{"id":57368,"date":"2025-05-30T17:29:13","date_gmt":"2025-05-30T16:29:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=57368"},"modified":"2025-05-30T17:29:14","modified_gmt":"2025-05-30T16:29:14","slug":"premio-racconti-nella-rete-2025-trasfigurazione-di-alberto-marrias","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=57368","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2025 &#8220;Trasfigurazione&#8221; di Alberto Marrias"},"content":{"rendered":"\n<p>Era un pomeriggio di luglio. Faceva un caldo della Madonna. L&#8217;estate si stava facendo sentire con tutta la sua arroganza. Finalmente, mi decisi ad andare a trovare mia madre, che non stava bene. Essendo io un grandissimo cacasotto e un vigliacco di prima categoria, mi portai dietro anche mia figlia con la scusa, le feci sapere, di andare a trovare la nonna. Se le cose si fossero messe male, avrei potuto tagliare corto e alzare i tacchi, dicendo che la bimba, purtroppo, si era stancata e voleva tornare a casa. Mi sembr\u00f2 un&#8217;ottima idea. Erano giorni che mio fratello e mia sorella mi chiedevano di andare. Io, per\u00f2, avevo sempre evitato la cosa. L&#8217;idea di vedere mia madre in quelle condizioni non la sopportavo. Era pi\u00f9 forte di me. Avevo una paura fottuta. Ogni volta, mi immaginavo la scena e mi paralizzavo. Rimandavo sempre. Un po&#8217; come quando si entra nel loop del luned\u00ec della dieta. Alla fine, per\u00f2, mi feci coraggio. I sensi di colpa avevano cominciato a diventare insormontabili. Quel giorno, il caldo non dava tregua. Si schiattava pure sotto l\u2019ombra. Grondavi da fermo. Pareva che qualcuno ti avesse piazzato un phon alto come una palazzina davanti alla faccia. Una roba terribile. Arrivai verso le diciotto e trenta. Parcheggiai la macchina proprio sotto casa. Un gran culo, perch\u00e9 l\u00ec, il posto non si trovava mai. Bisognava fare ogni volta tremila giri, per poi finire dall&#8217;altra parte dello stabile, se ti diceva bene, e fartela a piedi. In realt\u00e0, questa cosa del parcheggio che non si trovava si sarebbe potuta tramutare in un\u2019altra interessantissima scusa per evitare l\u2019incontro, ma gli eventi mi fecero muro. Citofonai e rispose mio padre.<\/p>\n\n\n\n<p>Voce bassa, da funerale: &#8220;Chi \u00e8?&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Risposi telegrafico: &#8220;Io&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Silenzio. La serratura automatica del cancelletto pedonale fece click ed entrammo. Lungo il vialetto d&#8217;ingresso, notai che le aiuole erano tutte mosce. Nessuno le annaffiava da giorni. Arrivati al portoncino della palazzina, suonai di nuovo. Questa volta, mio padre non rispose, pigi\u00f2 solo il pulsante dell&#8217;apertura. Salendo le scale, mi arriv\u00f2 subito al naso un odore inconfondibile, il profumo della casa dove ero cresciuto. Lo so che potr\u00e0 sembrare esagerato, ma per me tutte le case hanno un profumo. Soprattutto, riconobbi quello che veniva da fuori, dai fiori delle siepi. Da piccoletto quelle scale le avr\u00f2 fatte una marea di volte, a scendere e a salire, per andare a giocare nel cortile o fuori, in strada, con gli amichetti.<\/p>\n\n\n\n<p>Mio padre ci fece trovare la porta di casa leggermente aperta. Dentro, le tapparelle delle finestre erano tutte abbassate per tre quarti. L&#8217;afa si sentiva forte. C&#8217;era un vecchio condizionatore accesso, ma faceva pi\u00f9 rumore che fresco. L&#8217;appartamento era quasi tutto in penombra. Filtrava poca luce, di taglio, tipo raggi laser e tutto un pulviscolo che galleggiava nell&#8217;aria. Sembrava di stare dentro un film dell&#8217;orrore. L\u00ec, mi accolsero prima mio fratello e dopo mia sorella con il figlio, che le stava in mezzo alle gambe, all&#8217;epoca avr\u00e0 avuto s\u00ec e no due anni. Salutai. Mi fecero un sorriso di approvazione. Dissi a mia figlia di andare a giocare col cuginetto. I due bimbi entrarono in quella che era stata, per anni, la cameretta di noi maschietti. Nostra sorella, invece, essendo femmina, ne aveva avuta una tutta per s\u00e9. Adesso era diventata la stanza da gioco dei nipotini. Avevano tolto tutto, letti e armadi. Rimanevano al muro solo le foto di quando noi eravamo bambini. Mi fece una strana impressione. Come se, in quei pochi metri quadrati, il tempo che passa lo avessero voluto ammazzare. Noi ci posizionammo nel corridoio. Si avvicin\u00f2 anche mio padre. Era stanco, bianco in faccia. Praticamente un cencio. Sembrava un panda con quei due occhi neri. Non ci voleva tanto per capire che in quei giorni aveva mangiato poco e pianto tanto. Quello che indossava gli stava dieci volte e aveva l&#8217;alito pesante. Me ne accorsi subito, quando mi disse ciao. Intanto, alle orecchie continuava ad arrivarmi un lamento. Continuo, insistente. Anche leggermente fastidioso. Una vocina che continuava ad insinuarsi tra i nostri sguardi e le nostre parole, come