{"id":43251,"date":"2020-11-13T16:40:54","date_gmt":"2020-11-13T15:40:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=43251"},"modified":"2020-11-13T17:16:16","modified_gmt":"2020-11-13T16:16:16","slug":"premio-racconti-nella-rete-2021-notturno-berlinese-di-veronica-santoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=43251","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2021 &#8220;Notturno berlinese&#8221; di Veronica Santoro"},"content":{"rendered":"\n<p>Ormai sono le dieci. Non mi sono accorto che fosse cos\u00ec tardi, devo essermi addormentato. Spengo il pc, la stanza scivola in un buio completo. Fuori, le luci della citt\u00e0 danzano oltre i vetri bagnati, proiettando deboli riflessi all\u2019interno del salone. Intravedo solo il profilo degli oggetti e dei mobili. Spalanco la finestra: ha smesso di piovere e l\u2019aria \u00e8 fredda e viscosa. E\u2019 l\u2019aria di febbraio, del disgelo, delle strade che diventano una poltiglia fangosa fra neve sciolta e pioggia. Non ho mai detestato un posto quanto Berlino. Eppure fa il suo effetto vederla cos\u00ec, punteggiata di luci tremolanti, dal mio ultimo piano. Ma non \u00e8 il mio posto, quindi devo viverla da una certa distanza. <\/p>\n\n\n\n<p>Apro il frigo, la sua luce bianca inonda la cucina. E\u2019 vuoto, ovviamente, ma rientrando dall\u2019ufficio ho comprato due birre dall\u2019indiano del currywurst che sta vicino al semaforo. Ne prendo una, mi lascio cadere sul divano e la sorseggio lentamente. Dalla finestra aperta entra un brus\u00eco smorzato: la citt\u00e0 brulica sempre l\u00ec fuori, instancabile, snervante. Sento il pavimento gelato sotto i miei piedi nudi: un loft all\u2019ultimo piano, tutto open space, con clima berlinese, non si scalda mai abbastanza. S\u00ec, \u00e8 proprio un\u2019idea del cazzo. E non \u00e8 stata <em>mia<\/em>, come tutte le altre idee che mi hanno portato qui, in una citt\u00e0 che non mi piace, in una vita che non mi appartiene, per seguire una persona che qualche mese fa ha raccolto le sue cose e ha svuotato questa casa, e anche me.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma ecco, sento\nrichiudersi la porta dell\u2019ascensore, con il solito ronzio discreto. E a\nseguire, i suoi passi decisi nel corridoio: \u00e8 tornata. Le chiavi scrocchiano\nnella serratura, uno, due, tre giri. Altri due passi e poi il tonfo del portone\nalle sue spalle. Appoggio il viso sul muro che ci divide, dal mio lato \u00e8 gelido\ncome tutto il resto, ma sono sicuro che dall\u2019altra parte, nel suo appartamento,\nanche il muro \u00e8 tiepido. Riconosco i due colpi netti di quando si sfila le\nscarpe: stasera \u00e8 pi\u00f9 marcato, doveva avere gli stivali con cui l\u2019ho vista\nl\u2019altro giorno. Degli stivali alti, al ginocchio, con un po\u2019 di tacco, che\nportava con i jeans, un maglioncino color senape col collo alto e una giacca in\npelle marrone, sulle spalle uno zainetto pure in pelle. Era semplice, era\nbellissima, ferma in piedi come in attesa sul marciapiede. Mi ha salutato con\nun sorriso timido, stavo per dire qualcosa e lei mi guardava come se lo\naspettasse, quasi ad incoraggiarmi. Ma in quel momento si \u00e8 fermata un\u2019auto\naccanto a noi. Lei ha continuato a guardarmi, ha esitato un istante. Una ragazza\nsi \u00e8 affacciata dal finestrino e le ha detto: \u201cDai Leni, sali, siamo in\nritardo!\u201d. E lei si \u00e8 affrettata, lasciandomi l\u00ec, ad assaporare fra le labbra\nquel suo nome piccolo, dolce, infantile. In un paese di Heike, Elke, Ute,\nBeate, che non sembrano neppure nomi di donna, lei indossa questo delizioso,\nmorbido \u201cLeni\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Richiudo la finestra, intirizzito, e torno ad appoggiare l\u2019orecchio al muro. Sento richiudere degli sportelli, poi un rumore metallico, che mi suona troppo famigliare per non riconoscerlo. Sono pentole, era il rumore con cui mi svegliavo la domenica, mia madre che iniziava allegramente a preparare il pranzo gi\u00e0 alle otto del mattino facendo un baccano infernale. E\u2019 un rumore di casa, che mi rincuora e che non sento da anni. Mi immagino Leni che rimescola qualcosa davanti ai fornelli, il maglioncino color senape intorno al suo collo ambrato nella