{"id":42376,"date":"2020-05-29T20:30:00","date_gmt":"2020-05-29T19:30:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=42376"},"modified":"2020-05-29T20:30:02","modified_gmt":"2020-05-29T19:30:02","slug":"premio-racconti-nella-rete-2020-don-arrigo-di-marilina-giaquinta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=42376","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2020 &#8220;Don Arrigo&#8221; di Marilina Giaquinta"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;albergo\nera stretto lungo e giallo e sgomitava tra un presepe di vecchie case che\nsembravano separate tra di loro solo dai panni stesi, tanto si stavano addosso\na rubarsi l&#8217;aria, stoffe dalle forme colorate pendevano da balconielli che\nlinguavano quasi ad assaggiare il tempo e immobili stavano perch\u00e9 l\u00ec dentro il\nvento non poteva entrarci.<\/p>\n\n\n\n<p>La\npiazzetta era piccola e ingombra, e non solo dell&#8217;albergo e non solo\ndell&#8217;assedio delle auto e non solo del formicare della gente, e il cielo che si\napriva tra i palazzi era rigato da tisici e mosci fili della luce da cui\nciondolavano lampade come rubate a vecchi lampioni. Sporgeva\nverso la strada larga e veloce un piccolo chiosco di bibite incappellato da una\ncupoletta piramidale, davanti al quale sedevano, accomodati su sedie di\nplastica bianca, come quelle messe l\u00ec nei lidi, per godersi il sole e\nsgocciolare di mare, una quaterna di vecchini che in silenzio guardavano fissi\nl&#8217;ipnotico passaggio di auto lungo il corso largo e rettifilo tagliato in due\nda new jersey di cemento giallo ad evitare che qualche audace si schiantasse\ncontro chi aveva incautamente intrapreso il cammino inverso al suo. <\/p>\n\n\n\n<p>Sul marciapiedi, davanti a un negozio di scarpe\na buon mercato, che mostrava in vetrina tacchi metallizzati e inesorabili e lo\nscintillio di guarnizioni di plastica dodecaedrica, quasi a conferirle\nsuggerimento di cerimonia, una famiglia si aggirava intorno a una bancarella in\ncui svettava una collinetta disordinata di boccette di profumi, quei campioni\nomaggio che nei negozi di solito sono offerti al cliente come promessa di\nritorno e fedelt\u00e0 al consumo: in cima un cartello esibiva un prezzo irrisorio,\ntracciato da mano incerta, che avrebbe dovuto allettare all&#8217;acquisto. Il padre\nstava seduto a vigilare sulla vendita, mentre i bambini giocavano a lanciarsi\nuna palla piccola e sgargiante come i capelli della madre che lungo le punte\nconservavano ancora le tracce fiammanti di un rosso che un tempo copriva le\nradici e che adesso accondiscendeva a mostrare la sconfitta di qualche filo\nd&#8217;argento. La donna, carminia anche nelle vesti, era intenta a spazzare il\nmarciapiedi con estrema energia e cura, come se fosse il pavimento di casa, e\nlo lindava, infilando le setole negli interstizi e ripassando con forza per\nsnidare ogni granello di polvere. <\/p>\n\n\n\n<p>Poco distante, nella piazzetta, in mezzo alle\nauto in sosta, si faceva largo un tavolino bianco di plastica, sciancato da un\nlato, cos\u00ec leggero che un soffio di vento lo avrebbe ribaltato e fatto\nvoltolare nell&#8217;aria come carta di giornale, intorno al quale sedevano quattro\nragazzetti, due intenti a guardare e gli altri concentrati a giocare una\npartita a scacchi. La colp\u00ec, a parte la severit\u00e0 dei volti che contrastava con\nl&#8217;innocenza della loro et\u00e0, il colore degli scarpini che portavano ai piedi, un\nrosso fragola con il quale, pens\u00f2, il loro attaccante del cuore aveva segnato\ngoal leggendari: penzolavano inerti sotto il tavolo, anche loro tesi a studiare\nle mosse, brillanti e infuocati ad accendere quel pomeriggio lattiginoso, in\ncui l&#8217;aria era cos\u00ec stanca che si appiccicava addosso e la citt\u00e0 