{"id":30960,"date":"2017-05-04T18:04:38","date_gmt":"2017-05-04T17:04:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=30960"},"modified":"2017-05-18T12:23:47","modified_gmt":"2017-05-18T11:23:47","slug":"premio-racconti-nella-rete-2017-vico-purgatorio-ad-arco-di-daniela-simeone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=30960","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2017 &#8220;Vico Purgatorio ad Arco&#8221; di Daniela Simeone"},"content":{"rendered":"<p>\u201cDomenico, Dom\u00e8 a mamm\u00e0. Dai facciamo un gioco. Ora tu ti metti seduto sotto a quel portone e cominci a contare. Io torno subito\u201d.<\/p>\n<p>Uno, due, tre, quattro<\/p>\n<p>Domenico aveva tre anni e conosceva solo i numeri della guerra. Un etto di caff\u00e8, due etti di farina, tre sigarette, quattro patate.<\/p>\n<p>\u201cMa quanto pesa. Quando era vivo pareva nu&#8217; quattr&#8217; ossa, ora pesa un quintale. Sar\u00e0 tutta la merda che tiene dentro\u201d.<\/p>\n<p>Una calza con la riga dietro, due calze con la riga dietro perch\u00e9 Pasquale ha trovato la compagna alla borsa nera, tre tavolette di cioccolato tirate dai camion, quattro scatolette di carne&#8230;&#8230;.ma quanto so&#8217; belli sti mericani.<\/p>\n<p>\u201cJohn, Jack, ma come ti chiami!\u201d.<\/p>\n<p>John guardava quella donna dal fondo della piazza. Era sera e se non fosse stato per quella striscia rossa a terra sarebbe stato tutto nero. Gli sembrava una pazza, un cesto di capelli neri che tentava di trascinare quel corpo inerte ma riusciva a fare solo pochi metri.<\/p>\n<p>\u201cSoldato, sold\u00e0 che guardi a fare! O mi aiuti o mi denunci!\u201d.<\/p>\n<p>Uno, due, tre, quattro, i numeri della guerra cullavano Domenico come una ninna nanna.<\/p>\n<p>Uno, due, tre&#8230;&#8230;..il sonno se lo era preso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando le sirene avevano cominciato a suonare erano le prime luci dell&#8217;alba. Tutti erano corsi nei rifugi, nelle centinaia di cunicoli e gallerie sotterranee che attraversavano il sottosuolo di Napoli. E l\u00ec, appiccicati gli uni agli altri un po&#8217; per la paura, un po&#8217; per il freddo, avevano aspettato che passasse.<\/p>\n<p>\u201cHa da pass\u00e0 a nuttata\u201d disse Don Gaetano \u201cio me lo sentivo che avrebbero bombarda<\/p>\n<p>to stanotte. Ieri mattina, mentre passeggiavo sulla spiaggia&#8230;&#8230;.\u201d.<\/p>\n<p>\u201cE gi\u00e0, perch\u00e9 lui la mattina passeggia!\u201d gli fece eco Donna Rosaria.<\/p>\n<p>\u201cE su Donna Rosaria fatelo spiegare\u201d dissero due o tre donne in coro.<\/p>\n<p>\u201cAllora, se mia moglie permette!\u201d.<\/p>\n<p>\u201cPermette, permette\u201d riecheggiarono le donne.<\/p>\n<p>\u201cEro sulla riva che ascoltavo quello che il mare diceva\u201d<\/p>\n<p>\u201cE che, m\u00f2 il mare parla\u201d<\/p>\n<p>\u201cSi, eccome! Generalmente parla in napoletano, ma ieri mattina c&#8217;era acqua straniera. Me ne sono accorto perch\u00e9 non capivo le parole. E&#8217; vero, ho pensato, quella l&#8217;acqua si mescola, va, viene. Una mattina potete trovare acqua locale, altre volte acqua che vie=<\/p>\n<p>ne da pi\u00f9 lontano, ma sempre italiana. Ieri invece era proprio straniera, acqua forestie=<\/p>\n<p>ra niente di buono. In un primo tempo ho pensato che forse ero io a non capire bene, ma poi avvicinando l&#8217;orecchio mi sono convinto che quell&#8217;acqua veniva da molto lontano e che qualcosa doveva accadere\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il bombardamento era stato lungo, a Maria pareva che la terra continuasse a tremare anche ora che tutto era passato.