{"id":31795,"date":"2017-05-25T21:39:50","date_gmt":"2017-05-25T20:39:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=31795"},"modified":"2017-05-25T21:39:50","modified_gmt":"2017-05-25T20:39:50","slug":"premio-racconti-nella-rete-2017-kiss-mi-licia-di-nunzia-picariello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=31795","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2017 &#8220;Kiss mi Licia&#8221; di Nunzia Picariello"},"content":{"rendered":"<p><em>\u201cIl \u00e9tait un peti navire, qui n\u2019avait jamais navigu\u00e9. Oh\u00e9, Oh\u00e9. On tira alla courte paille pour savoir chi serai mang\u00e9<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Non mi pareva una canzone adatta. Tu eri appena arrivato e lei metteva in chiaro che il caso decide del destino. Quindici giorni parevano pochi per spiegarti che qui, niente \u00e8 come sembra. Ma lei diceva che si ricordava solo quelle: le canzoni della sua infanzia in francese. Ne aveva un piccolo repertorio. Compresa una canzone in una lingua impossibile, imparata in quarta elementare e mai dimenticata. Cantandole, a mano a mano, affioravano come sassolini da una tasca rivoltata.<\/p>\n<p>Del resto, a dispetto del tuo nome, sembr\u00f2 che tu fossi gi\u00e0 al corrente di ci\u00f2 che ti aspettava. Il caso scelse uno degli ultimi giorni dell\u2019anno per spingerti via dal tuo eterno crepuscolo tiepido: non impiegasti molto. Quando varcasti l\u2019osso pubico, si sent\u00ec un rumore sordo, uno scricchiolare di rami secchi. T\u2019affacciasti, poi un ultimo respiro all\u2019unisono, facesti leva con la clavicola e sgusciasti tra le gambe di tua madre. La donna ti prese per il collo e ti sollev\u00f2 in aria e il tuo primo respiro fu un grido acuto. Piangevi l\u2019abbandono della tua condizione perfetta: ora era luce, era freddo, era aria. Un dolore acuto ad ogni respiro: tributo di male da dare alla vita. Tua madre ti guardava. Tu no. Strizzavi gli occhi, agitavi le braccia e urlavi la rabbia. La morte fa sempre arrabbiare. La morte fa urlare.<\/p>\n<p>Ti portarono via subito: c\u2019era il cambio turno e tutti avevano fretta di tornare a casa. Urgenza come di riprendere le fila, l\u00ec fuori: Necessit\u00e0 di sbuffare fiati nell\u2019aria gelida e mettere spesa nei sacchetti gialli; sollievo di togliersi giacconi e stivali nel rincasare alla luce gialla delle lampadine. Mentre lavavano via la camicia dei tuoi nove mesi, tua madre torn\u00f2 a fissare la luce lampeggiante sulla gru accanto alla cupola: l\u2019arcangelo si distingueva appena. L\u2019intermittenza le dava il senso del ritmo ipnotico, anestesia frugale per le carni penetrate da un ago ricurvo. Avvertiva il filo tirare lembi di pelle: chiss\u00e0 come si possono ricucire certe ferite. L\u2019ostetrica aveva usato le forbici: un taglio preciso nel suo essere donna. Prima era tutta. Intera, integra, intonsa. Adesso era sangue, cicatrice, latte.<\/p>\n<p>Prima era stata una con te. Ora c\u2019era lei e c\u2019eri tu. Ti aveva attaccato al seno quando tuo padre ti aveva riportato in sala. Un momento fondamentale avevano detto i libri. Un po\u2019 di teoria l\u2019aveva studiata: ma agli esami era sempre andata male: fottuta paura. Ti porse il seno sinistro. Faceste dei tentativi: tu guidato dall\u2019odore della vita, fosti meno maldestro. Per la seconda volta, quel giorno, tua madre, pens\u00f2 di aver capito il significato di essere in bal\u00eca della natura. La prima volta, era successo all\u2019arrivo in sala parto: l\u00ec s\u2019affacci\u00f2 la consapevolezza che niente nel suo corpo era pi\u00f9 legato alla sua volont\u00e0. Si era osservata. Sofferente, contorta da spinte di vita che pressavano nonostante lei.