{"id":3769,"date":"2010-05-21T18:07:12","date_gmt":"2010-05-21T17:07:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=3769"},"modified":"2010-05-21T18:07:12","modified_gmt":"2010-05-21T17:07:12","slug":"i-ragazzi-di-via-dellascensione-5","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=3769","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2010 &#8220;I ragazzi di Via dell&#8217;Ascensione 5&#8221; di Elio Capriati"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\"><span style=\"12pt;\">Via dell&#8217;Ascensione \u00e8 una breve strada che collega l\u2019omonima piazzetta con la trafficata e importante Riviera di Chiaia.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\"><span style=\"12pt;\">Prima della guerra a Via dell\u2019Ascensione si trovava un palazzotto di tre piani dove nacquero Titina, Peppino ed Eduardo De Filippo. Le bombe alleate ne fecero crollare un\u2019intera ala e il tetto. Alla fine degli anni \u201940 l\u2019ingegnere M***, titolare di un\u2019impresa di costruzioni, riusc\u00ec ad avere una concessione edilizia per demolire il vecchio fabbricato e costruire, acquisendo un\u2019area confinante, un palazzo a tre corpi di fabbrica, quello al centro pi\u00f9 basso a due piani mentre quelli laterali di quattro piani pi\u00f9 il piano ammezzato. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\">\n<div class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\"><span style=\"12pt;\">Il lato di ponente si affacciava (e si affaccia tuttora) sui verdeggianti giardini di Villa Pignatelli. Ricordo ancora l\u2019anziana principessa Rosina Pignatelli che, a met\u00e0 anni \u201950, usciva nel primo pomeriggio delle giornate di sole per una breve passeggiata al braccio del suo ultimo maggiordomo. Mor\u00ec, credo, proprio nel 1955 dopo aver donato la Villa allo Stato italiano perch\u00e9 fosse trasformata in un museo destinato a perpetuare il nome del marito, il principe Diego Aragona P\u00ecgnatelli Cortes spiazzando, cos\u00ec, gli avidi nipoti, intenzionati ad abbattere e lottizzare la magione del casato. A Nord il parco confinava con un vetusto palazzo risalente alla fine del &#8216;700, residenza dell\u2019estinta famiglia dei marchesi Del Carretto.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">Rispetto alla colata di cemento che cominciava a coprire con osceni fabbricati le colline del Vomero e dei Colli Aminei, il progetto del Parco Ascensione (cos\u00ec era chiamato comunemente il complesso edilizio) era pi\u00f9 dignitoso. Non solo fu realizzato un esteso parcheggio sotterraneo con box per ogni condomino, come nei moderni edifici europei, ma fu anche assicurato un ampio spazio verde davanti allo stabile conservando i preesistenti alberi d\u2019alto fusto, alcuni quasi secolari ossia un imponente ippocastano, una maestosa magnolia e un paio di ombrose querce dalla grande chioma.<br \/>\nUn ricordo un po\u2019 spiacevole \u00e8 legato all\u2019ippocastano a causa dei fastidiosi bruchi verdognoli annidati in tarda primavera sulle foglie dell\u2019albero. Accadeva che, cadendo dal ramo, te ne trovavi uno depositato sul colletto della camicia o, di colpo, sulla mano. Le ragazze del parco Ascensione lanciavano inorridite un gridolino quando un vermiciattolo si depositava sui capelli della loro testolina. Capitava di schiacciarne qualcuno sul terreno battuto dei vialetti; allora si correva a lavare la suola con l\u2019acqua della fontanella accanto alla guardiola.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\"><br \/>\nIn quella strada, costellata all\u2019inizio di tre-quattro \u201cbassi\u201d dimoravano stipate in poco spazio senza luce, le tipiche famiglie del popolino napoletano chiassose e affollate di bambini. Il pomeriggio, avevo otto-nove anni, scendevo per andare a piazzetta Ascensione e, passando davanti a quei locali bui e fumosi, guardavo i loro \u201cscugnizzi\u201d con un mal represso senso di colpa, consapevole di essere un ragazzino pi\u00f9 fortunato di loro. Poi mi allungavo nel vicolo per comprare liquirizie e pezzetti di cioccolato esposti sulla bancarella collocata davanti un terraneo.