{"id":45589,"date":"2021-05-14T16:30:14","date_gmt":"2021-05-14T15:30:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=45589"},"modified":"2021-05-14T16:30:15","modified_gmt":"2021-05-14T15:30:15","slug":"premio-racconti-nella-rete-2021-luna-di-paolo-mazzocchini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=45589","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2021 &#8220;Luna&#8221; di Paolo Mazzocchini"},"content":{"rendered":"\n<p>No. Non sembrava affatto diversa. Quel suo piglio infantile, un po\u2019 severo dello sguardo. E il naso appena camuso. &nbsp;E il sorriso fiero, ma innocente. Innocente, come allora. Uguale ad allora. Al netto delle rughe che le incidevano il mento, in quell\u2019immagine di lei di trequarti, col capo appena reclino. Inevitabili, le rughe. Come i capelli bianchi. Erano castani, allora. Lo ricordo. Non ti scordi i tuoi sedici anni.&nbsp; Castano scuri, come gran parte delle ragazze di qui. A sessant\u2019anni e passa non puoi non avere capelli bianchi, se non ricorri ai trucchi del parrucchiere. E Luna non era mai stata una ragazza da trucchi, di nessun genere. Tutto in lei era spontaneo. Era come un arbusto selvatico che cresce ai bordi di un campo. L\u2019avevo cercata e ritrovata, Luna. Finalmente. Dopo oltre cinquanta anni. Cosa non ritrovi oggi nella rete? Di tutti ci rimane impigliata una traccia. E lei vi ha lasciato quell\u2019immagine. E poche notizie. Pochi segni, ma inequivocabili, di riconoscimento. La passione per i Pink Floyd. Il nome del liceo dove abbiamo studiato due anni insieme. E soprattutto Pavese. I dialoghi, le poesie, i romanzi: <em>Prima che il gallo canti, La casa in collina, La luna e i fal\u00f2<\/em>\u2026 Gi\u00e0, <em>La luna e i fal\u00f2. <\/em>Quel suo amore viscerale e precoce per Pavese sembrava dunque ancora vivo, iscritto come un destino nel suo stesso nome. Quel nome, Luna Guarnieri, &#8211; il suo nome e cognome &#8211; l\u2019aveva vergato lei, di sua mano, sulla copertina di quel quaderno, cinquanta anni prima, con una grafia tonda, grande, marcata: un po\u2019infantile, come lei. Non ricordavo quasi pi\u00f9 di averlo, quel quaderno. \u00c8 stato il caso a farmelo ritrovare.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando vai in pensione e non hai moglie n\u00e9 figli, il tempo d\u2019improvviso si spalanca di fronte a te come una voragine. L\u00ec per l\u00ec cerchi di placarne la vertigine. Provi a esorcizzare l\u2019orrore del vuoto. Ridisegni allora i limiti del tuo mondo, ne riduci implacabile i confini. Per dominarlo meglio. Cominci per esempio a rovistare tra gli scaffali e i cassetti. Butti tante cose che non servono pi\u00f9. Selezioni, riordini meticoloso quelle \u2013 poche, sempre meno- che ancora credi possano valere. \u00c8 cos\u00ec che ho ripescato il quaderno di Luna. Dentro c\u2019era anche una vecchia foto in bianco e nero della nostra classe ginnasiale, con me in seconda fila, in piedi, alto, allampanato, i capelli nerissimi, lunghi e disordinati, come andavano allora. Stava, il quaderno con dentro la foto, sotto una montagna di vecchi fogli, scartoffie giudiziarie ed appunti d\u2019ufficio. Si confondeva con loro, con le mille ormai inutili carte processuali del mio studio. \u00c8 stata quella grafia infantile in copertina a rivelarmelo. E a salvarlo. Quel quaderno era pieno dei suoi amori pavesiani. Luna vi aveva trascritto con pazienza certosina, per una estate intera, poesie su poesie di <em>Lavorare stanca <\/em>e un certo numero dei <em>Dialoghi con Leuc\u00f2<\/em>. Una impresa da antichi amanuensi. E tutto questo lo aveva fatto per me. Solo per me. Voleva, con una caparbiet\u00e0 che solo le grandi passioni riescono ad alimentare, che io mi innamorassi, a tutti i costi, come lei, di Pavese. Voleva, ma io non so di che cosa fossi innamorato in quell\u2019epoca. Vivevo sospeso tra un\u2019infanzia agonizzante che non riuscivo a seppellire e una tempesta di emozioni nuove che adesso non saprei pi\u00f9 descrivere. Tutto intorno aveva preso a confondersi, i colori della realt\u00e0 mi apparivano