{"id":51343,"date":"2023-05-11T17:29:04","date_gmt":"2023-05-11T16:29:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=51343"},"modified":"2023-05-11T17:29:04","modified_gmt":"2023-05-11T16:29:04","slug":"premio-racconti-nella-rete-2023-nini-di-giovanni-ierfone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=51343","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2023 &#8220;Nin\u00ec&#8221; di Giovanni Ierfone"},"content":{"rendered":"\n<p>Una delle porcate pi\u00f9 infami che la vita ti pu\u00f2 riservare \u00e8 svegliarsi la mattina presto e scoprire di avere perso un mese di lavoro.<br>Di una pila di carte, alta pressappoco come la Torre di Pisa, non restava che una mota grigiastra zuppa d\u2019acqua. Una negligenza che mi faceva perdere un mucchio di tempo, e di denaro.<br>Una schifosissima finestra spalancata tutta la notte, un autunno incerto e maledetto, un dannato temporale e una sfiga planetaria erano gli intrugli di quel minestrone disgustoso.<br>Ricominciare voleva dire perderci la testa, e il sonno, lasciare tutto come stava una montagna paurosa di guai da far venire i capelli ricci alla buonanima di Yul Brinner.<br>Dopo avere considerato che una polmonite era il minimo che mi potesse capitare, dopo avere storto gli occhi a forza di starnutire, presi a ramazzare come Papillon nel tentativo assai ottimistico di recuperare il recuperabile prima dell\u2019arrivo di Teresa Grossi, la mia datrice di lavoro.<br>Sostituto procuratore, nubile e rompiscatole di prim\u2019ordine Teresa, da pi\u00f9 di un mese, si dannava a raccogliere prove per incastrare un certo Vito Lacosta, ruffiano per passione e fetente di professione. Sorvolando assai allegramente su alcune norme procedurali, scambiandomi per un archivio blindato, e casa mia per un bunker a prova di bazooka, mi aveva affidato tutto il materiale raccolto che giaceva, ora, fradicio e appallottolato nel cestino della carta straccia.<br>Avrei dovuto consegnare i documenti qualche tempo dopo! Non sono una carogna, ma sperai capitasse un incidente a Teresa (la vita \u00e8 sempre cos\u00ec piena di imprevisti!). Rompersi l\u2019osso del collo facendo le scale, o beccarsi una febbre da cavallo tale da bloccarla a letto per un mese.<br>Tranquillizzato, riuscii a mantenermi calmo perfino quando scoprii di avere esaurito le scorte d\u2019orzo. Era la prima volta da un\u2019infinit\u00e0 di anni che affrontavo una giornata senza berne un goccio. Stentavo a credere che mi potessi sentire cos\u00ec vuoto e insoddisfatto.<br>Da qualche parte avevo letto che l\u2019uomo \u00e8 un animale abitudinario. Beh, chiunque l\u2019avesse scritto, aveva sacrosanta ragione. Chi sa, forse anche quello era rimasto senza surrogato di caff\u00e8.<\/p>\n\n\n\n<p>Una rampa di scale ripida come l\u2019ingresso a Santa Maria in Aracoeli, una ringhiera che scricchiolava come le ossa di mio nonno in bicicletta, un pianerottolo pi\u00f9 infido degli archivi del catasto, ancora scalini e finalmente spuntava in fondo al corridoio l\u2019atrio della redazione. Una mezza porta a vetri opachi sporca di un vecchio \u201cBuon Natale\u201d scrostato conduceva al mio desk.<br>Avevo pensato pi\u00f9 volte di sostituirlo con una scritta<br>del tipo \u201cLeo Parodi, idraulico\u201d o imbianchino, o con cose di questo genere. Loro (idraulici e imbianchini) non avevano di che preoccuparsi: segreteria telefonica (oppure l\u2019equivalente in carne e ossa), frigo bar e via elencando\u2026<br>Cos\u00ec almeno diceva la gente. Sennonch\u00e9 mi ricordavo di Ponzi, lo stagnaro, che abitava in un buco a pianterreno con moglie e cinque figli, che tiravano avanti solo perch\u00e9 avevano imparato a campare d\u2019aria, e allora mi accorgevo che la gente dice spesso un gran mucchio di stronzate e mi confortavo.<br>L&#8217;usciolo dell\u2019anticamera, che di solito non chiudevo a chiave, era accostato. Costretto da uno spiffero gelido cigolava piano. Qualcuno mi aspettava. Un potenziale rompiballe temetti entrando.<br>Mi ero sbagliato. Non un rompiballe voleva vedermi, ma una rompiballe. Una signora.<br>Sedeva sulla poltroncina davanti alla scrivania dello studiolo. Le gambe accavallate, dondolava con lentezza un piede. Con pigrizia frugava nella borsetta poggiata sul ginocchio della gamba sinistra.