{"id":53962,"date":"2024-04-26T10:08:17","date_gmt":"2024-04-26T09:08:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=53962"},"modified":"2024-04-26T10:08:19","modified_gmt":"2024-04-26T09:08:19","slug":"premio-racconti-nella-rete-2024-leroe-con-la-giacca-a-quadri-di-gianpaolo-chieffi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=53962","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2024 &#8220;L\u2019eroe con la giacca a quadri&#8221; di Gianpaolo Chieffi"},"content":{"rendered":"\n<p>Issa la mano destra verso il cielo. Stringe una specie di connettore, lo maneggia senza tremare come prima di andare a dormire quando estrae lo spazzolino dal bicchiere sul lavandino. La sicurezza che solo un\u2019azione consueta pu\u00f2 darti. Strizza gli occhi, memore di un passato da miope, indossa ancora gli occhiali perch\u00e9 senza non si riconosce.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella piccola e cilindrica fessura con all\u2019interno delle puntine arrotondate gli deve ricordare il cavo dei mouse e delle tastiere di un secolo e mezzo fa che aveva consumato a furia di scrivere libri e articoli sul diritto costituzionale, la bioetica, il federalismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma questo \u00e8 diverso, non lo ha mai visto prima. Ha solo sentito parlare di come quell&#8217;arnese serva a mettere in comunicazione il mondo che gravita tra i semi vivi e i quasi morti. Miracolo della tecnologia apparso solo pochi anni fa, nel duemilacentoventi. Ne abbiamo pure discusso a tavola lo scorso Natale, mio padre faceva parte di una commissione bioetica che si interrogava sui rischi derivanti da un trasferimento di energia vitale che un anziano signore voleva devolvere al nipote in coma. I medici non erano sicuri che dopo il transfer il nonno ce l&#8217;avrebbe fatta. Ma il signore voleva provarci lo stesso. Pap\u00e0 parteggiava per la libert\u00e0 di scelta, fondamentale per\u00f2 che quella persona fosse informata adeguatamente. Che gli spiegassero a cosa andasse incontro, che una commissione stabilisse prima se la sua decisione fosse cosciente al cento per cento.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella storia gli deve essere ripiombata nella mente in questi istanti. Il suo calcolo dei rischi dura il tempo di cercare gli occhi di mia madre al di l\u00e0 del vetro. Comunica a quelle ombre in camice verde nella stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Lo faccio, sono consapevole. Mostratemi per favore come usare questo aggeggio, collegatemi. Non perdiamo altro tempo&#8221; gli dice con un tono secco, stavolta distogliendo lo sguardo da mamma.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non ci ha mai saputo fare con la tecnologia. A volte passavano settimane che non tornavo a casa e quando lo facevo mi precettava puntualmente per riprendere a far funzionare la stampante. Usa ancora leggere e scrivere su cellulosa, non si \u00e8 mai abituato ai visori ottici, alla realt\u00e0 aumentata.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa volta non mi ha chiesto aiuto. Una delle ombre con la tunica fino ai piedi prende il filo, invita mio padre ad accomodarsi su una sedia e con un click aggancia la periferica alla porta sotto la sua nuca. Scorgo un lampo nelle sue pupille nocciola scuro, un attimo prima che le palpebre si serrino di colpo come saracinesche.<br>Scossa elettrica. Buio. Fonti luminose che si attivano e fendono l\u2019oscurit\u00e0 come lame affilate che a stento illuminano la notte di quel Paese sconfinato. Si moltiplicano in onde luminose. Lattiginose, la cui frequenza aumenta col passare dei secondi. Ora brillano puntiformi in mezzo ai castagni americani. Sono gli occhi di un cervo che fa per attraversare la strada ma poi si ferma, sterza per ributtarsi nel bosco ma lo fa sul lato sbagliato e si ritrova di fronte a una rete. Non sa che fare. Corre a zig-zag. In un attimo tutto ritorna a essere fumo bianco, una coltre spessa che si trasforma in un\u2019unica saetta che va dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano. Salto quantico temporale all&#8217;indietro.<\/p>\n\n\n\n<p><br>E&#8217; sera. I suoi capelli sono di nuovo nero corvino. Ciuffo agghindato sul lato sinistro della fronte, compatto, ispido, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte riaggiustato con la mano durante la giornata.