{"id":56674,"date":"2025-05-12T18:49:47","date_gmt":"2025-05-12T17:49:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=56674"},"modified":"2025-05-12T18:49:49","modified_gmt":"2025-05-12T17:49:49","slug":"premio-racconti-nella-rete-2025-spencer-di-isabella-santarelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=56674","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2025 &#8220;Spencer&#8221; di Isabella Santarelli"},"content":{"rendered":"\n<p>Scesero dal furgone in due. Uno era alto e ossuto, con la pelle tirata sugli zigomi e gli occhi acquosi. L\u2019altro era basso e tondo, con un\u2019enorme pancia che sobbalzava sotto i baffi ispidi. Indossavano entrambi magliette a righe bianche e nere, come carcerati da fumetto: insieme, sembravano il numero dieci.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Buongiorno sign\u00f2. \u00c8 questo il palazzo?<\/p>\n\n\n\n<p>Feci cenno di s\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Ah ma io \u2018sto portone lo conosco! Ho scaricato roba qui altre volte. Strettissimo. \u00c8 un casino sign\u00f2!<\/p>\n\n\n\n<p>Si guardarono sbuffando.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Lo sapevo \u2014 fece il primo abbassando la pedana del furgone.<\/p>\n\n\n\n<p>Non m\u2019importava. L\u2019avevo trovato. L\u2019avevo comprato. Lo volevo a casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Era un bestione ingombrante, pi\u00f9 largo della soglia, pi\u00f9 pesante di loro. Lo girarono su un fianco, poi sull\u2019altro. Niente. Il portone resistette. Aprirono entrambi i battenti, il legno cigol\u00f2 e partirono imprecazioni. Alla fine pass\u00f2.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi le scale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 \u2018Sto palazzo \u00e8 una maledizione \u2014 disse il pi\u00f9 alto ansimando.<\/p>\n\n\n\n<p>Io non sentivo niente. Niente tranne il mio cuore che batteva.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal rigattiere, in mezzo a vecchie lampade e a mobili sgangherati, l\u2019avevo riconosciuto subito. Spencer, verticale, mogano, tasti d\u2019avorio. Avevo sollevato il coperchio con una cautela nuova, quella che da bambina non avevo avuto, quando, sotto la tastiera, avevo inciso quattro lettere storte col mio coltellino: Lisa. Il mio nome era ancora l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Sign\u00f2, tutto a posto?<\/p>\n\n\n\n<p>Sollevai lo sguardo. Il pianoforte era in cima alle scale ma non avrei saputo dire come ci fosse arrivato.<\/p>\n\n\n\n<p>Dissi loro di sistemarlo in soggiorno. Lo volevo di nuovo al suo posto, vicino alla finestra, dov\u2019era stato quarant\u2019anni prima.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Fatto! \u2014 esclamarono in coro, con l\u2019aria soddisfatta di due bambini su facce da ergastolani.<br>Mi scapp\u00f2 da ridere.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando se ne andarono, la casa mi parve pi\u00f9 viva. Spencer non aveva pi\u00f9 il suo sgabello, cos\u00ec avvicinai una sedia del tavolo da pranzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Sollevai il coperchio. Ribaltai il leggio. Dal ripiano della libreria presi il <em>Cesi-Marciano, Antologia pianistica per la giovent\u00f9.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Era il libro su cui, da ragazza, avevo faticato di pi\u00f9 e, forse per questo, quello a cui ero pi\u00f9 affezionata. Ne avevamo tempestato le pagine di segni rossi: correzioni, suggerimenti, punti esclamativi, cerchi nervosi intorno alle battute pi\u00f9 ostiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Quei segni rossi erano il suo marchio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il maestro Mario Fiorani incideva ogni spartito con quella sua calligrafia inclinata, piena di svolazzi, alla maniera del corsivo antico.