{"id":34496,"date":"2018-04-06T18:44:24","date_gmt":"2018-04-06T17:44:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=34496"},"modified":"2018-04-07T14:35:34","modified_gmt":"2018-04-07T13:35:34","slug":"premio-racconti-nella-rete-2018-la-compagna-ritrovata-di-roberta-zilio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=34496","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2018 &#8220;La compagna ritrovata&#8221; di Roberta Zilio"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Non avevo un buon rapporto con i miei compagni di liceo, li trovavo troppo impegnati a dimostrare. O meglio, divisi tra chi dimostrava di avere soldi, abiti firmati, fisico attraente, intelligenza, cultura e chi aspirava a essere come chi dimostrava. Gli uni mi erano insopportabili, gli altri patetici. Quanto a me, mi ero ritagliata il ruolo dell\u2019outsider, di chi dice no: ai clientelismi, alle lusinghe del benessere, alle raccomandazioni. Niente a che vedere con il movimento giovanile comunista, ero Bartleby che andava alle superiori, vestito da Robert Smith. Forse perch\u00e9 in quella scuola blasonata non c\u2019era nessuno a proteggermi? Alle giacche Moncler e alle Timberland contrapponevo dei camiciotti neri e ciuffi sugli occhi e aria tetra. Ed ero cosi impegnata nel mio ruolo da non accorgermi che anche quella mia protesta era una dimostrazione. Il primo giorno di ginnasio sul foglio in cui la professoressa di greco e latino ci aveva detto di scrivere le professioni dei nostri genitori vergai: \u201cPADRE, OPERAIO\u201d, \u201cMADRE, OPERAIA\u201d. Non avevo nemmeno cercato di ricorrere alle definizioni patinate che erano stati i miei jolly negli anni prima: elettromeccanico specializzato, orlatrice. I tempi gentili delle medie erano finiti. Dunque, volevano prendermi le misure? Eccole. Come si pu\u00f2 capire da queste premesse, furono cinque anni difficili, di cui i primi due, da quella dichiarazione in avanti, una guerriglia di trincea sul confine della sufficienza. Il rapporto con i compagni nel tempo cambi\u00f2, soprattutto con i maschi, quando smisi i camiciotti per le gonne sopra il ginocchio e la mia taglia di reggiseno divenne pi\u00f9 che rispettabile. E poi nella classe c\u2019era qualcun altro fuori dalle righe, a met\u00e0 tra il <em>nerd<\/em> e il <em>freak<\/em>: un ragazzino mite, dalle grandi orecchie, che diventavano rosse quando non sapeva rispondere alle domande dei professori. Era in possesso di una straordinaria cultura \u201csenza glutine\u201d<em>, <\/em>per lui qualsiasi materia si deframmentava in una miriade di informazioni, senza nesso tra di loro. Gli chiedevi perch\u00e9 e rispondeva quando. Puro e immacolato, diceva sempre la verit\u00e0 ed era ammalato di paratassi, un po&#8217; come lo sono io adesso che scrivo queste righe. Poi veniva il poeta, che alle lezioni di biologia componeva endecasillabi, quindi il creativo, che sosteneva che studiare prima di un compito in classe fosse deleterio rispetto all\u2019esito dello stesso perch\u00e9 spegne l\u2019immaginazione e la fantasia. Il portiere, il pi\u00f9 bello della classe, e forse della scuola, che veniva in moto e teneva il casco sul banco, parlava quasi sempre di calcio e stava in maniche corte anche d\u2019inverno. Non si capiva come avesse deciso di fare il classico.