<\/p>\n\n\n\n<p>Era tornato a casa dopo che io e i miei fratelli avevamo finito di cenare, succedeva spesso dal luned\u00ec al venerd\u00ec. Il suono attutito dal parquet della sua ventiquattr\u2019ore di pelle nera e logora adagiata al suolo. Dalla cucina percepivo uno spostamento d\u2019aria che mi ricordava il battito d\u2019ali del mantello di Superman. Era la sua giacca che veniva sistemata sull&#8217;attaccapanni. Grondante dei nostri cappotti, uno o due per figlio. Quella giacca retr\u00f2, dai quadretti ocra riempiti di nero o forse blu scuro. Aveva un odore forte. Forte, non maleodorante. Associavo quell&#8217;olezzo al significato pi\u00f9 recondito del lavorare. Capivo perch\u00e9 dalle nostre parti fosse sinonimo di <em>faticare<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Era gi\u00e0 tardi e mezzo sonnolento lo osservavo di sfuggita mentre me ne tornavo in camera per giocare. Mangiava affamato di fronte al telegiornale per poi sedersi alla scrivania dove riprendeva quello che di sicuro aveva fatto durante il tutto giorno all\u2019Universit\u00e0. Scrivere, correggere, comporre mosaici di giornali con quella colla dall\u2019odore cos\u00ec buono che veniva voglia di mangiarsela. Era per noi arrivato il momento di andare a letto mentre lui si accoccolava sul divano.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando non mi addormentavo subito sentivo la televisione in sottofondo e dall\u2019apertura della porta nella nostra stanzetta scorgevo in lontananza un bagliore blu dal soggiorno.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel baluginare di suoni e immagini mi tranquillizzava, voleva dire che c\u2019era qualcuno a vegliare su di noi. E allora il torpore poteva avere la meglio su di me.<\/p>\n\n\n\n<p>Rallenta Pap\u00e0. La macchina sta correndo troppo. Se fai cos\u00ec ci sfracelliamo contro gli alberi per schivare quel cervo. Evita di correre. Non l\u2019hai mai fatto nella tua vita perch\u00e9 devi iniziare proprio adesso? E poi casa non \u00e8 cos\u00ec lontana.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 la prima volta che guidi questo veicolo fluttuante, prenditi il tempo per familiarizzare con questa tecnologia. Cerchiamo di non spaventare l\u2019animale ancora di pi\u00f9. Ne ho visti di cervi ammazzati sui cigli delle strade da queste parti!<\/p>\n\n\n\n<p>Tranciati di netto, senza una zampa, col collo spezzato. So solo che hanno scelto il momento sbagliato per attraversare. Si, ecco cos\u00ec va bene, stagli alla larga. Vedi che si calmer\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Dovevo avere tredici o quattordici anni. Era luglio o forse agosto. Di sicuro non era inverno perch\u00e9 indossavo una t-shirt e dei pantaloncini mentre passeggiavamo per le stradine della cittadina sugli Appennini dove i miei genitori avevano da poco comprato una piccola casa. Passavamo davanti a una pescheria quando una vespa si appoggi\u00f2 sul mio collo. Avvert\u00ec un dolore, come un pizzico. Sentivo la pelle pulsare. Non era la prima volta che una di quelle bestie mi pungesse. Al contrario di altre occasioni mio padre era l\u00ec accanto a me in quel momento. Non ci pens\u00f2 un attimo, mi spost\u00f2 la maglietta e succhi\u00f2 il veleno iniettato con la rapidit\u00e0 con cui si beve un caff\u00e8 che scotta al bancone affollato di un bar. Solo adesso realizzo quanto fosse stata una mossa lontana dal suo essere, fin troppo avventurosa, audace. Quel gesto aveva implicato un contatto fisico che fino a quel momento avevo sperimentato solo quando lo facevo imbestialire a tal punto da meritare qualche ciabattata sul fondoschiena.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Quel cervo non \u00e8 da solo, dall\u2019altra parte della strada ce n\u2019\u00e8 uno pi\u00f9 piccolo. Non deve avere che qualche mese, vorrebbe attraversare per ricongiungersi all\u2019adulto che dall\u2019altra parte dell\u2019asfalto rimbalza contro la rete fino a impigliare le corna tra le maglie metalliche a rombo. Rallenti, giri di qualche grado a est, le due ruote di destra si inzuppano a contatto con l\u2019erba autunnale. Blocchi il veicolo col freno di stazionamento, accendi le quattro frecce prima di aprire la portiera e proiettarti all\u2019esterno.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Notte di fine estate, caldo umido del golfo. Tv accesa nella loro stanza da letto e lui gi\u00e0 dormiva da tempo perch\u00e9 lo sentivo russare.