arrancava\nlungo una delle sue infinite salite e diradava la colpa di non bastare mai, di\nnon riuscire a essere compiuta, come se avesse mancato per sempre il proprio\ndestino e ora vivesse per caso o avventura o scommessa e, a volte, per quel che\ncapitava. <\/p>\n\n\n\n<p>Tir\u00f2 la valigia verso l&#8217;ingresso, ma la porta\nscorrevole non si apr\u00ec, nonostante il gradino su cui era salita recasse una\nscritta di cordiale benvenuto. Vide attraverso i vetri un giovane sonnecchiare\ndietro una postazione stretta e curva, nascosto appena dallo schermo di un\ncomputer. Il ragazzo ricambi\u00f2 il suo sguardo ma non si alz\u00f2: aspett\u00f2 che lei\nsalisse e scendesse dallo scalino pi\u00f9 volte, confidando che il peso avrebbe fatto\nscattare il meccanismo di scorrimento della porta. Usc\u00ec fuori dal bancone solo\ndopo alcuni tentativi andati a vuoto e con movimenti rallentati, che tradivano\nuna fatica quasi primordiale, allung\u00f2 la mano verso il muro e gir\u00f2 la chiave\nper sbloccare il meccanismo. <\/p>\n\n\n\n<p>Il caldo gli aveva fatto appendere la giacca\nnera lungo la spalliera della seggiola e stava in maniche di camicia, una\ncamiciola bianca e lisa di un tessuto sintetico che le ricord\u00f2 il terital in\nuso quando era bambina, comodo da stirare: era smilzo e guardandolo si sorprese\na pensare che quella magrezza gli fosse necessaria per infilarsi dentro quel\ncubicolo, che lo avessero assunto solo perch\u00e9 sembrava modellato per stare l\u00ec\ndentro, che non c&#8217;era spazio in quel locale e in quella reception per uno di\ntaglia pi\u00f9 grande e forma diversa. Portava i capelli lunghi, rasati intorno\nalle orecchie, e tirati indietro con un elastico che li tratteneva dentro una\ncoda lunga, lucida e nera, pettinata con cura e impiego di tempo. Lei pens\u00f2 che\ndoveva tenere assai a quei capelli, che manteneva lucenti e morbidi, pens\u00f2 che\navesse il vezzo di farseli sciogliere nei momenti dell&#8217;amore, dalle donne che\nci avevano poi affondato le mani e lui il piacere, che l&#8217;avevano addormentato e\npoi di colpo piantato.<\/p>\n\n\n\n<p>Mostr\u00f2 il voucher e il documento che lui gherm\u00ec\nindolente, come se le stesse facendo una cortesia, lesse svogliatamente i dati,\nli verific\u00f2 con quelli inseriti al computer; quindi si gir\u00f2 con la stessa\ninterminabile lentezza verso le caselle di legno in cui erano appese le chiavi\ndelle camere e gliene porse una con un portachiavi di cuoio scuro su cui era\nstato dipinto il numero della stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPrimo piano\u2026 ascensore a destra\u201d sibil\u00f2 in modo\nche lei intuisse le sue parole piuttosto che sentirle, come se non fossero\naffari suoi, omettendo ogni volta il soggetto o il verbo o l&#8217;articolo&nbsp; perch\u00e9 tanto era inutile o scontato o\nevidente e comunque a lui non interessava. <\/p>\n\n\n\n<p>Mentre si allontanava, la percorse con lo\nsguardo senza timore che lei se ne accorgesse, come se stesse valutando se\nvaleva la pena sciogliere la coda per lei: aveva un vestitino smilzo e nero,\ncos\u00ec leggero da lasciar trasparire le forme e tutto quello che a stento\nricopriva, gambe lunghe, tornite e leggermente brunite e sandali alti che le\nmettevano in rilievo qualche vena stanca di stare in piedi. In quel pomeriggio\nletargico, dove anche i vichi che contornavano l&#8217;albergo stavano muti, lui\ncustode unico e annoiato di un posto deserto di ospiti e di stanze, l&#8217;avrebbe\npresa proprio l\u00ec in quell&#8217;angolo cieco che non si faceva vedere da nessuna\nparte, dietro il bancone, proprio l\u00ec dove di solito si cambiava, lungo quella\nparete dove si appoggiava per tirarsi su i calzoni della divisa e non perder\nl&#8217;equilibrio, avrebbe fissato i suoi