{"id":32579,"date":"2017-06-01T18:17:23","date_gmt":"2017-06-01T17:17:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=32579"},"modified":"2017-06-01T18:17:23","modified_gmt":"2017-06-01T17:17:23","slug":"premio-racconti-nella-rete-2017-una-stagione-allinferno-di-lorenzo-garzarelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=32579","title":{"rendered":"Premio racconti nella Rete 2017 &#8220;Una stagione all&#8217;inferno&#8221; di Lorenzo Garzarelli"},"content":{"rendered":"<blockquote><p><em>Walk by my side, and follow my dreams<\/em><\/p>\n<p><em>And bear with my pride, as strong as it seems<\/em><\/p>\n<p><em>Will you be there tomorrow<\/em>.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em>(Tomorrow, <em>Europe<\/em>)<\/p><\/blockquote>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>*<\/strong><\/p>\n<p>Spesso incappo nel rovente ricordo dell\u2019agosto del 1994: <em>una Stagione all\u2019Inferno<\/em>, come la definivano le civette de La Nazione facendo capolino dai loggiati di Piazza del Comune. Quaranta gradi di afa e sonnolenta umidit\u00e0 per una Prato svuotata dal trambusto dei telai e dal brusio altalenante del mercato del luned\u00ec; una citt\u00e0 spoglia e sudata, amante stizzita per le scorribande versiliane dei cittadini, stordita dai berci dei venditori di cocomero ed i gravi gorgoglii del Bisenzio in secca, con il suo incedere acquoso che sdrucciolava fiacco tra i clivi della valle ed i fianchi del fiume, bucherellati dal verde spento del crescione e dalle piume cerulee di poche folaghe impettite.<\/p>\n<p>Ci chiamavamo <em>Ragazzi Perduti<\/em>: una brigata di guastafeste in bermuda e Mountain Bike fluo, troppo indaffarati a cavalcare la giostra dell\u2019adolescenza per far caso alla canicola che addentava le calcagna. Scegliemmo quel soprannome in onore di una pellicola horror con Kiefer Sutherland coprotagonista ed una cover post-punk di <em>People are strange<\/em> ad impreziosire la colonna sonora. Concordammo ruoli definiti, pari poteri decisionali ed un\u2019unica regola da onorare con religioso rispetto: abbandonare i nomi propri in favore delle nostre iniziali, sia in pubblico che in privato. Vai a capire come mai. Forse per guadagnare in virilit\u00e0 tra le stanze fumose del Bar Coppini o magari perch\u00e9 il monosillabo conferiva alla combriccola un taglio da confraternita segreta di quartiere; fatto sta che nel giro ci conoscevano come O. (tu), L. (io), E., D.N. e D.L., gli ultimi due ribattezzati anche D.&amp;D., mutuando l\u2019acronimo del gioco in voga nel decennio dell\u2019incessante proliferare di Blockbuster sulle note ruvide della musica grunge.<\/p>\n<p>Disponevamo di due quartier generali: quello invernale, al caldo del soggiorno della nonna di E., accanto all\u2019edicolante impomatato ed al fruttivendolo taurino come Rambo, che incuteva timore scaraventando dal bancone pesanti cassette di mandaranci ammuffiti; quello estivo, lass\u00f9, <em>in vetta alla montagnola di\u2019 \u00a0campino di Via Baracca<\/em>, da dove scorrevamo le diapositive del pomeriggio finch\u00e9 il proiettore non si inceppava nell\u2019acquarello di uno sfumato imbrunire. Non esistevano missioni, obiettivi strategici, ideali superiori da perseguire, ci accontentavamo di un paio di pedali per seminare le bande di Via Tirso, di un mangianastri per dar sfogo ai sogni, delle braccia di un amico per risalire la corrente di una giovent\u00f9 che pareva non voler sfociare nel mare grosso della vita. E talvolta, tra un calcio balilla infuocato e la fuga da un anziano imbufalito per le nostre maldestre marachelle, sgusciava dalle labbra l\u2019incolpevole menzogna di un <em>per sempre<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>\u00a0*<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Fine estate 1994<\/em><\/strong><\/p>\n<p>La <em>Stagione all\u2019Inferno <\/em>arrancava vistosamente, si squagliava sotto i raggi acerbi di met\u00e0 settembre che imbiondivano le frange scompigliate di una fitta schiera di alberi di Giuda.