<\/p>\n\n\n\n<p>Sfiorai le pagine con le dita. Il tempo aveva ingiallito la carta, ma non la memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Mario Fiorani, il pianista, il compositore. Aveva scritto per cantanti, diretto orchestre e teatri, poi si era ritirato nel nostro quartiere.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni tanto si presentava in tait, con sopra una giacca da camera rosso bordeaux bordata d\u2019oro. Altre volte arrivava in una lunga vestaglia di raso marrone, con in testa un berretto a nappe grigie, attraversando la strada con la disinvoltura di un giovinsignore. Era magrissimo, tutto nervi e spigoli, con le labbra risucchiate in un severo contegno.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando suonavo, camminava avanti e indietro con le mani intrecciate dietro la schiena, inciampando nel bordo della vestaglia. Le sue dita, secche e ossute, si allungavano sugli spartiti come artigli, indicando ogni errore con la precisione di un chirurgo.<\/p>\n\n\n\n<p>Spencer era arrivato a casa una sera d\u2019autunno.<\/p>\n\n\n\n<p>Sapevo che era un pianoforte usato e che la cassa armonica era stata interamente sostituita, ma non avevo idea a chi fosse appartenuto. N\u00e9, in quel momento, mi importava.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo finalmente un pianoforte e il mio insegnante era stato trovato in fretta.<\/p>\n\n\n\n<p>Paganini. Cos\u00ec chiamavo in segreto il maestro Fiorani. Non perch\u00e9 non ripetesse, ma perch\u00e9, come il vero Niccol\u00f2 Paganini, il suo virtuosismo era cos\u00ec inarrivabile da far sospettare un patto col diavolo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 \u00c8 cos\u00ec che si studia in Conservatorio! \u2014 gridava, sollevando le mani al cielo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Il genio non esiste! Il genio \u00e8 studio, studio, studio e ancora studio! Questo passaggio lo ripeteremo fino alla consumazione dei secoli!<\/p>\n\n\n\n<p>Pomeriggi interi sul <em>Preludio in mi minore<\/em> di Chopin e su <em>Clair de Lune<\/em> di Debussy. Le dita incespicavano, prendevano slancio, si tendevano alla perfezione.<\/p>\n\n\n\n<p>Paganini era sempre accanto a me, col viso piegato in un\u2019espressione di sdegno e col respiro lieve, mescolato a un odore penetrante di verbena. Tagliava il silenzio solo per correggere, con quella voce secca e con le sue convinzioni assurde sul rock, colpevole di imbarbarirmi l\u2019orecchio. A volte, dietro la copertina dei miei spartiti, trovavo frasi scritte a margine, parole brevi, pensieri senza firma. Ma non serviva firmare: quella scrittura inclinata e svolazzante era la sua.<\/p>\n\n\n\n<p>Una volta, tornando in soggiorno dopo una breve pausa, lo sorpresi mentre passava la mano sulla cassa di Spencer.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Vecchio mio \u2014 disse piano, accarezzando la tastiera.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Non pensavo ti avrei rivisto. Hai fatto un lungo viaggio, ma sei ancora tu. Anche se&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>Quando si accorse di me, non termin\u00f2 la frase. Si alz\u00f2 di scatto e schiar\u00ec la voce.<\/p>\n\n\n\n<p>Non disse niente. E anch\u2019io rimasi in silenzio. Avrei voluto chiedere, ma scelsi di tacere.<\/p>\n\n\n\n<p>Spencer gli era appartenuto? Non lo seppi mai. La luce dei lampioni attraversava le persiane della finestra ed esplodeva nei cristalli aguzzi del lampadario.<\/p>\n\n\n\n<p>Non toccavo quei tasti da quarant\u2019anni. Aprii il <em>Cesi-Marciano<\/em> a caso e provai a leggere una riga, giusto per vedere se ricordavo ancora. Non riconoscevo pi\u00f9 nulla e leggere il turco sarebbe stato pi\u00f9 facile.<\/p>\n\n\n\n<p>Posai le mani sulla tastiera, irritata dalla mia incapacit\u00e0. Non premetti i tasti, ma le dita si disposero da sole. Un accordo. Solo uno. Il pi\u00f9 semplice: un DO maggiore.