{"id":48528,"date":"2022-04-05T11:17:39","date_gmt":"2022-04-05T10:17:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=48528"},"modified":"2022-04-05T11:17:40","modified_gmt":"2022-04-05T10:17:40","slug":"premio-racconti-nella-rete-2022-variazioni-goldberg-di-cesare-cuscianna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=48528","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2022 &#8220;Variazioni Goldberg&#8221; di Cesare Cuscianna"},"content":{"rendered":"\n<p>&#8220;<em>Come una nascita<\/em> <em>ogni morte alimenta il mistero<\/em>&#8220;<\/p>\n\n\n\n<p>Lavorando di notte si era assuefatto a scansare il giorno dor\u00admendo, cos\u00ec la sera del 4 Aprile 1982 la sveglia suon\u00f2 come al solito alle sette di sera nel cottage. Glenn Gould amava l\u2019isolamento di quella casa sulle rive del lago Simcoe. Dopo la morte della madre non spegneva pi\u00f9 le luci del piano terra, n\u00e9 di notte n\u00e9 di giorno. Dal letto le finestre proiettavano varchi giallastri nelle tenebre, inquadrando cu\u00admuli di neve fradici per il disgelo e spezzoni di abeti. Avvicinandosi alla costru\u00adzione isolata nella pianura si aveva l&#8217;impres\u00adsione di es\u00adsere guidati da un faro perpetuo, sospeso sulla linea dell&#8217;oriz\u00adzonte. Era avvolto da un velo di stordimento, i sogni lo lascia\u00advano in preda ad eccitazioni in\u00adcomprensibili, o depressioni immotivate e pro\u00adstranti. Allung\u00f2 una mano verso il comodino, alla ricerca del ter\u00admometro, temeva la febbre. Per rassicurarsi misurava la tempera\u00adtura pi\u00f9 volte al giorno, come da bambino aveva un tempo fatto la ma\u00addre.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei cinque minuti che riservava all&#8217;operazione Glenn Gould pensava intensamente alla morte. La dilatazione del mercurio avrebbe potuto rappresentarne la prima avvisaglia. A quel punto inutile sedersi al pianoforte. Rigido su un fianco attese con ansia crescente lo scadere del tempo fissando le tenebre in\u00adcer\u00adte al di l\u00e0 della finestra. Il tra\u00admonto aveva lasciato alta nel cielo una colorazione rosata che striava le nuvole. Quello spet\u00adtacolo non gli comunic\u00f2 che desolazione. Sarebbe morto com&#8217;era vissuto, solo. La folla di ipo\u00adcriti che l&#8217;attorniava ammirava il suo successo, non lui, il tremebondo, eterno adole\u00adscente imprigionato nei panni del mito. Lo avrebbero abbando\u00adnato non appena imboccata la para\u00adbola discendente, quei finti amanti. Si trastullava con loro come un monarca coi cor\u00adtigiani ma a tempo debito, era certo, sarebbe stato punito. In caso di malattia avrebbe potuto contare su cortei prezzolati di medici ed infermieri, sugli insipidi incorag\u00adgiamenti di estra\u00adnei, ma nessuno che si dedicasse a lui con amore. Sarebbe mancato al suo capezzale il dolore au\u00adtentico, e con la morte non avrebbe raccolto pi\u00f9 di una riflessione di circostanza: \u201c<em>Il povero Glenn, cos\u00ec geniale, cos\u00ec biz\u00adzarro<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei lentissimi minuti impiegati dal mercurio realizzava con orrore di essere stato incapace in tutta la vita, nei cinquant&#8217;anni che fra pochi mesi sarebbero scoccati, di solca\u00adre a fondo l&#8217;esistenza di alcuno. Aveva sparso i suoi artifici di artista su platee va\u00adste ma lon\u00adtanissime, irreali. No, non avrebbe lasciato niente di vivo dietro di s\u00e9. Non un figlio. La sua vita rischiava da un momento all&#8217;altro di svanire nel nulla. Co\u00adme un sasso scagliato nel lago nero che gli stava di fronte. Un tonfo, un po&#8217; di spruzzi e poi il silenzio, per sempre. Ma la distanza dagli altri era servita a proteggerlo da quei vicini ostili, i suoi simili. I maledetti sembravano in possesso di un acuminato potere. A nessuno permetteva di salutarlo toccandolo. In\u00adcon\u00adcepi\u00adbile, niente lo faceva andare in bestia quanto una pacca sulle spalle. All&#8217;ini\u00adzio credeva che la paura fosse solo quella di un&#8217;infezione, ma presto aveva compreso, erano gli uomini gli ordigni pericolosi. Altrimenti perch\u00e9 te\u00admere il conta\u00adgio parlando al telefo\u00adno? se udiva un colpo di tosse riattac\u00adcava subito. Da quando aveva smesso le esibizioni dal vivo rimaneva il suo mezzo privilegiato di contatto. Anche allo\u00adra per\u00f2 avvertiva il bi\u00adsogno che l&#8217;interlocutore fosse solo: \u201cC&#8217;\u00e8 qualcuno con te nella stanza?