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">A seconda della stagione risuonavano le \u201cgrida\u201d dei venditori ambulanti: il favaro, il cozzicaro, i venditori di gelsi e fichi d\u2019india, il castagnaro ecc. D\u2019estate era attesa con ansia la \u201cvoce\u201d che, da un carrettino a pedali, lanciava con sonora intonazione il leggendario Gigino, sudato e fiero nella sua candida giacca gallonata: \u201cGelaa\u00e0te\u2026, gelaaaaaa\u00e0\u2026\u201d. E allora tutti correvamo a chiamare le mamme perch\u00e9 si affacciassero ai balconi o alle finestre e lanciassero la moneta da venti lire per acquistare un cornetto ripieno di crema al cioccolato e alla vaniglia o il sorbetto al limone e fragola o alla menta. \u201cMamma, fai presto. Lo senti? Gigino sta arrivando al cancello\u2026\u201d. <\/span><span style=\"12pt;\">Provo non poca nostalgia nel rievocare i \u201crichiami\u201d di quei commercianti allo sbaraglio. Domenico Rea afferm\u00f2 che le \u201cvoci\u201d dei venditori ambulanti sono forse il capitolo \u201cpi\u00f9 bello, il pi\u00f9 immaginoso, spontaneo, vivo, il meglio della poesia dialettale e analfabeta\u201d, convinto che \u201cdalle rudimentali voci degli erbivendoli, acquaiuoli, polipai, vendicanestre e persiane, che sono stati i primi autori di una barbara forma di canzone, sia originata la canzone napoletana propriamente detta\u201d. Erano gli anni \u201950, una Napoli ancora poco urbanizzata. Voci scomparse, di una Napoli che se n\u2019\u00e8 andata con il boom economico degli anni \u201960.<\/span><\/div>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\">\n<div><span style=\"12pt;\">La mia famiglia, di origine pugliese, si trasfer\u00ec a Via dell\u2019Ascensione nel 1953, se la memoria non mi tradisce, dal quartiere Pendino. Abitavamo in un edificio in Via Scherillo di propriet\u00e0 delle Generali. I miei erano giunti da Bari alla fine della guerra avendo assunto mio padre la direzione della filiale napoletana della ditta La Rocca, un\u2019azienda produttrice di alimenti in scatola. Sarei tornato pi\u00f9 volte per alcuni anni nel vecchio appartamento, dove continuarono ad abitare mia nonna materna, Giovanna De Palma, e mio zio Bepi. Indimenticabili i tragitti con mia madre in tram dalla Riviera di Chiaia fino al Rettifilo, dove scendevamo all\u2019ultima fermata prima di Piazza Garibaldi in occasione della consueta visita settimanale alla nonna. Quando questa mor\u00ec nel 1957, terminarono quelli che per me erano quasi dei piccoli viaggi. Ed ecco perch\u00e9, ancora oggi, mi torna in mente l\u2019ottocentesca immagine della vecchia Stazione Centrale \u2013 che sbirciavo da lontano &#8211; ben pi\u00f9 gradevole della facciata dell\u2019attuale stazione, orribile con le sue moderne pensiline fredde e grigie.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">Una fotografia in bianco e nero della met\u00e0 degli anni \u201950 mostra gli adolescenti di allora in costume carnevalesco: Alberto e Olga P***, Mirella H*** (una ragazza biondissima di origini norvegesi), Elio e Giovannella T***, Giorgio B***, mia sorella Anna Maria e mio fratello Giorgio, Giovanna C*** con il suo chiacchierato fratello dalla \u201cdolce vita\u201d e altri. Io ero tra i pi\u00f9 piccoli e mi sentivo come un cucciolo tra quelli pi\u00f9 grandi. Per distinguermi dall\u2019altro Elio mi chiamavano \u201cElio piccolo\u201d. Ebbi anche altri soprannomi per i miei tratti alquanto infantili: una delle amiche di mia sorella mi disse \u201cMa lo sai che sei proprio un bel ragazzino\u2026\u201d. Io, con lo stupore attonito del deficiente, risposi che \u201cNo, non lo sapevo\u201d. Non so se dicesse sul serio.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">A otto anni capii cos\u2019era \u201cLamerica\u201d. Abitavamo gi\u00e0 da un paio d\u2019anni quando un ufficiale della base Nato e la sua famiglia affittarono l\u2019appartamento del piano di sotto. Uno o due mesi dopo il loro insediamento sal\u00ec sua moglie e chiese a mia madre, che masticava un po\u2019 d\u2019inglese, se suo figlio piccolo poteva giocare con me. Eravamo coetanei e subito facemmo amicizia. Dicki, cos\u00ec si chiamava, aveva giocattoli fantastici come il trenino elettrico o una macchinina a pedali con le luci. Ci esprimevamo a gesti e con qualche parola anglo-italiana. Ad ogni modo, il ricordo pi\u00f9 bello \u00e8 la goduria indescrivibile che provavo nel divorare le enormi fette di torte multistrato con la glassa al cioccolato e crema alla vaniglia, come quelle che si vedevano nei fumetti di Topolino, preparate dalla mamma del mio amichetto. Altro che \u201cmadeleinette\u201d di Proust! Giocavamo, talvolta, sul balcone con la sabbia contenuta in una specie di piccolo recinto in legno talch\u00e9, quando tornavo a casa, mia madre doveva lavarmi sotto la doccia come una vongola da spurgare. Rientrarono negli Stati Uniti nel 1958 o nel 1959, potrei sbagliarmi per\u00f2. Non ho mai pi\u00f9 rivisto Dicki.