<\/p>\n<p>&#8211; Fermatevi, ho una cosa da dirvi -, esordisti una volta superato il cancello dell\u2019ex Convitto Cicognini, dopo l\u2019ennesimo testa a testa con gli spettri che secondo le credenze laniere infesterebbero quell\u2019inquietante maniero caduto in disuso.<\/p>\n<p>&#8211; Che succede? Mica ci starai chiedendo aiuto per sbloccarti a Zelda? -, ribatt\u00e9 D.L. accordando una chitarra acustica color turchese, sua inseparabile confidente in legno.<\/p>\n<p>&#8211; Certi problemi son per voi buoni a nulla -, sorridesti sornione. Gi\u00e0, il nostro \u201cmago del Nintendo\u201d; Santo Cielo come facevi ballare quel trabiccolo di fili e microchip luminosi.<\/p>\n<p>&#8211; Non scherzare idiota. Roba di salute? -, prese improvvisamente campo la divisa spumosa da accalappia bimbe di D.N..<\/p>\n<p>&#8211; No, per fortuna no. L\u2019azienda ha trasferito il babbo a lavorare in Val D\u2019Orcia, me ne vado da Prato ragazzi. Partiremo sabato, giusto il tempo di far valigia -. Parlavi con fare timido e discreto, quasi a volerti scusare con madre natura per aver calpestato l\u2019ombra allungata di uno dei suoi cipressi, accudendo nel palmo quel gomito che un difetto congenito ti impediva di stendere oltre la vergogna di un misero angolo retto.<\/p>\n<p>D\u2019un tratto le sei corde, pizzicate con gentilezza da D.L., intonarono gli accordi di Tomorrow, fradici della cascata di feromoni che i pantaloni attillati degli Europe scatenavano tra le sottane delle fanciulle dell\u2019epoca.<\/p>\n<p>&#8211; E dov\u2019\u00e8? Vicino Roma? -. Sfortunatamente il mio <em>D <\/em>in geografia prevalse sull\u2019accenno di musica.<\/p>\n<p>&#8211; E\u2019 tra Siena e Grosseto. E menomale che sei un secchione -. Mi rassicurasti con un occhiolino complice, un impercettibile ammicco ed un rumoroso, scherzosamente punitivo buffetto sulla nuca. <em>Tutto risolto campione<\/em>.<\/p>\n<p>&#8211; E chi se ne frega? Presto Mauro mi regaler\u00e0 il Typhoon. Vi ci porto io, uno per uno.<\/p>\n<p>&#8211; Certo E., come no. Mi piacerebbe vederti dopo centinaia di chilometri in scooter -, replicai sovrappensiero.<\/p>\n<p>&#8211; Sei una mezzatacca L.! Fatti sotto! -, tuon\u00f2 lui sfoggiando dei bicipiti innaturalmente sviluppati per l\u2019et\u00e0, che riempivano al limite dello strappo le maniche di una delle sue insostituibili t-shirt di Van Damme.<\/p>\n<p>&#8211; Ma vai al diavolo, sfigato di un metallaro che non sei altro -. Part\u00ec uno spintone, ne ricevetti un secondo ed un terzo, volarono abbozzi di insulto ed in un battibaleno cominciammo a rotolare nella polvere, incastrati nella geometria instabile di una scazzottata simulata.<\/p>\n<p>&#8211; Basta! &#8211; D.N., paonazzo, ci scagli\u00f2 contro il flacone di Vix Sinex che aveva finito di spremere nelle narici. Viveva in costante crisi di astinenza da quel tossico miscuglio di mentolo e sconosciuta schifezza. &#8211; Uno del gruppo dice che se ne va, che forse non ci rivedremo e voi vi mettete a gingillare? Vergognatevi cretini!