\u201d chiedeva. &nbsp;Al di l\u00e0 del filo i gregari di una cerchia sele\u00adzio\u00adnata, a vario titolo coinvolti nelle attivit\u00e0 musica\u00adli. Discu\u00adtevano di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Con un brivido di apprensione trasse il termometro. Il corpo era fresco come un germoglio. Un&#8217;energia nuova lo invest\u00ec. Poteva lavora\u00adre. Doveva solo controllare la pressione arteriosa. L&#8217;apparecchio elettronico non lo fece at\u00adtendere: 130 su 80. Il dottor Driscoll aveva raccomandato che la pressione mini\u00adma non superasse i novanta, per via del cuore, non c&#8217;era quindi bisogno di prendere la compressa di diuretico. Comin\u00adciava a fare effetto proprio quando era pi\u00f9 as\u00adsorto, rapito dal lavoro trascurava i primi segnali di distensione della vescica, doveva poi cor\u00adrere a vuotarla mentre quasi si inondava, come un bambino.<\/p>\n\n\n\n<p>La madre fu sua insegnante sino ai dieci anni, ogni carezza al piano era un omaggio a lei. I tasti d&#8217;avorio, gelidi e setosi, evocavano il distacco ed in\u00adsieme la tene\u00adrezza della sua voce, la presenza assidua che gli aveva consentito di stravolgere le logiche musi\u00adcali. Ora la sfida era strappare ancora consensi a quel fantasma. Non aveva condiviso molte interpretazioni, n\u00e9 la rabbiosa presunzione da cui originavano, ma sba\u00adlordita dalla follia di quell&#8217;unico figlio lasci\u00f2 che si sviluppasse, certa che se una via le fosse stata impedi\u00adta, altre ne avrebbe intraprese, meno innocue.<\/p>\n\n\n\n<p>La notte del 4 Aprile 1982 le prime note cominciarono dunque a levarsi tra le pareti in tronchi di pino del cot\u00adtage poco dopo le dieci. Glenn Gould aveva indugiato sotto la doccia bollente, era sempre infreddolito. Indossati uno sull&#8217;altro due maglioni e i mezzi guanti per combattere gli spasmi circolatori alle dita, se\u00addette infine ad un nero piano\u00adforte a coda. Gli piacevano i bassi chiari e limpidi, per inseguirli aveva manomesso sino a rovinare pi\u00f9 di uno Steinway. Esigeva di lavorare su strumenti assoggettati in schiavit\u00f9 totale. La sala d&#8217;incisione allestita nel seminterrato ne custodiva tre, enormi dinosauri assopiti ma ben accordati. Stavolta, d&#8217;impulso, il pre\u00adscelto risult\u00f2 essere il piano con cui aveva iniziato la carriera di con\u00adcerti, lo stesso con cui aveva poi deciso di concluderla, otto anni addietro, a Los Angeles. I giornali ingigantirono il caso del pianista che al culmine del successo rinunciava alle ovazioni del pubblico per chiudersi nella solitudine di una sala d&#8217;incisione. Ma lui non desiderava altro che abbandonare quelle esibizioni da circo equestre. Ogni volta lo assaliva il terrore che la sala gremita e buia gli si rivol\u00adtasse contro, sommergen\u00addolo di fischi e critiche vocianti. E poi quegli sguardi, centinaia a scrutarlo den\u00adtro, attra\u00adverso ogni poro dell&#8217;epidermide. Inerpicarsi su un palcoscenico era stato come affron\u00adtare i leoni, la prima impreci\u00adsione sarebbe stata l\u2019occasione per sbra\u00adnarlo. Ma questa soddisfa\u00adzione non l&#8217;aveva mai concessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, nel buio della sala d&#8217;incisione, sotto la luce concentrata di pochi e discreti faretti da lui stesso disposti, anche la lunga ombra lucida del pianoforte sembrava svanire. Solo cos\u00ec l&#8217;illusione poteva nascere, e la musica sgorgare dalla pelle. In questo lavorio tra il mistico ed il fantastico aveva un pubblico solo immaginario, docile ed acclamante. E la madre, essere incorporeo da meravigliare ancora. La sua morte, sette anni addietro, aveva segnato l&#8217;ingresso in una nuova dimensione, quasi che l&#8217;evento avesse imposto magie pi\u00f9 impe\u00adgnative. La musica non inter\u00adveniva a salvare un ricordo ma piuttosto a preservarne due, quello materno e lo stesso suo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando dopo un attento ri\u00adscaldamento le mani di Glenn Gould prendevano a correre come foglie spinte dal vento l&#8217;agitarsi sulla tastiera appariva casuale e luna\u00adtico. Ma presto si mutava in folata vitale: musica. Libero da ogni sogge\u00adzione