerosissimi day Hospital. Niente di niente. Medici e specialisti. Ricercatori di tutto il paese. &#8211; Rimanere a riposo. Calmanti. &#8211;&nbsp; Tutti quanti sfoggiavano il medesimo repertorio. Il fatto pi\u00f9 doloroso per Diego era che non poteva pi\u00f9 suonare. Nemmeno per s\u00e9. E Dio solo sa quanto suonare a volte sgombri la mente. Diana dapprima ne fu preoccupatissima. Al ritorno dalla prima visita, rivelatasi un insuccesso, era rimasta in silenzio e si era messa ai fornelli. Mentre le cipolle tritate finemente cominciavano a passire nell\u2019olio bollente si mise a sedere. Si copr\u00ec il volto con il grembiule e pianse. Lo seguiva, gli parlava, s\u2019informava su internet riguardo a cure, specialisti, diagnosi. Lo rincuorava e lo sosteneva. Ma dopo la seconda settimana di visite fallimentari, in cui aveva assistito a emeriti professori che rimanevano silenti a grattarsi in testa osservando basiti cartelle cliniche assolutamente nei parametri, Diana cominci\u00f2 a disperarsi. Doveva accompagnarlo ovunque. Spesso, a tavola, lo imboccava. Lo vestiva e lo serviva. Gli allacciava le scarpe e lo aiutava a lavarsi. Certe notti Diego si svegliava e la udiva piangere sommessamente in bagno. Col passare del primo mese senza che vi fosse stato il bench\u00e9 minimo miglioramento la moglie cominci\u00f2 a disprezzarlo. Pens\u00f2 addirittura che fingesse. A poco a poco divenne con lui dura come l\u2019acciaio. Prese a trascurarlo e a trattarlo a pesci in faccia. Si stava definitivamente manifestando per quello che in cuor suo, da tempo, lo considerava. Un peso. Una palla al piede. Cos\u00ec la donna rimaneva al lavoro ben oltre l\u2019orario consueto. Restava fuori casa il pi\u00f9 possibile. In qualunque posto lontano da lui ferveva la vita. Passarono 78 giorni di delirio. Di tragedia. Un tunnel buio e lungo dal quale era impossibile scorgere un bagliore di luce. Finch\u00e9 torn\u00f2 a cambiare tutto. Il giorno prima\u2026 <\/p>\n\n\n\n<p>Il pomeriggio si stava tuffando nel tramonto. Era uscito dallo studio dell\u2019analista provato. Stanco morto. Ma non aveva n\u00e9 voglia n\u00e9 bisogno di rincasare. Si mise a camminare. Solo. E lo fece per ore, senza un motivo n\u00e9 una meta. Il naso all\u2019ins\u00f9 e una enorme tristezza nel cuore che gli premeva come un macigno contro lo sterno. Rincas\u00f2 solo a notte inoltrata. Era una notte intensa e fresca e la luna era salita luminosa con un anello sfumato intorno. In casa nessuna luce accesa, nessun piatto da riscaldare nel microonde, nessuno ad aspettarlo. Solo la televisione lasciata accesa col volume azzerato. Diana dormiva come un\u2019incudine. La bottiglia di brandy sul comodino era scesa sotto la met\u00e0. Fino alla sera prima ne mancavano appena due dita. Si mise ad osservare sua moglie, la sua faccia acida. Una volta su quel viso albergavano soltanto risate, visioni, sogni, ora si sentiva male al solo guardarla. Negli ultimi tempi quel semplice atto era diventato come versare sale su una ferita. Le sue labbra imbronciate, inacidite, non perdevano la loro amarezza nemmeno nel sonno. Lasci\u00f2 scorrere lo sguardo su di lei, cercando qualcosa che riaccendesse i vecchi sentimenti. Non tanto sessuali, quanto amorosi. Una nota di tristezza e risentimento, si insinu\u00f2 in Diego mentre fissava la sua sposa arrabbiata e alcolizzata, con una vita e un marito che non si erano dimostrati all\u2019altezza dei suoi sogni d\u2019amore e di ricchezza. Nella donna, nella sua Diana era morta qualunque fede in lui, insieme allo sguardo da ragazzina in quegli occhi un tempo luminosi.