<\/p>\n<p>Succhiando ti eri quietato.<\/p>\n<p>La prima mattina della tua vita dissero che dovevi restare in osservazione. La saturazione non era buona. Dissero di starti accanto; eri attaccato ad un macchinario che misurava battiti e ossigeno. <em>Se suona<\/em>, <em>gli dia dei pizzicotti, lo svegli! Ci chiami! <\/em><\/p>\n<p>Si era seduta e ti aveva preso in braccio. Eri perso in una tuta troppo grande, con un piede legato alla macchina. Lei respirava piano. La macchina suon\u00f2. Ti scosse, ti pizzic\u00f2. Tu apristi gli occhi: un vortice oscuro su cui lei s\u2019affacciava con le ginocchia molli. Cerc\u00f2 aiuto con lo sguardo: a urlare riuscivi solo tu.<\/p>\n<p>Non sembravi sofferente. Lo disse pure il medico, un rabdomante in cerca di segnali: ti sbatteva il cuore in mezzo alla testa sottile e il fiato caldo, e il sangue in piccoli canali ad irrigare. Ti rivolt\u00f2 come una piccola bambola di pezza, solo con pi\u00f9 delicatezza. Il <em>beep<\/em> della macchina a ritmare il walzer dei segni.<\/p>\n<p>Tu ti impuntavi. Stringevi i pugni, piegavi le ginocchia secche, arricciavi il naso. Tua madre si tratteneva, i pugni serrati nella paura nuova e antica; la paura che sa liberare le viscere e riempire la testa. Sulle pendici del cuore, la cenere piovuta l\u2019anno prima. Strato fonoassorbente di sopravvivenza.<\/p>\n<p>Usciste due giorni dopo. La macchina aveva detto bugie: raccontava di respiri che non volevi fare. Invece, la tua caparbiet\u00e0 ed ostinazione erano uno stato che avevi chiarito. C\u2019eri e l\u2019avresti fatto sapere.<\/p>\n<p>Era l\u2019ultimo giorno dell\u2019anno, il primo della vita nella tua nuova casa. Un ventre pi\u00f9 grande, pi\u00f9 freddo e ripieno di luce.<\/p>\n<p>Il primo giorno dei vostri discorsi solitari:<\/p>\n<p><em>\u201cSono madre\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cSono figlio\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cNon sono pi\u00f9 figlia\u201d. <\/em><\/p>\n<p><em>\u201cTu sei. Senza me.\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cIo muoio, senza me\u201d.<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cIo vivo, senza te?\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cNoi siamo\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cNoi. Non. Siamo\u201d.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il primo giorno dei passi. Venti. Venti dal soggiorno alla camera da letto. Venti dalla camera da letto al soggiorno. Lei ha comprato una fascia di jersey lunghissima, bordeaux. Se la lega attorno al corpo. Ti infila dentro: sei di nuovo bruco nella crisalide. Poi cammina. Uno, due, tre\u2026 Conta. Canta. Venti passi in camera, giravolta si torna indietro: \u201cIl \u00e9tait un petit navire, il \u00e9tait un petit navire\u201d. Venti! Soggiorno e daccapo. La nave madre ti restituisce il rollio che ami: sei meno incazzato. Chiuso nel bocciolo, sembri dimenticarti la fatica di vivere. Ti abbandoni al sonno.