{"id":33409,"date":"2017-11-02T11:24:20","date_gmt":"2017-11-02T10:24:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=33409"},"modified":"2017-11-02T11:24:20","modified_gmt":"2017-11-02T10:24:20","slug":"premio-racconti-nella-rete-2018-il-teatro-da-batte-di-tullio-bugari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=33409","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2018 &#8220;Il teatro da batte&#8221; di Tullio Bugari"},"content":{"rendered":"<p>Eravamo all&#8217;inizio degli anni Sessanta ma nel nostro quartiere nessuno sapeva che erano favolosi, tranne noi ragazzini di otto o dieci anni, tutto il giorno in strada a rincorrerci. Quando eravamo pi\u00f9 stanchi, o il sole picchiava forte, ci rifugiavamo all\u2019ombra di un vecchio muro, che in quel tratto lungo il marciapiedi formava una nicchia, a mezzo metro di altezza, e lasciava in basso un muretto lungo un paio di metri, come un sedile.<\/p>\n<p>Di viandanti in cerca di riposo ne passavano pochi. Non era nemmeno un quartiere ma soltanto un\u2019appendice del vicino Prato, o <em>Prado<\/em> in dialetto.<\/p>\n<p>In citt\u00e0 il nostro crocicchio lo chiamavano <em>Le Cave.<\/em> Una zona stretta tra un fosso e due antichi vallati, dove fino al dopoguerra avevano estratto la breccia da impastare con il cemento, per costruire le case. Eravamo una <em>enclave<\/em> tra la citt\u00e0 e la campagna che ci lambiva, racchiusi in un centinaio di metri, un nugolo di ragazzini e famiglie di lavoranti a domicilio o muratori a giornata. Anche operai ma pochi, della Sima o delle altre fabbrichette sparse tra i caseggiati. In direzione della ferrovia si vedeva alta &#8211; si scorge ancora oggi &#8211; la torre della fabbrica Guerri, ma gi\u00e0 a quei tempi non ci lavorava pi\u00f9 quasi nessuno.<\/p>\n<p>Io abitavo nella strada all\u2019angolo, che formava il crocicchio con quella del muretto. Di fronte casa nostra c\u2019era un\u2019osteria dove a pranzo si fermava qualche muratore che al cartoccio portato da casa aggiungeva un po\u2019 di pastasciutta e mezzo litro di vino.<\/p>\n<p>Forse \u00e8 per questo che qualcuno la nostra via Imbriani preferiva chiamarla <em>Viaimbriachi.<\/em><\/p>\n<p>All&#8217;ora giusta il profumo del sugo saliva fino alle finestre di casa. Che fosse l&#8217;ora giusta lo ricordava la sirena della Sima<em>,<\/em> appena fuori del nostro crocicchio, sotto le antiche mura della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Sulla stessa via, a sinistra di casa nostra, c\u2019era la fabbrica del sapone, ma da qui, di tanto in tanto, ci rivoltava una puzza tremenda.<\/p>\n<p>Sullo stesso lato dell\u2019osteria, a destra e dopo l\u2019incrocio, c\u2019era il calzolaio, con la bottega in uno stanzino al primo piano. La porta in cima alle scale era sempre aperta e lui stava seduto volgendo le spalle a chi arrivava, gli piaceva guardare dalla finestra, che teneva sempre aperta per smaltire l&#8217;aria oleosa di creme e mastici. Ti parlava tenendo in bocca i chiodi che poi batteva uno a uno sulla suola con un martelletto nero piccolo e ricurvo.<\/p>\n<p>Noi, giocando in strada, lo sentivamo battere come la macchina da scrivere di uno scrittore, ma forse nessuno di noi l\u2019aveva mai vista davvero una macchina da scrivere.<\/p>\n<p>Nella stessa strada del muretto c&#8217;era il lattaio, una novit\u00e0. Fino a poco tempo prima mia madre al mattino mi mandava dal contadino dietro l&#8217;angolo della nostra strada, perch\u00e9 la campagna arrivava l\u00ec. A quell\u2019ora aveva gi\u00e0 munto le <em>mongane<\/em> e con un mestolo mi riempiva il tegame che usavamo per bollire il latte, e che al posto del coperchio aveva una specie grata dai buchi larghi, che serviva a non far schizzare fuori la panna quando bolliva. Poi, insieme al progresso arriv\u00f2 il lattaio. All\u2019inizio girava le strade con una moto furgonata, andava lui con i suoi bidoni dai contadini e quindi consegnava il latte nelle case. Lo sentivi suonare al portone sulla strada e gridare dal fondo delle scale: <em>\u201cLattarolooo&#8230;..\u201d<\/em><\/p>\n<p>Vi erano molte persone caratteristiche in quel crocicchio di strade, ciascuna con un soprannome. C&#8217;era <em>Verzell\u00ec<\/em>, onomatopeico, simile al verso di quell\u2019uccellino leggero e dal canto incerto, come <em>imbriaco<\/em>.<\/p>\n<p>C&#8217;era l&#8217;ambulante che ogni mattina cercava un aiuto per spingere e mettere in moto la sua Topolino furgonata, carica di pantofole per il mercato. O l&#8217;altro ambulante, ancora pi\u00f9 al verde, invalido e senza un braccio, forse vittima di guerra, che al mercato ci andava a piedi, si fermava a met\u00e0 di via degli Orefici, a fianco del Palazzo della Signoria, e come bancone usava mettere a terra un ombrello aperto riempito di <em>capi d&#8217;aglio<\/em>. Mi faceva tenerezza gi\u00e0 allora, a quella mia et\u00e0 innocente.