{"id":44929,"date":"2021-03-30T11:00:08","date_gmt":"2021-03-30T10:00:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=44929"},"modified":"2021-03-30T11:00:09","modified_gmt":"2021-03-30T10:00:09","slug":"premio-racconti-nella-rete-2021-la-fontanella-di-giovanni-pezzino-rao","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=44929","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2021 &#8220;La fontanella&#8221; di Giovanni Pezzino Rao"},"content":{"rendered":"\n<p>Dopo nove anni quella panchina \u00e8 ancora la posizione migliore per osservare l\u2019obitorio, nonostante il grande platano arrivi ormai a coprire una parte della facciata con le sue foglie appuntite gialloverdi. Tutta la vegetazione attorno rende fresche le sere d\u2019estate, le pi\u00f9 lunghe dell\u2019anno, quelle con la luce arancione che bagna le colonne della facciata del palazzo, nascoste dietro al fumo denso della mia sigaretta, mentre sto qui seduto a grattarmi la barba. Medici e infermieri mi salutano con le chiavi della macchina in mano, a passo svelto verso il parcheggio nel cortile sterrato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tonfo del vecchio portone di ferro e vetro, cigolante e malfermo, d\u00e0 inizio alla mia notte. Faccio molto rumore la notte. Sbatto lo sportello dell\u2019armadietto e vado picchiando i lunghi termosifoni bianchi con il bastone della scopa, mentre l\u2019eco delle mie ciabatte risuona nel lunghissimo corridoio.<\/p>\n\n\n\n<p>Seduto al grande tavolo vuoto della sala medici, con la Madonna in un angolo e la TV nell\u2019altro, mangio la cena nella vaschetta di plastica, saltando da un canale all\u2019altro e fermandomi solo quando trovo la pubblicit\u00e0 dei profumi con le modelle bellissime vestite d\u2019oro e quelle delle automobili che imboccano sentieri a strapiombo sul mare o emergono dalle dune del deserto.<\/p>\n\n\n\n<p>Spesso mentre sciacquo lo spazzolino mi guardo allo specchio: mi vado facendo sempre pi\u00f9 simile a mia madre in quella piccola foto dentro il ciondolo che porto al collo, il naso mi si sta allungando e gli occhi si piegano all\u2019ingi\u00f9. Mia madre era allegra, come una fontana. La vedevi illuminarsi se per caso trovava una lumachina rimasta intrappolata nella lattuga, ti prendeva per mano all\u2019improvviso per andare a vedere i conigli che si erano spinti fino al ciglio della strada, camminando a passo svelto in punta di piedi, prima che scappassero via; era una scintilla, una scaturigine irrefrenabile di acqua e di luce.<\/p>\n\n\n\n<p>Il corridoio verde penicillina coi muri alti cinque metri \u00e8 illuminato da una fila di neon. Me lo faccio avanti e indietro tante volte per sentire sbattere le mie ciabatte, con le mani affondate nelle tasche della casacca verde, poi giro in fondo a sinistra e vado a vedere i morti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il pavimento della sala bluastra pende verso il centro e va a convergere verso la griglia di scolo posta sotto il lettino per le autopsie, lucido e splendente sotto il grande cono di luce bianca, solenne come un monumento.<\/p>\n\n\n\n<p>Entrano tutti gi\u00e0 morti, non ne ho mai visto respirare neanche uno. A me i morti non fanno n\u00e9 schifo n\u00e9 paura, mi danno piuttosto una sensazione di pace molto curiosa. Ne conosco solo il nome e il volto con gli occhi chiusi. Li guardo liberi e sereni sui loro lettini d\u2019acciaio, sotto il lenzuolo. Mi sono sempre chiesto perch\u00e9, tranne che in rari casi, anche per morire si debba tribolare. E nel vederli cos\u00ec, distesi e placidi, spesso tiro un sospiro di sollievo e chiudo il cassetto. A volte aggiusto qualche ciocca fuori posto oppure raddrizzo un piede scivolato fuori dal lettino. Il dolce volto di una arrivata oggi, sar\u00e0 stata una mamma, con le mani rilassate sul ventre, non diceva niente dello strazio che avr\u00e0 di certo lasciato in questo mondo, di uomini e donne che, nel momento in cui lei \u00e8 distesa l\u00ec, stanno in piedi a fumare o a fissare il vuoto in attesa delle lacrime; giaceva, distaccata e leggera, senza un prima o un poi, non era pi\u00f9 dei nostri.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sogno, alla fine mai realizzato, di fare il medico veniva da mio padre, che medico lo era per davvero. Quando ero piccolo la gente moriva di malattie antiche che oggi si curano con farmaci da due soldi. Ne vedeva di sofferenza mio padre, di morti strazianti e di agonie insostenibili. Ne parlava a voce bassa con mia madre, di sera dopo cena, sprofondato nella poltrona di velluto verde illuminata dalla debole luce giallognola del lume di ottone, mentre si stropicciava il viso con una mano sotto gli occhialini rotondi dalla montatura sottile. Spesso stavo nascosto l\u00ec in salotto dietro al <em>trumeau<\/em> in noce, tutto rannicchiato col mento in mezzo alle ginocchia, ad ascoltare. Quei racconti mi trasportavano accanto a mio padre al capezzale di un vecchio minatore paralitico, davanti alla branda di un soldato mutilato; davo una mano a cambiare le medicazioni, rimanevo in piedi a testa bassa, in rispettoso silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi la guerra se lo port\u00f2, si port\u00f2 tutto e tutti. Mi rimase solo il ciondolo con i piccoli ritratti dei miei genitori.