luce dorata della cucina, i capelli color miele sciolti. Vorrei avvicinarmi a lei e posare le labbra sulla curva fra il collo e la spalla. Sento che ha anche acceso la musica, \u00e8 jazz, roba seria, anni \u201930. S\u00ec, \u00e8 Tommy Dorsey. <em>Manhattan Serenade<\/em>, per l\u2019esattezza. Mi arriva smorzata attraverso il muro, scivola nel mio orecchio e fluisce dentro di me. Chiudo gli occhi e vedo Leni che ondeggia, come se stesse ballando un lento mentre aspetta che la cena sia pronta. S\u00ec, certamente segue il ritmo della musica e scommetto che se fossi l\u00ec danzerebbe con me, come in un vecchio film, guancia a guancia. Mi stacco a malincuore dalla mia visione e dalla parete, mi dirigo in bagno e lentamente, concentrandomi, apro il rubinetto della vasca da bagno, ascolto per qualche istante lo scroscio dell\u2019acqua. La voglio caldissima, cos\u00ec potr\u00f2 restarci a lungo prima che si raffreddi.&nbsp; Poi torno in soggiorno, a passi incerti mi dirigo verso la porta, la apro ed esco in corridoio. Si percepisce un vago odore di cibo. E\u2019 buono, se non mi sbaglio sono uova. Leni si sta forse preparando una frittata. E\u2019 una cosa banale, certo, ma almeno servirebbe avere in frigo le uova. E io non le ho. Non ho niente in casa, solo una fila di stanze vuote, fredde. E la birra residua dell\u2019indiano. <\/p>\n\n\n\n<p>Forse dovrei bussare alla porta di Leni cos\u00ec come sono, ancora in completo da ufficio, camicia e tutto, scalzo. Sembrerei un coglione. Dopo qualche momento, il suo viso farebbe capolino, l\u2019espressione sorpresa, leggermente spaventata. Mi chiederebbe se ho bisogno di qualcosa e dietro di lei potrei intravedere un angolo di soggiorno, un pezzo di divano beige, un tavolino con dei libri, un ritaglio di tappeto. Tutto sarebbe immerso in una luce soffusa e dall\u2019interno mi arriverebbe addosso un tepore accogliente. Lei abbasserebbe lo sguardo sui miei piedi nudi, trattenendo a stento un sorriso. Potrebbe decidere di farmi entrare nel suo appartamento, ad assorbire quel calore soffice, morbido come devono essere i suoi capelli, morbido come il suo nome, Leni.  Potremmo parlare, sorseggiando un bicchiere di vino, finch\u00e9 non diventa veramente tardi, fino a quell\u2019ora in cui perfino l\u2019inquieta Berlino sospira e si placa, concedendosi qualche ora di sonno. Potremmo salutarci con la timida, imbarazzata felicit\u00e0 di chi intuisce che sta cominciando qualcosa di nuovo, ma fa finta di niente, perch\u00e9 ha paura che non sia vero. La sera successiva tornerei a bussare alla sua porta, ma stavolta con un mazzo di fiori in mano, per portarla fuori a cena e la vedrei uscire dal suo appartamento radiosa, con il rossetto, avvolta in un lieve sentore di profumo. Cammineremmo nelle luci della citt\u00e0, cos\u00ec grande e pulsante ma ora anche intima, benevolmente raccolta intorno a noi. Leni sarebbe fasciata in un in elegante cappottino di lana rossa, mentre gironzoliamo fra le bancarelle a Charlottenburg, il castello che svetta sulle casette di legno, l\u2019aroma di frutta candita e di vino caldo, le sue guance arrossate e fredde contro la mia bocca, il Natale vicino.  <\/p>\n\n\n\n<p>S\u00ec, potrei innamorarmi perdutamente, scoprire una Berlino romantica e sconosciuta in cui sentirmi nuovamente pazzo, e giovane\u2026 Ma prima o poi, forse, mi ritroverei di nuovo in un appartamento gelido, che non ho scelto io, in cui ogni rumore riecheggia come in un pozzo. L\u2019acqua del mio bagno si \u00e8 raffreddata, sto rabbrividendo di nuovo. Finch\u00e9 Leni rimane il mio sogno, si dissolve soltanto quando lo decido io e mi basta sentire i suoi passi nel corridoio e la musica jazz per poterla ritrovare. Ora indosser\u00f2 degli abiti comodi e andr\u00f2 semplicemente a farmi due passi da solo, nella notte. Magari trovo pure un posto ancora aperto in cui comprare le uova. E poi, per il momento, dormir\u00f2 qui, col mio orecchio contro il muro, proteso verso di lei e verso la vita di cui \u00e9 pervasa.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_43251\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"43251\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ormai sono le dieci. 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