<\/p>\n<p>Tra le compagne c\u2019era chi non mi trovava respingente e con mia stessa sorpresa mi veniva a cercare. Non penso che fosse per simpatia verso gli (auto)emarginati, piuttosto aggiungevo qualcosa in un insieme variegato e curioso. I nostri banchi si disponevano creando come un&#8217;isola di intesa bislacca e solidale. La numero uno a partire da destra era la mia vicina di banco, una vintagista fan del cantante belga Adamo, poi, dietro una pila di libri, sonnecchiava la ragazza immagine. Aveva un seno abbondante e indossava minigonne striminzite con imbarazzo (e piacere) del professore di italiano che durante un\u2019interrogazione si lasci\u00f2 scappare: \u201cParlami delle ultime <em>tettere<\/em> di Jacopo Ortis\u201d. Infine c&#8217;era la ballerina di danza classica innamorata di Tom Cruise aviatore, che nascondeva la propria ritrosia dietro un sorriso Durban\u2019s. Fu con loro che sgomitai fino alla maturit\u00e0. Poi mi iscrissi a lingue e letterature straniere, a Genova, e l\u00ec finalmente mi rilassai, non dovevo pi\u00f9 stare sulle difensive, l\u2019ateneo di lettere e filosofia era un territorio franco dove potevi scegliere con chi stare e dove nessuno ti valutava dal pedigree. A parte la ballerina di Tom Cruise e il poeta, che viaggiavano con me sul treno per diventare rispettivamente avvocato e psicanalista, non avrei rivisto pi\u00f9 nessuno dei miei compagni.<\/p>\n<p>Dopo l\u2019universit\u00e0 arrivarono gli anni dei viaggi e del girovagare senza una meta apparente, quindi l\u2019ufficio, il matrimonio. Poi la maternit\u00e0, il dramma di scoprirmi madre di una figlia con una misteriosa malattia genetica e la scelta, in un certo senso imposta, di lasciare l\u2019ufficio. Infine la separazione. Avevo raccolto i cocci, a uno a uno, provando a costruirci qualcosa di nuovo, che avesse un significato, o, almeno, qualcosa di simile alla dignit\u00e0. Non avevo molta scelta, e imparai ad accontentarmi del poco che mi faceva stare bene. Ed ecco che a giugno dell\u2019anno scorso ricevo una telefonata, da un numero sconosciuto. Anche la voce mi era sconosciuta, infatti era quella del \u201cmite\u201d, diventato uomo. Spieg\u00f2 che era passato da casa dei miei, che il numero l\u2019aveva avuto da mio padre e annunci\u00f2, circostanziato, che avrebbero fatto un ritrovo dei compagni di classe, in tale data, presso il tale luogo.<\/p>\n<p>Mi sentii come uno di quei personaggi dal passato torbido che pensano di essersi lasciato tutto alle spalle finch\u00e9 un giorno arriva qualcuno che dice: \u201cio sono chi tu sei\u201d. Nel rispondergli, senza remore, che non ero sicura che mi avrebbe fatto piacere rivedere tutti mi ritrovai faccia a faccia con la dark lady del liceo. Sorpresa! Non mi aveva lasciato mai. Possibile che dopo ventisette anni fossi la stessa di allora? L\u2019(auto)ghettizzata protestataria? Il mite cercava di convincermi a vederla diversamente. E mi convinse. O meglio, mi convinsi che dovevo fare in modo di dimostrare che non ero pi\u00f9 quella di ventisette anni prima. Il mio numero venne cos\u00ec registrato in una <em>chat<\/em> su Whatsapp da parte di chi aveva ideato il ritrovo, un tempo mia compagna di banco al ginnasio e ora una moglie di un diplomatico in un paese da mille e una notte. La chat era un continuo arrivare di messaggi. All&#8217;appello non c&#8217;erano assenti, eravamo di nuovo tutti in classe, mancavano solo i professori che per\u00f2 venivano evocati in un continuo &#8220;Vi ricordate quella volta che&#8230;?&#8221;. A scrivere erano i ragazzi di allora, che per\u00f2 avevano l\u2019et\u00e0 dei loro genitori. Che per\u00f2 scrivevano come i ragazzi di allora, ma con emoticon a profusione. Gli <em>emoticon<\/em>? Noi studenti degli anni ottanta?