<\/p>\n<p>Sul momento non percepimmo che il suo rimprovero avrebbe marcato il confine tra l\u2019innocenza della giovinezza e la disillusione della maturit\u00e0. Ci ritrovammo tristemente ammutoliti, irrimediabilmente abbacchiati, con il capo chino e le pupille incollate sui ciottoli del sentiero che ributtava sulla via principale, rurale scappatoia dal fazzoletto di terra che assisteva taciturno alla brusca inversione di rotta dei nostri destini. Passarono minuti senza che nessuno osasse fiatare; rimanemmo immobili ad ascoltare Joey Tempest che, ottenuto in prestito il timbro sporco di D.L., si domandava a gran voce <em>se avresti camminato al nostro fianco, seguito i nostri sogni, se ci saresti stato l\u2019indomani<\/em>.<\/p>\n<p>&#8211; Va beh, mica \u00e8 un dramma. Esistono i treni, un giorno avremo perfino la patente. E poi torner\u00f2 per vedere come se la passa mia zia. Insomma troveremo la maniera di vederci -, tentasti di minimizzare.<\/p>\n<p>&#8211; Puoi giurarci fratello! -, ringhi\u00f2 la rabbia degli altri <em>Ragazzi Perduti<\/em> mentre formavano un girotondo per avvolgerti nella chimica di un abbraccio, come imperfetti atomi di idrogeno che, amoreggiando con l\u2019ossigeno, si concedono il lusso liquido della perfezione.<\/p>\n<p>Che errore madornale dare l\u2019impressione di essere pronti per la vita.<\/p>\n<p>Qualsiasi cosa essa sia.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>*<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Oggi, un pomeriggio<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Urla di silenzio e plastica di sedie Kartell. Svesto il panciotto e sgancio i gemelli, polsini di camicia arricciati in segno di resa; sporgo il volto al di l\u00e0 della finestra che rimette su un Viale della Repubblica deserto, orfano dell\u2019andirivieni di professionisti in carriera e tacchini da tribunale che vivacizza la noia dei mesi lavorativi. Fa un caldo equatoriale per via dell\u2019impeto del sole, che con colpi ben assestati annichilisce le difese del deumidificatore rimpiattato in un angolo dell\u2019ufficio. Come nell\u2019agosto di venti anni prima, quando sguazzavo in una canotta sgualcita con il collo ancora intonso dallo stupro in seta del mezzo windsor.<\/p>\n<p>Socchiudo le tapparelle, sprofondo nel tessuto della Frau direzionale ed accendo la luce fredda di una Flos che sovrasta il monitor madreperla, minimal chic quel tanto che serve per non sfigurare al cospetto della Ligne Roset su cui poggia la base triangolare. Balena l\u2019idea di un Bolero in sottofondo ma la preoccupazione che il suo regolare, concentrico crescendo sovraccarichi le tempie pulsanti immobilizza l\u2019indice ad uno sputo dal display del lettore mp3.<\/p>\n<p>Certi giorni, i giorni come oggi, somigliano alla leucemia: serpeggiano strazianti, insensati ed angoscianti, puzzano di sterco e vomitano bile. Sento formicolare le gambe per i postumi del viaggio di ritorno; un acquitrino di occhiaie imbriglia il rossore degli occhi, saturi dell\u2019immagine di un\u2019abbazia rustica frustata dagli schiaffi del vento, che solleva nubi sabbiose da un brullo piazzale della campagna senese. Uno stuolo di beninformati zampetta sugli scalini della badia, chi rassettando i boccoli per offrire il lato migliore, chi maledicendo le beffe della sorte e del creato intero. Un\u2019esile figura di donna si stacca da un grappolo di comari agghindate alla buona, incamminandosi spedita nella nostra direzione. Noi siamo solamente in quattro. Non era mai accaduto.<\/p>\n<p>&#8211; Piacere sono la moglie di Oscar. Sarebbe felice di sapervi qui.<\/p>\n<p>&#8211; Piacere. Io sono Luca, loro Enrico ed i due Davide.<\/p>\n<p>La regola \u00e8 stata infranta: le nostre iniziali sono rimaste impigliate tra i rami degli alberi di Giuda che si intrecciavano in quel lontano pomeriggio di fine estate, dimenticato ai margini dell\u2019universo, dello spazio, delle congetture.