<\/p>\n<p>Erano le cinque e la luce del giorno stentava ad arrivare coperta dalla polvere che le bombe si tiravano dietro. Era uscita dal rifugio dove aveva passato gran parte della notte. Respirava a fatica muovendosi tra rovine e cadaveri ai quali non faceva quasi pi\u00f9 caso.<\/p>\n<p>\u201cMar\u00ec per favore dammi una mano. Stavo camminando per tornare a casa ma si \u00e8 staccato un cornicione e me lo sono preso diritto in testa\u201d.<\/p>\n<p>Era Ciro, abitava due vicoli dopo il suo. Pi\u00f9 grande di lei di almeno dieci anni, l&#8217;aveva incontrato qualche volta ma non poteva dire di conoscerlo bene.<\/p>\n<p>\u201cAppoggiati a me, non ti preoccupare. Ce ne torniamo verso casa cos\u00ec ti fai medicare\u201d.<\/p>\n<p>Ciro si appoggi\u00f2 a lei, la mano sulla sua spalla. Maria not\u00f2 quanto quella pressione fosse leggera. Pens\u00f2 a una gentilezza nei suoi confronti, non voleva essere di peso.<\/p>\n<p>E cos\u00ec cominciarono a frequentarsi. Maria non aveva mai conosciuto suo padre e sua madre le aveva sempre raccontato che era morto in una delle tante epidemie di colera quando lei era molto piccola.<\/p>\n<p>Maria di uomini ne ricordava tanti la sera a casa sua che andavano a trovare sua madre, visi che andavano e venivano, nessuno che l&#8217;avesse chiamata figlia.<\/p>\n<p>Ad un certo punto aveva deciso di non voler sapere e smise di chiedere, tanto aveva tutto il vico ad occuparsi di lei: Tore &#8216;o sciuscellaro che vendeva le carrube all&#8217;angolo con la Chiesa di Sant&#8217;Antonio Abate, Ciccio &#8216;o paternustraro che faceva le corone del Rosario con i semi delle carrube di Tore, che San Gennaro abbia un occhio di riguardo, Peppe &#8216;o conciambrielle che intorno al collo portava la matassa di fil di ferro per riparare gli ombrelli e Sas\u00e0 col suo carrettino con la mola che azionava con un pedale a tavoletta, l&#8217;ammollafrobbice.<\/p>\n<p>Gli uomini pi\u00f9 anziani di lei l&#8217;attiravano e per questo aveva cominciato a fare l&#8217;amore con Ciro.<\/p>\n<p>Ma dell&#8217;amore poco sapeva e meno ancora di figli. Quando rimase incinta Ciro le disse:<\/p>\n<p>\u201cConosco una mammana che ci pu\u00f2 aiutare\u201d.<\/p>\n<p>Ma quando arrivarono a Vico Purgatorio ad Arco, tra i ferri da calza di donna Titina, a Maria sembr\u00f2 di intravedere le fiamme dell&#8217;inferno che l&#8217;avrebbero ingoiata se avesse fatto quella cosa.<\/p>\n<p>Disse a Ciro di aspettarla che doveva chiedere consiglio a Lucia. Percorse un tratto di Via dei Tribunali ed entr\u00f2 nella Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Si diresse all&#8217;altare maggiore, dietro c&#8217;era una scala ed incominci\u00f2 a scendere.<\/p>\n<p>Uno, due, tre, sette gradini non si ricordava pi\u00f9 quanti fossero. Venticinque, ventisei, ventisette, trenta si inoltrava sempre pi\u00f9 nel ventre della terra.<\/p>\n<p>Ora la scala si faceva pi\u00f9 stretta, la luce pi\u00f9 fioca. Cinquantotto, cinquantanove, sessanta, odore di umido, odore di morte ma di una morte che non fa paura.