<br>Indossava un completo di velluto scuro, lustro e grossolano. La camicetta, sbottonata con disinvoltura, rivelava un seno floscio, vizzo, picchiettato di leggere chiazze scure. Un paio di calze nere in nylon smagliate al polpaccio coprivano gambe tozze e grassocce, insaccate in scarpe di vernice coi tacchi a spillo consumati. Doveva essersi truccata senza specchiarsi perch\u00e9 il rossetto, a tratti, non seguiva la linea delle labbra. Le borse sotto gli occhi, poi, erano state celate da uno spesso strato di ombretto chiaro. Per quanto mi sforzassi non riuscivo ad approssimarne l\u2019et\u00e0.<br>\u201cLa porta era aperta e ho pensato che sarebbe stato meglio aspettare qui\u201d si giustific\u00f2 facendo spallucce e osservandomi fisso fisso negli occhi.<br>Aveva il viso contratto, la fronte corrucciata. Era tesa, e non ne immaginavo la ragione.<br>\u201cNon ha paura dei ladri?\u201d domand\u00f2, sforzandosi di apparire pi\u00f9 ingenua di quello che non fosse.<br>\u201cLe uniche cose da portar via, qui dentro, sono la noia e la polvere accumulata sui mobili. Come vede\u2026\u201d.<br>Rest\u00f2 per un attimo sopra pensiero, ritocc\u00f2 col mignolo della mano destra il trucco all\u2019angolo della bocca e cominci\u00f2 a vagare con lo sguardo per la stanza. Infine, mi chiese, apprensiva:<br>\u201cE\u2019 Leo Parodi\u2026 vero?\u201d.<br>Risposi di s\u00ec, che ero proprio io.<br>Alzai la tapparella, mi tolsi il soprabito, che appesi a un indecente attaccapanni a muro, e presi posto sulla mia bella poltrona di pelle finta: l\u2019unico mobile della stanza a non essere infagottato dalla polvere.<br>La donna rovist\u00f2 di nuovo nella borsetta. Si sporse attraverso lo scrittoio e mi consegn\u00f2 un biglietto da visita. Stampato in corsivo inglese e con sobria eleganza si leggeva: \u201cTeresa Grossi, sostituto procuratore\u201d, seguivano indirizzo e numero di telefono.<br>\u201cE\u2019 lei che mi ha detto di venire\u201d chiar\u00ec \u201cvoleva che fossi io stessa a spiegare la situazione\u201d.<br>\u201cCome ha conosciuto Teresa?\u201d.<br>\u201cMi ha tirata fuori dei guai, una volta\u201d.<br>\u201cChe genere di guai?\u201d le chiesi. Lo supponevo, ma lo feci pi\u00f9 che altro per sbloccare la conversazione.<br>\u201cEro stata accusata di adescamento e truffa. Io\u2026\u201d e port\u00f2 la mano al petto \u201cche non so nemmeno che cosa significa adescamento! E siccome non mi potevo permettere un avvocato, Teresa mi venne assegnata d\u2019ufficio. Vuole sapere altro?\u201d.<br>\u201cPer adesso no. Solo, cosa c\u2019entro io in tutta questa storia\u201d.<br>\u201cDunque\u201d, cominci\u00f2 sistemandosi meglio sulla poltrona e assumendo la posizione di chi spiega qualcosa a un deficiente. \u201cLe cose stanno pressappoco cos\u00ec. Tempo fa Teresa mi contatt\u00f2. Mi disse che stava raccogliendo informazioni su Vito Lacosta. Pensava fossi stata una delle sue ragazze e voleva convincermi a deporre. Ma, io, non ho mai avuto a che fare con tipi come quello. Avrei potuto raccontarle solo che tra gli esseri a due zampe \u00e8 il pi\u00f9 fetente. Questo, per\u00f2, \u00e8 risaputo e comunque non le era di nessun aiuto. Cos\u00ec l\u2019ho indirizzata da un\u2019altra ragazza. Un tipo strano, particolare. Sta con tutti e con nessuno. Non ha una zona sua. Per quello che ne so, pu\u00f2 anche aver fatto parte della scuderia di Lacosta. Se pagata bene, e con una protezione adeguata, potreste riuscire a cavarle qualcosa. Ma non ci giurerei sopra. Gliel\u2019ho detto, \u00e8 strana\u201d.<br>\u201cIn che senso?\u201d.<br>\u201cBah, dice sempre che la sua \u00e8 una missione, una vocazione, e cavolate simili. Spesso, se qualcuno le piace, non si fa nemmeno pagare. E capita il pi\u00f9 delle volte\u201d.<br>Sottoline\u00f2 la frase \u201c\u2026 non si fa nemmeno pagare\u201d con un ghigno che mi parve cattivo, risentito. Ma, forse, fu soltanto la mia fantasia suggestionata dalla linea sghemba del rossetto sulle labbra della donna, e non potrei giurarlo.<br>\u201cPer me \u00e8 matta\u201d continu\u00f2. \u201cSe Teresa per\u00f2 vuol tentare\u2026 Fatti suoi. E\u2019 tutto\u201d.