{"id":36899,"date":"2018-10-31T12:32:23","date_gmt":"2018-10-31T11:32:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=36899"},"modified":"2018-11-03T18:03:25","modified_gmt":"2018-11-03T17:03:25","slug":"premio-racconti-nella-rete-2019-hope-di-antonio-falco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=36899","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2019 \u201cHope\u201d di Antonio Falco"},"content":{"rendered":"<p>Mi chiamo Andrea e sono una studentessa sedicenne. Lo so, lo so che \u00e8 un nome da uomo qui a Torino, ma tra non molto capirete perch\u00e9 mi chiamo cos\u00ec.<\/p>\n<p>Quella che vi racconto \u00e8 una vicenda di donne, perch\u00e9 io lo diventer\u00f2 presto, mia madre lo \u00e8 stata e, bench\u00e9 in genere siano gli uomini a prendere un certo tipo di decisioni, fu una donna la persona che sedici anni fa mi avrebbe volentieri lasciato morire. Insomma, non \u00e8 che ce l\u2019avesse con me, non vi era nulla di personale, non mi conosceva nemmeno, ma stabil\u00ec di agire in quel modo. E a me piacerebbe molto incontrarla, tanto quanto amerei vedere per una volta il viso di mia madre.<\/p>\n<p>Quella tizia era l\u2019anti-mamma, una figura in negativo. Da bambina, per gioco, ho sempre ricondotto la forma degli oggetti ai numeri e al numero otto ho sempre associato la figura materna. L\u2019otto \u00e8 tondo, buono, accogliente: quei due cerchi che si incontrano e si fondono rappresentano una specie di abbraccio, come quello tra una mamma e un bambino, che in quella stretta si completano. Il numero otto assomiglia a quelle statuette con cui praticamente ogni civilt\u00e0 antica rappresentava la fertilit\u00e0 e la maternit\u00e0: piccole figure femminili, ma con un seno e un ventre enormi, segni evidenti del potere della fecondit\u00e0.<\/p>\n<p>Se poi l\u2019otto lo metti in orizzontale, diventa il simbolo dell\u2019infinito oppure, in maniera pi\u00f9 prosaica, un seno materno, di nuovo un concetto buono, fonte di vita e di nutrimento.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, quando a scuola ho studiato i numeri relativi, ho realizzato immediatamente che un meno davanti a una cifra ne avrebbe ribaltato il significato e il valore e non ho potuto fare a meno di associare quella maledetta donna a un <em>meno otto<\/em>.<\/p>\n<p>S\u00ec, \u00e8 cos\u00ec, il meno otto \u00e8 quella tizia con la divisa e il cappello blu: \u00e8 la bont\u00e0, ma con la negazione davanti. E se lo capovolgi e lo sistemi in orizzontale sul foglio, il meno otto in che cosa si trasforma? Il trattino diventa verticale e appare proprio come una lama appesa in alto, che incombe in attesa di abbattersi fredda e affilata a recidere per sempre quei due cerchi uniti in un abbraccio. Esattamente come una ghigliottina. E la divisa e il cappello blu di quella donna erano proprio francesi come il dottor Guillotin, il suo inventore.<\/p>\n<p>Mio padre ha sempre fatto il portinaio, anche se in Sudan aveva studiato legge. Lavora in un bel palazzo del centro e l\u00ec viviamo in un appartamento minuscolo, che assomiglia un po\u2019 a una casa delle bambole, ma ci stiamo bene, insieme. Io sono figlia unica, ovviamente, perch\u00e9 non si \u00e8 mai voluto risposare: ha sempre avuto nella testa anche lui quell\u2019otto bello e accogliente che era la mia mamma. Il condominio ospita degli uffici, ma anche qualche appartamento e devo dire che tutti i suoi abitanti ci hanno sempre rispettato. Anzi, posso affermare con assoluta certezza che io e Fabrizio, il figlio dell\u2019imprenditore che abita nell\u2019attico, siamo reciproci migliori amici.