{"id":41051,"date":"2020-04-08T10:43:44","date_gmt":"2020-04-08T09:43:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=41051"},"modified":"2020-04-08T10:57:19","modified_gmt":"2020-04-08T09:57:19","slug":"premio-racconti-nella-rete-2020-granello-di-polvere-di-iole-simone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=41051","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2020 &#8220;Granello di polvere&#8221; di Iole Simone"},"content":{"rendered":"\n<p>Sono io l\u2019unico custode della mia forza e decido di ingrassare. Sono tornato dalla guerra troppo esile e quel vestito della domenica mi va largo. Voglio rimettere i miei panni; \u00e8 diventata quasi una mania: il senso del mio vivere. Non voglio pi\u00f9 identificarmi nell\u2019idea di nazione, di alleati, di nemici, di complici o disertori; voglio identificarmi in me, col mio corpo e niente di pi\u00f9. Voglio essere un\u2019ossessione che parta da me e arrivi a me. Non voglio salvare nessuno, non voglio che nessuno mi salvi. Sono tutti felici e ne sono contento. Mi chiedono di raccontare, di parlare dei miei compagni, di ci\u00f2 che mangiavo o bevevo, di tutto il fumo che respiravo: no, voglio solo ingrassare. Non ero indifferente n\u00e9 diffidente verso chi incontravo, ma dovevo fare altro; ho avuto troppo tempo per pensare e devo svuotare la mente e riempire il corpo, solo questo. Non era autocommiserazione, era quello e basta.<\/p>\n\n\n\n<p>Poche case sparse e arroccate qua e l\u00e0 in maniera disordinata. Zolle scomposte invadono una rete di sentieri, fra castagneti e sterpaglie incolte. Un luogo zeppo di conifere e di faggi, il tutto ricoperto ed avvolto da essenze arboree e da quel profumo di bosco che non si pu\u00f2 descrivere. La foga per la fine della guerra \u00e8 incontenibile, come le prime sommosse. La gente non pensa all\u2019economia sconvolta, non pu\u00f2 sapere che a Milano sarebbero nati nel diciannove i Fasci di Combattimento, n\u00e9 prevedere la marcia su Roma nel 1922; tantomeno in questo piccolo borgo toscano. Era troppa la gioia. Un\u2019unica idea nella testa di tutti che si esprime in quattro parole: \u201cla guerra \u00e8 finita\u201d. La voglia di rinascita \u00e8 senza limiti. Il mondo doveva essere migliore e basta. Le donne sono nuove entit\u00e0, divenute pi\u00f9 responsabili: si sono rimboccate le maniche, hanno lavorato al posto dei mariti militari e martiri maturando una nuova responsabilit\u00e0 e consapevolezza. La loro utilit\u00e0 e il loro valore li ha rese pi\u00f9 forti nei campi e molto pi\u00f9 indipendenti. Sembra che le tradizioni si siano capovolte e io mi chiedo: \u201c\u00c8 indipendenza o distacco. O forse estraniazione?\u201d. Sono tutti gli effetti insiti delle grandi guerre che ti snaturano. Forse cresci o probabilmente devi trovare il buono anche nel male. Ma in ogni caso \u00e8 finito l\u2019incubo ed \u00e8 l\u2019inizio di un punto di svolta epocale. Quando prendi coscienza di certe realt\u00e0, non sarai pi\u00f9 quello di un tempo, non puoi esserlo: a tua insaputa ti trasformi. Non c\u2019\u00e8 scampo, n\u00e9 tantomeno tempo, non puoi correre ai ripari. Devi necessariamente adattarti. Combatti e non sai perch\u00e9, vinci e non sai cosa. C\u2019\u00e8 una sola certezza: hai perso comunque. Alla fine si esulta ma per cosa? Della vittoria su un mostro senza testa, dei trofei o forse delle medaglie? E cosa te ne fai se non avrai nemmeno un corpo su cui piangere.<\/p>\n\n\n\n<p>Devi\nper forza risorgere, non hai scampo. Nonostante le lacrime e la troppa rabbia. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;La mattina ero solito attraversare la piazza\npi\u00f9 o meno alla stessa ora per recarmi in farmacia. La solita medicina per mia\nsorella. Per\u00f2 quel giorno uno di quei volontari post-bellici, senza alcun\nmotivo plausibile, mi rincorre e mi porge un libricino distrattamente, senza\nproferire parola. Non volevo tenere quell\u2019ammasso di foglietti fra le mani ma\nnemmeno essere sgarbato e lo prendo. Appena giro l\u2019angolo sono gi\u00e0 in cerca di\nqualcuno o qualcosa per liberarmene. Mentre sono intento a chinarmi sul\nmarciapiede per poggiarlo l\u00ec, vedo in un angolo poco lontano, una donna\naccasciata. Non ne sono per niente impietosito, magari le piace essere l\u00ec: mi\ncolpisce o, meglio, vedo un dettaglio strano che mi induce a rallentare il\npasso fino a fermarmici accanto. Al posto di qualche collana, sul collo, penzolano\ndue scarpette da ballerina che si muovono sui seni semi nudi. <\/p>\n\n\n\n<p>In\nquel libricino che ho tra le mani non pu\u00f2 esserci nulla di pi\u00f9 interessante di\nquanto mi si presenta davanti. La donna non la conosco.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMia\nmadre \u00e8 morta.\u00bb\nesclama. Mi\nguarda senza esitazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Non so cosa rispondere: \u00abMi\ndispiace\u00bb. Accenno\nsotto voce, forse \u00e8 questo che la fa stare cos\u00ec male.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE con\nlei anche io.\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>Una\nfiglia addolorata che va in giro con delle scarpette al collo per mostrare il\nsuo dolore? Il nostro silenzio si prolunga mentre lei mi fissa e con le dita\naccarezza i nastri sudici. Mi allontano con una certa cautela ma lei continua a\nfissarmi. Ignara del suo coraggio, semi nuda davanti agli occhi di un mondo che\nha visto troppo dolore e che non ha pi\u00f9 tempo n\u00e9 voglia per vederne altri, mostra\nle sue scarpette con quei nastri in raso ondeggianti. Mi sento come un\npellegrino senza meta, come un prete senza chiesa, come un soldato senza fucile.\nNon so cosa fare. Per la prima volta vedo un corpo di donna cos\u00ec perfetto ma\nfuori luogo e forse fuori tempo. La mia ossessione per i dettagli strani mi\ninvade, indietreggio e ritorno dove ero pochi metri prima. Se fossi stato un\npittore avrei dipinto un\u2019impressione di infelicit\u00e0. Ma lei no, non era infelice.\nO, almeno, pareva felice nella sua infelicit\u00e0. Bellissima, tristissima, corpo\nesile e occhi strani, n\u00e9 assenti n\u00e9 vivaci, non sofferenti, forse consapevoli: dolore\ne poesia oppure tristezza e passione. Prendo coraggio, spazzo via compassione,\npiet\u00e0 o qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto trattenermi l\u00ec e vado via: \u00e8\nviva, questo \u00e8 l\u2019importante.<\/p>\n\n\n\n<p>Una\nvolta recuperato tutto, non resta che perdere la commiserazione per\nsopravvivere: questo \u00e8 quello che ha condotto le mie scarpe a muoversi e, con\nogni passo, mi riprendo lentamente quei pensieri ribelli che si insinuano a\nvolte e che non riesco a zittire. Ho letto tanto sulla resa dei conti ma cosa \u00e8\ndavvero ancora non mi \u00e8 chiaro. Non ho potuto fare a meno di rammentare la sera\nil volto di quella fanciulla; mi ricordava qualcuno ma proprio non riuscivo a\ncapacitarmi dove l\u2019avessi mai potuta scorgere. Ero intento a girare il brodo\ncon quel cucchiaio di legno vecchio e tutto consumato ma che svolgeva ancora\nbene il suo lavoro. Mi divertivo a creare delle forme in quel pentolone cos\u00ec\ngrande che sapeva di buono. Proprio mentre giravo e rigiravo che mi torna in\nmente: \u00e8 la figlia del boscaiolo. Quell\u2019uomo rude che ho incontrato per andare\na recuperare l\u2019olio, in cima al borgo pi\u00f9 sopra. S\u00ec \u00e8 lei, perch\u00e9 quando smise\ndi piovere vidi questa fanciulla e le chiesi di indicarmi la strada che avevo\nperso. C\u2019era un\u2019unica casa l\u00ec arroccata poco distante; era lei senza dubbio.