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo lasciai affiorare senza aspettative.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suono emerse dalla cassa armonica, riverber\u00f2 sulle pareti, fece fremere il vetro della credenza, scivol\u00f2 in cucina.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Mamma! \u2014 mia figlia spunt\u00f2 dal corridoio con la musica alta nelle cuffie.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Potevi avvisarmi che era arrivato il piano, sarei venuta a darti una mano\u2026 Quant\u2019\u00e8 bello! Davvero era il tuo di quand\u2019eri bambina? \u00c8 incredibile che tu l\u2019abbia ritrovato. Mamma, suona qualcosa, dai.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Non ricordo niente. Ho provato un accordo, ma \u00e8 come se non avessi mai studiato.<\/p>\n\n\n\n<p>Suonai un accordo. Ne segu\u00ec un altro. Poi lasciai correre un arpeggio. Qualcosa dentro di me si mosse. E vennero il respiro musicale, la sospensione tra una nota e l\u2019altra, il pedale di risonanza a modellare il suono, il fiato trattenuto fino all\u2019accordo di tonica.<\/p>\n\n\n\n<p>Suonavo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non bene, certo. I passaggi erano sporchi, i tempi incerti e il pianoforte andava accordato. Ma le note scivolavano fuori lo stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giorno dopo accompagnai mia figlia a scuola di musica. Lezioni due volte a settimana, un\u2019ora di rullate e colpi di cassa. Restai ad attenderla in sala come sempre, mentre lei, bacchette roteanti in mano, spariva dietro la porta imbottita.<\/p>\n\n\n\n<p>In sala c\u2019era un pianoforte a coda nero. Mi avvicinai e mi sedetti. Il coperchio era aperto.<\/p>\n\n\n\n<p>Provai un accordo di DO maggiore, come la sera prima: Do Mi Sol. Ma le dita non riuscirono a scendere insieme e il suono usc\u00ec scomposto.<\/p>\n\n\n\n<p>Tentai un arpeggio. La mano si incepp\u00f2. Riprovai. Una fatica enorme.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019insegnante sollev\u00f2 lo sguardo dai suoi appunti. Aspettava. Premetti un altro tasto, poi un altro ancora. Ma il suono non si legava.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiusi il coperchio con un gesto secco e mi alzai.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia figlia usc\u00ec dalla sala con le bacchette ancora strette in mano e le guance accese.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Mamma, hai suonato?<\/p>\n\n\n\n<p>Non risposi.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella notte non trovavo pace.<\/p>\n\n\n\n<p>La casa era un guscio vuoto, l\u2019aria s\u2019era fatta irrespirabile e il soffitto era un sudario che gravava su di me. Mi girai, chiusi gli occhi, li riaprii. Niente. Un dormiveglia fragile, interrotto di continuo. Poi, nel buio, un Do percorse il corridoio.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sollevai di scatto con il cuore che accelerava. Un pianoforte pu\u00f2 suonare da solo? Poco dopo, la nota echeggi\u00f2 di nuovo, identica.<\/p>\n\n\n\n<p>Intorno alle tre del mattino scivolai gi\u00f9 dal letto. I piedi nudi trasalirono sulle piastrelle fredde. La porta del soggiorno era socchiusa, la spinsi piano e trovai Spencer immerso nel chiarore della luna. Mi avvicinai. L\u2019avorio dei tasti brillava umido di luce. Restai immobile, in ascolto.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, udii ancora quel suono. Proveniva dall\u2019interno.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sedetti sulla sedia che usavo come sgabello, con le mani inerti in grembo.<\/p>\n\n\n\n<p>Spencer mi aspettava. Chiusi gli occhi e sfiorai un tasto.<\/p>\n\n\n\n<p>Le tre di notte. Troppo tardi per suonare, ma Spencer mormor\u00f2: non importa. E io lasciai scorrere le dita su di lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Le note si sollevarono, divennero onde lunghe, ritmiche, mare di notte sotto la luna.