{"id":42157,"date":"2020-05-27T22:30:56","date_gmt":"2020-05-27T21:30:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=42157"},"modified":"2020-05-27T22:30:58","modified_gmt":"2020-05-27T21:30:58","slug":"premio-racconti-nella-rete-2020-27-10-2018-la-pecora-un-pugno-il-vento-forte-di-pier-francesco-verlato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=42157","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2020 &#8220;27 10 2018. La pecora, un pugno, il vento forte&#8221; di Pier Francesco Verlato"},"content":{"rendered":"\n<p><em>In ricordo della Tempesta Vaia, disastro naturale. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il vento rabbioso spazza il bosco. Un sasso mi rotola tra i piedi. Vedo il muschio sollevarsi dalle radici dei pini. Guardo il cielo plumbeo d\u2019ira e di gloria. Eppure mi sento bene: le particelle umide si muovono all\u2019unisono, c\u2019\u00e8 grazia nel loro sfilare obliquo a sud-est. Il cielo mi restituisce la pace che mi ruba il bosco, la mia anima afflitta dai rami che si schiantano &#8211; e io ho le mani sulla testa &#8211; dai tronchi che scricchiolano, dalle radici superficiali sullo stramaledetto carso che fremono a volersi levare da terra. Il vento \u00e8 un manrovescio che mi deforma la faccia, respiro la pioggia che pare salire dal sentiero invece che scrosciare dall\u2019alto, mi pulisco gli occhi di una polvere umida e nera che stratifica ogni trenta secondi come lava fredda di un vulcano extraterrestre, come una congiuntivite pizzicante e sporca. Un boato mi coglie mentre strofino gli occhi semichiusi. Li strizzo d\u2019impulso e mi accascio d\u2019istinto. Non ci vedo e penso che potrei morire, penso che sto giocando alla roulette russa con Madre Natura, che il bosco dietro casa mi \u00e8 improvvisamente nemico, lui che mi ha sempre accolto con calore anche in Inverno, quando il terriccio si veste di ghiaccio. Due tre secondi e prendo il coraggio di sbirciare alle mie spalle: un larice giace sdraiato, le radici penzolanti di muschio e di humus, il sentiero una massa di pietre e di foglie e di rami sempreverdi. Corro nella direzione opposta, quella di casa mia, corro verso la contrada di mio padre, di mio nonno, di mia madre che ancora si raccomanda \u2013 maledetta la volta che ho deciso di correre con la bufera ma tante altre volte l\u2019ho fatto \u2013 corro come se mi inseguisse un fiume d\u2019acqua o di fuoco. Mi vengono in mente i film apocalittici del Cinelux ma chi ricorda quale? L\u00ec tutti scappano e allora scappo anch\u2019io. Sono in gara ma non per il podio drappeggiante di una domenica di sole e neanche con il mio folle e ambizioso gps da polso. Lotto contro la furia di un vento artificiale &#8211; ch\u00e9 questo vento non esiste in natura &#8211; contro la pioggia marrone, contro i larici che oscillano dalle radici come corpi crivellati da mitologici colpi. Volo sulla terra che si muove, le punte dei piedi che non trovano appoggi. Maledetto altipiano, maledetto terreno cos\u00ec basso e instabile su cui gli alberi crescono abbracciati l\u2019uno all\u2019altro, ch\u00e9 se va gi\u00f9 uno poi si tira dietro tutto il bosco. E io, formica epilettica tra tessere di un domino verde-scuro-dondolante, balzo agile sui traumi interni di questa straziante ossessione podistica. L\u2019io diciottenne campione di corsa in montagna non trova sfida migliore se non quella di portare in salvo il me quarantenne accecato di fango e di aghi di pino. Cado non so come e mi ritrovo su un fianco. Mi fa male la spalla e il bacino, mi sanguina una tempia. I dolori che mi accompagnano sempre, quelli alle anche e alle caviglie &#8211; e che ingoio a colazione con l\u2019analgesico \u2013 tornano improvvisamente con l\u2019acume delle peggiori giornate. Mi rialzo con un balzo inumano, un\u2019<em>avance<\/em> improvvisa e violenta al mio corpo a voler testare la capacit\u00e0 di resistere e reagire. Mi sento vivo e all\u2019erta, forte dalle dita dei piedi alle punte dei capelli. Mi assesto su quello che rimane di un giramento di testa e ricomincio a correre aumentando gradualmente il ritmo per recuperare confidenza con il terreno. Provo una strana fierezza nella falcata lunga e disperata, nel distinguere le ombre a malapena, so che tutto finir\u00e0 e che io, pi\u00f9 che il sollievo del sopravvissuto, sentir\u00f2 l\u2019orgoglio del temerario. Ma cado ancora, questa volta in avanti, un ginocchio urta la punta di un sasso, la punta del naso striscia sul traverso di un ramo ispido e fangoso. Mi rialzo, lentamente questa volta, e ricomincio il vortice di balzi rapidi, il fiato trattenuto tra i denti, la mano destra sugli occhi a mo\u2019 di visiera. Se non perdo il sentiero mancheranno cinquecento metri, poi la carrabile bianca sar\u00e0 percorribile. Riprendo a correre e ogni passo \u00e8 una scommessa con il terreno animato da un vento sotterraneo, come se un dio arrabbiato si ingegnasse a pompare aria sottoterra per agitare il manto naturale con onde discontinue. Il vento mi soffia mi scaglia addosso tutto ci\u00f2 che incontra. Un faggio a monte del fu-sentiero si solleva dal lato destro inclinandosi lentamente a sinistra. Non \u00e8 stabile e il dio malvagio ne dirige la punta verso di me, come se mi avesse visto avanzare veloce, zoppicante e disperato, e mi puntasse contro l\u2019artiglieria pesante. Mi alzo e mi piego sulle ginocchia, mani a coprire completamente gli occhi. Sono ancora abbastanza distante e, anche considerata l\u2019altezza del faggio che presto roviner\u00e0 a terra, dovrei essere in salvo. Odo il tronco e i rami spezzarsi: un rumore di frittura amplificata, una violenza simile allo scaricarsi di un mercantile di patate in un mare di olio bollente. Il tonfo \u00e8 magnifico: aggiunge una vibrazione gutturale e profonda all\u2019incresparsi ondoso del terriccio. L\u2019albero \u00e8 sdraiato longitudinalmente al fu-sentiero \u2013 massimo sette dieci metri da me &#8211; e io lo percorro sul fianco, incastrando cautamente i piedi tra i rami. Lo supero del tutto, sputo con forza un liquame nero che mi si stampa sul mento e riprendo la corsa verso lo spiraglio di luce. Tutt\u2019intorno, fritture ciclopiche e tonfi primitivi. Saranno duecento metri adesso, lo spiraglio di luce diventa caleidoscopio: non pi\u00f9 il verde scuro e il marrone e il giallo delle foglie ma il cielo un po\u2019 pi\u00f9 in l\u00e0. Lo osservo nelle mille sfumature di grigio e di nero e di arancio-tempesta. Sono fuori dal bosco ma il caleidoscopio \u00e8 meno onirico di quanto sperassi: alberi sradicati a decine, stesi di traverso sulla strada bianca. Scavalco tronchi centenari agonizzanti l\u2019uno accanto all\u2019altro \u2013 alcuni l\u2019uno sull\u2019altro &#8211; pronti a morire come soldati rastrellati in un\u2019infame fossa comune, a connotare un altro cimitero di guerra in un triste territorio \u2013 l\u2019altopiano di Asiago \u2013 dove le fosse comuni e i cimiteri sono ovunque. Sul ciglio della carrabile, testimone cosciente del genocidio, una pecora belante di disperazione, dispersa dal centinaio di pecore belanti e unite, sfuggita a un cane-pastore accecato dalla pioggia e dalla necessit\u00e0 di salvare il salvabile. Un dolore come un pugno allo stomaco mi coglie quando decido di abbandonare