{"id":33790,"date":"2018-01-09T19:45:24","date_gmt":"2018-01-09T18:45:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=33790"},"modified":"2018-01-09T19:48:25","modified_gmt":"2018-01-09T18:48:25","slug":"premio-racconti-nella-rete-2018-futuri-di-raffaella-direnzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=33790","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2018 &#8220;Futuri&#8221; di Raffaella Maria Barbara Direnzo"},"content":{"rendered":"<p>Studiavo Patologia Chirurgica. Quel giorno non ero affatto concentrata. Il computer stava facendo degli aggiornamenti &#8230; ma anche io riflettevo.<br \/>\nChiusi i libri. Osservai il mappamondo sulla scrivania. Pensavo. Sognavo ad occhi aperti. Indietreggiai la sedia dal tavolo. Mi dondolai per pochi istanti. Mi alzai. Delusa. Cambiai canale. L&#8217;Italia fuori dal mondiale di calcio. Deglutii. Il cellulare vibr\u00f2. Spensi la tivv\u00f9. Guardai la mia stanza. La libreria, la valigia dietro la sedia a dondolo, l&#8217;ukulele. Avevo voglia di partire. Aprii l&#8217;armadio. Presi il cappotto ed uscii.<br \/>\nSfidai la sorte dopo lo scontro con i due georgiani. Sfidai il pregiudizio congelante.<br \/>\nL&#8217;aria era frizzantina.<br \/>\nBari, quel giorno, aveva una sfumatura giallo-verde, come immaginavo fosse la mia bile secreta. Bari underground, come il sangue rosso rosso che circolava nelle mie vene, si lasciava attraversare da etnie, culture, spezie, povert\u00e0, conquiste, pretese, livori, conflitti silenti dal sapore acre stagnante in quartieri euroasiatici.<br \/>\nIl quartiere murattiano. In quella parte della citt\u00e0 \u00e8 come se la gente, cupa in volto, fosse seduta a pianificar battaglie, custodendo energie e sorrisi in vista della realizzazione di qualche ambitissimo sogno. Eppure ci definivano \u201cla generazione degli sdraiati\u201d, senza in realt\u00e0, considerare che ad aver sepellito i nostri desideri, sotto una coltre di insuccessi, era stata la conseguenza dei danni politico, morali e sociali della generazione che ci aveva preceduto. Noi siamo figli, cresciuti ed ingabbiati in culle e nutriti di disattenzioni, disinteresse, briciole e veleno insufficiente a farci camminare autonomamente; veleno inadatto a renderci coscienti di rivoluzione. I nostri stessi padri ci hanno insuflato timori, ponendoci, inesorabilmente, senza tregua, contro ogni ritmo naturale e fisiologico, influendo negativamente e travolgendo, ogni giorno, sogni e vite di uomini, con dinamiche differenti. La borghesia padrone ed intoccabile \u00e8 stata una tromba d\u2019aria abbattutasi sull\u2019intero stabilimento generazionale, investendo coscienze, portando negli abissi la cultura e facendo emergere il plagio intellettuale.<br \/>\nNella frenesia delle immagini, delle parole, dei gesti, delle variegate percezioni che bombardano le nostre anime non \u00e8 affatto facile ascoltare, ascoltarsi, focalizzare l\u2019attenzione su ci\u00f2 che frammenta i nostri respiri e ne suddivide in tante piccole parti la placidit\u00e0, togliendo unit\u00e0 e continuit\u00e0 alla nostra armonia. Non \u00e8 un gesto scontato quello di riflettere sulla matrice di ogni nostra pi\u00f9 piccola iniziativa e porsi delle domande inerenti alla profondit\u00e0 di tali moti.