<br>\u201cCome posso rintracciarla\u201d.<br>\u201cQuesto \u00e8 compito suo, mi pare, e a essere sincera non saprei proprio. In ogni modo nell\u2019ambiente \u00e8 conosciuta come Nin\u00ec\u201d e sput\u00f2 con buona creanza una ciocca di capelli giallo muffa finitale tra le labbra.<br>\u201cPosso andare?\u201d domand\u00f2 poco dopo afferrando la borsetta.<br>\u201cSicuro\u201d risposi non del tutto convinto.<br>Ci alzammo e l\u2019accompagnai alla porta. Sul pianerottolo fu sul punto di dire qualcosa, ma vi rinunci\u00f2 subito limitandosi a sorridere con intenzione. Feci finta di nulla e lei, senza perdere altro tempo in infruttuosi tentativi di ammaliamento, si gir\u00f2 e si allontan\u00f2 ondeggiando sui tacchi a spillo.<br>La faccenda cominciava ad assumere connotati interessanti. Se fossi riuscito a scovare la ragazza e convincerla a deporre contro Lacosta, le probabilit\u00e0 di sbatterlo al fresco aumentavano, e di parecchio. Di conseguenza, le scartoffie accumulate da Teresa servivano meno, e questo mi risollevava da un mare di guai.<br>Ero perso in questi pensieri quando squill\u00f2 il telefono.<br>\u201cLeo Parodi\u2026\u201d.<br>\u201cSono Teresa, Leo. Hai visto Mastice?\u201d.<br>\u201cChi?\u201d.<br>\u201cMastice, la ragazza\u201d.<br>\u201cSe per ragazza intendi quell\u2019impasto di rughe e belletto che era qui un momento fa, \u00e8 gi\u00e0 alla porta da qualche minuto\u201d.<br>\u201cChe pensi di questa storia?\u201d.<br>\u201cChe se le cose filano per il verso giusto pu\u00f2 funzionare\u201d.<br>\u201cE della donna?\u201d.<br>\u201cMi ha convinto poco, credo sapesse molte pi\u00f9 cose di quelle che mi ha raccontato\u201d.<br>\u201cChe cosa te lo fa credere?\u201d domand\u00f2 interessata.<br>\u201cIl suo comportamento, teso, agitato. Sembrava spaventata\u201d.<br>\u201cSpaventata?\u201d ripet\u00e9 divertita.<br>\u201cCome un gatto a mollo. Non riesco a capire\u2026\u201d.<br>\u201cC\u2019\u00e8 poco da capire\u201d m\u2019interruppe. \u201cLa colpa e mia. Per evitare che ti raccontasse fandonie le ho fatto credere che collabori con l\u2019ispettore Macr\u00ec. Lo conosce solo di fama e credo le basti. E\u2019 probabile che dapprincipio ti abbia scambiato per lui\u201d e rise.<br>\u201cAllora, deve aver preso la pi\u00f9 grossa cantonata della sua vita. No, non credo sia questo il motivo\u201d.<br>\u201cAscolta\u201d continu\u00f2 \u201cho importanti informazioni su Nin\u00ec. Scrivi. Il suo vero nome \u00e8 Anna Bessi\u201d, poi continu\u00f2 con un rosario infinito di informazioni, non tutte capitali.<br>Al solito, dett\u00f2 in modo veloce e precipitoso, come se le frasi fossero un\u2019unica parola. La mia mano correva sul foglio con la stessa velocit\u00e0 di un ragioniere tallonato da un cinghiale.<br>\u201cUn momento\u201d gridai infine stiracchiando la mano. \u201cRilassati e spiegami come diavolo hai fatto a procurarti queste notizie\u201d.<br>\u201cNon farmici pensare\u201d esclam\u00f2 \u201cun lavoro d\u2019inferno. Ho letto e riletto da cima a fondo le schede di tutte le prostitute che circolano in citt\u00e0\u201d.<br>\u201cSu quali dati\u201d ribattei incredulo.<br>\u201cSull\u2019unico che conoscevo, il nome d\u2019arte della ragazza. Un agente pignolo nello stilare il rapporto ha riportato anche quello. Ho trascorso tre notti insonni, ma ne \u00e8 valsa la pena. E ora, vecchio mio, \u00e8 giunto il tuo turno. Non dovrebbe esserti difficile rintracciarla con gli elementi che hai a disposizione\u201d.<br>\u201cMica tanto\u201d osservai \u201c\u00e8 un maledetto casino questa citt\u00e0, mica un parco giochi\u201d.<br>\u201cVa bene, va bene\u201d mugugn\u00f2 \u201cmuoviti, comunque. Ah, quasi dimenticavo. Che ne diresti se mi portassi a cena, stasera?\u201d.<br>\u201cEcco\u2026 in un certo senso\u2026\u201d.<br>\u201cAllora ci vediamo a casa mia verso le nove. Ti aspetto\u201d e riattacc\u00f2.<br>Era proprio vero: l\u2019unica, sostanziale differenza fra Teresa e un uomo consisteva nel fatto che gli uomini si radono lei, invece, si depilava.