pi\u00f9 vividi, ma anche pi\u00f9 accecanti, e miei desideri iniziavano a protendersi, smisurati, verso mete nuove, prima impensabili, ma confuse, tremendamente instabili. In questo marasma navigavo a vista, campavo alla giornata. E in questa deriva quotidiana Luna era diventata presto per me, non lo nego, una stella fissa, un pianeta capace di orientarmi con i netti contorni della sua luce. Luna era sincera, onesta, trasparente, sicura di s\u00e9. In lei non c\u2019erano ombre, sfumature, pieghe di ambiguit\u00e0 o angoli segreti. Non esisteva un\u2019altra faccia di Luna. Tutta la ricchezza della sua anima risplendeva in superficie. Si offriva candida \u2013 un po\u2019 selvaggia e naif \u2013 a tutti. Ma con me si era presa a cuore un compito speciale, che mi pareva vivesse quasi come una missione: trasmettermi intera quella sua passione letteraria, cos\u00ec intensa, viscerale. Un altro meno ingenuo e spaesato di me (di come ero io all\u2019epoca) avrebbe pensato che Luna fosse, almeno un po\u2019, invaghita di me. Che Pavese fosse solo un pretesto, un diversivo. Io, allora, no, non l\u2019ho mai sospettato. Perch\u00e9 ero convinto che se cos\u00ec fosse stato, lei me lo avrebbe apertamente dichiarato. La dissimulazione, il gioco delle parti non le appartenevano. No: lei era perdutamente innamorata di Pavese. Glielo diceva sempre il nostro grande prof di lettere: \u00abCara Luna, ti sei presa una cotta, una bella cotta letteraria\u2026 ti passer\u00e0, presto. Qualche ragazzo in carne ed ossa te la far\u00e0 passare!\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Non riuscii a innamorarmi di Pavese \u2013 troppo cupo, umbratile, tragico per un sedicenne. E non riuscii mai a capire allora perch\u00e9 Luna, cos\u00ec vitale, solare, cos\u00ec diversa dall\u2019oggetto della sua adorazione, lo amasse tanto. Ma neppure mi permisi mai di sminuire questa sua passione. Tanto meno di prendermene gioco. Avevo tanta stima di lei che questa si rifletteva, automatica, su Pavese. Cos\u00ec mi lessi tutte le poesie e le prose che lei amorevolmente aveva ricopiato per me in quel quaderno arancione, con un riquadro nella copertina dove compare una scena disneyana del <em>Libro della giungla<\/em>. Fu, per una estate intera, una gradita penitenza. Ma lessi tutto con grande attenzione \u2013 con l\u2019intenzione almeno di capire, se non fossi riuscito a condividerla, le ragioni pi\u00f9 profonde di quella sua infatuazione per me tanto inspiegabile. Quella fu la seconda ed ultima estate della nostra amicizia. Finito il ginnasio, tra giugno e luglio Luna mi sped\u00ec da M* &#8211; per posta raccomandata \u2013 diverse altre, religiose trascrizioni dalle poesie e dai <em>Dialoghi con Leuc\u00f2<\/em>. Cos\u00ec come vi era entrata due anni prima, Luna usc\u00ec dalla mia vita di adolescente in punta di piedi in quel settembre di circa mezzo secolo fa \u2013 era una ragazza tanto sanguigna quanto discreta, tanto premurosa quanto rispettosa della libert\u00e0 altrui. Il suo ultimo saluto prima che ci perdessimo di vista \u2013 lei si era trasferita in un altro liceo della provincia, pi\u00f9 vicino a M* &#8211; fu semplicemente la sua firma scritta e riscritta cinque o sei volte a caratteri sempre diversi \u2013 piccoli, grandi, cubitali, fioriti \u2013 nella mezza pagina lasciata vuota dalla conclusione di <em>Anche i gatti lo sapranno<\/em>: Luna, LUNA, <em>Luna<\/em>\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>M* \u00e8 un paesotto in collina della Marca centrale, a una quindicina di chilometri da casa mia. Dalla vetrata del mio studio si intravedono distintamente in lontananza, sul crinale della collina che sale serpeggiando dalla costa, l\u2019increspatura delle sue vecchie case di mattoni e il culmine di un paio di campanili. Dopo aver disseppellito quel quaderno e rintracciato la sua pagina FB, mi sorprendevo ogni tanto \u2013 cos\u00ec da lontano &#8211; a immaginarmela, lei, Luna, nella sua casa. Fantasticavo come un adolescente di poterla rincontrare adesso, in carne ed ossa, cos\u00ec come era diventata, o