<\/p>\n\n\n\n<p>Il telefono di casa squilla. Mi alzai io. Risposi. Era uno dei miei migliori amici del liceo, da un anno studiavamo insieme all\u2019universit\u00e0 di chimica. Era rimasto bloccato in una stazione ferroviaria a una quarantina di chilometri dall\u2019arrivo in citt\u00e0, di ritorno dalle vacanze al mare. Mi raccontava la situazione con un tono di voce basso, dimesso e stanco, di chi si trova di fronte a un ostacolo troppo alto e ha speso gi\u00e0 le sue migliori energie. Avevano da poco fermato il treno e fatto scendere i passeggeri che dovevano trovarsi un altro modo per tornarsene in citt\u00e0. I suoi genitori come pure il fratello erano rimasti ancora qualche giorno al mare ed erano troppo lontani per andarlo a recuperare. E pens\u00f2 a me. In realt\u00e0 pens\u00f2 a mio padre.<\/p>\n\n\n\n<p>Sperai che si svegliasse dal sonno profondo e che soprattutto non ci rifiutasse un aiuto. Lo sfioravo appoggiando appena i polpastrelli sul braccio come se quella pressione delicata e impercettibile potesse influenzare positivamente&nbsp; l\u2019umore del suo risveglio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPap\u00e0, pap\u00e0 svegliati. Scusami.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Non blater\u00f2, non si lament\u00f2. In fretta ci vestimmo per dirigerci alla stazione lontana almeno trenta, quaranta minuti di macchina.<\/p>\n\n\n\n<p>Una volta ripescato l\u2019amico sventurato il silenzio notturno cullava il nostro ritorno mentre mio padre guidava. Intorno a noi nessuno schiamazzo, nessuna moto rombante o frenata di gomme urlanti. Le luci fioche arancio dei lampioni autostradali impreziosivano come perle di una collana il cono del vulcano sonnecchiante che ci veniva incontro per poi scomparirci alle spalle. Silenzio anche dentro all\u2019abitacolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non un silenzio d\u2019imbarazzo, tantomeno reverenziale. Marinai recuperati da una tempesta che riposano sotto coperta, caduti nel mare burrascoso. I tentacoli del kraken divennero solo un atroce ricordo. L\u2019ammiraglio li aveva tratti in salvo e ora timonava il veliero verso il porto con lo sguardo sereno di chi aveva superato l\u2019ennesima sfida solcando i mari.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Scendi dall\u2019abitacolo, mi fai segno di non seguirti. L\u2019animale scalcia, vedo i suoi zoccoli illuminati dai fari della nostra macchina. Sbuffa di paura, il suo naso \u00e8 umido, sprizza umori di terrore, le pupille sono dilatate. Star\u00e0 pensando che \u00e8 arrivata la sua fine. Le bestie a due zampe in mezzo ai boschi imbracciano bastoni sputa fuoco che stendono i suoi simili. E poi quando giacciono immobili per terra, quando nessun soffio di vita \u00e8 pi\u00f9 presente e non possono fronteggiarli con i loro palchi da battaglia, i vigliacchi si avvicinano, li trascinano via su quei mostri che corrono sui fiumi neri con le strisce gialle che tagliano le foreste.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cChe vuoi fare Pap\u00e0? Quella bestia \u00e8 fuori di s\u00e9. Non sarebbe meglio chiamare la forestale?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>La batteria della macchina cede. I fari si spengono. \u00c8 tutto nero. Non vedo nemmeno una stella lass\u00f9 in cielo. Foglie secche d\u2019acero come piedini microscopici corrono sull\u2019asfalto ticchettando, il vento le trascina da una parte all\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche se sei solo pochi metri da me gi\u00e0 non ti vedo e non ti sento pi\u00f9. Non percepisco la tua presenza, sono solo. Ho paura Pap\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cProfessore, deve sbrigarsi\u201d. \u00c8 la voce fuori campo dell\u2019ombra verde.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Solo un anno fa. La sua chioma risentiva di pi\u00f9 di un secolo e mezzo passato su questo pianeta. Ciuffo scompigliato, colore simile ai suoi vecchi ritagli di giornale. Qua e l\u00e0 qualche carattere nero guizzava tra i capelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Era venuto a trovarmi, a ovest dell&#8217;oceano, dove mi ero trasferito solo qualche mese per lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che alcuni chiamano caso fece in modo che risiedessi a nemmeno duecento miglia da dove lui vide per la prima volta la luce del nostro mondo. Suo padre emigr\u00f2 in America con la moglie e una figlia piccola salendo su uno di quei barconi e sventolando un fazzoletto bianco. Poco dopo ebbe un figlio maschio. Passati solo due anni ebbe la fortuna di compiere il percorso inverso. Tornava perch\u00e9 ricevette una buona offerta di lavoro nella citt\u00e0 dove nacquero gli altri quattro figli, dove poi sono nato anch&#8217;io. Da allora quel bambino che era mio padre non aveva fatto pi\u00f9 ritorno in quelle terre.