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p>\u201cAnna chi? Bessi! Chi ha un cognome cos\u00ec non circola da queste parti e non ha bisogno di darla per vivere\u201d. \u201cNin\u00ec! Cos\u2019\u00e8, un pechinese? Ah, ah, ah\u2026\u201d.<br>Da giorni e giorni la musica era sempre la stessa. Tra le sue colleghe o nessuna la conosceva o pensavano le prendessi in giro.<br>In verit\u00e0, anche Teresa e io in principio avevamo pensato a un\u2019omonimia. D\u2019altra parte, immaginare che una Bessi faceva la vita era un\u2019ipotesi cos\u00ec balorda che avevamo creduto opportuno saperne di pi\u00f9.<br>Scartabellando negli archivi dei giornali, e ovunque ci fosse data la possibilit\u00e0, avevamo accumulato abbastanza notizie da avere un quadro pi\u00f9 preciso della situazione.<br>A sedici anni, Marianna Domitilla Bessi (Anna per i consanguinei), la figlia minore di Pietro Bessi, il re dell\u2019acciaio, scappa di casa. I familiari pensano a un colpo di testa giovanile e non danno gran peso all\u2019accaduto. Ma i giorni passano e di Anna nessuna novit\u00e0. Il fatto \u00e8 tenuto segreto: i giornali potrebbero ricamarci sopra e provocare uno scandalo. La notizia filtra comunque. I rotocalchi se ne appropriano,<br>richiedono informazioni sempre pi\u00f9 particolareggiate. Allo scopo di calmare le acque, da casa Bessi comunicano che Anna \u00e8 lontana per motivi di salute. I giornali, per un po\u2019, abboccano. In seguito, si sparge la voce del mestiere scelto dalla ragazza. La famiglia si trincera dietro un rigoroso silenzio stampa, come si dice in questi casi. Forse anche per questa ragione i media non si occupano della vicenda, che non viene pi\u00f9 ripresa.<br>Avevo tentato di fissare un appuntamento con Pietro Bessi. Senza risultato. Avrei dovuto affidarmi a Teresa, lei era l\u2019unica che potesse riuscirci: conosceva a meraviglia tutto quello stucchevole corollario di consuetudini e buone maniere dell\u2019alta societ\u00e0 oltre a conoscere, beninteso, le persone giuste.<br>Io, invece, non solo m\u2019incartavo con le posate in un pranzo di riguardo, ma al ristorante appena riuscivo a trattenermi dall\u2019annodarmi il tovagliolo intorno al collo. Quanto alle amicizie importanti, al massimo potevo aspirare ai biglietti omaggio per gli incontri di boxe.<br>Il telefono trill\u00f2 con prepotenza. Ero depresso, lo lasciai squillare a lungo. Quando lo ritenni opportuno sollevai la cornetta.<br>\u201cLeo Parodi\u2026\u201d soffiai.<br>\u201cFinalmente la trovo. E\u2019 da un pezzo che tento di rintracciarla. Sono Laura Bessi\u201d.<br>Per la miseria, la famosa Laura Bessi. La mantide. La regina delle cronache mondane. Le sue imprese consentivano a tre o quattro rotocalchi scandalistici di uscire regolarmente in edicola. Quando lei presenziava alle feste mogli, fidanzate e concubine varie affilavano gli artigli e si preparavano alla guerra. Anzi alcune di loro pare frequentassero corsi speciali di addestramento \u201canti-Laura\u201d, stage che prevedevano esercitazioni di pedinamento, sorveglianza, disturbo e, nei casi estremi, lancio di piatti (o analoghi oggetti contundenti da cucina) e ritirata strategica.<br>\u201cA che debbo il privilegio della sua chiamata, signorina Bessi?\u201d borbottai.<br>\u201cA una semplice curiosit\u00e0\u2026 Ho saputo che ha cercato mio padre, oggi\u201d.<br>Le voci corrono in fretta, pensai. Pi\u00f9 in fretta di quanto immaginassi.<br>\u201cS\u00ec, \u00e8 vero\u201d.<br>A quel punto mi sembrava da stupidi negare l\u2019evidenza. Tanto pi\u00f9 che avevo assoluta necessit\u00e0 di parlare con qualchedun altro della famiglia.<br>\u201cChi le ha fornito il mio numero di telefono?\u201d.<br>\u201cMi \u00e8 bastato cercare in internet\u201d.<br>Restai di sale!<br>\u201cE\u2019 molto intraprendente, signorina. Perch\u00e9 non si serve delle sue incredibili capacit\u00e0 deduttive e mi spiega il motivo della chiamata?\u201d.<br>\u201cCerto, certo. Mi dica, prima, la telefonata a mio padre aveva lo scopo di raccogliere informazioni sulla sua societ\u00e0 o sulla famiglia\u201d.<br>\u201cSulla famiglia\u201d.<br>\u201cSu di me?\u201d.