\nChiedo a mia madre, intenta a rattoppare chiss\u00e0 cosa, se fosse morta qualche\ndonna non troppo giovane poco tempo prima: mi dice di s\u00ec; una signora che\nabitava col marito e la figlia nel borgo di San Leone.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u00abBrava gente. Solo che quella\nfiglia \u00e8 un po\u2019 strana. Non si vuole maritare e ha la testa fra le nuvole\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Se\nnon fosse cos\u00ec, mia madre non avrebbe perso l\u2019occasione per proporla a me,\nanche se non ho pi\u00f9 l\u2019et\u00e0 per maritarmi. Mi assopisco sul quel divano che sa di\nmio padre e la ragione fa un altro passo indietro. La mente sembra galoppare in\nun mondo vicinissimo: mi immergo in quella raccolta di racconti, unici alleati,\nunico calore che mi scaldava in trincea; unico cibo per sopravvivere. Poi li ho\ntraditi. Ho un&#8217;unica cosa da fare: rinchiudere in una cassa tutti i miei\nvolumi, li ho proprio sepolti vicino al pozzo sotto casa. Sapevano di fumo ed\nio con loro. Sono ancora l\u00ec ben richiusi, con qualche margherita nei pressi. Se\ndovessi dire a me stesso quali sono i miei interessi, oltre al cibo e al vino,\ndirei che mi incuriosiscono i dettagli delle cose: ecco perch\u00e9 mi sono fermato\nNon ho cuore? Forse no. <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Una\nmattina uggiosa. mia madre mi chiede di recarmi presso un tale a recuperare un\npo&#8217; di olio e malvolentieri mi sono incamminato; una ora e mezza per quei sentieri\ne salite irte. Man mano che salivo su, tutto sudato, appiccicato e pesante,\nsentivo una musica; era come se mi guidasse e mi indirizzasse sulla giusta via.\nResto attonito inizialmente e mi nascondo, quasi impaurito da quella stranezza.\nVedo un uomo davvero inquietante: alto, goffo, grosso con la barba e un\ncappello. Anche se eravamo distanti mi dava l\u2019impressione di sudicio. Anzi era\nproprio sudicio. Uno come tanti da quelle parti con mani esperte e solide,\nrigide, piene di calli ma stranamente olivastre. Lo scorgevi sempre l\u00ec, con la pioggia,\nil sole, il vento. la neve: arroccato fra quei cespugli con la sua inseparabile\naccetta che sembra scolpire tutto ci\u00f2 che gli capita davanti. Curioso il modo\ncon cui maneggia quell\u2019arnese; sembra essere la sua terza mano, non lo vedi mai\nsenza e poi indossa sempre quel copricapo rappezzato. Ma certamente la cosa pi\u00f9\nstrana di quell\u2019uomo era che era l\u2019unico che sembrasse essere nel posto giusto.\nOgni cosa non era nel posto giusto. Tutti sono letteralmente affamati ed\nesasperati; l\u2019assenza del capofamiglia aveva creato una disgregazione della\ntradizione, come fosse stata colpita da quell\u2019accetta del boscaiolo. Delusione,\npovert\u00e0, fame, orrori della guerra impregnano l\u2019aria e sento ancora oggi\nquell\u2019odore acre delle terre incolte. Il boom dei mezzi di comunicazione di\nmassa sarebbe avvento molto pi\u00f9 tardi e sarebbe arrivato nel nostro borgo ancora\npi\u00f9 in l\u00e0. Miseria ovunque ma quell\u2019uomo possiede una radio! Era cos\u00ec diverso e\nnon tanto per quel buffo cappello rattoppato che gli penzolava sul collo, pieno\ndi spine e foglie secche ma soprattutto per quello strano oggetto che emanava\ndei suoni che sembravano cavalcare il bosco. Non avevo mai udito quella cosa e\nsoprattutto da dove usciva, come faceva, cosa diavolo era.&nbsp;Molto ma molto\npi\u00f9 tardi capii che era una radio, ma la cosa assai curiosa era come mai un\nboscaiolo sperduto tra i faggeti di un borgo a sua volta sperduto, avesse\nquell\u2019aggeggio. Allora neppure i ricchi ne possedevano una. La stessa\ntelevisione molti anni dopo avrebbe trasmesso delle note per poche ore al\ngiorno. E quell\u2019uomo cos\u00ec goffo aveva il lusso di avere addirittura una radio\npersonale? Una scatola enorme poggiata su un tronco secolare. Convenite con me\nche era alquanto curioso. <\/p>\n\n\n\n<p>Io\nero uno dei pochi che sapeva leggere e scrivere. I miei volumi erano tutti\naccozzati; le stesse rilegature erano per lo pi\u00f9 scollate, sembravano si\nurtassero a vicenda in maniera prepotente: erano l\u00ec, con minuzia esasperata, a\nlottare contro l\u2019umidit\u00e0 di quella stanza. Spolveravo gelosamente quei libri,\ndi certo mal tenuti nel tempo, ma tanto antichi. Erano il mio orgoglio ma mai\navevo letto di quell\u2019aggeggio. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uomo\nmi nota ma \u00e8 indifferente. Non si volta neppure con lo sguardo verso di me e\ncontinua a lavorare; posa l\u2019accetta e inizia a battere con una forza incredibile\nquel fusto con le mani e la punta del piede. Alla fine quel fusto che sembrava\ntanto robusto, si rompe. Poi alza lo sguardo mi guarda, anzi mi fissa. Io ne\nresto impaurito: aveva uno sguardo cattivo, inquietante. Poi finisce il\nsilenzio e mi fa cenno con la mano come volesse dirmi vieni e smettila di\nessere timoroso. Mi avvicino saluto con la mano e mi invita a sedermi sul quel\nsasso pieno di muschio scivoloso che inesorabilmente mi si appiccica al\npantalone. Mi offre una castagna. Quell\u2019invito non lo posso rifiutare e, in\nmaniera garbata, la apro con i denti e ne mangio un pezzo. Non avevo mai\nmangiato una castagna cruda. La mia famiglia era benestante e mia madre era\nsolita cuocerle in acqua bollente insieme a riso e farro ma sempre sgusciate.\nAnche lui la monda con la differenza che apre il guscio con un coltello affilatissimo.\nSembra un maestro.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon pu\u00f2\nesistere solo quello che vedo\u201d pensa la mia mente ed era forse quello il motivo\nper cui non mi alzo da quel tronco umido e appiccicoso. Con una certa cautela\nprovo una sorta di dialogo per rompere quel silenzio che sa di bosco, quasi\novattato. Quell\u2019uomo con estrema calma e precisione continua minuziosamente a\nsbucciare quel frutto: sembra che ne contempli la forma, il colore. Mi sembra\ndifficile capire quegli occhi, ma, al contempo, intravedo un grande mondo da\nrispolverare, come ero solito fare ogni giorno con quei volumi che avevano\nperso la loro lucentezza. Mentre sono sul punto di iniziare un tentativo di dialogo,\ncomincia a piovere. Un tuono improvviso rompe il silenzio e pensai che quella\npioggia sembrava essere arrivata proprio al momento giusto. Dove vado? Non ho\ntrovato il contadino per prendere l\u2019olio, non ho un ombrello e sono in mezzo ad\nun bosco. Mi ritrovo davanti a quest\u2019uomo che ha il volto asciutto perch\u00e9 quel\ncappello bizzarro lo ripara dalle gocce incessanti che oramai ci hanno invaso.\nE lui cosa fa? Accende quella cosa, s\u00ec, la radio, senza alcun discernimento. Sono\ncorso a ripararmi e, quando la pioggia cess\u00f2, tornai al borgo con l\u2019olio ma\nsenza avere scambiato una parola con quell\u2019uomo. Eviter\u00f2 di tornare in quel posto.\nBasta, non voglio distrazioni n\u00e9 interessi che siano diversi dal cibo. <\/p>\n\n\n\n<p>Una\nforza nascosta mi ha trascinato verso quei libri sepolti, come se mi\nattirassero a s\u00e9. Sono tornato ad osservare il pozzo o, meglio, la terra che lo\ncircoscrive. Non posso permetterlo. Ora sono libero e non voglio pi\u00f9 catene,\nnemmeno se parliamo di parole.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ricevo\nuna lettera dal comune vicino, sono stato richiamato al mio lavoro dopo il\nritorno dalla guerra. Significa rientrare in quella stanza ampia, piena di\nluce. Cosa devo fare? Ridare la parola ad un muto che un tempo parlava e che\nora ha ucciso le sue parole? A cosa servono tutte quelle ricerche, gli archivi,\ni faldoni, la burocrazia quando ritorni dal fronte? Meglio scrivere della vita\ncruda, assassina, violenta anzich\u00e9 perdere tempo nel riordinare e spolverare\nlibri senza vita e poi scoprire che la vita non \u00e8 l\u00ec ma nel mondo che, tra\nl\u2019altro, neppure hai scelto e che neppure vuoi sia cos\u00ec. Ma \u00e8 cos\u00ec e basta. Cosa\ndovrei fare? Mettermi sull\u2019attenti al segnale della tromba in lontananza, ascoltare\nil rumore del nulla o annusare il brodo che non ho potuto assaggiare per due\nanni? Davanti a quella missiva sono contrariato. Non so bene cosa c\u2019entri con\nme: \u00e8 un invito al passato o mi obbliga a cancellare la memoria della guerra?