fanno i bimbetti che ti tirano i pantaloni perch\u00e9 vogliono le attenzioni. Sembravamo un gruppetto di ricercatori, di quelli che si vedono nei documentari alla tele, intenti a catturare, con le barche in mezzo all&#8217;oceano, i versi dei grandi cetacei marini. Fissai nuovamente mia sorella, che mi fece intuire da dove provenisse quella voce. Era mia madre. Con il cuore in gola, mi avvicinai alla stanza. Entrai. La camera era buia e puzzava di chiuso, sul comodino una piccola abatjour accesa faceva una luce giallognola. Quella lampada proiettava sul muro un&#8217;ombra gigante. Era mia madre distesa sul letto, vestita con un pigiama tristissimo di cotone addosso, con le mani poggiate sulla pancia che si stropicciava nervosamente un lembo della sottoveste. Aveva la faccia scavata e sofferente, i dolori erano spade conficcate nella schiena. Mi guard\u00f2 senza dire niente. Al posto suo fece parlare la disperazione. Feci qualche passo in avanti. I suoi occhi erano grandi, aperti, di vetro, la fronte corrugata e le labbra serrate. Per un attimo, mi venne quasi da vomitare per l&#8217;ansia.<\/p>\n\n\n\n<p>Le chiesi la cosa pi\u00f9 stupida del mondo: &#8220;Mamma, come stai?&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Lei si mise a piangere, ma poi si calm\u00f2 subito. Ad un certo punto successe una roba strana. Mia sorella dovette assentarsi perch\u00e9 il figlio aveva fatto la cacca e doveva andare a cambiarlo. Mio padre, invece, approfitt\u00f2 della mia presenza, per recarsi in farmacia a comprare delle medicine e si fece accompagnare da mio fratello. Restai solo con mia madre. Intanto, mia figlia se ne stava in cameretta a giocare tranquilla con le costruzioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDevo andare in bagno\u00bb fece mia madre.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome in bagno? Adesso? Da sola?\u00bb domandai io.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSi\u00bb concluse lei, categorica.<\/p>\n\n\n\n<p>Si gir\u00f2 su un fianco, punt\u00f2 i gomiti sul materasso, per mettersi seduta e con i piedi che penzolavano nel vuoto, inizi\u00f2 a fare dei grossi respiri, tipo gli atleti dopo che hanno fatto uno sforzo clamoroso. Scivol\u00f2 in avanti con il sedere e si mise in piedi. Si diresse verso il bagno. Camminava lenta, cercando appoggi, pareva un robot con le batterie scariche. Chiuse la porta e io rimasi fuori ad aspettarla. Qualche minuto e sentii che tirava lo sciacquone. Usc\u00ec e rifece lo stesso percorso all&#8217;inverso. Era affaticata da morire. Come se fosse tornata da una maratona.<\/p>\n\n\n\n<p>Si organizz\u00f2 per risalire sul letto. Mi accostai per darle una mano, ma lei mi respinse in modo brusco, perch\u00e9 voleva fare tutto da sola. Quando riusc\u00ec ad allungarsi sul letto, rimase immobile, rigida, tipo tavola di legno. Inizi\u00f2 a tremare per il dolore, gli occhi le si gonfiarono e i lamenti si fecero pi\u00f9 acuti.<\/p>\n\n\n\n<p>In quel preciso momento, mi prese il panico. E la mia testa produsse qualche cosa che, col senno di poi, mi verrebbe da collocare fra un meccanismo di protezione e un\u2019esplosione di senso di colpa.<\/p>\n\n\n\n<p>Di colpo mi ritrovai bambino. La persona che piangeva non era pi\u00f9 lei, ma il sottoscritto. Ero piccolo, avr\u00f2 avuto sei o sette anni. Stavamo in cucina o, quanto meno, l\u2019ambiente mi sembrava quello, perch\u00e9 mi ricordo le maioliche che avevamo alle pareti. Io singhiozzavo da morire e mia madre mi stava davanti. Piangevo perch\u00e9 alcuni bulletti mi avevano rubato il pallone e non volevano pi\u00f9 ridarmelo. Lei mi asciug\u00f2 le lacrime, mi diede prima una carezza e poi un bacio sulla fronte. Dopodich\u00e9, mi disse con una voce che ancora oggi mi sento nelle orecchie: \u201cAdesso tu torni l\u00ec, al campetto, vai da quei monelli e ti fai ridare il <em>tuo<\/em> pallone\u201d. E io cos\u00ec feci. <\/p>\n\n\n\n<p>Dur\u00f2 pochissimo. Mi vidi uscire da quella placenta spazio-temporale, nel momento in cui mia sorella si riaffacci\u00f2 insieme al figlioletto. Cinque minuti dopo, rincasarono anche mio padre, con una bustina di farmaci in mano, insieme a mio fratello. Io allora andai di corsa in cameretta, presi mia figlia per un braccio e comunicai a tutti che siccome la bimba aveva pianto tutto il tempo (e non era vero), purtroppo la mia visita sarebbe finita l\u00ec. Promisi che sarei sicuramente ritornato presto (ma era un\u2019altra bugia) e trascinai mia figlia fuori, che intanto mi guardava senza capire, cos\u00ec come si fa quando dopo un\u2019intera giornata passata al parco, provi a riportarti il cane a casa, ma lui non vuole venire.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_57368\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"57368\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Era un pomeriggio di luglio. 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