<br \/>\nCamminavo. Riflettevo. Guardavo la gente. La nostra intimit\u00e0 \u00e8 data per scontato. Occorre sradicare la fitta vegetazione che si sviluppa nella foresta dei propri pensieri, essere privi di giudizi e pregiudizi vincolanti e forvianti la verit\u00e0, quella luce che scalda i nostri cuori costantemente, anche durante le intemperie della vita. Camminando nel buio, non sono pochi i momenti di silenzio, di sconforto, di dubbi e cos\u00ec tra discese e risalite, tra tenebre e luce, tra polvere e macerie, superstite, protagonista di un teatro a cielo aperto, scrutavo ogni essere. Non v\u2019\u00e8 una verit\u00e0, fissa, alle tante realt\u00e0 osservate. Questa parte di Bari appartiene a mille culture in contrasto, alcune provano ad accogliersi, altre fioriscono tra i banchi dell\u2019Ateneo, altre corrodono ed invadono la mafia locale, altre incontrano le necessit\u00e0 occidentali tra panchine di bionde ucraine, chi ingurgita Peroni, chi vende droga e borse, chi spera ed aspira ad una vita migliore pianificando battaglie. Questa parte non appartiene ai baresi -tranne durante il bistrattato mercatino natalizio-, ma dona l\u2019accesso all\u2019amarissimo Adriatico ed agli anelati orizzonti italiani.<br \/>\nCamminavo. Osservavo. Mi guardavo le spalle. Sfidai la sorte dopo lo scontro con i due georgiani in Piazza Cesare Battisti. Mi mostrai imperterrita ma avevo paura. Avevo paura. Se non avessi affrontato quel giorno quel terrore avrei potuto non passare mai pi\u00f9 da quella strada. Lottai per la mia libert\u00e0.<br \/>\nPensavo a quell&#8217;intervista. All&#8217;epoca dei film di Pasolini, Sergio Citti, Gian Maria Volont\u00e9, all\u2019innovazione economica indotta da Mattei, a quei pantaloni a zampa, alla Fiat ed alla classe operaia, alle denuncie sociali, alla realt\u00e0 remota identificativa di unit\u00e0 e patriottismo surclassato e ricordato, prima del fischio d\u2019inizio, nelle note dell\u2019Inno di Mameli.<br \/>\nCamminavo ancora. Mi giravo e rigiravo. Alzai il passo. Fu strano quello che mi era successo pochi giorni prima. Avevo paura. Avvenne tutto cos\u00ec rapidamente, tanto da necessitare la lenta analisi, minuto dopo minuto, in Tribunale, per ricostruire l\u2019evento. Ore 14: 10 circa. Mi incamminai verso casa. Stanca dopo tre giorni in ospedale. Carica di valigie. Ex palazzo delle poste. Via Nicolai. Due ragazzi a pochi passi da me. Nessun altro in giro. Mi guardarono. Si dissero qualcosa. Si distanziarono. Fui costretta a passare tra di loro. Il muro da un lato. I bidoni della spazzatura dall\u2019altro. Segnai il passo. Uno, il pi\u00f9 grande, sulla sinistra, con la bici, mi strinse ulteriormente il marciapiede. L\u2019altro si avvicin\u00f2 a me. Mi circondarono. Bloccata per pochissimi istanti. Gridai \u2013gridai!-&#8220;Permesso&#8221; e diedi una \u201cspallata\u201d a quello sua mia destra. A sinistra il ragazzetto interpose il manico della bici. Ci fu un leggero contatto. Pochi istanti. Poi riuscii ad uscire dal cerchio. Volevo tornare a casa. Le valigie pesavano ma non volevo fermarmi. Camminavo. I miei attendevano di sapermi a casa. Avrei voluto chiamare in quell\u2019istante ma era mia intenzione tornare immediatamente nella mia stanza.<\/p>\n<p>Avvenne tutto molto rapidamente.<br \/>\nDopo poco denunciai il furto del mio telefono. Abilissimi. Un istante. Mi derubarono solamente, ma l\u00ec, dietro quei bidoni, su quegli scalini, immaginai cosa stava per succedermi. Contattai i miei punti di riferimento. Restai incredula per qualche ora. Ci pensai parecchio. Mi si chiuse lo stomaco. Un mio amico mi costrinse a mangiare mentre mi raccontava dell\u2019assemblea studentesca e dei tagli per gli stipendi dei ricercatori.<br \/>\nTranquillizzai i miei mentre riflettevo su ci\u00f2 che era stato e che poteva essere, sulle molte vicende che accadono in quella parte di Bari che non appartiene pi\u00f9 ai baresi.<br \/>\nHo sfidato la sorte dopo lo scontro con i due georgiani.