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">Non ci feci caso all\u2019inizio. Poi quando avevo gi\u00e0 11-12 anni, mi accorsi con sorpresa che Villa Pignatelli era popolata da molti uccelli. Mi abituai ben presto al loro canto di commiato al sole che tramontava, nonch\u00e9 al loro pigolio mattutino prima del sorgere del sole. Quando dalla serranda socchiusa penetravano le prime luci del giorno, si levavano i primi cinguettii di merli e passeri. I sogni finivano all\u2019alba. L\u2019incantesimo si spezzava quando mio padre, prima di uscire per andare al lavoro, entrava nella camera da letto condivisa con mio fratello e ci svegliava alzando rumorosamente la persiana con la solita, spietata frase: \u201cSveglia ragazzi, a scuola che \u00e8 gi\u00e0 tardi\u201d. Insomma, ogni mattina era uno strazio lasciare la soffice alcova notturna. Alle elementari andavo a scuola accompagnato dalla domestica, perch\u00e9 mia madre non si fidava. Poi, giunto alle medie saltando la quinta, alla Fiorelli ci andavo da solo, ma quasi sempre con un sottile senso di nausea. <\/span><\/div>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\">\n<div><span style=\"12pt;\">\u00a0<\/span><\/div>\n<div><span style=\"12pt;\">Spesso, da grandicelli, parliamo dei primi anni 60, giocavamo a pallone \u201call\u2019americana\u201d, nella discesa che portava ai garages. Uno di noi a turno in porta mentre due squadrette formate almeno da tre elementi si contendevano il superflex. Una sfacchinata improba che alla fine stroncava le gambe tanto che mia madre doveva massaggiarmi i muscoli doloranti. Si organizzavano anche corse di lunga durata, soprattutto dopo le Olimpiadi di Melbourne del 1956 quando Baraldi vinse la medaglia d\u2019argento nei 1500 metri. La fine della scuola era avvertita da noi del gruppo come il 25 aprile dei ragazzi: il primo pomeriggio di libert\u00e0 dai compiti era sontuosamente celebrato da interminabili partite di pallone bagnate da gazzose, aranciate e ghiaccioli all\u2019arancio o alla fragola. Alle sette passate di sera, quando il sole filtrava ormai tra i rami pi\u00f9 bassi (non c\u2019era ancora l\u2019ora legale in quegli anni), mia madre si affacciava dalla finestra del terzo piano, dove abitavamo, per sollecitare me mio fratello Giorgio a risalire in casa: \u201cGiorgio, Elio, non mi fate sgolare\u2026salite a lavarvi che tra poco arriva babbo e si cena\u2026\u201d .<br \/>\nUn altro gioco di quando avevamo 8-12 anni era, come prova di coraggio, quello di entrare al buio, nei mesi invernali, nella lunga galleria dei garages, costeggiare la grande e rumorosa caldaia del riscaldamento centrale, raggiungere la parete in fondo alla quale era appoggiata un\u2019arrugginita motocicletta MV coperta da ragnatele e fermarsi per qualche secondo nell\u2019ultimo box dove giacevano materiali edili coperti di polvere e illuminati dalla fioca luce di un piccolo lucernario. Il ritorno alla luce di solito avveniva di corsa, a gambe levate, come se ci fosse un fantasma alle calcagna. <\/span><\/div>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\"><span style=\"12pt;\">Un personaggio chiave di Via Ascensione 5 era il portiere, chiamato borbonicamente don Antonio. Era della provincia di Benevento, come la sua burbera moglie. Nacque in quel periodo Biagio, un bambino grassottello tirato su con sacrificio. Chiss\u00e0 perch\u00e9 quasi tutti i portinai di Napoli venivano dal Sannio o dall\u2019Irpinia. I compiti di don Antonio erano molteplici tenuto conto della dimensione del parco, soprattutto nel contenere l\u2019esuberanza delle giovani generazioni che volevano giocare a pallone o andare in bicicletta per ore e ore. Piombava come un falco quando ci accanivano contro le serrande metalliche dei garages producendo un inverosimile baccano. Le minacce di sequestro del pallone ci convincevano a smetterla.<br \/>\nA parco Ascensione abitava un\u2019importante fettina di buona borghesia napoletana. Me ne resi conto solo molti anni dopo il nostro insediamento, quando raggiunsi l\u2019et\u00e0 della ragione. Ma ne parler\u00f2 un\u2019altra volta.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 1cm 10pt 8.5pt;\"><span style=\"12pt;\"><span style=\"#333333;\">Elio Capriati<\/span><\/span><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_3769\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"3769\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Via dell&#8217;Ascensione \u00e8 una breve strada che collega l\u2019omonima piazzetta con la trafficata e importante Riviera di Chiaia. 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