rimasta, rispetto a quei tempi. Quella curiosit\u00e0 cos\u00ec coltivata nel segreto ozioso dei miei giorni di pensionato presto si trasform\u00f2 in un desiderio intenso, struggente: come se ritrovarla di nuovo dopo tanto tempo significasse per me il compimento pi\u00f9 naturale di una emozione interrotta, addormentata negli anni, ma capace \u2013 se risvegliata \u2013 di regalarmi una gratificazione speciale. La senilit\u00e0 non \u00e8, come si pensa, una steppa desolata, un deserto di emozioni e di sentimenti. La vecchiaia incipiente pu\u00f2 essere un crogiolo di inutili rimpianti, certo, ma anche di fervide riappropriazioni. \u00c8 come restaurare il giardino quando la tempesta si \u00e8 placata: recuperare il salvabile, colmare le buche, seminare erba e fiori, ridisegnare aiole, rinfoltire le siepi. Ogni cosa sopravvissuta ritorna al suo posto, secondo l\u2019antico disegno: pi\u00f9 sobrio, per\u00f2, pi\u00f9 essenziale. Spogliato del superfluo. Cos\u00ec mi pareva fosse la mia amicizia per Luna: un frutto che avevo troppo precocemente abbandonato, cos\u00ec, ancora troppo acerbo, sul ramo, e che avrei dovuto provare finalmente a raccogliere. E siccome questo desiderio divent\u00f2 nei giorni una inquieta e disturbante ossessione, decisi di prendere il coraggio a quattro mani. Scrissi un messaggio privato sulla pagina FB di Luna. Temevo un po\u2019 di violare una privacy che pi\u00f9 non mi apparteneva. Ma il passato, quel nostro comune e prezioso passato che mi stava riafferrando in maniera cos\u00ec prepotente, non poteva \u2013 ne ero convinto \u2013 trovarla indifferente. Scrissi un messaggio breve ma intenso e spontaneo, forse appena melodrammatico, dove dicevo pressappoco che su di una vecchia ed autentica amicizia come era stata la nostra il tempo non ha potere; e che quindi anche lei doveva giocoforza, anche a distanza di tanto tempo, ricordarsi di me, Giorgio Pellegrini, il suo vecchio compagno di scuola. E che avrei avuto piacere, un piacere immenso, a rincontrarla. A mostrarle di nuovo, dopo cinquanta anni, quel prezioso quaderno con le sue trascrizioni pavesiane. Non fui sfiorato nemmeno dall\u2019idea di apparire ridicolo, come certi sentimentali che si esibiscono senza decoro in televisione, in quelle trasmissioni strappalacrime dove si ritrovano amici d\u2019infanzia e parenti lontani. No, io ero sicuro: quel quaderno che avevo con me era la garanzia che qualcosa di importante tra noi era accaduto: che avevamo condiviso nella nostra adolescenza una parte profonda di noi stessi, quello scrigno segreto dell\u2019anima nostra che non apriamo se non davanti a persone che sentiamo care.<\/p>\n\n\n\n<p>Scrissi. E lei rispose, dopo pochi giorni. Rispose con un messaggio breve e gentile. Diceva che si ricordava bene di me come di molti ex compagni di ginnasio. Che avrebbe avuto molto piacere di rivedermi. Mi invitava a visitarla a casa sua, quando avessi voluto, purch\u00e9 la avvertissi. Abitava ancora in Via della Ginestra al numero 10, in quella vecchia casa nel piccolo centro storico di M*, dove ci eravamo radunati in parecchi della nostra classe per fare insieme a lei i compiti di latino, un pomeriggio di tanti anni prima\u2026&nbsp; Fui preso da una commozione e da una trepidazione indescrivibili. Di colpo fu quasi come se il muro di quel mezzo secolo di vita che ci aveva tenuti lontani fosse crollato. E vi si fosse aperto un varco, una breccia inaspettata attraverso cui ricongiungersi, d\u2019un salto, con la nostra adolescenza\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Mi recai a M* nel giorno concordato. Tenevo con me in una mano, avvolto in una busta regalo, il quaderno di Pavese. Nell\u2019altra un mazzetto di fiori di campo che avevo chiesto al fioraio di confezionarmi, ma in maniera sobria, con quello che la stagione offriva: fiordalisi, margherite\u2026 tutti quelli insomma che fossero intonati, mi raccomandai, ad una donna sensibile s\u00ec, ma semplice, e schietta. In tasca avevo un bigliettino di dedica, amorevolmente personalizzato e firmato, da accompagnare ai miei