&nbsp; \u00c8 l\u2019inconscio che manda i suoi segnali e forse\nla negazione \u00e8 solo un\u2019illusione. Che lo voglia o no da quel giorno qualcosa \u00e8\ncambiato. Il mio era un vano tentativo di disertare, almeno in questa parte di vita;\nma non posso farlo. Guardo mia madre che \u00e8 china sul letto e piange in silenzio\nla figlia malata. Mia sorella dev\u2019essere curata e i dottori vanno pagati. Mi\nrese prepotentemente malinconico, anche il brodo aveva un altro odore. Dovevo\nritornare al lavoro. <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ovunque\nmi rigirassi in questo caff\u00e8 strapieno, unico ristoro peraltro sudicio, vedo una\nvera invasione di nuovo anche in quel borgo sperduto dell\u2019Italia. Tutti i\nragazzetti sono vestiti in modo inusuale. Sembrava che le donne si fossero\nforzatamente allungate le gonne e gli uomini i pantaloni, come se lo avessero fatto\nper allungare la vita dopo l\u2019orrore della guerra. Mi viene in mente solo questo\nmentre osservo quel mondo in lento cammino. Davanti a me poi, quel ritratto di\nun capitano o forse un ufficiale; si erge sulla parete. Ha qualcosa di\nimpettito con quei grandi bottoni sulla giacca. Pare affacciato su quel bancone\nmalmesso. \u00c8 una immagine sbiadita: come i capelli grigi del vecchio signore al\nbar; sa di vecchio lui, il bar e il ritratto: tutta roba passata. E questo\nodore di gelsomino? Cosa mai c\u2019entrava in quel posto fumoso? Una delle\nragazzette ha tra i capelli color rame questo rametto. S\u00ec, la guerra era\nproprio finita. Seduto su quella seggiola stranamente stabile, mi sento uno\nsconosciuto che beve whisky stagionato e forse mi vedo vecchio quanto quel\nbicchiere, forse sono davvero vecchio: mi sono sentito terribilmente avvilito, avevo\nperso un pezzo di vita in soli due anni? Ero fuori luogo mentre&nbsp; &nbsp;vedevo\nla gioia e la vita. Mentre i miei pensieri negativi mi stavano assalendo, un\ngiovanotto si avvicina e mi si siede accanto. Mi guarda in malo modo e poi si\ndecide a parlare: <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTu sei\nil bibliotecario, lo so! Dove sono i libri? Mi hanno detto che non li hai pi\u00f9.\nLi hai persi o li hai bruciati?\u00bb. Per un istante ho desiderato\nscomparire, accidenti a me e a quella sete vigliacca.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCosa mai\nti interessa dei libri e di ci\u00f2 che ne ho fatto?\u00bb Sono sgarbato. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abL\u00ec\ndentro c\u2019era uno scritto di mio nonno, non volle darlo a me perch\u00e9 diceva\ndoveva essere gelosamente conservato da persone che studiano. Lo port\u00f2 in\nbiblioteca in dono alla citt\u00e0 e tu lo perdi? Tutti dicono che i libri sono\nandati perduti. Lui ha scritto per quarant\u2019anni\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Visibilmente\nscosso, noto un pugno che stringe forte quasi volesse contenersi fino a non\navere la certezza che lo avessi perso davvero; sono intimidito. Come pu\u00f2 un\nsoldato avere timore di un ragazzetto quando ha avuto il fucile in mano giorno\ne notte? <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon ho\nbruciato nulla, li ho conservati stai tranquillo\u00bb mi limito a proferire.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora\nlo rivoglio. Lui \u00e8 morto e io rivoglio quei racconti. L\u00ec dentro c\u2019\u00e8 mia madre e\nle mie sorelle e devo averlo io\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDimmi il\ntitolo e te lo far\u00f2 avere\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLui\nera Giacomo Mustrillo. Il titolo \u00e8 \u201cIl cammino\u201d\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Esco\nda quella osteria e mi incammino con passo lento. Devo riprendere quel\nmaledetto libro, scavare e riprendere quella cassa pesante. \u201cBene, uno in meno\nda spolverare\u201d penso velocemente. Sarei dovuto comunque riandare dopo la\nchiamata del Comune. Con le mani in tasca attraverso l\u2019imbrunire con un peso simile\na un debito avvinghiato sulla nuca.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi\ntocca risalire nel bosco tra vie, viottoli, scorciatoie e tutto per andare a\nrecuperare un pollo per il Natale, oramai prossimo: oh santa donna di mia madre.\nMi induce a fare queste commissioni cos\u00ec sgradite, ma non posso negarmi. Ha gi\u00e0\nil suo bel da fare con mia sorella e se un pollo cresciuto sui monti la rende\nin qualche modo felice e soddisfatta, va bene! Naturalmente so che mi imbatter\u00f2\nda l\u00ec a poco in quell\u2019uomo bizzarro, tanto \u00e8 sempre l\u00ec, ma tanto vale che\nquesta volta gli chieda chi gli ha dato quella radio. Cos\u00ec, per pura curiosit\u00e0.\nArrivo davanti a quei tronchi enormi che invadono il cielo che intravedo appena\nma non vedo l\u2019uomo. Poco pi\u00f9 in l\u00e0 un cane enorme inferocito mi punta da\nlontano. Dato che sono vicino a due abitazioni mal ridotte ma abitate, con un\nbalzo spingo la porta di una delle due e mi tuffo correndo dentro casa. In quei\nposti \u00e8 sempre tutto aperto: solo di notte chiudono a chiave. Non c\u2019\u00e8 nessuno,\nsono in cucina, c\u2019\u00e8 il brodo che scoppietta e un odore intenso di sedano.\nChiamo a voce alta, ma nessuno risponde. Mi affaccio fuori e quel cane \u00e8 sempre\nl\u00e0 davanti, con la bava alla bocca e gli occhi infuocati. Non posso uscire.\nContinuo a chiamare, ma ancora nessuna risposta. A questo punto non so cosa\nfare e aspetto qualche rumore. <\/p>\n\n\n\n<p>Sento\nfinalmente dei passi: il boscaiolo. La scena si ripete: mi guarda in silenzio,\nio nella sua cucina, questa la novit\u00e0, spiego l\u2019accaduto e lui accenna\nvagamente un sorriso. Mi invita a sedermi e intanto spegne il brodo. A quel\npunto non so cosa dire, mi mette inquietudine quell\u2019uomo, come se la sua\npresenza mi richiamasse alla vita reale, cruda, a volte assassina; non so ben\nspiegare ma poi era gentile e per nulla sconveniente. Ignoro ancora oggi, chi\nfosse veramente. L\u2019impulso che ho dentro, per\u00f2, riesco a zittirlo e intanto lui\nprende una bottiglia di vino e mi versa un bicchiere: un invito da non poter\nrifiutare. Sento altri passi, sbuca dalla porta una donna, oh no, quella donna\nche ho incontrato in paese, \u00e8 quindi davvero sua figlia. Mi guarda, accenna ad\nun timido saluto, non credo mi abbia riconosciuto, prende dentro il mobile un\npacco e mentre se ne sta andando dalla cucina, vedo dei fili di raso; sono le\nsue scarpette. Il padre sembra non notare nulla, continua a versarmi un altro\nbicchiere e io a quel punto non posso pi\u00f9 accettare, devo andare. \u00abGrazie\ndell\u2019ospitalit\u00e0, spero che il cane a questo punto si sia stancato\u00bb. Sforzatamente\ncerco di ironizzare. <\/p>\n\n\n\n<p>Lui\nsi alza esce fuori e il cane \u00e8 sempre l\u00ec, lo ammonisce lo spinge con forza ai\nlati e l\u2019animale si allontana. \u00abGrazie\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuando\nvuoi ti faccio vedere come funziona\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>Io\na quelle parole sono davvero stupito, e non mi lascio scappare l\u2019occasione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCerto\nmolto volentieri, se vuole anche domani\u00bb Accenna un s\u00ec con il capo e\nchiede la porta.