<\/p>\n<p>Qualcuno mi faceva piacere ritrovarlo, il poeta, ad esempio, e la vintagista. E il portiere, chiss\u00e0 se si era mantenuto con il tempo. Respirai, di nuovo. Mi ero evoluta, ero cresciuta, avrei potuto rivederli, senza temere. E che cosa avrei raccontato? Attenzione all\u2019insidia, era un bilancio, una misurazione. Chi aveva fatto pi\u00f9 strada, chi era veramente felice? Che cosa avrei raccontato, che ero precaria, single e con una figlia <em>particolare<\/em>? Forse avrei dovuto mentire, ma neanche del tutto, poi, piuttosto \u201cindorare\u201d. Che ero fidanzata, del resto avevo in ballo una mezza storia. E sulla figlia <em>particolare<\/em> mi sarei tenuta sul vago, tipo che era bambina <em>in gamba<\/em>. Mia figlia lo \u00e8, nella sua particolarit\u00e0. Ma loro avrebbero voluto sapere. La loro curiosit\u00e0 del risultato finale avrebbe appiattito in poche domande (Che lavoro fai? Hai figli?) quasi tre decenni di ricerche, tentativi, speranze, progetti realizzati, altri falliti, altri lasciati a met\u00e0. Perch\u00e9 volevano a tutti i costi insinuarsi nella mia vita, adesso, perch\u00e9 mi costringevano a fare il confronto tra chi sognavo di essere e quello che ero diventata? Non dovevo essere l\u2019unica, forse, a sentirmi a disagio perch\u00e9 dai venticinque compagni di scuola, via via che si approssimava la data, cominciarono ad arrivare le defezioni. Per motivi di lavoro, di famiglia. Rimanevano quasi solo loro, i <em>dimostratori<\/em>, quelli che col tempo erano diventati gli attori dei mei incubi sul liceo ed ora, dalle battute sulla chat, minacciavano carriere stellari, figli gi\u00e0 al liceo, e solidi vincoli coniugali. Rimanevano loro, pi\u00f9 la ragazza delle grandi tette e la vintagista. E quando quest\u2019ultima a sua volta diede forfait non seppi resistere e mi ritirai anch\u2019io. Mi pentii subito dopo aver mandato il messaggio di defezione, era un atto di codardia, un tradimento verso me stessa. Come se non bastasse, per questo fui vituperata dai rimanenti, ridando vita a un copione impolverato.<\/p>\n<p>Qualche giorno pi\u00f9 tardi qualcuno post\u00f2 delle foto della serata, sulla chat. I chili di pi\u00f9, e i capelli di meno mi fecero male, le donne erano quelle che reggevano meglio il confronto con il passato, con il trucco, la tinta e i vestiti eleganti. Avevo scampato un pericolo, quello di finire immortalata tra loro. Per\u00f2, in realt\u00e0, mi vedevo idealmente al loro fianco, con indosso il mio abito pi\u00f9 bello affinch\u00e9 qualcun altro potesse commentare: \u201cBe\u2019, lei tuttavia non \u00e8 poi cos\u00ec cambiata.\u201d E in effetti rimanevo quella che si mette in disparte. Dall\u2019esterno, astratta, contemplavo come il passaggio degli anni fosse stato impietoso, ogni singolo giorno che era trascorso dall\u2019ultima campanella aveva lasciato un segno, e nei loro volti vedevo il mio. In ventisette anni avevamo avuto il tempo di fiorire e appassire. La ragazza con le grandi tette in particolate mi metteva amarezza perch\u00e9, a differenza delle altre, era decisamente fuori forma, soprattutto rispetto all\u2019immagine che conservavo di lei. Una montatura spessa le copriva parte del viso. Avevo intuito da qualcosa che aveva scritto che le piaceva cucinare. Gestiva un ristorante? Mah.<\/p>\n<p>Dopo il ritrovo non ci furono molti altri interventi sulla chat. L\u2019entusiasmo generale s\u2019era spento, qualcuno a Natale mand\u00f2 degli auguri e tra questi mi colpirono le parole della ragazza dalle grandi tette, ora la donna con la montatura spessa. Diceva che sperava in un anno migliore, dopo la radioterapia. Risposi, le augurai buon anno nuovo, a lei in particolare. E mi diedi dell\u2019idiota, se non peggio, per essermi concentrata sull\u2019aspetto fisico senza domandarmi che cosa l\u2019avesse portata ad avere quell\u2019aspetto che a me era parso <em>trascurato<\/em>. Non avevo fatto altro che applicare quello che temevo di subire. Ero cos\u00ec concentrata a dissimulare le mie sfighe che avevo finito per togliere profondit\u00e0 alle vite degli altri.