<\/p>\n<p>La questione del colore, lo so che sembra roba superata, ma non lo \u00e8. Siamo tutti uguali? Siamo tutti figli dello stesso dio? Non lo so, qualche imbecille che mi ha chiamato negra l\u2019ho trovato anch\u2019io. Specialmente ai tempi delle medie, all\u2019et\u00e0 in cui noi ragazzi non brilliamo certo per intelligenza ma, talvolta, ancora oggi, sul bus o per strada sento addosso il peso di uno sguardo di traverso, diffidente, come se il colore della mia pelle fosse necessariamente indice di malvagit\u00e0. Ma a parte questi casi sporadici, tutto \u00e8 andato sufficientemente bene, nonostante le premesse.<\/p>\n<p>E poi ora amo Luigi, un mio compagno di liceo e, dopo che abbiamo fatto qualche volta l\u2019amore, adesso anch\u2019io mi sento un po\u2019 un otto, mi si sono gonfiati i seni e sento un po\u2019 pi\u00f9 grande anche il ventre e ho un ritardo di dieci giorni. Mio pap\u00e0 non lo sa: voglio bene sia a Luigi che a lui e non \u00e8 certo un tradizionalista, ma, insomma, resto pur sempre la sua \u201cbambina\u201d.<\/p>\n<p>Per fortuna la prof di ginnastica \u00e8 una di quelle toste, ha subito capito che qualcosa non andava e mi ha fissato un appuntamento al consultorio. Sto tremando, non tanto per la paura della gravidanza o del parto, ma perch\u00e9 questo eventuale figlio potrebbe sconvolgermi la vita e un po\u2019 mi dispiace, perch\u00e9 qualche progetto ce l\u2019ho anch\u2019io. Sono brava a scuola e vorrei iscrivermi al Politecnico, ma non so se ce la farei con un neonato.<\/p>\n<p>Comunque non potrei mai abortire, non potr\u00f2 e non vorr\u00f2, perch\u00e9 mia mamma, quando si \u00e8 accorta di aspettare me, aveva anche lei i suoi piani. Aveva gi\u00e0 programmato con pap\u00e0 di attraversare il Mediterraneo per venire in Europa, ma non ha pensato nemmeno per un attimo di uccidermi, anzi, se l\u2019avesse fatto, io non ci sarei ora, ma magari lei, senza quel pancione, avrebbe potuto attendere il disgelo e sarebbe stata in grado di attraversare quel maledetto Monginevro attraverso i sentieri, che tanti altri avevano e avrebbero percorso prima e dopo di lei. Ma mia mamma non ha voluto sbarazzarsi di me, e non per motivi etici, religiosi o morali, ma semplicemente perch\u00e9 in me, un po\u2019 pi\u00f9 di sedici anni fa, aveva intravisto la speranza di una vita nuova e infatti aveva deciso di chiamarmi Hope, speranza, appunto, in inglese.<\/p>\n<p>La fiducia in un futuro migliore, in una vita serena e in un lavoro dignitoso grazie al quale mantenersi in pace, senza il terrore che qualche gruppuscolo di mercenari, magari con la scusa della religione, possa piombare in casa ed ucciderti nel pieno della miseria e della disperazione.<\/p>\n<p>E cos\u00ec partirono, una mattina di ottobre, e in poco meno di un mese attraversarono il deserto quasi sempre a piedi e rimasero in una specie di lager in Libia per qualche settimana, quasi niente da mangiare e poco da bere. Dopodich\u00e9, via, in mare, su un barcone pidocchioso con due motori fuori bordo di cui uno, quando funzionava, sembrava singhiozzare e sputava fuori un terribile fumo nero. Mio pap\u00e0, quelle rare volte che riesce a parlarne, dice che sono partiti in cinquanta ma che poco pi\u00f9 della met\u00e0 \u00e8 arrivata in Sicilia e poi si ferma, con gli occhi lucidi. Stavano attraversando il Mediterraneo a gennaio, approfittando di una bolla di alta pressione con temperature insolitamente primaverili. Lui non ama parlarne, ma lo fa perch\u00e9 in quel modo rammenta anche a se stesso, oltre che a me, le ultime immagini di sua moglie e anche, credo, per ricordarmi l\u2019amore che quella donna provava nei miei confronti, anche se non mi aveva e non mi avrebbe mai conosciuto.