<\/p>\n<p>Le scale erano finite. Tutto quello che era vistoso sopra era umile sotto, tutto quello che era luce sopra era buio sotto. I morti chiedevano discrezione, volevano essere lasciati in pace ne avevano gi\u00e0 fatte di fesserie nella vita , ora volevano riposare. I teschi erano tutti l\u00e0 in uno spazio grande quanto la Chiesa Superiore, piccoli, grandi, interi, fratturati, per tutti una nicchia, un nome e un dolore da ascoltare. Erano stati marinai, appestati, decollati, appiccati, prostitute, i \u201cmale morti\u201d abbandonati senza cordoglio.<\/p>\n<p>Maria non aveva paura di tutte quelle capuzzelle, sua madre ce l&#8217;aveva portata la prima volta quando aveva solo cinque anni.<\/p>\n<p>\u201c Non devi avere paura Mar\u00ec, noi siamo i poveri di qua loro i poveracci di la. Non troveranno mai pace se noi non preghiamo per loro\u201d e le aveva fatto toccare il suo teschio, quello per il quale aveva sistemato una nicchia, una bella nicchia grande quanto due o tre messe insieme.<\/p>\n<p>\u201c Cos\u00ec sta pi\u00f9 comodo e ci protegge meglio\u201d le aveva detto sua madre incominciando a sciorinare le preghiere ad alta voce perch\u00e9 il morto le sentisse meglio.<\/p>\n<p>Nunziatina e Tunnulella erano gi\u00e0 l\u00ec, in fila prima di lei, per parlare con Lucia.<\/p>\n<p>\u201cE&#8217; cosa di donne scendere qua sotto, gli uomini sembra non abbiano mai nulla da chiedere\u201d si sent\u00ec dire da una voce che proveniva da una nicchia sulla destra.<\/p>\n<p>\u201cNo, \u00e8 che gli uomini fanno finta, si vergognano di avere bisogno\u201drispose un&#8217;altra voce da sinistra.<\/p>\n<p>Maria si guard\u00f2 intorno ,era vicina all&#8217;unica parete di tufo senza nicchie ma completamente ricoperta di ex voto.<\/p>\n<p>\u201cMio marito tiene un&#8217;altra donna\u201d e una candela veniva accesa.<\/p>\n<p>\u201cNon riesco ad avere figli\u201d e una collanina veniva lasciata.<\/p>\n<p>\u201cFammi trovare ciorta\u201d chiedeva Retella al teschio che aveva adottato e che avrebbe intercesso per lei.<\/p>\n<p>\u201cHa voglia di supplicare quella\u201d disse Nunziatina rivolgendosi a Tunnulella e a Maria.<\/p>\n<p>\u201cMa non abita in quel basso in fondo a Vico Cinquesanti?\u201d chiese Maria.<\/p>\n<p>\u201cS\u00ec, \u00e8 lei. Ma chi se la prende chiatta come \u00e8. E&#8217; un caso perso\u201d aggiunse Tunnulella con un sorrisetto cattivo.<\/p>\n<p>Ma a furia di pregare e di accudire il suo teschio Retella un marito lo trov\u00f2. Oddio non proprio uno intero perch\u00e9 nel vico si vociferava che un difettuccio ce lo aveva, s\u00ec s\u00ec proprio \u201cquel\u201d difettuccio. Ma Retella si accontent\u00f2: meglio un mezzo uomo che zitella.<\/p>\n<p>Lucia per\u00f2 tra tutte le \u201canime pezzentelle\u201d, quelle dei morti peccatori, a cui le donne napoletane si rivolgevano per una grazia, era la pi\u00f9 importante. Il suo teschio piccolo, da ragazza di sedici anni che si diceva morta per amore, era appoggiato su un cuscino decorato con fiori in modo che stesse pi\u00f9 comodo. Tutto intorno un prezioso velo da sposa.<\/p>\n<p>\u201cLuc\u00ec\u201d disse Maria quando arriv\u00f2 il suo turno \u201cCiro dice che questo bambino non ce lo possiamo tenere. I soldi sono pochi e in tre non possiamo campare\u201d.<\/p>\n<p>Il teschio di Lucia reag\u00ec facendo spostare il velo leggermente e a Maria la risposta apparve chiara.<\/p>\n<p>Corse verso la scala impervia che collegava il mondo dei morti con quello dei vivi e disse a Ciro cercando di essere convincente anche se aveva pi\u00f9 paura di lui: \u201cCiruzzo noi ci vogliamo bene e un figlio \u00e8 una santa cosa\u201d.