occhi stanchi del viaggio o di\nqualcos&#8217;altro che li rendeva drammatici di sconforto, avrebbe dimenticato quel\nbancone di formica e il suo istmo che a stento ce lo teneva dentro, il dovere\ndel pane, la fortuna di quel lavoro che suo padre gli rinfacciava ogni volta\nche lui provava a dirgli che voleva andare via, perch\u00e9 aveva penato tanto per\ntrovarglielo e aveva accettato, pur di sistemarlo, di scomodare l&#8217;inquilino del\npiano di sopra, che non gli era mai piaciuto, che non usciva di casa, dicevano\nche non poteva prendere l&#8217;ascensore perch\u00e9 soffriva di una strana malattia che\nlo faceva soffocare e si strozzava da solo, con l&#8217;aria stessa, strano, lui\npensava, quell&#8217;aria che lo faceva vivere, dentro un luogo chiuso invece lo\nstrangolava, e stava sempre, d&#8217;estate e d&#8217;inverno, con le finestre spalancate\ncome se la sua casa si prendesse tutta l&#8217;aria di cui lui aveva bisogno e lui\nallora ne faceva entrare dell&#8217;altra e quando c&#8217;era vento si sentiva cantarlo le\narie, dicevano che era finalmente felice, che poteva usare quel fiato che altrimenti\nrisparmiava e teneva chiuso dentro di s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Per questo motivo, non parlava mai. Ascoltava,\nper\u00f2, ascoltava tutti con attenzione, guardava cos\u00ec fisso che sembrava\nascoltare cogli occhi. Seduto su una bergere di velluto rosso rivolta verso il\nbalcone, inondato dalla luce che proveniva dal cielo e coi lineamenti effusi\ndalla strana aureola che formava il suo controluce, ascoltava, in silenzio,\ntirando respiri cos\u00ec profondi che sembravano provenire dall&#8217;inferno, e che gli\nsommuovevano il busto e lo allungavano verso la luce come la clorofilla di un\nalbero, e lo spezzavano in due come se fosse composto da due parti tra loro\nindipendenti: quella superiore che si alzava e si abbassava a mantice e quella\ninferiore immobile, le gambe austere e solenni come le statue pensose dei\ngiardini pubblici o dei cimiteri, fissit\u00e0 che gli conferiva una aurea funebre e\nfaceva credere ai vicini che fosse una specie di spiritello benefico, una\nentit\u00e0 tutelare, un penate del quartiere sul quale vigilava dall&#8217;ultimo piano,\nmuto eppure eloquente in quello sguardo che quando s&#8217;affissava non c&#8217;era modo\ndi toglierselo di dosso. <\/p>\n\n\n\n<p>Don Arrigo, si chiamava cos\u00ec, era cos\u00ec magro che\nsembrava che la sua persona fosse fatta non di muscoli e ossa, ma d&#8217;aria, di\nquell&#8217;aria che gli mancava o non gli bastava mai: eppure mangiava, mangiava\ntanto. Passava tutto il giorno a spizzicare, mangiucchiare, giravoltarsi nella\nbocca, succhiare, sciogliere, ruminare con la mandibola morbida e centripeta, e\nsempre un po&#8217; di bolo nel palato, le leccornie che la fedele Alfonsina, sua\nbalia, da nato da puerpera arida, e ora sua nutrice da vecchio, gli\napparecchiava sul tavolino accanto alla poltrona.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo aveva ricevuto subito, suo padre, lo aveva\nfatto accomodare e gli aveva offerto il caff\u00e8, forte e nero, di quello che\nrimane in bocca fino a quando svanisce il ricordo ma non il suo sapore. Il\ncaff\u00e8 di Don Arrigo rimaneva per sempre: quando eri arrivato alla sua porta,\navevi suonato il suo campanello, ti eri seduto sul suo divano e avevi la sua\ntazzinella in mano e il fumo non aveva manco il tempo di salire che subito\nveniva inghiottito dalla finestra aperta e andava a odorare l&#8217;umida ombra dei\nvichi, quando con lo sguardo basso cercavi le parole per chiedergli la\ncortesia, un intervento, l&#8217;indicazione di una conoscenza, avevi esposto il\nproblema, gli avevi parlato di questo unico figlio che non vuole studiare e che\nha sempre in testa la musica, quella