{"id":58613,"date":"2026-03-10T19:31:47","date_gmt":"2026-03-10T18:31:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=58613"},"modified":"2026-03-10T19:31:48","modified_gmt":"2026-03-10T18:31:48","slug":"premio-racconti-nella-rete-2026-luomo-giraffa-di-alessandro-iezzi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=58613","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2026 &#8220;L\u2019uomo giraffa&#8221; di Alessandro Iezzi"},"content":{"rendered":"\n<p>Due donne mi hanno voluto al mondo. La prima, mia madre, si era sempre ribellata all\u2019idea di non poter avere figli, anche alla soglia dei cinquant\u2019anni. Diceva di avermi conosciuto molto prima che nascessi: nei suoi sogni mi parlava, mi vedeva, mi teneva in braccio e mi cantava dolci ninne nanne finch\u00e9 non mi addormentavo. Anche se al suo risveglio le restava solo la sensazione del mio peso fra le braccia, era convinta che esistessi gi\u00e0 da qualche parte e che il resto del mondo doveva solo accorgersene.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda si chiamava Concetta ed era un\u2019ostetrica anziana: ebbe la prontezza di salvarmi la vita nell\u2019istante stesso in cui venni al mondo. Ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. I medici che mi studiarono finirono per dare il mio nome a quella strana malformazione: la chiamarono sindrome di Goffredo, ma nessuno, a parte me, ne avrebbe mai sofferto. Ero destinato a essere l\u2019unico Uomo Giraffa.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio, la mia storia parve strana abbastanza da riempire le pagine dei giornali e le chiacchiere nei bar. Poi, come tutto, anche quella meraviglia si consum\u00f2, sciogliendosi prima in qualche sbirciata distratta e, infine, non meritando nemmeno pi\u00f9 quella. Agli occhi degli altri, quella particolarit\u00e0 fu presto archiviata come inoffensiva. A me, invece, restava una testa pesante in equilibrio precario su un collo troppo lungo, e ogni movimento era un azzardo di cui dovevo rendere conto.<\/p>\n\n\n\n<p>Da piccolo mi reggevano sempre con due mani, una fissa sotto la nuca, e intorno a me c\u2019erano cuscini, sostegni, divieti. Per un periodo portai anche un collare rigido di plastica, leggermente imbottito e fatto su misura. Ogni mese avevo una visita di controllo in ospedale: mi facevano sedere dritto, misuravano in millimetri la lunghezza e la circonferenza del collo, poi mi facevano una lastra su tutta la spina.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa avevo la mia sedia e potevo sedermi solo su quella; aveva uno schienale pi\u00f9 alto e inclinato delle altre. Il bagno era lastricato di tappetini antiscivolo. Al mattino non potevo semplicemente chinarmi sul lavandino: ogni piega improvvisa in avanti faceva protestare una per una le mie vertebre. Mia madre riempiva una bacinella e la poggiava su una mensolina fissata grossomodo all\u2019altezza del mio mento. Io portavo l\u2019acqua al viso a piccole manciate e sentivo le gocce scivolare per un tempo infinito gi\u00f9 lungo il collo, fino a bagnare la canotta. Vestirsi era la parte peggiore: niente maglioni da infilare di corsa, solo camicie, felpe con la zip o cardigan. Non potevo correre o buttarmi sul letto; nei viaggi in macchina ero sempre sdraiato a guardare il tettuccio, e persino gli abbracci avevano istruzioni precise: niente salti in braccio e niente prese improvvise. Anche quando piangevo, nessuno osava stringermi davvero. Mi tenevano come si tiene qualcosa di prezioso ma fragile, pi\u00f9 per paura di romperlo che per amore di toccarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Crebbi circondato da mani pronte a sorreggermi e frasi cominciate con \u201cmeglio di no\u201d. Eppure, quando penso alla mia infanzia, ricordo piuttosto il tempo. Ne avevo pi\u00f9 degli altri: tempo per stare fermo e osservare. Diventai un esperto di soffitti: imparai a seguire le crepe dell\u2019intonaco come fossero mappe che conducevano a piccole isole di umidit\u00e0. Anche il