<\/p>\n<p>Hanno attraversato l\u2019Italia in treno e a piedi per raggiungere le Alpi e concludere quell\u2019interminabile viaggio in Francia, a Nimes, dove abitavano due fratelli di mio padre e qualche cugino. Ma non arrivavano da un paese con una guerra civile in corso, almeno non ufficialmente riconosciuta, non erano rifugiati o perseguitati politici o religiosi, il cartellino immaginario che portavano appeso al collo, il loro codice a barre, analogo al simbolo cucito sulle tute dei prigionieri dei lager o agli adesivi sui prodotti nei supermarket, non riportava la parola giusta, non erano rifugiati, ma avevano l\u2019etichetta di \u201csemplici migranti che volevano migliorare la propria condizione\u201d. Una merda, insomma, la fame non era sufficientemente drammatica, non li rendeva degni di poter essere accolti: una sottigliezza burocratica, che bastava e basta alla politica che scrive le leggi per distinguere tra un individuo a cui dare ospitalit\u00e0 e una famiglia a cui rifiutarla. E i miei genitori erano un rifiuto, non che volessero chiss\u00e0 che, non avrebbero voluto sfruttare come parassiti la ricchezza dell\u2019Europa, ma solo viverci e lavorarci in pace. Mio padre aveva gi\u00e0 un impiego pronto in fabbrica e mia mamma si sarebbe data da fare, magari come sarta o parrucchiera, chiss\u00e0, non era certo una cui piaceva oziare. Ma quelle mani non avrebbero mai pi\u00f9 cucito e non avrebbero mai pi\u00f9 tagliato un capello e mai \u2013 nemmeno e soprattutto &#8211; accarezzato i ricci della mia testa, perch\u00e9, quel maledetto giorno di febbraio, sul Monginevro, un gendarme di nome Jacques stava male. Aveva fatto le ore piccole la sera prima, si era riempito di alcool e aveva vomitato tutta la notte, ma aveva chiamato in caserma dicendo di avere l\u2019influenza, premurandosi di allertare la sua collega Emilie, che non aveva impegni quel giorno e aveva accettato di buon grado di sostituirlo alla frontiera.<\/p>\n<p>Ora a scuola ci fanno studiare l\u2019Unione Europea e siamo felici e orgogliosi di avere ancora l\u2019euro e i confini aperti, ma allora, nel 2018, il trattato di Schengen era una specie di elastico che ogni paese tirava o mollava a suo piacimento e la Francia, con la scusa del terrorismo, aveva deciso di chiudere le frontiere a chiunque, ignorando di avere dentro di s\u00e9, e non fuori, il male che covava. Ma poco contava, l\u2019importante era mostrarsi duri e fare in modo che gli elettori percepissero che le difese a loro protezione fossero alzate e pronte e che li avrebbero preservati da ogni tipo di male, anche se poi non sarebbe servito a nulla.<\/p>\n<p>E cos\u00ec fu che Emilie, pi\u00f9 zelante di tutti i suoi colleghi, punt\u00f2 il mitra verso l\u2019autista della vecchia Opel Zafira sette posti, che da Torino tentava di portare alcuni migranti oltreconfine, e gli intim\u00f2 di tornare indietro. Mia mamma aveva il pancione, era a met\u00e0 dell\u2019ottavo mese, e tutti pi\u00f9 o meno erano stravolti. Non li fecero nemmeno scendere: gli ordini erano chiari, non avrebbero potuto attraversare il confine, non ne avevano diritto. Girarono il cofano verso l\u2019Italia, ma si fermarono a qualche decina di metri di distanza dalla dogana.<\/p>\n<p>Fu in quel frangente che io, malnata, e mai termine fu pi\u00f9 appropriato di questo, forse a causa della fame e degli stenti patiti da mia mamma negli ultimi mesi, decisi di uscire in anticipo dal suo ventre caldo e ruppi le acque. Fu il panico e vennero persi minuti preziosi.<\/p>\n<p>La Zafira torn\u00f2 da Emilie, mio padre la implor\u00f2, ma l\u2019agente non si impietos\u00ec. Non c\u2019era un medico e non c\u2019era un posto adeguato per fornire dei soccorsi lass\u00f9. Intanto, sciatori comodi e caldi nelle loro tute termiche, ridevano felici sulle seggiovie, diretti verso le cime pi\u00f9 alte, pronti a godere dell\u2019ultima discesa della giornata, ignari del dramma pochi metri pi\u00f9 sotto. C\u2019era bisogno di un ospedale e anche attrezzato: insieme al liquido amniotico, tra le sue gambe, comparve anche del sangue e il liquido stesso divenne pi\u00f9 scuro, segno di sofferenza del feto, che ero io. Si poteva solo andare a Brian\u00e7on, Torino era troppo lontana, ma Emilie, che in quel momento era l\u2019ufficiale al comando, applic\u00f2 la legge e il regolamento e, senza saperlo, si trasform\u00f2 in un meno otto adagiato in orizzontale sulla riga di un foglio, pronto a separare per sempre le due met\u00e0 di quel numero magico.