<br>\u201cNo \u2013 tagliai corto \u2013 su uno dei componenti che pare vi interessi come l\u2019invasione delle cavallette in Egitto\u2026 Senta, non vorrei sembrarle scortese, ma ritengo che dovrebbe starsene fuori da questa storia, anzi non impicciarsene affatto. Suo padre \u00e8 stato categorico in proposito\u201d.<br>Come scena madre per un melodramma lacrimevole andava abbastanza bene. Appariva addirittura superba la trovata di scoraggiare quella disgraziata che aveva deciso di venirmi in aiuto. Io stesso mi stupii di tanta sottile astuzia.<br>\u201cHa forse paura di lui?\u201d insinu\u00f2.<br>\u201cNon dica sciocchezze \u2013 sbottati aspro. \u2013 Sto semplicemente svolgendo un lavoro e lo porto avanti a modo mio. Non insisto se la gente non ritiene opportuno collaborare\u201d.<br>\u201cNon la facevo cos\u00ec rinunciatario\u201d comment\u00f2.<br>\u201cE, infatti, non lo sono. Questa volta per\u00f2 ho preferito agire cos\u00ec\u201d.<br>\u201cMi ascolti, signor Parodi \u2013 riprese conciliante. \u2013 Credo di avere afferrato il problema e se lei \u00e8 d\u2019accordo desidererei incontrarla in serata\u201d.<br>\u201cSe insiste. Fissi pure l\u2019ora e il posto dove incontrarci\u201d.<br>\u201cConosce il Baldus?\u201d.<br>\u201cE\u2019 quel locale sulla Cristoforo Colombo, credo. S\u00ec, solo di nome\u201d.<br>\u201cBene, questa sera al Baldus\u201d.<br>\u201cIntesi. Arrivederla, signorina Bessi\u201d.<br>Il tempo di abbassare la cornetta del telefono che bussarono alla porta. Capita sempre cos\u00ec. Spesso trascorrono giorni, e a volte settimane, senza che nessuno chiami o si interessi di te nemmeno per sapere se sei crepato o se stai l\u00ec l\u00ec per farlo e, all\u2019improvviso, il telefono urla come la mia vicina di casa e la gente si prende la briga di arrivare sin qui, salire le scale e attraversare quella porta che per la maggior parte dell\u2019anno \u00e8 pi\u00f9 chiusa della bocca di un cadavere.<br>\u201cAvanti\u2026\u201d gridai pi\u00f9 infastidito che incuriosito.<br>La porta si apr\u00ec e, se gli occhi non mi tradivano, in piedi, tra la soglia e il pianerottolo, la ventiquattrore in mano, attendeva proprio lei, Teresa Grossi sostituto procuratore della repubblica. Alta, slanciata, manageriale, con la messa in piega fresca di parrucchiere, tailleur rigorosamente grigio e firmato, gardenia all\u2019occhiello, ispirava un\u2019aria cos\u00ec professionale e sicura che mi sono sempre chiesto perch\u00e9 una donna raffinata e intelligente come lei avesse deciso di lavorare con un cialtrone grossolano come me.<br>Un mio amico, un cervellone, che parlava di affinit\u00e0 elettive, di compensazione e astrusit\u00e0 varie, un giorno che delirava pi\u00f9 del solito, dopo un lungo discorso concluse: \u201c\u2026E ricordati, per quanto possa sembrarti assurdo, che gli opposti si integrano\u201d.<br>\u201cChi era\u201d domand\u00f2 Teresa in apparenza disinteressata. Non attravers\u00f2 la porta. Stette ferma tra la soglia e il pianerottolo a fissarmi.<br>\u201cLaura Bessi. Vuole vedermi\u201d.<br>Sollev\u00f2 il busto e soffi\u00f2 due o tre volte con il naso, come i pugili in guardia.<br>\u201cChe significa vuole vederti\u201d reag\u00ec dura.<br>\u201cSignifica che ha fissato un appuntamento con me perch\u00e9 vuole parlarmi\u201d.<br>\u201cE di cosa?\u201d.<br>\u201cDella sorella, ovviamente\u201d.<br>\u201cVai in villa, dunque\u201d.<br>\u201cNo. Ci vediamo stasera al Baldus\u201d.<br>\u201cAh, al Baldus. E\u2019 l\u00e0 che svolge gli impegni di lavoro? Molto interessante. L\u2019utile al dilettevole, un binomio perfetto. In gamba la piccola, davvero in gamba\u201d.<br>\u201cEhi, ehi! Cos\u2019\u00e8, un\u2019arringa? Ha fissato un banalissimo appuntamento perch\u00e9 vuole parlarmi della sorella. Tutto qui. Si pu\u00f2 sapere che ti prende?\u201d.<br>\u201cTanto per cominciare che ti pago per lavorare e non per trascorrere le serate in locali notturni in compagnia di una vamp. In secondo luogo, che questo caso lo stiamo svolgendo insieme, e gradirei continuassimo a farlo. Terzo e ultimo punto che sei un cialtrone\u201d.