<\/p>\n<p>Un, due, tre passi; un, due, tre, passano i giorni. Scorrono. Guarda le gocce di latte colare dal capezzolo duro. Il seno \u00e8 gonfio, rosso, caldo. Troppo caldo. Acqua. \u201cDatemi da bere. Presto\u201d. L\u2019arsura \u00e8 troppa. La sente afferrarle la gola, ma anche la pelle.<\/p>\n<p>\u201cDio che sete! Questa \u00e8 la Sete\u201d. La sete atavica, la sete immorale, la sete disperata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>\u201cChi sei?\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cSiamo\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cDa dove vieni?\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cDal pianeta un, due tre\u2026stella!\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cSono stanca\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cAnch\u2019io\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cHo sete\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cHo fame\u201d<\/em><\/p>\n<p><em>\u201cPiangiamo troppo\u201d<\/em><\/p>\n<p>Vi addormentate sul divano.<\/p>\n<p>Ieri c\u2019era sua madre in casa. Ti ha portato da lei e le ha detto:<\/p>\n<p>\u201cTienilo tu. Lui non mi vuole bene\u201d<\/p>\n<p>Tua nonna ti ha preso e non ha risposto. Ti ha sorriso: lei sa fare la madre. Ha vissuto per essere madre. Suo padre no. Padre mai. Tu non lo conoscerai. Chiss\u00e0 se vi sareste piaciuti. Se lo chiede. In silenzio. <em>Vi arrivano i pensieri silenziosi? <\/em><\/p>\n<p>Se n\u2019\u00e8 andata in bagno. Non si ricorda che sua madre sia stata mai donna. Ha aperto la doccia, si \u00e8 tolta i vestiti larghi, si \u00e8 infilata sotto il getto caldo. Nel vortice dello scarico rotolano sangue e lacrime. Una concessione. Respiri e singhiozzi: l\u2019acqua lava e copre. Acqua, benedetta acqua.<\/p>\n<p>Ritorna in soggiorno: hai fame. Di nuovo.<\/p>\n<p>Uscite. Lei si \u00e8 messa i pantaloni di quando ti aspettava: la pancia \u00e8 grossa, i fianchi sono grossi, i seni sono grossi, perfino i piedi, ancora non entrano in altre scarpe se non quelle da ginnastica bianche e usurate. Non si guarda allo specchio: non vuole incontrare i lividi neri sotto gli occhi di una che non conosce.<\/p>\n<p>Si lega di nuovo la fascia, ti infila dentro. Cos\u00ec la tua testa \u00e8 alla portata del naso. Si chiede se ti riconoscerebbe: sai di latte e rancido, di yogurt e pannolino.<\/p>\n<p>\u201cMesso tra altri bambini, non capirei qual \u00e8 la tua testa morbida. Forse solo toccando i tuoi capelli fini. Forse no.\u201d.<\/p>\n<p>Infila un cappotto ampio: richiude la zip su di te. Sono le 10.00. Da una settimana, alla stessa ora, prendete la gialla in Piazzale Lodi. Andate in direzione Maciachini. Scendete al capolinea, salite le scale e riprendete la direzione opposta.<\/p>\n<p>Siete andati all\u2019ospedale, l\u2019altra settimana; cos\u00ec ha scoperto che la metropolitana ti quieta. Piangi solo per segnalare la fame. Se vuoi mangiare, vi fermate. Su uno sgabello rosso, succhi quanto devi. Nessuno fa caso a voi. Nei vagoni, a quell\u2019ora c\u2019\u00e8 posto per sedersi. Se \u00e8 pieno, qualche volta rimanete in piedi. Andate fino all\u2019altro capolinea. Sono circa 40 minuti a tratta. Avanti e indietro. Qualche volta, vi addormentate sul seggiolino di plastica. Avanti e indietro. 80 minuti. Fate il tragitto due volte. Siete al riparo dal freddo, dalla pioggia dei tuoi urli, dalla solitudine della tv.<\/p>\n<p>Spunti da dentro il capotto; quando ti guardano, ti sorridono. Sempre. Fai la fisiologica tenerezza di sopravvivenza.