suonava per s\u00e9 e la madre. Dal ritmo del brano emergeva il lin\u00adguaggio di un&#8217;infatuazione, al confronto ogni parola sareb\u00adbe parsa ottusa, come il battere di una mano sulla coscia. Solo lei poteva intendere, ovunque fosse anda\u00adta a perdersi fra le ere. A volte era la madre ad avere la meglio, e come un metronomo in\u00adterve\u00adniva a moderare gli slanci. Altre volte invece l&#8217;estro si imbizzarriva e le note colpi\u00advano veloci lo spazio lacerandolo con frustate, o si trascina\u00advano lente come funerali. Ma quella sera l&#8217;incanto si rifiutava, sembrava che il pianoforte avesse contratto nel buio intrigo di corde, martelletti e lievissime strutture lignee un malanno misterioso. I suoni che gemeva erano patetici come sbuffi di vapore di una vecchia locomotiva. O almeno tali parvero a Glenn Gould.<\/p>\n\n\n\n<p>Presto la scarsa pazienza lo abbandon\u00f2, percosse col pugno la tastiera che reag\u00ec con una dolorosa risonanza. Spinse via lo sgabello speciale che gli con\u00adsentiva di sedersi nell&#8217;inusuale po\u00adsizione, la testa quasi all&#8217;altezza dei tasti. Si avvi\u00adcin\u00f2 barcollando al pianoforte della madre. Su di esso lei gli aveva insegnato, con le dita sulle dita. Ed era stato quel pianoforte a suscitare le prime infantili cu\u00adriosit\u00e0, non il corpo di una donna. Ma dopo la sua morte non l\u2019aveva pi\u00f9 toccato, immaginava che un gemito sarebbe scaturito dalla cassa, come dal ventre di un cetaceo ferito. Ora qualcosa ve lo riconduceva, forse il richiamo di una musa devota. Si inginocchi\u00f2<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Appena le mani esitanti fecero per posarsi scocc\u00f2 tra i tasti un lampo galvanico, la scossa realizz\u00f2 pi\u00f9 di quanto mostrasse il sussulto di Glenn Gould. In quell&#8217;istante infatti un fenomeno nuovo si and\u00f2 perfezio\u00adnando tra il pianista ed il mezzo. Sospese sulla tastiera le dita sostavano a mezz&#8217;aria, immobili, ma obbedendo ad un miracolo il suono prese egualmente a ge\u00adnerarsi. E risult\u00f2 di qualit\u00e0 sovrumana, perch\u00e9 nulla di reale sarebbero state in grado di produrlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una melodia perfetta avvolse le ombre della sala di incisione, la colm\u00f2, filtr\u00f2 tra le fessure invisibili dei pannelli insonorizzanti, al di sotto delle porte, scovando bui e contorti percorsi avanz\u00f2 tra i cavi elettrici e i tubi idraulici. Come levigata colata trabocc\u00f2 per la casa e da l\u00ec, soavemente, nella pianura circostante. Ma non dest\u00f2 meraviglie visibili, l\u2019auditorio era deserto, ed anche l\u2019edificio, e la pianura tutta. La superfice nera del lago Simcoe vibr\u00f2 appena, come per una ventata improvvisa e radente. Glenn Gould non si sorprese del prodi\u00adgio, come lo attendesse. Mille volte aveva smaniato perch\u00e9 i muscoli stre\u00admati e asfittici, le arti\u00adcola\u00adzioni dolenti si affrettassero all&#8217;inse\u00adgui\u00admento di idee invece velocissime. La carne era esecutrice troppo lenta.<\/p>\n\n\n\n<p>Le Variazioni Goldberg, l&#8217;inarrivabile aria di Bach, sempre aveva cercato di ricrearla, impo\u00adnendo alla parti\u00adtura il suo carattere. Dalla prima regi\u00adstrazione del 1955 all&#8217;ultima, cui an\u00adcora lavorava in quei gior\u00adni, non era mai soddi\u00adsfatto. Avrebbe pagato chiss\u00e0 cosa per essere liberato da quell&#8217;ossessione. Sen\u00adtiva che avrebbe potuto fare meglio. Ma ora, senza che li sfiorasse, i tasti accoglievano i desideri e li esaudivano, ora la perfezione di continuo sfiorata era raggiunta. Il sortilegio materno rendeva quella notte la pi\u00f9 bella della sua vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Esattamente sei mesi dopo, il 4 Ottobre 1982, alle 11,30, Glenn Gould moriva per ictus cerebrale al General Hospital di To\u00adronto.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_48528\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"48528\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Come una nascita ogni morte alimenta il mistero&#8220; Lavorando di notte si era assuefatto a scansare il giorno dor\u00admendo, cos\u00ec la sera del 4 Aprile 1982 la sveglia suon\u00f2 come al solito alle sette di sera nel cottage. 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