<\/p>\n<p>Non so, ci ho riflettuto a lungo e all\u2019inizio non capivo come una donna, un essere umano che contiene fin dalla nascita dei potenziali bambini, abbia potuto prendere quella decisione. Dopo molto tempo ci sono arrivata e mi sono resa conto che non c\u2019entra essere maschio o femmina: ho pensato ai nazisti, agli aguzzini dei gulag, ai cecchini di Sarajevo, agli americani con il napalm e via via sempre pi\u00f9 indietro, fino ai romani che inchiodavano schiere di poveri cristi lungo i bordi delle vie consolari lastricate di sangue e ho compreso tutto. \u00c8 il genere umano ad avere l\u2019anima a pezzi: pu\u00f2 capitare a un tedesco, a un italiano, a un cinese, a un giapponese o a Emilie, ma a turno il male emerge dal nostro interno e ci mette un meno davanti, a prescindere dal genere, dalla religione e dalla nazionalit\u00e0.<\/p>\n<p>Poi per\u00f2, quel malaugurato pomeriggio di febbraio in cui stavo per venire al mondo, nel bel mezzo di quell\u2019indecisione, \u00e8 arrivata un\u2019altra automobile che ha parcheggiato dietro alla Zafira, che, nel suo ormai quasi perenne avanti e indietro, si era di nuovo allontanata dalla linea di confine. Targa italiana, ma l\u2019autista era un francese: ha visto il sangue e si \u00e8 fermato a chiedere che cosa fosse capitato. Non era un medico, non era un infermiere, si trattava di un agente immobiliare di quarant\u2019anni che lavorava tra Torino e Brian\u00e7on. Aveva tre figli e comprese immediatamente il pericolo che stava correndo mia mamma. Guard\u00f2 mio padre serio e, approfittando di un attimo di distrazione della Gendarmerie, apr\u00ec il bagagliaio della sua auto e vi fece entrare i miei.<\/p>\n<p>Attravers\u00f2 la frontiera con facilit\u00e0, fingendo calma e indifferenza e poi affront\u00f2 la discesa ricca di tornanti pi\u00f9 veloce che pot\u00e9, dopo aver fatto spostare i clandestini sul sedile posteriore. In seguito avrebbe raccontato a mio padre di averlo gi\u00e0 fatto altre volte con altre persone, ma quella volta non and\u00f2 tutto liscio: Emilie, dopo qualche minuto, diede un\u2019occhiata al gruppo di persone accanto alla Zafira e ne cont\u00f2 due in meno, comprendendo di essere stata presa per i fondelli.<\/p>\n<p>Partirono con le sirene spiegate. Ma ormai era tardi: per loro innanzitutto, che raggiunsero, s\u00ec, il buon samaritano francese, ma solo dopo che il personale del pronto soccorso aveva gi\u00e0 caricato mia mamma sulla barella che subito si tinse di rosso, e tardi anche per lei che spir\u00f2 da l\u00ec a mezz\u2019ora, subito dopo che un cesareo d\u2019urgenza riusc\u00ec ad estrarmi dal suo ventre caldo e a farmi respirare per la prima volta. Ancora dieci minuti e sarei morta anche io, dissero i medici a mio padre, quasi a volerlo consolare o a suggerirgli in qualche modo di sentirsi sollevato.<\/p>\n<p>Quel francese venne arrestato e fu processato, ma, fortunatamente per lui, trov\u00f2 un giudice dotato di buon senso che, a differenza di Emilie, applic\u00f2 la legge in maniera flessibile e lo assolse.<\/p>\n<p>Mio padre ed io fummo subito rispediti in Italia, poich\u00e9 <em>la loi c\u2019est la loi<\/em>, ma comunque lui non avrebbe pi\u00f9 potuto vivere in un paese che gli avrebbe riempito il cuore solo di un cupo senso di morte.<\/p>\n<p>A quel francese con la Fiat voglio ancora molto bene, un paio di volte all\u2019anno viene a trovarci a Torino e io lo chiamo zio, ma il suo nome \u00e8 Andr\u00e9, in italiano Andrea, come me.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_36899\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"36899\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi chiamo Andrea e sono una studentessa sedicenne. 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