<\/p>\n\n\n\n<p>Rientro\nin casa con il mio trofeo, non tanto quel povero pollo decapitato ma per\nl\u2019incontro dell\u2019indomani. Devo portare un dono per l\u2019ospitalit\u00e0 ricevuta ma non\nmi viene in mente assolutamente nulla. Apro la dispensa di mia madre e prendo\nun barattolo di fagioli. <\/p>\n\n\n\n<p>Nel\npomeriggio devo riandare nei pressi del pozzo, mi ci vorr\u00e0 tutto il pomeriggio\nper dissotterrare quella cassa. E pensare che mio nonno aveva scavato quella\nfossa non so per quanti giorni. Convinto che sarebbe stato il rifugio giusto\nper la guerra ci voleva portare me, mia madre e mia sorella mentre lui sarebbe\nrimasto sopra, a combattere contro chiunque si fosse avvicinato al pozzo. Poi\nnon riusc\u00ec a finire il lavoro; ci entra, e male, una sola persona. Lui \u00e8 morto\ndi polmonite e io sono stato chiamato al fronte. Dovrei completare l\u2019opera. Le\nguerre non finiscono mai per sempre. Ne potrebbe scoppiare un\u2019altra in qualsiasi\nmomento.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Sento\nun dolore che mi lacera il petto ma faccio finta di niente. Di notte mi sveglio\nsudato e stanco perch\u00e9 risale il ricordo dell\u2019orrore. Sento dietro di me i\npassi dei miei compagni lacerati dall\u2019 angoscia e dal freddo che congela i pensieri.\nE quei rumori assordanti che ti penetrano nelle ossa. Non puoi far finta di\nniente, non puoi pi\u00f9 continuare a sperare. Vuoi solo scappare dall\u2019odore acre\ndel sangue appena versato, vuoi spegnere la guerra. \u00c8 la fine del mondo; tremi\nad ogni raffica di vento, sussulti ad ogni sirena, non dormi pi\u00f9 e senti boati\nin ogni dove. Sei un disperato e lo sai. Come il soldato che hai ucciso poco\nprima. Perdoni anche il tuo sparo: diventa sopravvivenza. Forse maledici pure\nla tua sopravvivenza, non puoi fare altro. Se mio nonno avesse finito mi sarei\nrifugiato l\u00ec, sottoterra. E ci avrei portato tutto il mio battaglione! Nemmeno\ni sogni di un eroismo nobile e vincente sono buoni a quietare certi giorni\npiovosi. Nulla ti consola e l\u2019unica certezza che hai \u00e8 che continui a campare.\nRitorni dal fronte alla vita ma la tua vita \u00e8 morta l\u00ec, in trincea. Devi\nricominciare a vivere, sembra un tentativo infelice di risorgere. Io sono\nancora in trincea. <\/p>\n\n\n\n<p>Un\nfamiliare senso di disagio e una particolare lentezza, mi invade stamani. Come\nun granello di polvere da sparo che ha perso il suo destino\u2026mi devo adattare\nallo spazio che mi circonda. Non puoi essere pi\u00f9 quello di un tempo ma puoi\nritornare a casa, al lavoro. Per\u00f2 anche il whisky sa di qualcos\u2019altro. Quando\nsi avvera l\u2019impossibile, ogni negazione posteriore \u00e8 solo una illusione. Che si\nvoglia o no quei giorni hanno cambiato i miei passi e i miei occhi. Ne ho due\nprofondamente opachi, anche se rinnovati. E di buono resta poco o nulla. Sono\nuno spettatore pietoso a dir poco. Ma la piet\u00e0 non \u00e8 una scultura di marmo da contemplare,\nno! \u00c8 l\u2019odore nel pianto di madri davanti a corpi lacerati ai lati del mondo.\nForse ci abitua a lenire il dolore guardare certi dipinti dove persone\nsconosciute hanno patito in maniera disumana: dolore di natura simile se non\nidentica che non puoi n\u00e9 accettare n\u00e9 combattere. Non ho potuto fare a meno di\nrammentare ed essere nuovamente rinchiuso in questo labirinto di fumo. Devo\nritornare in quel bar. Ho bisogno di scorgere nuovamente quei pantaloni lunghi\ne quelle gonne variopinte.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Fino\na pochi mesi prima l\u00ec c\u2019era un mercato spoglio che sapeva di fame e di freddo,\ncon le tende piegate dal vento. \u00c8 come quando il capitano d\u00e0 l\u2019ordine di\nsparare. Devi obbedire e diventi come quelle tende. Ora invece qui la guerra sapeva\nd\u2019orgoglio, con tutti quei militari in giro per la piazza pronti ad essere adulati\nda giovani vergini; come se loro stessi fossero dei trofei in palio da esibire\nuna volta conquistati. La cosa che pi\u00f9 mi sconcerta \u00e8 che ne sono compiaciuti.\nPasseggiano tra la moltitudine, tra i banchi del mercato con stravagante rumorosit\u00e0.\nSono la merce pi\u00f9 preziosa per le giovincelle e il loro innaturale bagliore,\nper niente ordinario e spensierato, estraneo per sua natura alla loro tenera\net\u00e0. Si devono trovare un buon partito, un milite vittorioso: ecco il candore\ndi quei volti. Non importa sia noioso, deprimente, frivolo. \u00c8 pur sempre un\nsoldato. Sono diventato vecchio, ho bisogno di un po&#8217; di whisky, mi deve\nriportare velocemente in una inebriata illusione. Forse questa \u00e8 la rinascita,\nquesta frivolezza allevia, lenisce, magari elimina i mostri terrificanti anche\nse il mio mi \u00e8 sempre accanto. Quel gioco, in fondo, sa di libert\u00e0. Rinvengo e\ncontinuo ad osservare quello scambio reciproco di pura volont\u00e0; ora dopo qualche\nsorso mi sembra rassicurante; ma io continuo a sentirmi in prigione o in\ntrincea, cambia poco: sono in quello stato di libera frivolezza e bevo ancora. Sono\nun semplice portavoce di quel tumulto di voci e strazi che dannatamente mi\nperseguitano. Penso a quella ragazza accasciata a terra che non aveva sguardo\ncompiaciuto. A dire di mia madre \u00e8 una scellerata, lei che non si \u00e8 recata al\nmercato per acquistare alcunch\u00e9. A chi pu\u00f2 interessare una simile creatura? <\/p>\n\n\n\n<p>Non\ntrovo mai il tempo di scavare. Eppure fra tre giorni devo rientrare in Comune.\nE se scavassi sotto al Comune una bella buca? Un\u2019idea malsana che per\u00f2 ha il\npotere di farmi abbozzare un sorriso. Con passo svogliato mi obbligo a prendere\nla pala e mi avvio. Ogni passo sembrava essere il mio giudizio e quell\u2019arnese\ntanto ingombrante non aiuta di certo la mia andatura terribilmente lenta e, per\ndi pi\u00f9, goffa. Mi fermo pi\u00f9 volte. Sono andato da ragazzetto l\u00ec correndo a\nperdifiato. Come tutti i bimbi immaginavo e fantasticavo su quel luogo; era il\nmio posto dei segreti. Ora \u00e8 diventato la mia rinascita o il mio delirio. Certo,\npenso che devo risalire ma credo sia alquanto arduo, per non dire fuori dalla\nmia portata. Sono ancora in qualche modo un soldato, solo che indosso altre\nvesti. Una nuova prova della mia esistenza vaga e confusa insulta la mia\nmemoria ma non posso cancellare alcunch\u00e9. Un improvviso bisogno di gridare mi\ninvade, come fosse davvero una necessit\u00e0, come volessi dare un significato\nreale e non solo simbolico a tutto quel dolore che mi attanagliava le gambe,\nancora troppo esili. Non avrebbero retto. Non riesco a farne a meno e appena\narrivato \u00e8 come un fulmine che so che \u00e8 l\u00ec ad attendermi per colpirmi. Avrei\nvoluto scappare lasciando quella pala in balia del vento gelido di fine\nnovembre ma resisto e piango a dirotto. Non so per quanto tempo resto l\u00ec ma\nsicuramente quello sufficiente a soddisfare questa condizione di misera stima\ndel mio essere uomo. Non c\u2019era niente che potessi fare. In ogni mio respiro\nvedo quegli occhi disgraziati. Ho molto su cui riflettere ma non \u00e8 questo il momento.\nNon ora, non qui. E non servono a nulla queste lacrime che bagnano i miei\nbottoni; assolutamente a nulla. Taglio corto velocemente, prendo l\u2019arnese e\nscavo, con sempre pi\u00f9 vigore. Non sento neppure pi\u00f9 il freddo che mi ha\ningessato poco prima e prendo la cassa, do un colpo deciso: si apre tutta,\nintatta. Come un tesoro gelosamente custodito; ah se lo avessi trovato da\nragazzo. Prendo lo zaino e inzeppo tutto alla rinfusa con uno sguardo quasi\nerrante. Ma questo rese la cosa ancora pi\u00f9 difficile perch\u00e9 non riuscivo a\nposizionare tutti quei volumi in quello spazio. Sono costretto a ritirarli\nfuori e riposizionali nel giusto verso.