<\/p>\n<p>Ciro non ne voleva sapere ma fece quello che sapeva fare meglio: niente.<\/p>\n<p>Maria ingrassava e si arrangiava facendo la capera in casa o nella bella stagione sul marciapiede davanti al basso.<\/p>\n<p>Un giorno mentre tagliava la treccia bionda di Assuntina (che poi l&#8217;avrebbe venduta e qualcosa ci avrebbe di sicuro ricavato tanto erano belli i suoi capelli) sent\u00ec un liquido caldo colarle tra le gambe.<\/p>\n<p>\u201cU\u00e8, Maronna mia!\u201d esclam\u00f2 e la testa di Domenico si fece strada nel Decumano Maggiore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il giorno che Domenico lasci\u00f2 il collegio era una mattina di sole cos\u00ec forte che i raggi si infilavano anche nei vicoli pi\u00f9 nascosti, nei bassi pi\u00f9 interrati.<\/p>\n<p>I panni stesi sulle corde da un balcone all&#8217;altro erano talmente abbagliati dalla luce che pareva non avessero buchi.<\/p>\n<p>Aveva tredici anni e aveva passato gli ultimi dieci in collegio dai preti. L\u00e0 tutte le famiglie degli Esposito, Scognamiglio, Russo, Donnarumma avevano almeno un figlio. La guerra era la guerra, la fame pure e tutti quelli che non erano stati abbando=<\/p>\n<p>nati nella Ruota degli Esposti dell&#8217;Ospedale della Santissima Annunziata vi avevano trovato almeno un pasto al giorno e un letto in due.<\/p>\n<p>Maria, quel giorno di dieci anni prima, aveva raccontato che la mattina si era svegliata e non aveva trovato Ciro. L&#8217;aveva\u00a0 cercato ma poi aveva pensato che fosse uscito per cercare di arrangiarsi.<\/p>\n<p>\u201cMa quando mai, quello \u00e8 uno sfessato. Non solo non tiene voglia di fare niente, ma nemmeno cerca di farsela venire\u201d le disse sua madre.<\/p>\n<p>Fatto sta che era passato un giorno, una settimana, sei mesi,\u00a0 ma di Ciro nemmeno l&#8217;ombra. E cos\u00ec aveva deciso di mandare la creatura, &#8216;o piezz &#8216;e core dai preti perch\u00e9 solo col mestiere di capera non ce la faceva a mantenere tutti e due.<\/p>\n<p>Il quartiere era tutto in festa per il ritorno a casa di Domenico.<\/p>\n<p>\u201cQuanto ti sei fatto bello Mimm\u00ec\u201d gli gridavano dai balconi.<\/p>\n<p>E pure lui era contento di ritornare a vivere in quel basso di Via dei Tribunali insieme a sua madre Maria e a sua nonna Concetta che per\u00f2 si faceva chiamare Sofia per la venerazione che aveva per la Loren. O meglio Sof\u00ec quando la chiamavano da vicino e Sofi&#8230;aaa quando la chiamavano da lontano.<\/p>\n<p>Quando la \u201ca\u201d arrivava a destinazione sua nonna aveva come un sussulto tanta era la forza che la vocale aveva acquistato passando di bocca in bocca, di vico in vico, di basso in basso.<\/p>\n<p>\u201cCh&#8217;\u00e8 stato\u201d diceva lei con una nota di preoccupazione nella voce.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cDomenico, noi andiamo. Tu vieni?\u201d.<\/p>\n<p>A chiamarlo erano Ciciotto e Furtunato, i suoi migliori amici del quartiere.<\/p>\n<p>Da quando era tornato a casa erano gi\u00e0 passati due anni e lui aveva cominciato ad integrarsi bene. Certo all&#8217;inizio era stata dura.<\/p>\n<p>\u201cMa guardatelo, con quelle gambine secche e bianche pare un pollo\u201d dicevano ridendo i ragazzi del quartiere.<\/p>\n<p>Ma lui che colpa aveva, dai preti portava il vestito da seminarista e le sue gambe il sole non l&#8217;avevano visto mai.<\/p>\n<p>Ora per\u00f2 era il migliore attaccante della sua squadra, lo Spaccanapoli calcio.