<\/p>\n<p>Poi c&#8217;eravamo noi ragazzini, padroni dei marciapiedi e con tanti giochi da inventare. Di fronte alla casa del calzolaio c\u2019era una falegnameria. Alla sera, con il buio, scavalcavamo il muro di cinta e io, che avevo gi\u00e0 letto il libro durante una di quelle influenze invernali che ti fanno saltare una settimana di scuola, immaginavo di essere nella via P\u00e1l. C\u2019era la bottega del <em>carbonaro<\/em>, e il suo cortile nero ci sembrava una miniera. O il piazzale vuoto di Porta Valle, dove si andava a giocare a pallone o a fare le guerre, sempre contro i ragazzini dell&#8217;altro quartiere, ma mi sto distraendo.<\/p>\n<p>Abbandonata, proprio di fronte al sedile del nostro muretto, c&#8217;era una Trebbiatrice. Anzi, una <em>Machina da batte<\/em>. Nemmeno troppo vecchia, e identica a quelle che fino a pochi anni prima avevo visto nelle aie della mia campagna durante la trebbiatura, perch\u00e9 era dalla campagna che io venivo.<\/p>\n<p>Non so perch\u00e9 l&#8217;avessero abbandonata l\u00ec. Correva voce che fossero state inventate nuove macchine capaci di mietere e trebbiare insieme, non sulle aie ma direttamente nei campi. Non riuscivo a figurarmela. Immaginavo i mietitori increduli sul lato del campo, con la falce in spalla e la lama in alto, come un soldato terrebbe la bandiera, ma senza vento. Attoniti. Con le mani che prudono e qualcuno che come un tic fa pure il gesto di soffiarci sopra, o inumidirle sputandoci, prima di impugnare le manopole sul manico, per falciare. E le aie vuote.<\/p>\n<p>La nostra <em>Machina da batte<\/em> era rosso arancio, come tutte le altre e come il sole al tramonto, e noi ci salivamo ed entravamo dentro e ci affacciavamo dalla bocca davanti, da dove un tempo era uscita la paglia. Era il nostro rifugio, l\u2019innocente carro armato dei giochi di guerra, il mulino a vento amico di Don Chisciotte.<\/p>\n<p>Certe volte diventava un teatro, e il muretto era la platea dove i ragazzini sedevano.<\/p>\n<p>Eravamo in due ad alternarci come attori, improvvisando monologhi o duetti, scambiandoci il ruolo di spalla o aiutati da qualche comparsa scelta tra il pubblico, rispettando i turni per accontentare tutti. Ci nascondevamo dietro la macchina, in mezzo alla strada, per concordare un canovaccio, e poi entravamo in scena. Erano brevi macchiette, mimi improvvisati, battute, smorfie, gag infantili: <em>\u00abAutunno, cadono le foglie: aia, cascano pure i rami\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Genere comico, doppi sensi, <em>\u00abfacce ride\u00bb<\/em> chiedeva il pubblico. Dur\u00f2 un anno o due, tra terza e quarta elementare, poi fin\u00ec all&#8217;improvviso. Il pubblico cresceva, il sedile a volte non bastava per tutti, e altri attori si proponevano, o imitavano. Alcuni ragazzi della via parallela vollero fare di pi\u00f9, imitando per\u00f2 i primi variet\u00e0 in voga alla televisione. E scelsero un altro posto, nelle cantine delle case popolari della loro via. La platea era ricavata sulla rampa delle scale e la scena tra i lavatoi e il corridoio delle cantine.<\/p>\n<p>Buio e umido, nessuna <em>Machina da batte <\/em>sotto il sole, il nostro teatro greco<em>.<\/em><\/p>\n<p>Non si trebbiava pi\u00f9 sull\u2019aia. Al <em>Teatro da batte<\/em> recitavamo all&#8217;impronta, un facile canovaccio e s\u2019improvvisava, come gli amici che tornano a casa dopo il lavoro e si scambiano battute. Qui al lavatoio avevano scritto un copione da mandare a memoria, e preparato pure i costumi, con vestiti sgraffignati a casa.<\/p>\n<p>Non mi avevano detto nulla. Si pagava addirittura un biglietto. Mi ritrovai incredulo sullo scalino pi\u00f9 in alto. Perfino il pubblico doveva recitare di fare il pubblico e battere le mani a tempo. Avevano preparato numeri seri e altri che pretendevano fossero comici, e non finivano mai.<\/p>\n<p>Invidia la mia?<\/p>\n<p>Cos\u00ec dissero.<\/p>\n<p>Da quel giorno la nostra <em>Machina da batte<\/em> rest\u00f2 da sola a dissolversi sotto le intemperie, e il lavatoio non so che fine abbia fatto.<\/p>\n<p>Quando mi capita oggi di passare per quella strada sempre senza traffico, ancora riesco a immaginarlo il nostro <em>Teatro da batte<\/em> rosso come il sole al tramonto, anche se non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 nemmeno il vecchio muro, sostituito da un altro allineato alle pareti delle case, piatto, senza muretto per sedere e senza storie: <em>\u00abUno torna a casa e inciampa per le scale: ah\u00f3, e questa da dove salta fuori? Di sicuro non dall&#8217;osteria come te.\u00bb<\/em><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_33409\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"33409\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Eravamo all&#8217;inizio degli anni Sessanta ma nel nostro quartiere nessuno sapeva che erano favolosi, tranne noi ragazzini di otto o dieci anni, tutto il giorno in strada a rincorrerci. 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