degli altri, perch\u00e9 lui non la sa suonare,\ne che stava diventando grande e il tempo gli passava davanti e anche le sue\nsperanze di padre di vederlo con un lavoro stabile e un fisso alla fine di ogni\nmese, come il suo che non era gran che ma gli aveva permesso di vivere e di\ncrescere questo figlio che non vuole fare niente, allora quel caff\u00e8 era\nl&#8217;ultima cosa che avresti ricordato prima di morire. <\/p>\n\n\n\n<p>Don Arrigo la prego lei mi deve aiutare\naltrimenti questo guaglione s&#8217;ammala, a volte non s&#8217;alza manco dal letto, dice\nche s&#8217;affatica, che \u00e8 sforzo inutile, che non serve a niente lavarsi e\nvestirsi, perch\u00e9 poi non c&#8217;\u00e8 niente da fare e sua madre mi piange ogni giorno\ndi nascosto e si mette paura e gli porta il pranzo a letto e pure la cena.\nAnzi, davanti alla porta, gli lascia il piatto, perch\u00e9 lui sta con la porta\nchiusa e non vuole uscire. Dice che l\u00ec dentro ha tutto e che non gli serve\nniente e non sappiamo come fare. Gli parliamo attraverso la porta, cerchiamo di\nfarlo uscire, ma l\u00ec dietro c&#8217;\u00e8 solo silenzio, non lo sentiamo neanche respirare\ne qui si ferma suo padre per un attimo, ma uno lungo che sembra eterno perch\u00e9\nnon pu\u00f2 parlare di \u201crespiro\u201d a Don Arrigo, perch\u00e9 lui subito si mette in\nagitazione e controlla che il suo funzioni e ne tira uno profondo per vedere\nche l&#8217;aria ci sia nella giusta quantit\u00e0, che l&#8217;ospite non gliene stia\nrespirando pi\u00f9 di quella che a lui occorre, non gli stia prendendo tutta\nl&#8217;aria. Allora chiama Alfonsina e le chiede se tutte le finestre della casa\nsono aperte, le ordina di fare il giro e di assicurarsi che non trovi inciampo,\nche l&#8217;aria circoli, che l&#8217;aria abbondi, che ci sia una corrente come quella del\nmare, che lui l\u00ec il mare non lo pu\u00f2 avere e Alfonsina fa il giro di tutte le\nstanze, di tutta la casa e verifica e ritorna e \u201cstatevi tranquillo\u201d che \u00e8\ntutt&#8217;aperto. E Don Arrigo dice a suo padre di andarsene e di aspettare una sua\nrisposta, che non avrebbe tardato a farsi sentire, che doveva stare sereno, che\navrebbe pensato lui a suo figlio, che di certo una soluzione si sarebbe\ntrovata, che non doveva preoccuparsi, e che ora era stanco e che voleva\nriposare. E si era messo un acino d&#8217;uva in bocca, di quella bianca e lungarina,\nche \u00e8 la pi\u00f9 dolce e prelibata, la regina di tutte le uve, diceva Don Arrigo, e\nse la scioglieva come una caramella, la guancia sinistra bitorzoluta mentre il\nsuo profilo inalava avido il pulviscolo che danzava nella penombra della\nstanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed era stato di parola e gli aveva trovato quel\nposto in quell&#8217;albergo, nello stesso quartiere in cui abitava, che il\nproprietario era un amico di Don Arrigo che a lui doveva un grosso favore; un\nposto comodo, a lato alla casa, e cos\u00ec non c&#8217;era bisogno di prendere la\nmacchina, che tanto lui non ce l&#8217;aveva, che poteva alzarsi anche un po&#8217; pi\u00f9\ntardi la mattina, che aveva anche il tempo di fare colazione, pettinarsi i\ncapelli, anzi lustrarseli, con la spazzola, come fanno le femmine, che era un poco\npreoccupato anche per questo, non sembrava mostrare mai interesse\nall&#8217;argomento, a volte lui aveva tentato con qualche allusione, qualche\nammiccamento, qualche doppio senso spinto e s&#8217;era beccato un&#8217;occhiataccia\nfulminante dalla moglie, che poi la sera gliel&#8217;aveva fatta pure pagare\nsottraendosi ai suoi assalti amorosi e venendo meno ai doveri coniugali, cosa\nche, a dir la verit\u00e0, faceva spesso, accusandolo di essere posseduto dal\ndemonio perch\u00e9 stava sempre l\u00ec a tentarla con quel peccato, che per\u00f2 lui aveva\nsempre avuto l&#8217;impressione che a lei molto piacesse, perch\u00e9 poi alla fine,\nquando cedeva quasi a fargli una cortesia, per farlo sfogare pover&#8217;uomo dopo\nun&#8217;intera giornata a sgobbare, era lei che all&#8217;orecchio gli diceva quello che\ndoveva fare. E lui allora le perdonava tutto, tutto quanto, anche quello che\nancora doveva sbagliare.