<\/p>\n<p>Sopra il suo letto, nella stanza che divideva con sua madre, aveva attaccato i ritagli di giornale che parlavano dei suoi idoli: Hasse Jeppson detto \u201c&#8217;o banco e Napule\u201d perch\u00e9 l&#8217;avevano pagato la bellezza di centocinque milioni di lire e Luis Vinicio \u201c&#8217;o lione\u201d.<\/p>\n<p>Un giorno, durante l&#8217;ultimo incontro della stagione calcistica dello Spaccanapoli, una luce abbagli\u00f2 il portiere della squadra avversaria e la palla entr\u00f2 in rete. Il pubblico grid\u00f2 al miracolo.<\/p>\n<p>\u201cA Maronna &#8216;a fatto a grazia!\u201d.<\/p>\n<p>Nell&#8217;euforia generale si vide avanzare Domenico splendente nella sua divisa, calzoncini bianchi e maglietta azzurra. Nonna Sofia, per la quale la \u201clustrit\u00e0\u201d era fondamentale, aveva compiuto il miracolo.<\/p>\n<p>\u201cCon le pezze a culo ma brillanti\u201d amava ripetere.<\/p>\n<p>La squadra avversaria tent\u00f2 di far annullare quel gol ottenuto con l&#8217;abbaglio, ma non ci fu niente da fare. Il gol fu convalidato, lo Spaccanapoli era salvo.<\/p>\n<p>Domenico &#8216;o sistimato, come fu soprannominato dai fans da quel giorno per l&#8217;impeccabilit\u00e0 della sua divisa, fu portato in trionfo ed ebbe il suo momento di gloria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non si stava mai fermi in Via dei Tribunali. La\u00a0 gente usciva da un basso e entrava in un altro senza nemmeno bisogno di annunciarsi tanto le porte erano vicine. Domenico dalla sua cucina vedeva Cicciotto mangiare e in estate, con tutto spalancato per il gran caldo, riusciva anche a parlarci come fossero allo stesso tavolo.<\/p>\n<p>Quello che per\u00f2 Mim\u00ec detestava dell&#8217;estate era la rassegna dei film di Sofia dalle 12 alle 13.30 a casa della signora Catarina che era l&#8217;unica del vicolo ad avere la televisione perch\u00e9 il marito faceva il contrabbando.<\/p>\n<p>\u201cDomenico aspetta che ora le chiede di sposarlo\u201d diceva sua nonna quando lui verso l&#8217;una le si avvicinava perch\u00e9 moriva di fame.<\/p>\n<p>\u201cMa chi?\u201d.<\/p>\n<p>\u201cCari\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMa a chi?\u201d.<\/p>\n<p>\u201cA Sofia\u201d.<\/p>\n<p>Di tutti i film di Sofia \u201cUn marito per Cinzia\u201d era il preferito di sua madre e di sua nonna ed era anche l&#8217;unico in cui la riga nera sull&#8217;occhio destro di sua nonna mostrava un cedimento, un leggero rigagnolo nero che scendeva fino al collo.<\/p>\n<p>\u201cAh! Quant&#8217;\u00e8 bella Sofia. Pare &#8216;na sfugliatella\u201dsospirava sempre sua nonna alla fine del film.<\/p>\n<p>Non gli restava che andare alla friggitoria di Lucariello, quella a San Gregorio Armeno<\/p>\n<p>\u201cDomenico, a che punto siamo?\u201dchiedeva Lucariello vedendolo entrare.<\/p>\n<p>\u201cLe sta chiedendo di sposarlo\u201d.<\/p>\n<p>\u201cAh, allora mancano almeno venti minuti. Che ti do?\u201d.<\/p>\n<p>La rassegna estiva lo costringeva ad una dieta di panzerotti, pastecresciute e scagliuozzi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli anni passavano e Domenico era diventato lungo come una pertica e secco secco. A sua madre e a sua nonna non assomigliava di certo tanto erano pi\u00f9 larghe che lunghe.<\/p>\n<p>Una volta aveva sentito dire a Marittella mentre parlava con Catarina nella cucina del suo basso: \u201cPare proprio Ciruzzo suo padre, fatto e finito\u201d.