<br \/>\nCamminavo. Ero triste da quel giorno. Rifletto ancora su quel servizio in tiv\u00f9. Le affermazioni. L&#8217;autoaffermazione. Il lavoro in una societ\u00e0 satura di dinosauri. Figli. Schiavi. La verit\u00e0 vera, quella sputata, quella inventata. Libert\u00e0 di indifferenza. Libert\u00e0 di qualit\u00e0. Parole che imbruttivano me, noi, voi, l&#8217;operato inoperato. Programmi universitari da fronteggiare su banchi di paglia con il fuoco negli occhi.<br \/>\nMa che ne sanno in tiv\u00f9 dei sogni piantati in una nicchia del cuore? Che ne sanno dei piccoli passi tra spine e sassi? Che ne sanno delle briciole nelle nostre tasche? Che ne sanno delle note nelle nostre personalissime notti?<br \/>\nPenso.<br \/>\nSospiro.<br \/>\nIl mero documentario \u00e8 girato tra cellule e pulsioni di bestie dall\u2019appetito irascibile e concupiscibile, che, a loro modo, tentano di sopperire alla fame.<br \/>\nEvito di concedermi a torbidi pensieri.<br \/>\nAvrei potuto incrociare un mio connazionale sul mio cammino. E venirne fuori comunque come parte lesa. E senza che la rabbia potesse uscirne modificata. Una volta un mio amico mi ha mostrato come la delinquenza, la stupidit\u00e0, l&#8217;avidit\u00e0 e la violenza non abbiano colore n\u00e8 nazione. Come, tuttavia, la speranza e la solidariet\u00e0.<br \/>\nIo \u2026 fatico a pensare ci sia gente senza cuore. Gli avrei anche regalato il cellulare. Capisco la povert\u00e0. Comprendo le esigenze. Ma non si pu\u00f2 invadare la vita di una persona.<br \/>\nPersi bozze di canzoni, sette capitoli di&#8221;Funny Rose&#8221; scritti nella sala d&#8217;attesa dell&#8217;ospedale, tre poesie &#8211; una su mio padre in quel nosocomio, l&#8217;altra su lui, un notturno, idee per altri scritti, appunti di Medicina. Quella notte non riuscii ad addormentarmi. Mi veniva da piangere. Mi interrogavo sul mio futuro. Il lavoro sottopagato ed il precariato. Le sfide personali . Noi tanti studenti parcheggiati nelle Universit\u00e0, in balia di un processo di adattamento acquisito con sforzo, insuccessi, noia e tanta sofferenza.<br \/>\nBari \u00e8 futuro che germoglia nel cemento. Bari \u00e8 cambiamento senza possibilit\u00e0 di relativizzare le battaglie per l&#8217;autoaffermazione. Bari \u00e8 me anarchica squattrinata e le gestanti che rispolverano tradizioni per matrimoni costosi e furbeschi. Bari \u00e8 prospettiva di libert\u00e0 in una terra in cui gli unici sdraiati sono i clochard, i veri combattenti di sogni, passioni e libert\u00e0. Bari \u00e8 l&#8217;orma della cinta di pelle del suo babbo sulla sua pelle. Bari \u00e8 lo schiaffo prima del pianto. Bari \u00e8 il sol levante. Bari \u00e8 un porto accogliente in cui l&#8217;adozione migliore \u00e8 di quel boccone salvifico che si espande tra ossigeno e polmoni.<br \/>\nEppure io sto resistendo ad un\u2019avvilente tempesta. Sbattuta da una parte all\u2019altra come se niente volesse accennarmi una tregua.<br \/>\nNervi. Forza. Io non ho la forza di un uomo. Ho gridato \u201cPERMESSO\u201d e mi sono salvata.<br \/>\nHo un macigno tra cardias e polmoni e non riesco a sorridere.<br \/>\nCi sono momenti in cui una donna desidererebbe avere la forza di un uomo.<br \/>\nIo sono indipendente, amante della solitudine e mi limito a mandare SOS ai miei amici solo se mi rompo un osso. Ma capita anche a me che ci siano momenti in cui vorrei Jeeg Robot al mio fianco&#8230; quando cado, quando ho paura, quando non mi basta essere donna.<br \/>\nCamminavo. Cercavo speranzosa un gesto fraterno, un segno di apertura, un sorriso, uno sguardo benevolo.<br \/>\nUna domanda si fece sempre pi\u00f9 vivida nel mio cuore &#8211; Chi siamo? -.