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A\nvolte ti chiedi cosa sarebbe giusto fare in situazioni come queste. Mi presento\nin biblioteca e la porta \u00e8 chiusa. Mi faccio dare le chiavi dal portiere che \u00e8\nsempre nella stessa posizione da anni, riverso su quella sedia. Non ricordo di\naver mai notato una sola espressione sul suo viso, al massimo ogni tanto un\nsaluto. Lui mi guarda, si alza, apre un cassetto, prende le chiavi e si risiede.\nApro la porta e tutto \u00e8 rimasto perfettamente come l\u2019avevo lasciato, pressoch\u00e9\nidentico tranne la polvere che \u00e8 ovunque. Continuo istintivamente ad osservare:\ni miei occhi sanno dove andare. Conoscono ogni angolo, ogni granello di ci\u00f2 che\nhanno davanti. Mi accorgo che la mano inizia a tremare, il peso di quei libri\nprediletti che avevo afferrato inizia a farsi sentire. Poggio a terra la borsa\ne a questo punto dovrei iniziare a rassettare, spolverare, rimettere i testi\nnegli scaffali e sedermi l\u00ec al mio posto per iniziare a fare le ricerche\nstoriche da inviare alla ragioneria. Invece penso. Mi siedo e neppure sto\nattento a togliere le foglie sulla sedia; non mi chiedo neppure come possano\nessere finite l\u00ec. Mi fanno compagnia, mi riportano fuori da quel luogo. C\u2019\u00e8\ntroppo silenzio, le mie braccia, come fossero disinteressate, non si attivano,\ncome fossero in attesa di qualcosa. Sono qui inutilmente, come quell\u2019immagine\nsopra il bancone dell\u2019oste. Immobile, sguardo fisso, ma in un\u2019altra epoca. Un\ncerchio di luce gialla sembra essere indifferente a questa mia glacialit\u00e0 e mi\naccarezza il volto. Devo socchiudere gli occhi tanto \u00e8 prepotente. A dire il\nvero \u00e8 una giornata invernale ma luminosa. Trascorro poco pi\u00f9 di un\u2019ora in\nquesto stato di tepore seduto; poi dall\u2019uscio della porta sento un fruscio, mi\nvolto ed entra un uomo dalle gambe leggermente arcuate: un tipo maestoso, alto,\ncon al collo una sciarpetta di cashmere color caff\u00e8 e una voce che mormora:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBuongiorno,\nvengo dal Comune di Firenze, ufficio Beni culturali e bisogna fare un\ncensimento di tutti i testi presenti nel territorio\u00bb. Afferma\ncon voce ferma e determinata, <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi hanno\nriferito che questo ufficio \u00e8 chiuso da un po\u2019 e che oggi l\u2019avrei trovata qui,\nsono il signor Duadero\u00bb. Concluse fissandomi. <\/p>\n\n\n\n<p>Io\nmi limito a fare un cenno di approvazione e annuisco.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDovrebbe\npreparare l\u2019elenco e farmelo recapitare al pi\u00f9 presto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra\nquattro ore sono fuori da questo posto, \u00e8 questo il mio unico pensiero. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMolto\nbene, lo avr\u00e0 al pi\u00f9 presto\u00bb convengo io. Per me poteva\nandare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma\nlui voleva continuare a persuadermi, ad insistere che la sua richiesta andava\nesaudita molto celermente. Io non gli do adito; annuisco in maniera seccata.\nDuadero saluta e va via. Avrei impiegato pochissimo a fare il lavoro. Conoscevo\nogni libro, ogni codice e ogni edizione di tutto ci\u00f2 che era in quella\nbiblioteca.<\/p>\n\n\n\n<p>Prendo\nil taccuino e inizio a catalogare senza furia. Ne avrei avuto per poco. Ma\nsento le labbra secche e provo un dolore allo stomaco. Mi sento debole. Allora\nesco da quella stanza per prendere una boccata di aria. Ma se Duadero fosse una\nspia? Se volessero rimpiazzarmi? Non posso andare via; sono uno dei pochi che\nha il privilegio di un lavoro seduto, con un salario garantito che serve per\nmia sorella. Rientro, chiudo la porta e mi accascio sulla sedia che sa troppo\ndi me. Di tanto in tanto alzo gli occhi e osservo quell\u2019ammasso di testi che\navevo nascosto e mi viene in mente che devo cercare il libro di quel ragazzo al\nbar. Lo intravedo pressappoco in fondo alla pila e lo metto nella borsa. In un\nattimo \u00e8 calato il sole. Oggi questo \u00e8 insignificante ma in trincea poteva\nessere il momento d\u2019un attacco nemico o dell\u2019ora dei ricordi, ancora pi\u00f9 tremendo,\no di qualche milite che cercava conforto nelle sue lettere. D\u2019un tratto ricordo\nle parole con cui il mio compagno ogni sera scriveva parole chiare, per niente offuscate\ndal fumo, dagli spari, dai corpi straziati. A tutt\u2019oggi non so come riuscisse\nad essere cos\u00ec lucido, ottimista, fiducioso. Parlava al figlio di sei anni, non\nscriveva affatto della guerra ma di valori, di pace, di generosit\u00e0, di educazione.\nA suo modo voleva essere presente nella vita di quel bambino scrivendo lettere\nogni giorno con la speranza che l\u2019indomani ne avrebbe potuto scriverne un\u2019altra,\nun\u2019altra e un\u2019altra ancora. Eravamo tutti figli di qualcuno, eravamo tanti\nfigli di Dio che da un momento all\u2019altro avremmo sacrificato il nostro corpo\nper la patria, per l\u2019umanit\u00e0, per la salvezza. Ma nessuno \u00e8 risorto, neppure chi\n\u00e8 tornato dal fronte. <\/p>\n\n\n\n<p>Questo\npadre non \u00e8 pi\u00f9 tornato. Quando l\u2019ho visto a terra sapeva che queste erano le\nsue ultime parole e che soprattutto non avrebbe pi\u00f9 potuto scrivere lettere al\nfiglio. E questo fece la differenza: le ho scritte io per lui.<\/p>\n\n\n\n<p>La\nguerra \u00e8 finita e tutto \u00e8 in fermento. Le donne stanno cambiando il modo di\nvestire. Hanno &nbsp;&nbsp;gonne accorciate alla\ncaviglia dai tratti dritti abbinate a casacche alla marinara, scarpe a tacco\nbasso e capigliature corte a volte raccolte da fermagli invisibili. Iniziano a\nlavorare negli ospedali, nelle fabbriche, nei bar. Tutto \u00e8 in risalita tranne\nio.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiudo\nla porta, mi volto per incamminarmi e vedo una signora molto appariscente che\npare aspettarmi. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi scusi,\nlei il messo della biblioteca?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBuon\ngiorno, si sono io.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVolesse\nil cielo, finalmente l\u2019ho trovata. Bene, mi lasci spiegare cosa vorrei da lei. Sto\ncercando una ragazza che abita da queste parti. Si chiama Gigliola e non so\naltro. Ah s\u00ec, le \u00e8 morta la madre da poco. Ho pensato a lei perch\u00e9 in paese\ndicono che lei e sua madre conoscete tutti da queste parti per via di suo padre\nche era vigile urbano.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Ci scambiamo un\u2019occhiata fugace. La donna \u00e8\nsicura di s\u00e9 ma non mi piace lo sguardo, la sua voce nasale e quell\u2019accento\nforzato da nobildonna. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9\ndovrei aiutarla?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9\nqui sono tutti dei barbari e a me serve trovare quella ragazza\u00bb. Frase\nsufficiente per essere indifferente e anche un tantino arrogante.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe qui\nsiamo tutti barbari, pu\u00f2 ritornare da dove \u00e8 venuta.\u00bb\nrispondo sprezzante. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi scusi,\nnon era riferito a le.