{"id":59485,"date":"2026-05-10T20:28:40","date_gmt":"2026-05-10T19:28:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=59485"},"modified":"2026-05-10T20:28:41","modified_gmt":"2026-05-10T19:28:41","slug":"premio-racconti-nella-rete-2026-la-stanza-illuminata-di-paolo-ernesto-sussi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=59485","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2026 \u201cLa stanza illuminata\u201d di Paolo Ernesto Sussi"},"content":{"rendered":"\n<p>Akane spegneva la lampada ogni mattina un istante prima di varcare la soglia. La stanza restava buia alle sue spalle, un rettangolo di silenzio al ventunesimo piano di una torre residenziale a Sumida. Poi la porta si chiudeva e il mondo tornava a essere una sequenza di gesti necessari: il soprabito chiaro, la borsa stretta al fianco, i capelli raccolti con una precisione che non ammetteva repliche, il controllo della serratura, l\u2019attesa composta dell\u2019ascensore.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019appartamento era pi\u00f9 dignitoso di quanto fosse vivo. C\u2019erano due piatti, un coltello, una forchetta, un cucchiaio, una sola coppia di bacchette, un bicchiere che serviva anche da tazza, un cuociriso sul piano della cucina. Il tavolo era quasi sempre libero. Nessuna fotografia, nessun fiore, nessun oggetto superfluo. Solo superfici pulite e una disciplina silenziosa che sembrava essersi estesa ai muri, ai vetri, al pavimento, all\u2019aria stessa.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019unico oggetto che Akane avesse scelto davvero era la Captain Flint. L\u2019aveva comprata anni prima con il premio ricevuto per un progetto concluso in ufficio, quando ancora aveva creduto che il lavoro potesse aprire qualcosa, e non solo occupare il tempo. Base di marmo chiaro, stelo sottile, cono orientabile: abbastanza elegante da sembrare inevitabile, abbastanza costosa da essere, allora, un gesto di fiducia in s\u00e9 stessa. La accendeva ogni sera alla stessa ora. La puliva con cura. La guardava pi\u00f9 di quanto volesse ammettere. La amava con un sentimento ostinato, quasi vergognoso. La odiava perch\u00e9 era il testimone immobile di tutto ci\u00f2 che non era accaduto.<\/p>\n\n\n\n<p>Akane aveva quarant\u2019anni. Era una bella donna, senza nulla di ostentato. Per un giapponese poteva sembrare semplicemente ben curata; per un occidentale sarebbe stata, con ogni probabilit\u00e0, una bellezza giapponese quasi esemplare. Corpo asciutto, lineamenti regolari, mani fini, un modo di vestire sobrio e costoso senza mai dichiararlo. Aveva anche un sorriso molto bello, ma negli ultimi anni lo aveva usato sempre meno, e quasi mai per s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Prendeva la Hanzomon Line da Oshiage fino a Otemachi. Usciva insieme a decine di altri corpi gi\u00e0 perfettamente inseriti nella giornata e camminava verso Marunouchi tra palazzi di vetro, pietra, atri lucidissimi, corridoi sotterranei, scale mobili, insegne discrete, reception in cui nessuno alzava la voce. D\u2019inverno il vento correva tra gli edifici come in un canyon ordinato; in primavera i primi ciliegi alleggerivano per pochi giorni la severit\u00e0 dei viali; durante la stagione delle piogge i marciapiedi riflettevano le facciate dei grattacieli come un\u2019acqua disciplinata; in autunno le foglie degli alberi lungo le strade diventavano rosse con una precisione quasi cerimoniale. Akane attraversava tutto questo ogni mattina senza rallentare.