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio battaglione si sciolse una notte in mezzo alla campagna deserta di un paesino vicino al fronte. In silenzio gettammo le armi nel fiume e ci guardammo l\u2019un l\u2019altro a testa alta, ognuno prese una direzione diversa e non ci rivedemmo mai pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Trovai una bicicletta e pedalai per giorni. La polvere, densa e scura, confonde oggi i miei ricordi come confuse allora la mia strada. Poi ricordo che, all\u2019improvviso, trovai un cartello stradale che indicava il mio paese. All\u2019imbocco della strada principale trovai palazzine accorciate di due o tre piani dalle bombe, intere stanze a cielo aperto.<\/p>\n\n\n\n<p>La fontanella della piazza era stata distrutta e lo zampillo che ne sgorgava bagnava il porfido grigio. L\u2019acqua serpeggiava tra i detriti solcando la piazza con tanti rigagnoli neri che mi venivano incontro come tentacoli. Le ultime pedalate mi portarono davanti alla chiesa di Santa Lucia. I colpi della grossa maniglia d\u2019ottone furono l\u2019ultimo suono che udii, prima che don Mario apparisse da una fessura e afferrasse il mio corpo tra le sue braccia.<\/p>\n\n\n\n<p>Tanta gente ricominci\u00f2 a frequentare la parrocchia quando torn\u00f2 la normalit\u00e0. Anzi, ne veniva anche di pi\u00f9 di gente, perch\u00e9 molti avevano scoperto Dio sotto le bombe che non li avevano uccisi. Ce n\u2019erano tanti che un tempo frequentavano casa mia; erano compiaciuti dell\u2019assistenza che don Mario mi dava in cambio di un aiuto in canonica, e al tempo stesso sollevati nel non dovere direttamente affrontare il disagio di parlarmi. Sorridevano compassionevoli ma da lontano, sollevando una mano dal fondo della navata, per poi congedarsi velocemente, lasciando qualche scatola ai piedi del parroco. Io lo vedevo come trattava quegli ipocriti, era sempre gentile e sincero quando li ringraziava e li salutava, non disprezzava mai nessuno. Io vedevo ipocriti, lui una mano d\u2019aiuto. Lui sapeva che cosa poteva chiedere e cosa invece era impossibile ottenere dalle persone, e di pi\u00f9 non pretendeva. I santi, alla fine, sono quelli che hanno la capacit\u00e0 di vedere sempre un po\u2019 di pi\u00f9 di quanto vediamo noi, e lui era un\u2019aquila. Lasciava davanti alla mia porta un po\u2019 dei viveri che riceveva in beneficenza, io gli facevo trovare i soldi che sarebbero serviti per comprarli, chiusi dentro una busta lasciata per terra. Rispett\u00f2 la mia dignit\u00e0 nel silenzio e non mi restitu\u00ec mai il denaro. Il primo giorno di lavoro da guardiano notturno mi accompagn\u00f2 lui all\u2019obitorio, e per tutto il colloquio con l\u2019anziano medico legale mi tenne una mano sulla spalla, stringendola pi\u00f9 forte ogni volta che si rivolgeva a me sorridendo con domande alle quali non dovevo rispondere.<\/p>\n\n\n\n<p>Da nove anni ogni sera mi vesto come un medico e mi prendo cura di quelle anime e di quei corpi. Ogni sera sono diversi e ogni sera \u00e8 come la prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Le bare sono sempre allineate in corridoio, pronte per le esequie dell\u2019indomani. Ho trascinato una sedia accanto a una bara di legno lucido che non ha n\u00e9 fiori n\u00e9 una targhetta. Sono seduto qui, con il braccio steso e la testa appoggiata sulla cassa liscia. Tamburellando con le dita ad occhi chiusi mi entra in testa un motivetto che suonava sempre la banda davanti al mare. Volo in alto, fin sopra i neon appesi al soffitto e mi ci siedo a cavalcioni, dondolando sempre pi\u00f9 forte. Canto il motivetto a voce piena, rido e piango e saluto il corteo di bare aperte che sfilano sotto di me. Tutti ricambiano il saluto ridendo a occhi chiusi. La mano di don Mario mi stringe la spalla mentre continuiamo a dondolare &#8211; Lo sai che fanno i morti prima di andarsene da qui? &#8211; mi dice sorridendo &#8211; Ti insegnano a stare zitto e ad ascoltare una storia. Servono a questo, a capire il senso della fine e come ci si arriva. E tu, come ci arrivi alla fine? &#8211;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 mezzogiorno quando mi sveglio. Seduto sul mio letto con i piedi nudi sul pavimento mi guardo intorno, senza cercare niente. Viene una musica da qualche parte, forse dal vento, e si mischia al vociare scomposto dei bambini che giocano fuori accanto alla fontanella, pestando i piedi nelle pozzanghere. L\u2019acqua riga il cortile scorrendo tra le fughe del lastricato bianco battuto da un sole brillante. Dalla fontanella sgorga ancora l\u2019acqua, non ha mai smesso.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_44929\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"44929\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo nove anni quella panchina \u00e8 ancora la posizione migliore per osservare l\u2019obitorio, nonostante il grande platano arrivi ormai a coprire una parte della facciata con le sue foglie appuntite gialloverdi. 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