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p>Due cose distinguevano il Baldus dagli altri ritrovi notturni della citt\u00e0. La fauna che vi prosperava, biscazzieri, imprenditori, bancarottieri, arrampicatori sociali, stelline del cinema e della televisione, firme e firmette del giornalismo, artisti, intellettuali e ciurmaglia anche peggiore; e il tentativo di giustificare quest\u2019accozzaglia con la balla della promozione culturale.<br>Al Baldus non mandavi gi\u00f9 un Martini annacquato e basta. No, al Baldus ingoiavi un Martini annacquato e un milione di parole su un testa quadra importante.<br>E tre i motivi per cui non lo avevo mai frequentato. Innanzitutto, perch\u00e9 non sono un etologo, secondo perch\u00e9 non ne avevo avuto l\u2019occasione \u2013 n\u00e9 l\u2019avevo mai cercata \u2013 terzo perch\u00e9 non avrei potuto permettermi un solo bicchiere d\u2019acqua minerale, quand\u2019anche l\u2019avessero servita.<\/p>\n\n\n\n<p>Decine di specchi ottagonali incassati nei muri moltiplicavano (ripetendole come in un gioco di scatole cinesi) le immagini di un\u2019umanit\u00e0 stanca, di corpi sudati, di oggetti imbrattati. Fasci di luce pulverulenta e multicolore piovevano senza sosta dall\u2019alto spalmandosi sui tavolini appiccicaticci, ingombri di olive e stecchini. Nell\u2019aria viziata, frastornata dalle chiacchiere, appesantita dal fiato, s\u2019intravedevano, vaghe, le facce dei clienti. Facce vuote, rimbecillite dalla noia e dall\u2019ozio, gli occhi bruciati dall\u2019alcool. Spenti, come le pale dei ventilatori che penzolavano inerti dal soffitto. Ragni<br>immondi aggrappati alla tela, pronti a ghermire la preda. E come se non bastasse, le note sdilinquite di un maledetto pianista in camicia alla Robespierre e capelli neri, lunghi, che ce la metteva tutta per stravolgere \u201cJack the bear\u201d del vecchio Duke Ellington.<br>Il volto di Laura Bessi era su tutti i quotidiani e le riviste patinate in circolazione. Io ne avevo solo sentito parlare. Non leggevo la stampa frivola per una forma di larvato snobismo e non mi interessavo di cronaca rosa. Dei giornali spulciavo la cronaca, quella vera, e la pagina sportiva se trattava di boxe. Non ero un intellettuale e non mi importava di esserlo.<br>Con questo semplice accorgimento avevo evitato sempre di imbottirmi la zucca di ciance e di banalit\u00e0. E se adesso non riuscivo a riconoscere Laura Bessi, la colpa in fondo era soltanto mia.<br>In quella Babele percepii una voce chiamare una \u201cLaura\u201d. Seguii quello squittio, che super\u00f2 di rimbalzo il brusio di voci indistinte che regnava in sala, un cicaleccio fastidioso, appena temperato dal sottofondo discreto del piano.<br>E qualcosa, radendo gli spigoli smussati dei tavoli, zigzagando tra gambe incrociate accavallate fiacche ciondoloni, calpestando lembi di pellicce ecologiche e di cappotti sul pavimento macchiato dallo struscio e dalle gocce dei drinks, raggiunse l\u2019ala del locale arredata in un liberty stomachevole. Poi, quella che all\u2019origine mi era parsa una nottola, si rivel\u00f2 per una donna sui quarant\u2019anni, di aspetto borghese, vagamente intellettuale, il viso affumicato dal fard. Grondante di strass, tintinnante di anelli, di bracciali, di ninnoli vari dava l\u2019idea di quei vistosi lampadari a goccia addobbati per le feste di Natale.<br>L\u2019abat-jour conquist\u00f2 un pouf e sedette accanto a una donna annoiata e taciturna. Prese a parlarle fitto fitto tenendo infilati il pollice e il medio della mano sinistra nelle guance infossate, come se reggesse una protesi dentaria.<br>Masticando noccioline salate attesi che alla logorroica le si inaridisse il gargarozzo. Quando finalmente spar\u00ec inghiottita dalla calca mi avvicinai alla donna.<br>\u201cLa signorina Bessi\u201d supposi.<br>Mi lanci\u00f2 un\u2019occhiata interrogativa e non rispose.<br>\u201cSono Leo Parodi\u201d.<br>\u201cOh, signor Parodi\u201d giubil\u00f2 spiattellandomi un sorriso che mise in mostra trentadue magnifici denti bianchi. \u201cCredevo non venisse pi\u00f9\u201d.<br>Mi porse la mano, come per baciarla. Gesto che non feci e mi limitai a stringerla forte, con grande disappunto della donna.<br>Il viso di Laura Bessi rievocava il tipo della bellezza classica, una vaghezza resa innaturale dal trascorrere degli anni e non pi\u00f9 soggetta all\u2019usura del tempo.