la pecora al sonno eterno. Il susseguirsi di tonfi \u00e8 adrenalina, energia incosciente pompata con vigore nei quadricipiti stanchi. A mano a mano che avanzo, la strada \u00e8 sempre pi\u00f9 libera e io posso correre anche per trenta quaranta metri prima di affrontare un altro tronco senza vita. A un certo punto, l\u2019asfalto mi coglie di sorpresa come una carezza forte e sicura sotto la pianta del piede. Le auto parcheggiate di fronte ai garage, le linee bianche che delimitano la carreggiata mi comunicano civilt\u00e0, salvezza e calore. Il dolore da quasi nullo \u00e8 sempre pi\u00f9 pungente e mi convinco che siano i nervi che si rilassano per cominciare a reagire in modo normale: gli squarci sulla tempia e sul naso mi sembrano punte di coltelli agitate lentamente, il piede destro poggia a terra e produce l\u2019effetto deflagrante di un calcio sul rene. Quella rossa \u00e8 casa mia, quella col gallo dipinto sopra l\u2019ingresso. \u00c8 buia di elettricit\u00e0, la porta si apre a una debole spinta e allora mi accorgo che anche la spalla destra \u00e8 malconcia. Mio padre \u00e8 sul divano, le gote rosse d\u2019ipertensione e di Merlot, lo sguardo spento. Mi madre si lancia verso di me con il balzo della montanara sessantenne, la chioma corta e grigia, l\u2019unto dei capelli che si staglia sulla luce vibrante delle candele.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013\n<em>Odio Piero, steto ben, <\/em>stai bene<em>? O Signor, dai che te s\u00ed a casa.<\/em> <\/p>\n\n\n\n<p>\u2013\n<em>Dame \u2018na man mama ch\u00e9 non so mia bon a\ncavarme zo<\/em>, non riesco a spogliarmi \u2013 La voce \u00e8 inesistente e prima che\nfinisca di parlare le sue mani sono su di me, sulla maglia tecnica e sui lacci\nstretti delle scarpe.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013\n<em>Aldo, meti l\u2019aqua calda nela vasca se la \u2018riva\nancora. Se no metela sui foghi<\/em> \u2013 Il tono calmo dei comandi familiari \u00e8 subito\nsenza ribellione da mio padre \u2013 <em>Vedemo\ncome che \u2018l sta, se no te lo porti all\u2019ospedale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u2013\n<em>No mama. Un bagno, un minestron e te\nvedar\u00e9 che doman se gavaremo desmenteg\u00e0, <\/em>ci saremo dimenticati \u2013 Il bagno\ncaldo e il minestrone bollente mi riportano a nuova vita: il sangue galoppa tra\ni vasi fino alla punta delle dita e io ricomincio a sentire, a vederci, a\ncapire. La radio a pile descrive mari caldi e porti sventrati, venti\nalpino-tropicali, accordi di Parigi disattesi da potenti con la cravatta\neloquente e il sopracciglio alzato. Cambiamento climatico, cos\u00ec lo chiamano,\nanche se a Asiago, dove non fa mai caldo, non ce ne siamo mai veramente curati.<\/p>\n\n\n\n<p>\u2013\n<em>Mai vista \u2018na roba del genere<\/em> \u2013\nconfessa con un fil di voce mia madre sull\u2019onda emotiva dello sventato pericolo\ndel figlio e delle notizie apprese all\u2019apparecchio Brionvega.<\/p>\n\n\n\n<p>Resto\nin silenzio due tre secondi, il tempo che un\u2019altra cucchiaiata di minestrone mi\nconsenta di mettere in fila le parole, prendo fiato e faccio appello a ci\u00f2 che\nresta della voce consumata dal vento e dalla pioggia \u2013 <em>E invece mama, adesso te l\u2019\u00e8 vista la realt\u00e0, te l\u2019\u00e8 cap\u00eco che non se\nsalvaremo pi\u00f9.<\/em><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_42157\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"42157\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In ricordo della Tempesta Vaia, disastro naturale. 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