&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>E si chiedeva da chi avesse preso quel figlio\ncos\u00ec apatico, che parlava poco, che anzi stava muto, che non cercava femmine,\nche a quell&#8217;et\u00e0, invece, doveva essere una malattia, che stava sempre ad\nascoltare musica e a passeggiare per i vichi con la testa per aria a cercare la\nstriscia di cielo che non riusciva a imbucarsi tra i tetti e stava sospesa,\ncome un manto benedicente, e che ora sarebbe stato pagato per oziare, stare\nseduto ad aspettare, in quel silenzio che gli piaceva tanto, rotto solo dalle\nnote della sua musica. <\/p>\n\n\n\n<p>E grazie Don Arrigo, grazie assai, avete ridato\nla vita alla mia famiglia, grazie anche a nome di mia moglie che ora se deve\npiangere, piange di troppa gioia, e dice le preghiere pure per voi, ha preso\nuna \u201cmortella\u201d pure per voi e sapete quant&#8217;\u00e8 bella l&#8217;icona? La pi\u00f9 bella di\ntutti, anche di quella di nostro figlio che non sapete quanto \u00e8 diligente al\nlavoro, e quanti complimenti si \u00e8 preso per la sua precisione e la sua onest\u00e0 e\nnon si muove, no, sta sempre al suo posto e sta attento a chi entra e si fa i\nfatti suoi e non parla, se non \u00e8 necessario, ma poi \u00e8 gentile coi turisti,\nl&#8217;hanno ringraziato pure sul libro di cortesia, s\u00ec proprio lui, hanno scritto\nil suo nome perch\u00e9 lui li aiuta quando hanno bisogno, non se lo fa chiedere,\nporta le valige fino alla camera, e vedesse che mance Don Arrigo che gli danno\ne le clienti gli fanno pure gli occhi dolci, perch\u00e9 diciamoci la verit\u00e0, Don\nArrigo, \u00e8 pure &#8216;nu bello guaglione, e come indossa quella divisa di portiere,\nsembra un fotomodello. Sua madre gliela lava e gliela stira di continuo per\nfargli fare bella figura e gli lucida tutte le sere le scarpe che sembrano di\nvernice tanto sono state ripassate con la bruscia. Don Arrigo siete stato\nl&#8217;angelo della provvidenza, avete salvato la vita di mio figlio e di tutta la\nmia famiglia, io non so come ringraziarvi, come sdebitarmi di fronte alla\nvostra generosit\u00e0.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>Don Arrigo non parlava e suo padre non sapeva\npi\u00f9 cosa dire. Andatevene e state attento a che vostro figlio non combini\nfesserie e, se avr\u00f2 bisogno di lui, vi chiamer\u00f2, potete starne certo, che io\nsono un uomo solo e malato e degli amici ho pi\u00f9 bisogno degli altri. <\/p>\n\n\n\n<p>E suo padre gli aveva raccomandato di stare\nattento, di fare la persona seria, di non mettersi nei guai, che un posto come\nquello se lo sognava, e forse era meglio che smetteva di avere quelle fantasie\nsu quella bionda, che magari aveva colto il suo sguardo impudente e se ne\nsarebbe lamentata con la direzione e lui avrebbe dovuto giustificarsi e magari\nquel fatto sarebbe arrivato alle orecchie di Don Arrigo che si sarebbe\narrabbiato e magari quel posto l&#8217;avrebbe dato ad un altro. Non ne valeva la\npena. Riprese a sfogliare il catalogo di viaggi perch\u00e9 a Natale sarebbe\npartito, sarebbe andato lontano, un lontano che ancora lui non conosceva, ma\ndoveva essere il pi\u00f9 lontano di tutti.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_42376\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"42376\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 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