<br \/>\nSiamo liberi di agire. Non considero la non accoglienza. L\u2019Italia \u00e8 una terra che accoglie. Bari \u00e8 un porto. (Con)viviamo. Limata, coscienziosamente, la connotazione di un gruppo autoctono bianco rosso, vi \u00e8, per\u00f2, la difficolt\u00e0 di impegnarsi a trovare una modalit\u00e0 che ci trasformi autenticamente in comunit\u00e0.<br \/>\nCosa insegner\u00f2 un giorno a mio figlio? A fare attenzione alla diversit\u00e0, a far attenzione ad avvicinarsi alle persone? A guardarsi le spalle e che la libert\u00e0 \u00e8 solo utopia dei cuori pi\u00f9 sensibili ed onesti?<br \/>\nUn giorno a mio figlio dovr\u00f2 insegnare anche questo.<br \/>\nCamminavo. Non riuscivo a sorridere. Sfidai la sorte dopo lo scontro con i due georgiani. Tornai nella zona che profuma di kebab e di cibo indiano, per fare il passaggio al mio vecchio numero.<br \/>\nAvevo paura. E per me che sono amante della libert\u00e0 era frustrante. Mi feci coraggio e passai, di sera, proprio dallo stesso posto.<br \/>\nNon devo allungare il mio itinerario o cambiare strada per l\u2019orrore. Non devo cambiare il mio percorso per la paura, per il pregiudizio, per i giudizi, per la delusione di sentirmi ancora figlia irrealizzata. Spesso si muore prima di iniziare a vivere. Dimentichiamo il coraggio. Siamo indifferenti alle nostre stesse sconfitte. Un sogno \u00e8 maledettamente tentato dal suicidio. Un sogno \u00e8 un sogno e va rispettato. La vita non \u00e8 facile per nessuno. Quello che cambia radicalmente le prospettive \u00e8 smettere di riproporre lo schema con cui ci etichettano e che ci chiude nei limiti altrui. La nostra stessa rivoluzione \u00e8 l\u2019unica possibilit\u00e0.<br \/>\nIl mio cuore lotta per rimanere incontaminato in una societ\u00e0 ormai concettualizzata, ed i miei polmoni prendono aria da cieli neri, dove circolano verit\u00e0 contaminate, anime sfocate rivestite da cellule, tessuti, organi sintetici, macchine d\u2019avanguardia e numerose assordanti ambulanze imboccanti, corsie preferenziali dirette verso un cimitero di sogni.<br \/>\nCamminavo. Cercavo speranzosa un gesto fraterno, un segno, un sorriso, una parola \u2026<br \/>\nEntrai a comprare la cover in un negozio. La commessa, una cinese, mi indic\u00f2 uno scaffale. Ne provai alcuni. Non andavano. Passarono alcuni minuti. Due indiani mi dissero che non c\u2019era il modello che cercavo. Continuai a vederne altri. Parigi. La Torre Eiffel, il Th\u00e9\u00e2tre des Champs Elys\u00e9es. Mi ricordai di un tema scritto da bambina: \u201cCosa sogni di diventare da grande?\u201d. M\u2019immaginai e scrissi, ad otto anni, di me: un Medico. Vivevo a Parigi con il mio cane ed il mio compagno \u2026 ed al mattino andavo a lavoro con il sidecar \u2026 ed il mio pelosissimo terrier tibetano. Parigi. I teatri di prosa. Il mio sogno da bambina. Il telefono entrava. Mi piaceva ma i fori dei tasti della cover non corrispondevano a quelli del mio nuovo cellulare.<br \/>\nUno dei due indiani, si riavvicin\u00f2.<br \/>\n&#8211; Prendilo se ti piace.<br \/>\nOsservai ancora il cellulare.<br \/>\n&#8211; Ti aiuto io a tagliare la plastica. Mia figlia ne ha uno uguale. Lei fa danza classica. Sogna di diventare \u00e9toile.<br \/>\nPoi continua:<br \/>\n-Lei crede molto nel suo sogno.<br \/>\nAlzai lo sguardo.<br \/>\nMi stava sorridendo.<br \/>\nGli passai il cellulare e la cover. Mi allung\u00f2 la mano. Gli sorrisi. Mi sorrise.<br \/>\nMi sorrise e torn\u00f2 la speranza.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_33790\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"33790\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studiavo Patologia Chirurgica. 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