<br>Una linea di trucco segnava le sopracciglia esili, ben curate. Inarcandosi o distendendosi, in base all\u2019umore, accentuavano il riflesso di due grandi occhi grigi, o neri, che viravano a seconda della luce. Qualche goccia di sudore le imperlava la fronte e la fossetta sulle labbra carnose. I capelli ramati si scioglievano in riccioli ampi su un vaporoso golfino di cashmere scollato. Una larga cintura di pelle le fasciava la vita facendo risaltare il seno tumido e sodo.<br>\u201cPerch\u00e9 non si siede?\u201d uggiol\u00f2. \u201cE\u2019 timido, o \u00e8 una tecnica per tenermi sulle spine?\u201d. Cos\u00ec dicendo, reclin\u00f2 la testa all&#8217;indietro, una risata di vetro le gorgogli\u00f2 in gola e i capelli le si sciolsero morbidi morbidi gi\u00f9 per le spalle. Il movimento fece ondeggiare il bicchiere che stringeva nel palmo di una mano e gocce di liquore traboccarono a bagnarle la gonna di tweed blu notte.<br>Strofin\u00f2 il tessuto con le dita e la gonna scivol\u00f2 a scoprire gambe da applauso inguantate in calze fum\u00e9. Terminata l\u2019operazione, controll\u00f2 se le scarpine di coccodrillo con i tacchi alti si fossero macchiate.<br>\u201cIntanto che si ricompone\u201d feci \u201cordino da bere. Desidera qualcosa?\u201d.<br>\u201cOh s\u00ec, grazie! Dica a Ugo di prepararmi il solito\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornai da Laura Bessi facendomi largo a spintoni. Prima ancora che potessi sedermi la donna domand\u00f2, curiosa:<br>\u201cChe cosa beve?\u201d.<br>\u201cOrzo\u201d spiegai. \u201cNe porto sempre qualche bustina. E\u2019 una miscela che preparo io personalmente. Difficile trovarla in giro\u201d.<br>\u201cOrzo!\u201d ripet\u00e9 incredula.<br>\u201cEsatto. Orzo, surrogato di caff\u00e8\u201d.<br>\u201cMa come fa a berlo!\u201d esclam\u00f2 disgustata e, forse, impietosita.<br>\u201cMe lo sono chiesto anch\u2019io, in principio\u2026 Ma il tempo ci rende assuefatti a molte cose. E la necessit\u00e0 pure. Dopo aver beccato un milione di pugni come martellate nello stomaco, \u00e8 l\u2019unico intruglio che non permette alle viscere di saltarmi fuori e spargersi sul pavimento. Per di pi\u00f9 soffro di insonnia e mi aiuta a chiudere gli occhi un paio d\u2019ore\u201d.<br>Non ritenni opportuno aggiungere che se, in effetti, il caff\u00e8 d\u2019orzo era l\u2019unica porcheria che riuscivo a trattenere in corpo, non era tuttavia l\u2019unica che bevevo e che, pur di gustare un goccio di birra di tanto in tanto, ero disposto a sopportare dolori atroci come se un migliaio di cani e gatti si azzuffassero nelle budella.<br>L\u2019arrivo di Ugo mi salv\u00f2 dalla curiosit\u00e0 irriverente della donna.<br>\u201cIl cocktail che aveva ordinato\u201d interloqu\u00ec.<br>Osservai con attenzione il cameriere. Una ciocca di<br>capelli grigi gli fluttuava languida nel pulviscolo dei faretti. Aveva l\u2019espressione triste, i baffi e il volto scoloriti, come il telo di quegli ombrelloni dimenticati d\u2019inverno sulla spiaggia. Era stanco. Stanco e nauseato di quello che lo circondava, di quell\u2019aria rarefatta. Ma un giorno, si intuiva, sarebbe andato via da quella bolgia e avrebbe posseduto un locale tutto suo, un posto pulito, illuminato bene.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCos\u00ec \u00e8 un investigatore privato\u201d mi aggred\u00ec d\u2019un tratto Laura Bessi dopo che Ugo si fu allontanato.<br>\u201cCos\u00ec \u00e8 uno di quei guardoni che spiano dal buco della serratura le coppiette nelle camere d\u2019albergo e che gironzolano\u2026\u201d.<br>Quello sbotto mi sorprese.<br>\u201cSignorina Bessi\u201d accennai nello sforzo di calmarla.<br>\u201c\u2026 che gironzolano alla ricerca di storielle compromettenti, cinicamente montate\u2026\u201d.<br>\u201cSignorina Bessi\u201d urlai. Riuscii a zittirla.<br>\u201cPu\u00f2 chiamarmi Laura\u201d frign\u00f2, improvvisamente calma. Accavall\u00f2 le gambe.