<\/p>\n<p>&#8211; Mi dispiace conoscervi in una circostanza simile.<\/p>\n<p>Intanto, scortati da una processione di baveri e tubini scuri che intasa il portico della chiesa, gli spigoli in mogano della cassa procedono all\u2019indirizzo del carro funebre, meschina gola montana che attende di risucchiarti nel precipizio dell\u2019oblio. Il portellone sbatte, il motore brontola indifferente, tua madre singhiozza disperazione; svendere una parvenza di autocontrollo non allenta la morsa dei crampi allo stomaco: \u00e9 il tempo dell\u2019altruismo, il tempo di lasciarti partire.<\/p>\n<p>&#8211; Devo andare, ma pi\u00f9 tardi vorrei farvi conoscere la nostra bambina -, balbetta la ragazza salutandoci con una debole stretta di mano.<\/p>\n<p>Ci attardiamo a fantasticare su tua figlia, il settembrino sbocciato nella palude dello stesso ospedale in cui stavi sfiorendo come un\u2019orchidea strappata al terriccio: lei salutava il mondo in una culla, tu lo congedavi da una barella. In occasione della sua nascita abbiamo conversato a lungo nonostante il male ti masticasse la voce ed il ronzio del respiratore si intromettesse come un moscone fastidioso; oltre le sbarre della terapia intensiva frullavano le ali di uno stormo di rondoni, ordinatamente incolonnato su rotaie immaginarie che promettevano il cobalto dell\u2019infinito. Mi hai confidato il desiderio di non viziarla con futili regali; ambivi a donarle un padre premuroso ed accorto, in grado di spingerla verso le stelle sul tappeto volante di un\u2019altalena o rincorrerla tra i prati senza che l\u2019ingombrante fardello dell\u2019ossigeno curvasse la schiena ad uncino: <em>perch\u00e9 in fondo la monotonia del quotidiano \u00e8 la conquista pi\u00f9 faticosa ed<\/em> <em>appagante<\/em> <em>da ottenere<\/em>.<em> Adesso lo capisco<\/em>. Dopo queste tue parole non abbiamo aggiunto altro. Non c\u2019era altro da aggiungere, se non un incrocio di sguardi vacui, la carezza di una lacrima a sciogliere il salino delle palpebre ed una pressione sul pulsante della morfina per alleviare le fitte di quel laconico, ultimo <em>arrivederci<\/em>.<\/p>\n<p>Ora tutt\u2019intorno \u00e8 buio pesto. Brancolo in un rifugio di scartoffie e preziosi arredi che non scalda, non conforta, non ripara. Adocchio il quadro appeso tra un arazzo di broccato e l\u2019ostentazione di un <em>magna cum laude<\/em>: dalla cornice si affacciano la marmitta del mio SR truccato, lo spavaldo ciuffo rame di Enrico, il riflesso dei Ray Ban a goccia di Davide N., la giubba in stile Maverick indossata da Davide L.. Mi imbatto nel tuo sorriso scanzonato per il brio delle sedici primavere, che ipnotizza come riesce al cielo terso con la corolla del girasole. Tremo pi\u00f9 di un bimbo disorientato nel regno degli orchi: le prospettive variano, gli orizzonti si annebbiano, il vuoto a perdere del senso di colpa trabocca. La pece del dolore liquef\u00e0 il petto. E mi rendo conto che senza te, amico mio, per noi <em>Ragazzi Perduti <\/em>una <em>Stagione all\u2019Inferno <\/em>\u00e8 appena iniziata.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_32579\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"32579\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Walk by my side, and follow my dreams And bear with my pride, as strong as it seems Will you be there tomorrow. \u00a0(Tomorrow, Europe) * Spesso incappo nel rovente ricordo dell\u2019agosto del 1994: una Stagione all\u2019Inferno, come la definivano le civette de La Nazione facendo capolino dai loggiati di Piazza del Comune. 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