\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>Non\nsa proprio come uscirne ma non mi piace e di certo non mi lascio ammaliare da\ncotanto sfarzo, ne sono per lo pi\u00f9 infastidito. Mi incammino lasciandola l\u00ec\ndavanti alla biblioteca che borbotta qualcosa ma non sento. Devo andare in\nosteria e sperare che sia l\u00ec quel ragazzo per restituire il libro. Ho altro da\nfare. Gigliola certo \u00e8 la figlia del boscaiolo, cosa c\u2019entra con quella donna? Per\u00f2\n\u00e8 una buona occasione per rivedere la ragazza triste. Si chiama Gigliola\nallora. \u00c8 un bel nome. Mi fermo e torno indietro; la donna \u00e8 ancora l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCosa\nvuole da questa ragazza, perch\u00e9 la cerca?\u00bb. Avrebbe potuto non rispondere,\nera poco importante, in ogni caso sarei potuto riandare dal boscaiolo. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8\nl\u2019amante di mio figlio. E lui \u00e8 scomparso da giorni. Forse sono fuggiti, non lo\nso e sono affranta: dieci giorni che non ho sue notizie. Ho trovato delle\nlettere in camera sua e cos\u00ec ho capito che stava frequentando questa ragazza\nche \u00e8 di queste parti e che ha avuto un lutto da poco. La prego, devo sapere\ndove si trova mio figlio.\u00bb conclude con gli occhi fissi, senza alcun orgoglio.<\/p>\n\n\n\n<p>La\nmia mente si offusca: cosa devo fare? <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abRitorni domani;\ncercher\u00f2 la ragazza.\u00bb e mi incammino.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiaramente\nGigliola nasconde qualcosa, ma da dove sbuca questo fidanzato? Qui si sa tutto\ndi tutti e lei non \u00e8 mai stata vista in giro con un uomo. Un po&#8217; matta, balla\nsulle punte e non vuole maritarsi. Questa \u00e8 Gigliola per il paese. <\/p>\n\n\n\n<p>Ripenso\nal nostro primo incontro: rannicchiata come un barbone in piazza. Era forse l\u00ec\nper lui? Il problema non sono i miei pensieri e le mie curiosit\u00e0 ma come poter\nparlare con lei senza che il padre ci veda? Prima o poi quella donna l\u2019avrebbe\ntrovata e non avrebbe avuto alcun ritegno. Se per qualche motivo il padre\nsapesse di quella faccenda Gigliola si metterebbe in guai seri.<\/p>\n\n\n\n<p>I\npadri di queste parti sono tutti uguali e possono diventare molto violenti. Trovo\nuna scusa per andare da loro ma sono sopraffatto dalle sue scarpette rosa che\ndi certo nessuno capisce, forse neppure lei. Pian piano sto risalendo anch\u2019io;\ninizio a provare interesse per l\u2019ambiente in cui sono immerso ma la rinascita \u00e8\nlenta e inesorabile. Ma io non vorrei risalire ma solo mangiare, abbuffarmi e\nlasciare tutto cos\u00ec com\u2019\u00e8, senza muovere nulla. Tanto tutto si muove da solo. Che\nsenso ha allora muovere, smuovere, spostare, sistemare quando un giorno qualunque\narriva la chiamata e devi andare? E le cose che devi finire? Ecco, \u00e8 qui che\ntutto si ferma, diventa immobile come le tue suppellettili, i tuoi quadri\nappesi a quella parete intossicata da tanto fumo nero. Eppure serve anche\nquello: dicono che gli occhi diventano pi\u00f9 belli. Che idiozia! Col fumo gli\nocchi bruciano e basta. Eppure in trincea quante volte ho pensato a quel fumo\nnero e al suo profumo. Ti cambia gli occhi davvero. Il fumo degli spari, il\npolverone delle camionette, i boati del cielo ma tu rimpiangi il fumo della tua\ncucina, sempre.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEccoti\nil libro di tuo nonno\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel\nragazzo aveva l\u2019abitudine di bere. Se non fosse stato per quello, era un\ngiovine intelligente e scaltro, assennato nei ragionamenti anche da ubriaco. Perch\u00e9\nnon mi ubriaco anch\u2019io? Cosa avrei potuto perdere? Mia sorella; lei che mi\nrende lucido: doverla curare. Ma mi sarebbe piaciuto bere e non pensare; avrei\npotuto fuggire chiss\u00e0 dove e chiss\u00e0 per quanto. ma quando vedo questo ragazzo,\nmi irrito. Non \u00e8 adatto a fare l\u2019ubriaco; non \u00e8 andato al fronte, non ha ucciso,\nnon ha respirato il sangue. Non esiste ragione per bere come fa lui. L\u2019ultima\nvolta che aveva avuto la triste notizia del padre e del fratello era stata una\ndecina di anni addietro. Lui aveva solo otto anni, ma era grande abbastanza per\niniziare a capire il dolore.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi\nprende il libro dalle mani e lo osserva, sembra acquietato o forse no. \u00c8 appagato\nda quelle pagine come fosse uno scrigno pieno di segreti fantastici e mondi paradisiaci.\nL\u00ec dentro vive ancora la sua famiglia e ora che \u00e8 rimasto solo ci si tuffa\ndentro: \u00e8 il suo alcol, ma ha un sapore nuovo. Un rifugio dal mondo esterno\ncome chi, dopo anni in galera, esce e si gode la libert\u00e0 conquistata con la\nbuona condotta. Basta solo alzare gli occhi in su, solo questo. Mi osserva\nintensamente e mi ringrazia per la custodia che ho avuto, senza proferire\nparola. \u00c8 estremamente sensibile, peccato che beva.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi\ndecido, devo partire, andare in quel paese al mare. Devo andare dal figlio mai\nconosciuto ma a cui ho parlato ogni sera, ogni notte, ogni giorno davanti al\nricordo del padre fino alla fine dei miei giorni in camerata. Continuo a\nscrivere lettere anche ora che la guerra \u00e8 finita e che tutto sembri essersi\nrisollevato. Devo andare, deve sapere la verit\u00e0, crescer\u00e0 prima del tempo, lo\nso, ma non pu\u00f2 vivere nell\u2019illusione di una bugia. Ho promesso che me ne sarei\npreso cura davanti alla morte, dinanzi a quegli occhi semi aperti che non\nriuscivano neppure a chiedere piet\u00e0. So solo l\u2019indirizzo, e questo \u00e8\nsufficiente. \u00c8 l\u2019 unica cosa che quel povero soldato \u00e8 riuscito a dirmi. Ho\ncontinuato per lui ad alimentare la speranza. Poi, dopo qualche mese, \u00e8 giunta\nla notizia del decesso e la famiglia \u00e8 stata avvisata: non \u00e8 pi\u00f9 ritornato dal\nfronte. <\/p>\n\n\n\n<p>Come\nquando scesi dal treno. La folla l\u00ec sotto con gli occhi pieni di terrore e di speranza\na cercare di scorgere un proprio caro. Quando siamo scesi tutti, piano piano un\nurlo, poi due, poi tre. Chi aspettavano non c\u2019era pi\u00f9. E allora tu che scendi\nquegli scalini del treno, tu che sei vivo e stai camminando, vedi tua madre e\ntua sorella impazzire di gioia ma non sorridi. Non puoi pi\u00f9 farlo. Fingi di\nsorridere, fingi di essere quello di prima, fingi di vivere ma sei solo un\nmorto con un corpo che va per la sua strada. E tu lo segui perch\u00e9 non ti resta\naltro. Solo ora, forse, voglio rivedere la vita. Non la ricordo pi\u00f9. Rammento\nsolo molto bene l\u2019odore del brodo di mia madre.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Mi incammino con la mia andatura flemmatica,\nmi trascino con movimenti lenti, almeno questo lo decido io, e arrivo alla casa\ndel boscaiolo. Voglio rivedere la figlia. Quei suoi occhi li conosco molo bene.\nNon hanno nulla di buono, cercano poco pi\u00f9 del nulla. Voglio salvarla? No,\nvoglio solo vederla danzare e capire se quegli occhi sono gli stessi o li\ncambia lei, a suo piacimento. Busso; esce il padre e abbozza un sorriso:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCosa c\u2019\u00e8?\nPerch\u00e9 continua a venire qui?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi\nirrigidisco. Quell\u2019uomo \u00e8 davvero enorme ma poi, con la mia consueta flemma,\nrispondo:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVoglio\nun bicchiere di grappa e voglio parlare con tua figlia\u00bb. Sono\nsereno, i miei occhi lo fissano. Faccia ci\u00f2 che crede, penso.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBene,\nentra e aspetta.