preziosi presenti. Camminavo su per i viottoli che dal parcheggio conducono in alto, al centro di M*, verso via della Ginestra numero 10. Non sentivo l\u2019affanno della salita, che pure era ardua ormai per me, tra scalinate e vicoli che si arrampicano verso il cucuzzolo arroccato del paesotto. Ero felice e ansioso come un ragazzino innamorato che si reca al primo appuntamento. \u00abChe cosa prover\u00e0 rivedendomi? \u2013 mi domandavo \u2013 Faticher\u00e0 forse per un attimo a riconoscermi, dopo tanto tempo? Oppure intuir\u00e0 subito, sotto la maschera degli anni, che si tratta di me, del suo amico Giorgio, quello per cui aveva passato tante notti insonni per trascrivere Pavese, e mi abbraccer\u00e0, commossa? Basta, basta, adesso sto svoltando in via della Ginestra, tra un attimo suono alla porta. Lei abita proprio qui, questo \u00e8 il portone, accanto alla vecchia lapide che ricorda la nascita in questo sperduto borgo di provincia di un famoso papa del rinascimento. E quello \u00e8 il numero civico, con le cifre grandi, impresse sopra una targa di terracotta, con un bordo in rilievo, fregiato con una greca azzurra scolorita&#8230; S\u00ec, certo. Tutto come cinquanta anni fa. Ci siamo. Ecco.\u00bb Suonai.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi apr\u00ec subito una giovane donna intorno ai trenta, di aspetto dimesso. Con aria cortese mi chiese chi fossi e mi fece accomodare. Si present\u00f2 a sua volta. Era sua figlia, mi disse. La figlia minore di Luna. Era stata lei a ricevere il mio messaggio e a rispondere. Curava lei la pagina FB di Luna. Ormai da circa tre anni. Da quando Luna, poco dopo essere rimasta vedova, non era stata pi\u00f9 in grado di farlo da sola. Luna non stava bene, mi disse la figlia. Soffriva di una forma precoce e intermittente di smemoratezza, di debolezza fisica e di confusione mentale. Rimuoveva il passato recente e ricordava quello lontano, s\u00ec, ma anche questo in maniera incerta, frammentaria e contraddittoria. Ero costernato, pensando che non eravamo, io e lei, ancora settantenni. Ma soprattutto pensando al fiore selvatico che era stata. E a come adesso fosse precocemente maltrattata da una di quelle malattie senili che non si augurano nemmeno al peggior nemico. Provai a sdrammatizzare. Cominciai a dire che si trattava sicuramente di una crisi passeggera, del trauma del lutto recente. Cincischiai altre belle frasi che riuscii l\u00ec per l\u00ec a pescare \u2013 improvvisando &#8211; nel mio repertorio avvocatesco. Ero sgomento, in realt\u00e0. Spiazzato da quella rivelazione inaspettata. E la mia prima reazione, che non riuscivo ad ammettere nemmeno con me stesso, era di trovare un pretesto, anche vigliacco, per evitare di vederla. Lasciare a sua figlia il mio presente floreale e tornarmene a casa col quaderno di Pavese e col bigliettino di dedica, scusandomi per aver recato disturbo a una persona malata. Ma la figlia insistette. \u00abNon si preoccupi, avvocato. Luna sar\u00e0 contenta di vederla, sono sicura. \u2013 mi disse &#8211; Quando le ho parlato di lei e le ho fatto vedere il suo messaggio mamma ha avuto come di un fremito improvviso. \u00c8 persino arrossita, come le succede quando prova una emozione intensa.\u00bb Arrossita! Per me! Ma s\u00ec, ma s\u00ec. Luna dunque era ancora lei. A dispetto degli insulti del destino era ancora \u2013 questo mi suggerivano le parole della figlia &#8211; la ragazza impulsiva e sanguigna che avevo conosciuto. E soprattutto io, il mio nome, il nostro passato, dovevano significare ancora qualcosa per lei. Questo mi importava. Mi rinfrancai. &nbsp;Entrai nella sua stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Vidi davanti a me, avvolta in una consunta vestaglia a fiori, una vecchia. Seduta all\u2019angolo di un sof\u00e0, il capo &#8211; una massa disordinata, bianca bianca di capelli appena mossi &#8211; appoggiato sul braccio destro che tremava un po\u2019, premendo sul bracciolo, come se faticasse a sostenerne il peso. Mi sforzavo di rintracciare \u2013 in quei lineamenti sofferenti del viso, pallido e sfatto \u2013 qualcosa della mia Luna. S\u00ec, la curva appena camusa del naso, forse. E gli occhi scuri, la fierezza \u2013 limpida &#8211; dello sguardo. S\u00ec, un po\u2019, a guardarci bene, quelli, forse, c\u2019erano ancora. Cos\u00ec mi pareva. Ma somigliava poco, quasi niente alla foto postata su FB. Fece un cenno con la sinistra alla figlia come per chiederle di farmi accomodare. \u00abMamma, \u00e8 il signore che ti ha scritto, il tuo vecchio compagno di scuola!