<br>\u201cSi rilassi, e mi ascolti. Per cominciare, non sono uno di quei ficcanaso alla ricerca di storie equivoche. Sono un cronista, vittima anch&#8217;io del malessere che colpisce i giornali e che, con vago senso del melodramma, \u00e8 definito \u201ccrisi della stampa\u201d. Di me\u2026 della mia esperienza\u2026 si serve a volte il giudice Grossi, pi\u00f9 che altro per non farmi fare la fine del topo, immagino. Sono una specie di uomo di fiducia, di segretario tuttofare, o qualcosa di simile. Perci\u00f2 chiunque, compresa lei, pu\u00f2 rifiutarsi di darmi informazioni, sbattermi la porta in faccia o, nella peggiore delle ipotesi, mandarmi a guardare il pavimento da vicino. Per\u00f2, se uno di quegli impiccioni privati o forse un mio collega troppo zelante le hanno giocato un brutto scherzo, questo non l\u2019autorizza a trattare la gente alla stregua di quei cicisbei cascamorti che le svolazzano intorno\u201d.<br>Allib\u00ec. Tent\u00f2 di replicare, ma le parole le si ingarbugliarono in gola e le ingolfarono il tubo di scappamento. Dilat\u00f2 le pupille e, in un rigurgito di pudore, cerc\u00f2 di abbassare la gonna che non voleva saperne di starsene gi\u00f9.<br>Lanciai uno sguardo panoramico nella sala asfissiante e satura di chiacchiere, sfuggendo di proposito i suoi occhi ora cos\u00ec neri e cos\u00ec lucidi per il bere, che mi fissavano silenziosi e attenti, forse persi dietro agli insuccessi della vita. Se mai ne avesse avuti.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, in uno dei suoi repentini cambi di umore, mi disse come erano andate le cose.<br>Mi raccont\u00f2 di come Nin\u00ec fosse entrata a far parte del giro di Lacosta. Di come questi si fosse innamorato di Nin\u00ec. Della decisione cinica del padre di ripudiare la sorella, di abbandonarla alle sue nevrosi, di impedire con ogni mezzo e a chiunque di cercarla\u2026 E la serata fin\u00ec l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Il resto, incrociando ritagli stampa con verbali e documenti fornitemi da Teresa, lo avevo scoperto da me. Mastice, per rientrare nel grande giro, aveva fatto rapire Nin\u00ec. In questo modo, la maitresse aveva creduto di raggiungere due scopi: vendicarsi della donna che pensava le aveva portato via l\u2019uomo che amava e riconquistare un posto di rilievo nell\u2019organizzazione. Lacosta per\u00f2 non era pi\u00f9 innamorato di lei e, per giunta, aveva lasciato andare Nin\u00ec.<br>Distrutta nell\u2019orgoglio, dilaniata dalla gelosia, Mastice aveva organizzato di uccidere la rivale.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, una sera, sulla Palmiro Togliatti, fra tutte le ragazze che pestano l\u2019asfalto, due balordi, su una moto di grossa cilindrata, scippano la borsetta proprio a Nin\u00ec, che non molla e che viene trascinata per un breve tratto micidiale mentre il tipo seduto dietro al guidatore grida \u201cVoi tenete il virus!\u201d.<br>Ambulanza, polizia, medico legale\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Aveva qualcosa di diverso dalle altre e di diverso, sopra tutto, da quelle come lei. L\u2019angolo di una strada era il chiodo per il suo lavoro e, credo, di tutta la sua vita.<br>Addossato alla finestra dell\u2019ufficio, la guancia incollata al vetro, una lattina di birra tra le mani, e il sapore acido del vomito, che dallo stomaco sale su, piano piano, fino a comprimerti il diaframma e il cuore, la immaginavo sull\u2019imbrunire a un angolo di strada.<br>Era l\u00e0, e guardava passare la gente, osservava scorrere la citt\u00e0. All\u2019angolo, il profilo rigido e scheggiato di un muro, che percorre la linea eccentrica della spina dorsale.<br>Stava l\u00ec, ferma e immobile, e avrebbe potuto essere lontana una vita, un anno luce o un chilometro, ma avrei continuato a guardarla, a osservarla, la guancia incollata al vetro, l\u2019aspro sapore di birra in bocca.<br>Era diversa\u2026 Ma non avevo ancora capito perch\u00e9!<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_51343\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"51343\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una delle porcate pi\u00f9 infami che la vita ti pu\u00f2 riservare \u00e8 svegliarsi la mattina presto e scoprire di avere perso un mese di lavoro.Di una pila di carte, alta pressappoco come la Torre di Pisa, non restava che una mota grigiastra zuppa d\u2019acqua. 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