\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>Sono\nseduto con la grappa, lui \u00e8 andato nell\u2019altra stanza. Arrivano, sento i passi\npesanti dei suoi scarponi da montanaro. Prima vedo lui, poi lei. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCiao,\ncosa vuoi?\u00bb Mi\nfredda con quegli occhi gelidi<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCiao,\nvoglio vederti ballare, se tuo padre \u00e8 d\u2019accordo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBallare?\u00bb sgrana\ngli occhi e intravedo stupore e una leggera distensione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u00abS\u00ec. Se balli bene ti faccio\nesibire al teatro comunale! Puoi vincere soldi se arrivi prima\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>Il\nboscaiolo si siede riprende la bottiglia e riversa la grappa, io non posso\ncontinuare a bere o forse s\u00ec. Beve un sorso, poi un altro: <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVa bene\nma poi te la sposi.\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>A\nquelle parole lo stupore \u00e8 doppio, la figlia mi guarda con insistenza e con\ninquietudine: sono la sua liberazione, la sua via di uscita, il suo salvatore!<\/p>\n\n\n\n<p>Lei\n\u00e8 perfettamente lucida ed equilibrata, io affatto. Non mi scompongo. Penso se mia\nmadre sarebbe impazzita di gioia o di terrore per quella fanciulla scellerata.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u00abVediamo come balla\u00bb e bevo\nancora. <\/p>\n\n\n\n<p>A\nquel punto l\u2019uomo accende l\u2019aggeggio e inizia la melodia. Lei sposta le sedie,\nil tavolo e la poltrona e corre al di l\u00e0 del corridoio per tornare con le\nscarpette ai piedi. \u00c8 una danza impossibile; come se ballasse nella pioggia\nanche se siamo in casa. Non sta aspettando la mia risposta, non danza per\nquesto, danza per sfidare che la tempesta passi, perch\u00e9 intravede l\u2019azzurro\nlontanissimo ma possibile. I suoi occhi non li ha pi\u00f9, sono tra quelle gocce di\npioggia immaginarie e nessuno li pu\u00f2 pi\u00f9 scorgere.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u00abSe vinci, ti sposo\u00bb mi alzo\ne mi incammino verso casa. <\/p>\n\n\n\n<p>Restiamo\nper qualche minuto da soli e ne approfitto: \u00abDove si trova quel ragazzo che\nnon \u00e8 pi\u00f9 tornato a casa? Devo dirlo alla madre\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei\nstringe i pugni e con lo sguardo rivolto verso il basso mi risponde\nvelocemente:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon lo\nso,. Mi ha detto che sarebbe partito per Vienna a cercare un lavoro. Ha un\ncugino di secondo grado che vive l\u00ec\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBene. Riferisco\nla notizia cos\u00ec quella donna partir\u00e0 in cerca del figlio.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto\nil paese \u00e8 invaso dalla notizia, mia madre incredula non mi ha parlato per\ntanto; mia sorella neppure. Al Comune era tutto un fruscio ed io che continuavo\na camminare con la mia andatura. <\/p>\n\n\n\n<p>Gigliola\nvince il concorso, arriva prima e celebriamo il rito in Comune: pochi invitati.\nOltre a mia madre e a mia sorella, il padre, l\u2019ufficiale comunale e il ragazzo\ndel libro del nonno. Questo \u00e8 il ricordo che ho di quel giorno. <\/p>\n\n\n\n<p>Mi\ntrasferisco nella loro casa, si chiude una parete e siamo marito e moglie. <\/p>\n\n\n\n<p>Non\nci conosciamo affatto. Mi piacciono solo le sue scarpette e come cambia\nespressione mentre danza. Di me credo le piaccia il mio silenzio, la mia\ndiscrezione e la libert\u00e0 che sente nel danzare. Non pretende nulla da me, io\nnulla da lei; continuo a dare i soldi a mia madre per le cure di mia sorella ma\nriusciamo a vivere comunque. Unica novit\u00e0 \u00e8 che comincio a portare libri a casa\ne lei inizia a sfogliarne qualcuno. \u00c8 riservata anche lei. Cucina, cura la casa\ne danza incessantemente con quell\u2019aggeggio che il padre ci ha regalato per il\nmatrimonio. <\/p>\n\n\n\n<p>La\ndomenica andiamo al mercato delle pulci a frugare e scoprire oggetti strani e\nbizzarri, camminiamo accanto: poche parole, molti silenzi ma abbiamo un nostro\nequilibrio. Equilibrio che inesorabilmente viene meno appena decido di farla\nesibire con la musica jazz. <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Decidiamo\ndi andare a Remona. Devo mantenere la mia promessa e portare a quel figlio\nsconosciuto le ultime parole del padre che custodisco solo io. Ora sono\ndivenute ingombranti e pesanti: voglio liberarmene. Ho gi\u00e0 le mie angosce\nspezzate, come una sciarpa usurata dal tempo. Ad un certo punto devi lasciar\nandare i macigni che ognuno ha dentro. Non voglio pi\u00f9 nascondere la pesantezza di\ntutte quelle voci silenziose. Come quando cresci, devi lasciare il tuo orsetto\ne il letto \u00e8 diventato&nbsp; troppo piccolo.\nLei dice che tutto questo non ha un senso, di non alimentare nostalgie e di non\naffossare la speranza illusoria che quel povero soldato possa rivivere in me.\nMa io voglio andare dritto in quella casa e seppellire l\u00ec quelle voci perch\u00e9 l\u00ec\ndevono stare, non dentro di me. E andiamo in treno. Tutto un tremolio, un\nvagone sgangherato che lentamente ti conduce; lo stesso tremolio della mia\npartenza. Era uguale, lento e rumoroso: ci portava verso un luogo senza tregua,\nn\u00e9 pane, n\u00e9 luce. Forse gi\u00e0 avevamo capito tutto: un senso di vertigine\naccomunava tutti noi seduti zitti. In silenzio, senza alcuna fiducia in quel\nmezzo di trasporto. Qualcuno voleva sorridere comunque; io vedevo un unico\nburrone, un vortice senza precedenti. Avevamo gi\u00e0 perso ancor prima di\ncombattere. Ma chi aveva voluto tutto questo? Per cosa? Perch\u00e9? Tutti guardavamo\nquei monti, poi le praterie, poi le case dileguarsi velocissime. Fino ad\naddormentarsi con quel rumore lento e inesorabile che era la nostra storia.\nInfinite volte sono salito su quel treno. Quasi tutte le notti, a dire il vero.\nAnche ieri \u00e8 successo. <\/p>\n\n\n\n<p>Con\nil gelo nella mente e mia moglie a fianco varco quelle colline e ho la medesima\nsensazione del tempo tradito con l\u2019unica differenza che sento ora della musica\nche accompagna il nostro viaggio. Lei ne \u00e8 incantata. Arriva da due vagoni in\ntesta al treno. Si alza e mi dice di andare con lei; la seguo. \u00c8 naturale: lei\n\u00e8 rapita da quelle note e i suoi piedi non riescono a star fermi. Mentre la\nosservo ballare mi chiedo come fa a ricordare tutti i passi e ad andare a\ntempo. Riesce ad esprimerli attraverso quel corpo esile e non pensa a nulla. Inventa\ntutto da sola, ma noto che ora l\u00ec, non balla solo per s\u00e9. Ecco, ci siamo, \u00e8\ncategorico: fa credere a quell\u2019uomo che non vuole niente, invece balla solo per\nlui. Seduto, incapace di toglierle gli occhi di dosso, il tutto si fa sempre pi\u00f9\ncomplicato. Ho capito quello che sarebbe successo poco avanti. Spaventato? No,\nassolutamente conscio. Se vuole, pu\u00f2 andare pure. Le persone sono misteriose e\nforse \u00e8 impossibile capirle fino in fondo. Il dolore non \u00e8 una linea retta: va\ndove vuole e quando vuole lui. Il sassofonista continua a suonare, lei a\ndanzare e l\u2019uomo a fissare il tutto. Finisce la musica, si risiede accanto a me,\nma non \u00e8 pi\u00f9 con me. Il treno si ferma, lei scende e si guarda intorno senza\nritegno, cerca quell\u2019uomo ma non lo trova. Tutto in estremo silenzio ma quel\ncorpo esile sembra ancora pi\u00f9 inopportuno. Ci incamminiamo, \u00e8 una sensazione\norribile per lei, forse non lo vedr\u00e0 mai pi\u00f9. Io ero semplicemente osservatore\ndi tutto quello che questa donna stava vivendo. S\u00ec \u00e8 mia moglie, ma io non sono\nil marito di nessuno. Devo aiutarla a ballare, l\u2019ho liberata dal padre, dalla\nsociet\u00e0, dalle consuetudini ed ora spicca il suo volo. Ne sono semplicemente\nfiero. Tutto questo \u00e8 chiaro anche a lei, ora sa esattamene che \u00e8 capace di\namare e mi rispetta per tutto questo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma\nsi rende conto ben presto che non \u00e8 l\u2019uomo per lei. Lo rivede al bar della\nstazione abbracciato con un\u2019altra, sicuramente la moglie. Gigliola si\nrannicchia accanto a me, soffre in silenzio e si vergogna per quel dolore. Io\ncapisco tutto e lascio che lei mi tenga stretto come vuole. Non posso aiutarti\nqui. Posso solo restare in silenzio e lasciare che il tempo ti guarisca.