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Centosessantotto anni dopo sedeva di fianco a me nelle tre ore di viaggio che ci separavano dal suo punto zero. Nei nostri viaggi in macchina aveva quasi sempre guidato lui. Ma non stavolta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Destini invertiti di uomini fatti di porzioni di stessi acidi desossiribonucleici.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la scusa che le macchine americane fluttuanti fossero troppo diverse da quelle europee lo stavo scortando dove aveva bramato ritornare per decenni. Per me era un privilegio.<\/p>\n\n\n\n<p>Non parlava, ma fiutavo, percepivo la sua emozione. Che di riflesso era anche la mia e quella di mia madre che immergeva la sua vista nella paletta dei colori d\u2019autunno della flora che ci stava accompagnando lungo il tragitto.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019abitacolo completamente insonorizzato dall\u2019esterno creava un microclima di totale silenzio. Un silenzio che arriva solo prima delle grandi attese. Concentrazione, pensieri e ricordi che si avvicendano. Pensavo. Ragionavo che forse sarebbe potuto essere pi\u00f9 aperto con me e i miei fratelli. Che ci avrebbe potuto dire almeno una volta \u201cvi voglio bene\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 bastato il calore avvolgente di nostra madre per renderci delle persone morbide. Siamo cresciuti rigidi come lui. Intirizziti nel freddo dei non abbracci, di una fisicit\u00e0 azzerata, della non esternazione delle emozioni. Emozioni roventi immerse nel catino d\u2019acqua dove il fabbro raffredda il ferro di cavallo ancora rosso di fuoco.<\/p>\n\n\n\n<p>Finalmente arrivati a destinazione. Di fronte a quell\u2019ospedale ora diventata una residenza scattavi foto, ti scattavo foto in mezzo alla desolazione di una periferia dimenticata. Spiegavo ai fratelli neri che passavano su macchine scassate che quell\u2019uomo era nato l\u00ec nel millenovecentocinquantacinque. Che quell\u2019uomo col sorriso sulle labbra stava riprendendosi un pezzo di se. Che io lo stessi aiutando a chiudere un cerchio.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche giorno dopo che era tornato in Italia mi chiam\u00f2, ero in ufficio. Era un orario inusuale per ricevere una sua chiamata. La sua voce era squillante, mi chiedeva come stavo. Mi stava ringraziando ancora una volta. Nella sua lingua mi stava dicendo che mi voleva bene, che era grato perch\u00e9 suo figlio l\u2019aveva riportato dove aveva sempre sognato di tornare. Avevo imparato a tradurlo ormai, ad apprezzare il non detto. A imprimere nella tavoletta dei miei ricordi che ci sono modi alternativi che un padre impiega per esprimere affetto.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Non ti vedo. Sono passati pochi secondi, mi sembrano anni. Non riesco a riaccendere la macchina. Apro la portiera per venirti a cercare pure se mi hai detto di non venire. Il terreno si fa presto melmoso, il cielo \u00e8 una coltre di nuvole impenetrabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Sento un rumore metallico, deve essere il cervo che continua a dimenarsi contro la rete. E poi dei gemiti umani.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cAaaaaargh\u201d sei tu. La bestia torna a sbattersi pi\u00f9 forte di prima.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPap\u00e0! Sono qua, ti do una mano\u201d un buco nelle nuvole illumina la scena. Mio padre con entrambe le braccia prova a disincastrare le corna dalla rete. Vedo un fiotto di sangue colare dalle sue mani, il quadrupede non lo sta agevolando, impazzito di paura. Lo afferro estendendo quanto pi\u00f9 possibile le mie braccia e cingendolo tra dorso e sottopancia per tirarlo indietro e diminuire la pressione che esercitava con le corna sulla rete.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio orecchio destro pressato sul suo addome sente il suo calore, il suo cuore correre infuriato come le ruote di un treno in corsa. Non distinguo pi\u00f9 il suo battito dal mio. Le mie caviglie affondano nel fango, non ho pi\u00f9 presa fino a quando un masso sotto terra mi permette di esercitare un ultimo, disperato sforzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Sto per svenire, percepisco il suo vello irsuto scivolarmi dalla faccia come una carezza vetrata, il calore del suo corpo tramutarsi nel freddo della notte, nel sapore di erba e terra che mi entra in bocca.