<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo qualcuno scrisse che se n\u2019era andata. Andata, andata veramente. A cucinare per gli angeli. Erano ventisette anni che non la incontravo, e mi sentivo spiaccicata contro un vetro, infilzata in un punto tra il petto e lo stomaco. Avevo pensato che quei ragazzi con cui avevo condiviso tanto, nonostante tutto, fossero <em>altro<\/em>. Mi ero ostinata a farlo, per ripicca, per paura. La voce di lei me la ricordavo bene, e il suo profilo, con le guance piene, accese dalla couperose e le labbra prominenti. La camicia bianca sbottonata sul davanti, la striscia di jeans che arrivava appena sotto il sedere, le gambe tornite, gli stivali. Con lei era una parte di me che aveva cessato di esistere.<\/p>\n<p>Recuperai una foto dei giorni prima della maturit\u00e0. Lei abbraccia il portiere, da dietro. Niente di sensuale, piuttosto un gesto d\u2019affetto con la bellezza calma e piena dei diciotto anni.<\/p>\n<p>Andai su Facebook, sapevo che non avrei dovuto, era come andare a frugare nel cassetto di chi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Istintivamente, era un modo di cercarla ancora in vita. Un\u2019ostinazione, un\u2019assurdit\u00e0 anche questa, un atto di pentimento. Da l\u00ec la scoperta che teneva un blog in cui raccontava la sua malattia. Le prime pagine erano datate 2011. A un certo punto, dati i continui ricoveri, lo aveva tralasciato per postare solo su Facebook. Considerazioni sul qui e ora, nel qui e ora. Il trascorrere dei giorni in ospedale, le terapie. In certe battute mi sovviene della leggerezza che aveva, a scuola, nel dire certe cose, e della dolcezza. Le piaceva cucinare, ma doveva fare molta attenzione a quello che mangiava, il cibo per lei era fondamentale. In certi suoi pensieri rivedo delle mie posizioni, avevamo fatto un percorso simile, di consapevolezza. Lei per la sua malattia, io per mia figlia. Avremmo avuto di che conversare, se fossi andata a quella cena, ma non la posso nemmeno chiamare per dirle \u201csei coraggiosa\u201d e per chiederle scusa della mia stupidit\u00e0. Leggo un pensiero, uno degli ultimi, in cui scrive a proposito della <em>qualit\u00e0<\/em>: \u00e8 ci\u00f2 che bisogna ricercare, pi\u00f9 di tutto. Un\u2019affermazione di chi, questo, lo aveva sperimentato su di s\u00e9 con un corpo (non l&#8217;aspetto esteriore, ma l\u2019organismo) cui prestare la massima attenzione. Ricercare la qualit\u00e0. E io che pensavo di ispirarmi allo stesso principio, mi accorgo di continuare a cadere in errore perch\u00e9 nonostante tutto, non mi \u00e8 facile procedere oltre le apparenze, le opinioni, le prese di posizione, i racconti cui preferisco dar retta, e quelli che mi creo, le immagini di me stessa cui sono legata nella linearit\u00e0 delle mie supposizioni. Ma pi\u00f9 vado avanti, pi\u00f9 mi rendo conto che \u00e8 davvero questione di vita o di morte. Mi sono persa tante cose, finora, ho perso anche la possibilit\u00e0 di rivedere lei. E anche se nelle sue parole ritrovo un insegnamento che magari mi salver\u00e0, in altre occasioni, per quanto mi sar\u00e0 dato da vivere, non compenser\u00e0 il fatto di non poterle nemmeno dire che no, non l\u2019avevo mica capito. In fondo, le volevo bene.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_34496\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"34496\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non avevo un buon rapporto con i miei compagni di liceo, li trovavo troppo impegnati a dimostrare. 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