<\/p>\n<p>Mim\u00ec aveva provato a chiedere notizie su di lui ma sua madre rispondeva sempre allo stesso modo: \u201cUn bel giorno \u00e8 sparito, cos\u00ec dall&#8217;oggi al domani. Non vale neanche la pena di cercarlo tanto era un uomo di niente\u201d e l&#8217;argomento veniva chiuso, anzi sigillato.<\/p>\n<p>Ma Domenico non si voleva rassegnare. Vedeva i padri dei suoi amici fare il tifo alle partite e allora pensava che anche al suo sarebbe piaciuto e che forse gli era successo qualcosa che gli impediva di tornare.<\/p>\n<p>Pensando e ripensando era arrivato al suo diciottesimo compleanno.<\/p>\n<p>Maria ne aveva acconciato di teste per potergli fare quel regalo. Ricce, lisce, ondulate.<\/p>\n<p>\u201cMar\u00ec, li voglio belli lisci con la frangetta\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMar\u00ec, li voglio cotonati come la Lor\u00e8n\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMar\u00ec, fammi&#8230;&#8230;&#8230;.\u201d.<\/p>\n<p>Quella volta non ci vide pi\u00f9, quando \u00e8 troppo \u00e8 troppo.<\/p>\n<p>\u201cSenti Titina, i tuoi capelli sembra che abbiano fatto un suicidio di massa. Tu tieni quattro peli in testa, che vuoi che faccia!\u201d.<\/p>\n<p>E fu cos\u00ec che dovette lavorare un mese in pi\u00f9 perch\u00e9 Titina cambi\u00f2 parrucchiera. Se ne and\u00f2 da quella pacchiana di Melina che aveva il basso in vico Fico al Purgatorio e che quando uscivi pareva che fossi stata in riva al mare in una giornata di scirocco tanto erano cotonati, una testa che pareva un grattacielo.<\/p>\n<p>Ma un mese in pi\u00f9 di lavoro ne valeva la pena per quell&#8217;orologio col cinturino di pelle nera che bello era bello per i diciotto anni di Domenico.<\/p>\n<p>Certo Annarella a suo figlio l&#8217;orologio glielo aveva regalato per la comunione come da tradizione, ma lei non ce l&#8217;aveva fatta.<\/p>\n<p>La medaglina, quella d&#8217;oro con la Madonna per il battesimo, quella s\u00ec, ma l&#8217;orologio aveva rimandato e ora non voleva fare brutta figura.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La festa fu bellissima, tutti passarono a trovarlo e a vedere quell&#8217;orologio.<\/p>\n<p>\u201cMar\u00ec, ti sei superata!\u201d disse Sofia commossa alla figlia.<\/p>\n<p>Maria era stranamente agitata, proprio lei che per smuoverla ci voleva solo un cataclisma. Camminava avanti e indietro nella cucina offrendo caff\u00e8 a chiunque entrasse ma con lo sguardo sempre rivolto verso la stanza che divideva con Mim\u00ec.<\/p>\n<p>Ad un tratto, come dal nulla, si sent\u00ec la sua voce chiedere a Domenico:<\/p>\n<p>\u201cMim\u00ec, bello &#8216;e mamm\u00e0, mi vuoi pigliare il ventaglio che sta nel primo cassetto del com\u00f2 in camera? Fa un caldo che si schiatta\u201d.<\/p>\n<p>I presenti si guardarono: era gennaio e tutto faceva tranne che caldo.<\/p>\n<p>\u201cCerto mamm\u00e0!\u201d rispose Domenico che non se la sentiva di contraddire sua madre.<\/p>\n<p>La fotografia era proprio in alto, in bellavista tra fazzoletti e mutande.<\/p>\n<p>Quel cassetto Domenico l&#8217;aveva aperto migliaia di volte ma quella foto non l&#8217;aveva mai vista. Ritraeva una Maria sorridente e giovane insieme a un giovanottone in divisa che sembrava allevato a burro di arachidi e disciplina. Sul retro della foto un nome e un indirizzo di Roma.<\/p>\n<p>Domenico per prima cosa pens\u00f2 di chiedere spiegazioni a sua madre, ma ripensando alle sue risposte degli ultimi quindici anni decise di far finta di nulla. Le port\u00f2 il ventaglio, lei lo squadr\u00f2 in cerca di una domanda che non sarebbe arrivata, almeno quella sera.