tettuccio della macchina, a furia di guardarlo, smise di essere solo velluto grigio e cominci\u00f2 a somigliare a un cielo rovesciato. Mi ritrovai lento senza accorgermene, ma non era una lentezza triste: era il passo che potevo permettermi. Mia madre si adatt\u00f2 a quel ritmo senza protestare. Si sedeva accanto a me e restava l\u00ec. A volte parlava, a volte no. Le ore con lei non sembravano sprecate: erano solo pi\u00f9 lunghe, come se l\u2019orologio ci pensasse un momento in pi\u00f9 prima di cambiare minuto. Pi\u00f9 avanti avrei incontrato qualcuno con cui il tempo avrebbe fatto l\u2019esatto contrario.<\/p>\n\n\n\n<p>Si chiamava Giulia. Abitava qualche via pi\u00f9 su della mia e fu alla festa di quartiere che le nostre orbite si incrociarono davvero. Il nostro paesino era una striscia di case sperticate e sdraiate sul costone della montagna, diviso in due da un fiumiciattolo. C\u2019era una vecchia rivalit\u00e0 tra la parte alta e quella bassa, un astio sbiadito che sopravviveva solo per giustificare due feste separate, organizzate lo stesso giorno: il primo di primavera. Io osservavo quella goffa giornata seduto su una strana sdraio pieghevole, a misura anch\u2019essa, con il collo ben appoggiato a un cuscino che mia madre sistemava ogni volta di qualche millimetro. Mi piaceva seguire il fumo delle griglie che attraversava il fiume e cambiava schieramento senza decidersi da che parte stare. Fu in mezzo a quel movimento che la notai. Avevo otto anni, lei nove. La conoscevo di vista, certo, ma quel giorno la vidi davvero. Il motivo era semplice: le sue scarpe. Erano da ginnastica, ma spaiate, con lacci bianchi troppo lunghi che le frustavano le caviglie mentre camminava. Non camminava davvero, per\u00f2: sembrava saltare pezzi di strada, apparendo sempre un po\u2019 pi\u00f9 avanti di dove l\u2019avevo guardata un secondo prima. E parlava, anche quando nessuno le rispondeva; chiedeva alle lampadine quanti anni di luce avessero ancora.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi guard\u00f2 prima negli occhi, poi il collo, senza la solita esitazione degli adulti. \u201cDev\u2019essere comodo, vedere tutto da l\u00ec in alto\u201d disse. \u201cIo sono troppo bassa, mi tocca saltare.\u201d Sembrava davvero invidiosa, come se il mio collo fosse un trucco che lei non aveva ancora imparato. Mi venne da ridere e sentii il tempo fare un piccolo balzo in avanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Da quel giorno, l&#8217;argine del fiume divenne il nostro unico orizzonte. Io stavo sempre mezzo passo indietro e, mentre l&#8217;acqua scorreva alla nostra sinistra, Giulia scorreva davanti ai miei occhi. Quel caschetto ingarbugliato era un puntino che rimbalzava: le sue gambe corte non conoscevano linee rette, scartavano di lato per inseguire una foglia, un\u2019idea o per non calpestare un fiore. Continuammo a camminare mentre la luce cambiava e le ombre si allungavano. Osservai le sue spalle, prima strette e spigolose, allargarsi e ammorbidirsi sotto il cotone della maglietta. La vidi perdere la goffaggine dell&#8217;infanzia quando i saltelli divennero un passo nervoso, elettrico. Dei jeans le fasciarono i fianchi, la cartella di scuola si trasform\u00f2 in una borsa di tela piena di libri. Di tanto in tanto, qualcuno provava a camminarle accanto, a intrecciare le dita con le sue; ma durava pochi metri. Lei era troppo veloce e non si voltava mai. Gli altri restavano indietro, sbiadivano. Io no. Dall\u2019alto del mio collo riuscivo a vederla ovunque, anche quando si allontanava, anche quando il caschetto divenne una coda severa. Non mi serviva correre per starle accanto, mi bastava non chiudere mai gli occhi: la seguivo come avevo imparato a fare con le crepe dei soffitti.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_58613\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"58613\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Due donne mi hanno voluto al mondo. 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