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcosa mi solleva da terra. Penso sia la mia anima che prende una strada diversa. Perdo i sensi.<\/p>\n\n\n\n<p><br>Luce. Abbacinante. Non vedo nulla tranne che camici verdi che formano un capannello attorno a una sedia a pochi metri dal mio letto. Uno di loro mi sta tenendo il polso e alza un braccio verso gli altri.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cOperazione completata, transfer energetico effettuato. Livello vitale del paziente sufficiente&nbsp; all\u2019espletamento delle funzioni corporee di base\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>I dottori di fronte a me si diradano, escono dalla sala. Si dirigono verso una persona. Riconosco mia madre dall\u2019altra parte del vetro. Credo che pianga.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono rintronato, sento che posso perdere conoscenza da un momento all\u2019altro come se la sala fosse satura di anidride carbonica. Sgrano gli occhi una, due volte e riconosco mio padre sulla poltrona, l\u2019ultimo medico rimasto gli stacca il connettore. Non ricordo tutte quelle rughe, ha gli occhi chiusi, le mani gonfie. Penzolano lungo la sedia seguendo un movimento impercettibile simile a un pendolo che ha smesso da poco di funzionare. Mia madre fa ingresso nella sala dei transfer, figura minuta che compie passi piccoli e rapidi per abbattere la distanza che la separa da suo marito. Strappa una coperta beige dalle mani di un infermiere che si stava avvicinando. Avvolge mio padre, la faccia \u00e8 vitrea come il ghiaccio. Lo stesso gelo che si impadronisce di me. Che hai fatto Pap\u00e0? Perch\u00e9?<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cAhhhhhh\u201d il mio urlo squarcia le pareti non prima di aver divelto la mia bocca arsa, serrata chiss\u00e0 da quanto tempo. Il fuoco di sentirmi di nuovo vivo e la fiamma del dolore si incrociano in un unico, divampante incendio. Mia madre volta il capo, mi guarda, ma non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 traccia di lacrime. Fa un passo all\u2019indietro per portare la figura di Pap\u00e0 alla fruizione della mia vista. Mi siedo sul letto, mi porto appresso tutti i tubi.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo guardo. Le sue labbra. Sono una fessura. Un piccolo trattino. Immobile. Che decide a un certo punto di tremare, spezzarsi. Le sue gote riprendono colore. Fa per alzarsi ma i dottori accorsi di nuovo nella stanza lo invitano a prendersela con calma. Non un lamento, non una rimostranza. Il sorriso stanco di chi tutte le sere tornato dal lavoro appende il mantello a quadri sull\u2019attaccapanni di casa.&nbsp;<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_53962\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"53962\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Issa la mano destra verso il cielo. Stringe una specie di connettore, lo maneggia senza tremare come prima di andare a dormire quando estrae lo spazzolino dal bicchiere sul lavandino. La sicurezza che solo un\u2019azione consueta pu\u00f2 darti. Strizza gli occhi, memore di un passato da miope, indossa ancora gli occhiali perch\u00e9 senza non si [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_53962\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"53962\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":24596,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[676],"tags":[683,350,355],"class_list":["post-53962","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2024","tag-eroegiaccaquadri","tag-luccautori","tag-raccontinellarete"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53962"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/24596"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=53962"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53962\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":53981,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/53962\/revisions\/53981"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=53962"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=53962"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=53962"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}