<\/p>\n\n\n\n<p>Arriviamo\nfinalmente e prendiamo l\u2019unico bus in quel paese arroccato fra colline e\npraterie innocenti: finalmente giungiamo a casa del povero soldato. Non mi ero\npreparato, come presentarmi e cosa dire? Come dire che ero stato io a scrivere\ntutte quelle lettere? Mi avrebbero trattato male, ho alimentato una speranza\ncieca, ho giocato con i lori pensieri.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo\nla famiglia ha saputo della morte ma sicuramente la speranza \u00e8 viva in loro per\ncolpa mia. Hanno ricevuto lettere datate dopo la morte che gli avevano\nannunciato e il corpo non lo hanno visto perch\u00e9 era stato arso durante la\nbattaglia della notte stessa. Per loro potrebbe essere ancora vivo; magari\ndisperso, come tanti. Busso, qualcuno si affaccia alla finestra e ci osserva.\nLa signora esce:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCosa\nvolete?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abBuon\ngiorno, signora. \u00c8 la moglie del tenente Baldelli?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Occhi\nfermi, mente fredda, mani strette in un pugno: <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVai di\nl\u00e0\u00bb. Si rivolge al ragazzino nascosto sotto la sua gonna. <\/p>\n\n\n\n<p>Eccolo, \u00e8\nlui Manuel.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCosa\ncercate?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSignora\nio conoscevo suo marito, ero con lui in trincea\u00bb,<\/p>\n\n\n\n<p>A quelle\nparole si trasforma completamente, spalanca la porta ed entriamo. <\/p>\n\n\n\n<p>Quel ragazzino\nnon potr\u00e0 mai dire a nessuno:\u201cMio padre \u00e8 della generazione che \u00e8 sopravvissuta\nalla guerra\u201d. Questo era il mio pensiero guardando negli occhi quel ragazzetto\ncos\u00ec timido. Continuava a nascondersi dietro la madre e ci guardava impaurito. <\/p>\n\n\n\n<p>Cosa\ndovrei dire a tutte quelle domande che ancora la donna non mi faceva? La morte non\naspetta. Arriva anche quando non sei pronto: invece lui lo sapeva benissimo,\nera cosciente nel momento della sua morte. Neppure questo posso dire. Questi pensieri non mi commuovono. Mi resta\npoco tempo per spiegare che le lettere le ho scritte io. Mi devo concentrare\nsolo su questo aspetto.<\/p>\n\n\n\n<p>La\nsignora ci fa accomodare; prende una vecchia scatola di ricordi e tira fuori\nuna foto. Senza alcun cenno di protesta, il bimbo carezza quella foto e non ha\nlacrime. Mi fissa, si alza dal divano e mi chiede:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTu lo\nhai visto prima?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSi, ero\ncon lui, ma lui pensava a te\u00bb. Fuoriescono quelle parole senza riflettere\ntroppo, era la verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abE perch\u00e9\ntu sei qui e lui no?\u00bb feroce ma giusta domanda, pronunciata in modo violento.<\/p>\n\n\n\n<p>La sala\nsi gela, mia moglie mi fissa, la signora lancia una occhiata di rimprovero a\nquel ragazzetto. Io non posso biasimarlo: era pi\u00f9 giusto che ci fosse stato lui\nal posto mio. E glielo dico:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHai ragione\ntu, non lo so. Doveva essere lui qui\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando\nritorni alla realt\u00e0 devi essere pronto a dimenticare tutti quegli orrori che hai\nappreso; io non ho per\u00f2 questa dote o capacit\u00e0 di cambiamento. Farei meglio a\nritornare al fronte. Non so dare risposte neppure ad un ragazzino.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi\nracconti cosa ti diceva?\u00bb <\/p>\n\n\n\n<p>Il\nragazzino non riesce pi\u00f9 a trattenersi, vuole sapere tutto del padre e con\ninnocenza e speranza si rivolge a me come se fossi l\u2019unico custode dei suoi pi\u00f9\noscuri ricordi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi ho\nscritto tutto nelle sue lettere, ho scritto io per lui. Mi aveva fatto\npromettere che avrei dovuto raccontarti di lui, della sua vita anche dopo la\nsua morte. \u00c8 quello che ho fatto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>A quelle\nparole il ragazzino non poteva essere preparato e si &nbsp;disorienta. Scappa nell\u2019altra stanza e dopo un\nattimo ritorna con le mie lettere in mano. Le butta a terra e le calpesta con\ntutta la sua rabbia. Poi esce dalla porta e scappa nei campi.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovevo\nfar esattamente quello che ho fatto. Era la cosa giusta: non rivedr\u00f2 pi\u00f9 quel\nragazzino, ma l\u2019ho amato anche io. Andiamo via senza proferire parola: nulla\npoteva pi\u00f9 essere detto.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia moglie\ncontinua a pensare all\u2019uomo del treno. La sera decidiamo di cenare in una\ntrattoria e&nbsp; ci consigliano di andare in\nuna osteria a pochi passi dall\u2019isolato. Dicono che ci sia un sassofonista del posto\nrientrato da poco dagli States: sar\u00e0 quell\u2019uomo del treno. Infatti \u00e8 proprio\nlui. Mia moglie per\u00f2 non vuole ballare, ha lasciato le sue scarpe in quel motel\nmalandato: quasi si fosse voluta punire.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Ci sediamo davanti a quel pezzo di legno\nrialzato che voleva somigliare ad un vero palco. Sento odore di vino in tutto\nil locale, mi rilasso e inizio a bere anche io. Gigliola \u00e8 incantata e non\nriesce a distogliere lo sguardo. La lascio fare, le emozioni non le devi\nnascondere n\u00e9 fermare. <\/p>\n\n\n\n<p>Quell\u2019uomo\nla nota e si ricorda di lei: finisce il pezzo, si avvicina a noi e mi guarda\nper capire se pu\u00f2 invitarla o no. Io gli sorrido e lui le prende la mano e la\ninvita sul palco. Riprende lo strumento e Gigliola si toglie le scarpe: inizia\nuna danza leggera e piena di pathos. Tutti sono ad ammirare quella fanciulla\nche sembra passeggiare nel vento, leggera e con quella grazia innata: sembra stia\ndistribuendo speranze e pioggia fresca. Mi ricorda la prima volta che l\u2019ho\nvista danzare a casa sua. Finisce la musica e lei ritorna accanto a me ma non\nc\u2019\u00e8 pi\u00f9. Le prendo la mano, sorrido e le faccio un cenno: se vuole pu\u00f2 andare.\nPu\u00f2 spiccare il volo. <\/p>\n\n\n\n<p>Sono\nrientrato da solo nello stesso vagone, seduto su un diverso sedile e con la mia\ninconfondibile andatura flemmatica. Mi lascio traballare fino a casa e nel\nfrastuono di quel rumore assordante vedo dei nastri penzolare dalla mia borsa:\nGigliola aveva nascosto l\u00ec, le sue scarpette.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div><p id=\"pvc_stats_41051\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"41051\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p><div class=\"pvc_clear\"><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono io l\u2019unico custode della mia forza e decido di ingrassare. 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