<\/p>\n<p>\u201c\u00c8 un maschio? Quanto tempo ha? Adorabile, cicciccicci! Cocccoc\u00f2! Ciu, ciu ciu\u201d.<\/p>\n<p>Lei ha tutte le risposte pronte. Risponde saggia. Le risposte da madre. Nessuno chiede come sta. La madre \u00e8 appendice della crisalide.<\/p>\n<p>Inizia a riconoscere qualche pendolare. C\u2019\u00e8 una coppia di anziani. Si tengono sempre per mano. Lei \u00e8 preoccupata: dove devo scendere? Lui le stringe la mano. <em>Stai tranquilla, io so dove andare. <\/em>Tutte le mattine, cos\u00ec. Cerca negli occhi dei due i segni della vita. Cosa li ha guidati fin l\u00ec, a quale appiglio si sono stretti quando la vita li ha strattonati: l\u2019uno all\u2019altra, alla famiglia, al lavoro? A quale fermata scenderanno? Il dipanarsi di una vita \u00e8 una matassa che non sa comprendere. Il futuro non sembra pi\u00f9 appartenerle, n\u00e9 appartenere al tempo. Tu sei futuro e ogni giorno ne rivendichi di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Una donna sale con la carrozzina. Si siede accanto a voi. Dentro, avvolto in una copertina azzurra, un bambino. Lei sbircia. La donna le sorride: \u00e8 il contatto stabilito dalle madri, il codice non scritto dell\u2019esclusivo club. \u201cKiss me Licia\u201d, il circolo delle madri innamorate.<\/p>\n<p>\u201cQuanto tempo ha il suo?\u201d<\/p>\n<p>\u201cCinquantacinque giorni\u201d<\/p>\n<p><em>Cinquantacinque notti senza giorni. Pochi per conoscerci e amarci. Pochi per comprendere, sebbene ti abbia compreso per nove mesi. <\/em><\/p>\n<p>\u201cLui fa un mese, tra 5 giorni\u201d.<\/p>\n<p>Le regole del circolo sono chiare: si contano i giorni d\u2019amore, i sospiri emessi, le cacche prodotte, le ore passate tra una poppata e l\u2019altra, le tutine lavate con il Napisan. E si scrivono le date nel diario: il primo giorno a casa, il primo bagnetto, quando \u00e8 caduto il cordone, il primo sorriso. Lei conta le parole, quanti minuti piangete, i passi dalla camera, i minuti di metropolitana, le canzoncine e quanto manca al sorgere di un\u2019altra notte. Non ha credenziali di felicit\u00e0 per essere ammessa al club.<\/p>\n<p>\u201c\u00c8 un bel bambino. Sembra buono\u201d<\/p>\n<p>\u201cS\u00ec, dorme quasi tutta la notte. Lui dorme?\u201d<\/p>\n<p>\u201cDormiamo poco. Sogniamo.\u201d\u00a0<em>Sogniamo di essere in una pancia luminosa, dove rimbalzano risate e carezze. Sogniamo di capirci senza parlarci. Sogniamo di saltare con il cordone, tenendoci per mano.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Siete stanchi delle luci e del rumore. La gente affolla i vagoni. Allora, lasciate le viscere, riemergete e vi riempite di aria grigia.<\/p>\n<p>Lei ha ancora quell\u2019andatura dondolante: il baricentro dislocato in chiss\u00e0 quale punto del corpo. Ti guardi in giro, in alto.<\/p>\n<p>\u201cMMM&#8230;.MMM\u2026\u201d<\/p>\n<p><em>Mamma<\/em>. Non riesci a dirlo. Nemmeno lei. \u00c8 troppo presto. Nel ciondol\u00eco della camminata, un intermezzo: un piccolo sussulto. Come un passo falso. O solo, un passo diverso.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_31795\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"31795\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cIl \u00e9tait un peti navire, qui n\u2019avait jamais navigu\u00e9. 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