<\/p>\n\n\n\n<p>In ufficio il tempo aveva la consistenza delle cartelle condivise, delle mail inoltrate, dei registri, dei documenti stampati due volte, dei saluti formali ripetuti con inflessione corretta. Il capoufficio era un uomo duro, di quella durezza che non ha bisogno di gridare per umiliare. Sceglieva quasi sempre un uomo a cui rivolgersi per primo. Quando si rivolgeva a lei, lo faceva come se Akane fosse una superficie affidabile, un dispositivo ben tarato, qualcosa di utile proprio perch\u00e9 privo di profondit\u00e0. Lei rispondeva con esattezza. Non cercava approvazione. Non cercava conflitto. Da cinque anni il lavoro era l\u2019unico perimetro sicuro che le restasse. Non lo amava, non lo odiava. Lo eseguiva.<\/p>\n\n\n\n<p>La sera tornava a Sumida quando la luce fuori aveva gi\u00e0 perso spessore. Nell\u2019ascensore ritrovava ogni volta il proprio riflesso e quello di sconosciuti che non avrebbe saputo riconoscere il giorno dopo. Apriva la porta, si toglieva le scarpe, lavava le mani, accendeva la lampada. Solo allora la stanza acquistava una forma. Il cono di luce scivolava obliquo sul tavolo, toccava il pavimento, lasciava il resto in una penombra ordinata. Akane si cambiava e cominciava a piegare o stirare i vestiti. Camicie, gonne, biancheria, asciugamani. Ogni piega corretta, ogni bordo allineato, ogni superficie liscia sembrava trattenere qualcosa che, in assenza di quel lavoro preciso, avrebbe potuto espandersi nella stanza senza controllo.<\/p>\n\n\n\n<p>Era separata da cinque anni. Non c\u2019erano stati figli, n\u00e9 urla memorabili, n\u00e9 piatti rotti, n\u00e9 una frase finale degna di essere ricordata. La parte pi\u00f9 dolorosa non era stata la separazione in s\u00e9, ma il silenzio venuto dopo. Un silenzio completo, senza recriminazioni e senza ritorni, cos\u00ec pulito da sembrare amministrativo. Come se quel matrimonio fosse stato cancellato con una gomma molto costosa, senza lasciare residui visibili sul foglio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019unica deviazione, l\u2019unico punto tiepido della giornata, era ad Azabudai Hills. Quasi ogni sera, prima di rientrare, Akane passava in una boulangerie francese e comprava del pane che poi mangiava a cena con il burro \u00c9chir\u00e9. Era una spesa poco ragionevole, e proprio per questo necessaria. Non si trattava soltanto del sapore. Era il peso del pane ancora fresco nella borsa, la crosta che cedeva sotto il coltello, il burro che si ammorbidiva mentre la lampada illuminava il tavolo. In quel negozio sorrideva. Non era il sorriso calibrato che offriva ai colleghi, ai vicini di ascensore o ai commessi del konbini; era qualcosa di pi\u00f9 piccolo e pi\u00f9 vero, quasi involontario, come se un muscolo dimenticato del volto ricordasse per un momento una libert\u00e0 non vissuta del tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Per anni il rito rimase identico. Fuori passavano la neve scura ai bordi dei marciapiedi, i sakura di pochi giorni, la pioggia lunga di giugno, l\u2019aria immobile dell\u2019estate nei corridoi della metro, i primi cappotti, le foglie rosse, il nuovo inverno. Dentro casa cambiava poco o nulla. Il tavolo, il bicchiere, il cuociriso, i due piatti, la lampada. E Akane, ogni sera, sotto quella luce.<\/p>\n\n\n\n<p>Una sera di novembre, andando a prendere il pane per la settimana, trov\u00f2 il locale vuoto.<\/p>\n\n\n\n<p>Non chiuso per ferie. Non in ristrutturazione. Svuotato. Dietro il vetro restavano il pavimento chiaro, le pareti segnate dove prima erano fissati gli scaffali, una presa scoperta, una traccia di polvere pi\u00f9 chiara lungo il perimetro del banco. Per un attimo le sembr\u00f2 di sentire ancora un odore di lievito e burro, ma forse era rimasto soltanto nella memoria. Akane si ferm\u00f2 davanti alla vetrina senza muoversi. Il traffico di Minato le scorreva accanto con la stessa indifferenza con cui scorrevano le stagioni. Nessun cartello. Nessuna spiegazione. Nessuna formula di congedo.