<\/p>\n\n\n\n<p>D\u2019improvviso mi accorsi che mi fissava. Uno sguardo inquieto, da cui traspariva un passato cupo. I tasti erano unghie affilate che mi graffiavano il palmo, i pedali si attorcigliavano alle mie gambe come tralci bislunghi.<\/p>\n\n\n\n<p>Dov\u2019eri stato Spencer? Cosa ti era successo? Per quanti anni il vecchio rigattiere ti aveva tenuto nascosto, sepolto sotto drappi pesanti, lasciandoti dormire un sonno impaurito?<\/p>\n\n\n\n<p>Spencer crebbe, si dilat\u00f2, divor\u00f2 la stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mogano della cassa si allung\u00f2, si incurv\u00f2, prese una forma diversa.<\/p>\n\n\n\n<p>Non era pi\u00f9 un pianoforte. Era una bara. Era un pozzo profondo e nero, se vi avessi gettato un sasso, non l\u2019avrei mai sentito colpire il fondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo fissai. Se lo avessi guardato abbastanza a lungo, forse mi avrebbe parlato.<\/p>\n\n\n\n<p>Desideravo rivedere il Maestro Fiorani, seduto al pianoforte con Spencer e me, o anche solo vederlo inciampare nella sua vestaglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ebbi il sospetto che fosse sepolto l\u00ec dentro. In fondo, forse, Spencer era appartenuto a lui, molto tempo fa. Era per questo che mi aveva chiamata?<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Mamma, che combini a quest\u2019ora di notte? \u2014 mia figlia si era svegliata e ci aveva raggiunti in soggiorno. Spencer, alla sua presenza, era tornato un pianoforte inerte e silenzioso.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Scusami tesoro, non volevo svegliarti. Hai sentito anche tu quella nota suonare da sola?<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 S\u00ec, ma \u00e8 normale mamma. Mica ti sarai agitata? \u2014 disse sorridendo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 \u00c8 la cassa armonica che si assesta, \u2014 aggiunse. \u2014 Me l\u2019ha spiegato oggi il mio insegnante di batteria, quando gli ho raccontato del piano.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi alzai e raggiunsi mia figlia alla finestra. Guardammo fuori.<\/p>\n\n\n\n<p>Era quasi l\u2019alba. Le prime luci tremolavano nei vetri dei palazzi, riflessi incerti nel chiaroscuro della notte che sfumava nel giorno. Per strada, i primi lavoratori scivolavano sull\u2019asfalto ancora azzurrato dalla luna, avvolti nei loro cappotti pesanti. Fluttuavano in silenzio, forse erano anime dell\u2019aldil\u00e0, con passo cadenzato, come se volassero. Tra loro, intravidi due uomini affiancati, uno alto e secco, l\u2019altro basso e tondo. Indossavano magliette a righe bianche e nere, appena visibili sotto le giacche scure. Camminavano piano, scomparendo a poco a poco nella nebbia dell&#8217;alba. Stentai a credere alla loro realt\u00e0. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014 Ah mamma, oggi non ti ho raccontato una cosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Non distolsi lo sguardo dalla strada.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2014Sai la biblioteca della scuola di musica? Quella dove avevi donato alcuni spartiti quando mi hai iscritta? Stavo cercando una drum chart e ho tirato fuori per sbaglio altre carte. Nel rimetterle a posto, mi \u00e8 caduto l\u2019occhio su uno spartito di Debussy, credo fosse <em>Clair de Lune<\/em>. Dietro la copertina c\u2019era una dedica. Una scrittura svolazzante, un po\u2019 d\u2019altri tempi. Ecco guarda, l\u2019ho portato a casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Continuai a guardare fuori.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_56674\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"56674\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Scesero dal furgone in due. 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