\u00bb. \u00ab Oh s\u00ec, s\u00ec\u2026 ho capito, mi ricordo\u2026\u00bb &nbsp;rispose finalmente la madre. La voce era flebile, strascicata, appena lamentosa. Come se venisse da lontano, come se fosse attutita e deformata da un filtro che le impedisse di uscire con la dovuta energia. Soprattutto mi pareva una voce sconosciuta. Non quella squillante, perentoria, giovane di Luna. Mi avvicinai, con prudenza, porgendole il mazzetto di fiori di campo. \u00abSono per te, mamma &#8211; disse la figlia &#8211; Prendili\u00bb. Lei allung\u00f2 la mano destra tentennando un po\u2019 il capo, prese il mazzetto e avvicin\u00f2 i fiori al viso come se volesse annusarne il profumo. \u00abS\u00ec, mi ricordo di te\u2026 ti riconosco. Sei uguale ad allora, solo che non hai pi\u00f9 i capelli biondi biondi, che intanto ti sono scappati via, tutti\u2026 &#8211; disse quasi sussurrando e additando con un sorriso benevolmente canzonatorio la mia testa calva \u2013 S\u00ec, lo so, non te l\u2019ho mai detto, mi vergognavo allora, ma tu eri il mio amoruccio segreto, il pi\u00f9 carino e il pi\u00f9 bravo dei miei compagni\u2026 perci\u00f2 scrivevo per te tante poesie di Pavese. Era un modo per dirtelo\u2026 carissimo Giulio, che sorpresa mi hai fatto!\u00bb. Giulio! Cos\u00ec mi chiam\u00f2. La figlia mi guard\u00f2 imbarazzata per un lungo istante. Mi chiese scusa con gli occhi. &nbsp;\u00abIl piacere \u00e8 soprattutto mio \u2013 sorrisi, riprendendomi da un attimo di comprensibile smarrimento \u2013 cara Luna. Ecco il quaderno di allora, quello su cui hai trascritto Pavese per me, per il tuo Giulio. Credo sia meglio che d\u2019ora in poi sia tu a conservarlo, in ricordo della nostra bellissima amicizia\u00bb. Lo depositai, cos\u00ec imbustato com\u2019era, sul tavolino del salotto. Aggiunsi poco altro. Qualche altra frase di circostanza. La figlia sfil\u00f2 il quaderno dalla busta regalo. Lo sfogli\u00f2 per qualche secondo. Sorrise mesta, gli occhi appena lucidi. Me ne andai subito dopo, salutando con fare ossequioso. Uscendo controllai che mi fosse rimasto in tasca il bigliettino di dedica. Cos\u00ec era. Meno male.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_45589\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"45589\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>No. Non sembrava affatto diversa. Quel suo piglio infantile, un po\u2019 severo dello sguardo. E il naso appena camuso. &nbsp;E il sorriso fiero, ma innocente. Innocente, come allora. Uguale ad allora. Al netto delle rughe che le incidevano il mento, in quell\u2019immagine di lei di trequarti, col capo appena reclino. Inevitabili, le rughe. Come i [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_45589\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"45589\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":21726,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[553],"tags":[],"class_list":["post-45589","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2021"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45589"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/21726"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=45589"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45589\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":45595,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45589\/revisions\/45595"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=45589"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=45589"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=45589"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}