<\/p>\n\n\n\n<p>Torn\u00f2 a casa, accese la lampada, mise a cuocere il riso e cen\u00f2 in silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno dopo pass\u00f2 di nuovo davanti alla vetrina. E quello dopo ancora. Torn\u00f2 una settimana pi\u00f9 tardi, poi due. In inverno il vetro restituiva un riflesso pi\u00f9 netto del suo soprabito chiaro. In primavera tratteneva una luce pi\u00f9 morbida, quasi crudele. Durante la stagione delle piogge mostrava solo la citt\u00e0 deformata in superficie. In estate rifletteva il traffico e gli alberi. In autunno, il suo viso pi\u00f9 stanco. Il negozio restava vuoto. Akane non cerc\u00f2 un\u2019altra boulangerie. Non cerc\u00f2 un sostituto. Continu\u00f2 a comprare il necessario, a prendere la metro, a timbrare il cartellino, a rientrare, a stirare, a piegare. Smise soltanto di sorridere. Nessuno in ufficio parve accorgersene.<\/p>\n\n\n\n<p>La Captain Flint restava il centro della stanza. Akane la puliva con un panno morbido, seguendo le venature del marmo alla base, il metallo dello stelo, il bordo del cono orientabile. A volte, mentre mangiava, evitava di guardarla. Altre volte la fissava troppo a lungo. Quell\u2019oggetto di design, cos\u00ec elegante e cos\u00ec preciso, le ricordava tutto ci\u00f2 che avrebbe potuto essere: una donna pi\u00f9 libera, forse pi\u00f9 colta, forse capace di vivere da sola senza trasformare la solitudine in procedura. Forse amata in modo semplice. Forse no. Eppure, in quella stanza quasi priva di scelta, la lampada era anche l\u2019unica cosa che le appartenesse davvero.<\/p>\n\n\n\n<p>Passarono altri mesi. Poi un altro inverno.<\/p>\n\n\n\n<p>Un mattino la sveglia cominci\u00f2 a suonare mentre fuori l\u2019alba era ancora un livido chiaro sopra il fiume Sumida. Akane la spense prima che completasse la melodia. Si alz\u00f2, pieg\u00f2 con cura la coperta, si lav\u00f2 il viso, si vest\u00ec, raccolse i capelli. Quando rientr\u00f2 nella stanza principale, la lampada era gi\u00e0 accesa. O forse lo era ancora dalla sera prima. Illuminava il tavolo vuoto, il bicchiere capovolto accanto al lavello, il bordo netto di un piatto, l\u2019assenza di briciole, il pulviscolo sospeso in un\u2019aria che non aveva ancora deciso se appartenere alla notte o al giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>Akane rimase ferma.<\/p>\n\n\n\n<p>Guard\u00f2 la luce tagliare la stanza con l\u2019autorit\u00e0 muta che aveva sempre avuto. Guard\u00f2 la base di marmo, pesante e ferma, come se reggesse non il cono della lampada ma il peso intero di quegli anni. Si vide riflessa nel vetro scuro della finestra: il volto ben tenuto, il soprabito chiaro gi\u00e0 indossato, la compostezza intatta.<\/p>\n\n\n\n<p>Prese la borsa.<\/p>\n\n\n\n<p>Guard\u00f2 ancora una volta il tavolo, il cuociriso, i due piatti, il rettangolo di pavimento illuminato.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi usc\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Stavolta non spense la lampada.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiuse la porta a doppia mandata e and\u00f2 verso l\u2019ascensore. Mentre scendeva, la stanza rest\u00f2 dietro di lei, vuota, in ordine, attraversata da una luce inutile che nessuno avrebbe visto per ore.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_59485\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"59485\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Akane spegneva la lampada ogni mattina un istante prima di varcare la soglia. 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