&nbsp; Anche lui aveva avuto i suoi sogni. Alcuni magari erano stati un po\u2019 folli, ma l\u2019avevano aiutato a superare il grigiore della sua occupazione, che gli aveva dato di che sfamare la carne, non certo la mente. Ci\u00f2 che gli era successo, quella strana e insondabile disgrazia in fondo avrebbe potuto essere l\u2019occasione per ritrovare ci\u00f2 che era andato perduto. Ma, pensava spiandola mentre dormiva russando a tratti, che non \u00e8 che poi lei avesse fatto un gran sforzo. Cerc\u00f2 di sentirsi in colpa, di pensare che nemmeno lui si era impegnato pi\u00f9 di tanto nella loro relazione. Ma non era quella la verit\u00e0. Era stata lei, con la sua acidit\u00e0 a trasformarlo in un pessimo compagno di viaggio. S\u2019infil\u00f2 senza badare troppo a non far rumore sotto le coperte. Non si sarebbe svegliata nemmeno con una cannonata. Si distese allungando le gambe. Non voleva toccarla n\u00e9 voleva che lei lo toccasse. Non riusciva a ricordare l\u2019ultima volta che lei s\u2019era data la pena di dirgli che lo amava, e non riusciva a ricordare l\u2019ultima volta che era stato lui a dirlo, senza che fosse almeno in parte una menzogna.&nbsp; Prov\u00f2 rabbia. Rabbia perch\u00e9 lei non ci provava. O non riusciva a provarci. Rabbia, perch\u00e9 era sempre lui quello che si sforzava, quello che si scusava, anche quando sentiva di non essere in torto. Il peso della sua scontentezza lo port\u00f2 al sonno. La mattina seguente si baciarono sulla porta. Diego pens\u00f2 che era esattamente come baciare una spugna asciutta. Usc\u00ec con un senso di sollievo. Via. Lontano da quegl\u2019occhi da animale in gabbia. Fuori il vento soffiava come un indemoniato. Arrivava obliquo e pungente come scariche di mitra. Cammin\u00f2 fino alla fermata dell\u2019autobus. E mentre il sole faceva a gomitate con le nuvole e la spuntava, d\u2019un tratto con suo enorme stupore, cos\u00ec come dal nulla il braccio aveva smesso di funzionare, ora aveva ripreso vita. Guard\u00f2 le dita della mano destra muoversi come un ragno allo specchio. Fece fare un giro di prova al braccio come un atleta che si sgranchisce prima di un allenamento. Sal\u00ec sull\u2019autobus e timbr\u00f2 il biglietto proprio con l\u2019arto recuperato. E mentre il pullman cominciava a camminare, dal ventre fino al cervello cominci\u00f2 a salire in Diego un diluvio ribollente d\u2019odio. Guard\u00f2 a lungo durante il tragitto la mano risanata stretta in un pugno tremante. <\/p>\n\n\n\n<p>La porta scatt\u00f2. Era quasi ora di cena e per Diana era stata una giornata impegnativa. Stava coricata sul letto vestita di tutto punto, scarpe comprese. Un panno umido sugli occhi nel tentativo di fare rientrare l\u2019emicrania. Destata dal rumore chiam\u00f2 per nome il marito, senza per\u00f2 ricevere risposta. S\u00ec alz\u00f2, abbandonando il tepore del nido in cui si era raggomitolata. Scese le scale e si infil\u00f2 in cucina. Diego, sei tu? &#8211;&nbsp; esclam\u00f2 di nuovo, ora fattasi guardinga. Si diresse al lavandino per riempirsi un bicchiere d\u2019acqua. L\u2019occhio della donna cadde sul porta-coltelli che stava sulla credenza. Una delle custodie era vuota. Il grosso coltello da carne. Il pi\u00f9 largo, affilato, appuntito. Si gir\u00f2 lentamente, come al rallentatore. Il marito stava immobile nell\u2019angolo opposto della cucina. Silenzioso. Diritto in piedi come un fuso. La fissava con gli occhi vitrei di un trofeo imbalsamato. Una decina di minuti pi\u00f9 tardi Diego imbracci\u00f2 la sua amata chitarra e si mise a suonare. A suonare e a cantare, cavando la melodia dalle corde con le dita insanguinate. Tutt\u2019intorno regnava un silenzio totale nella stanza. Tutti \u2013 il pubblico di cui, lui solo, si vedeva circondato &#8211; ascoltavano attentamente. Quando termin\u00f2 di suonare, nella sua testa, l\u2019applauso scrosciante sal\u00ec fino al tetto.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_59650\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"59650\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un pomeriggio bianco come l\u2019avorio. 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