<\/p>\n<p>Domenico non riusc\u00ec a chiudere occhio quella notte e non perch\u00e9 Maria come sempre russava che pareva la pentola del rag\u00f9 della domenica, ma perch\u00e9 non riusciva a fare a meno di guardare l&#8217;uomo della foto in cerca di una qualche somiglianza.<\/p>\n<p>Si alz\u00f2 all&#8217;alba per sparire prima che le donne di casa si alzassero e gli impedissero di partire.<\/p>\n<p>Prese il primo treno della mattina e non ebbe difficolt\u00e0 a trovare l&#8217;indirizzo segnato sulla foto. Chiese il piano al portiere, che lo scrutava sospettoso dalla guardiola, e una volta di fronte alla porta buss\u00f2 pi\u00f9 volte senza ottenere risposta. Non aveva ancora finito di pensare che aveva fatto un viaggio a vuoto che la porta si apr\u00ec leggermente con un gran rumore di chiavi.<\/p>\n<p>\u201cCerchi qualcuno?\u201d gli chiese la donna che si trov\u00f2 di fronte.<\/p>\n<p>\u201cBuongiorno, mi chiamo Domenico e sto cercando il signor Stoner, John Stoner\u201d.<\/p>\n<p>\u201cE&#8217; mio marito. Se ti vuoi accomodare te lo chiamo subito\u201d e spalanc\u00f2 la porta per farlo entrare in una stanza in fondo al corridoio, uno studio in leggera penombra.<\/p>\n<p>Domenico si sent\u00ec avvolgere da profumi sconosciuti, da un calore che dalla punta delle dita dei piedi risaliva piano piano al viso facendolo diventare tutto rosso.<\/p>\n<p>Un uomo era l\u00ec, appoggiato allo stipite della porta. Lo fissava e quando Domenico si volt\u00f2 i suoi occhi sembrarono offuscarsi come richiamati da un passato diventato improvvisamente presente.<\/p>\n<p>Domenico scatt\u00f2 in piedi e pens\u00f2 di non assomigliare per niente all&#8217;uomo che aveva davanti.<\/p>\n<p>\u201cBuongiorno, mi chiamo Domenico. Sono il figlio di Maria\u201d.<\/p>\n<p>\u201cLo so chi sei. Ho sperato fino all&#8217;ultimo che tu non venissi\u201d.<\/p>\n<p>In quel momento il silenzio tra di loro si fece cos\u00ec spesso che nemmeno il ritmo lento della musica di Sidney Bechet che proveniva dall&#8217;altra stanza riusciva ad assottigliare.<\/p>\n<p>Poi John disse al ragazzo:<\/p>\n<p>\u201cTi prego, siediti sar\u00e0 un lunga giornata\u201d.<\/p>\n<p>Domenico obbed\u00ec e si lasci\u00f2 cadere sulla poltrona dietro di lui.<\/p>\n<p>\u201cE&#8217; difficile trovare le parole per raccontare questa storia. Maria le ha cercate per tutti questi quindici anni senza trovarle\u201d.<\/p>\n<p>Fece una leggera pausa.<\/p>\n<p>\u201cNon sentivo tua madre da tantissimo tempo, direi da circa quattordici anni. Poi improvvisamente qualche mese fa mi telefona. Non so come abbia fatto a trovarmi ma mi dice che proprio non ci riesce, che tu continui a chiederle di tuo padre ma lei non trova le parole adatte a spiegarti, a farti capire senza perderti. Mi chiede di aiutarla un ultima volta, di essere io a farlo\u201d.<\/p>\n<p>\u201cA farmi capire cosa. Cosa sa lei di mio padre?\u201d.<\/p>\n<p>La voce di John si fece pi\u00f9 profonda, sembrava venire da lontano:<\/p>\n<p>\u201cEra il maggio del 1943. Mi trovavo a Napoli al seguito dell&#8217;esercito americano e quella sera avevo finito il mio turno di guardia e facevo un giro prima di ritornare al mio alloggio. Era buio quando arrivai in quella piazza, pochi lampioni ad illuminare uno spazio cos\u00ec grande ma d&#8217;altronde eravamo in guerra\u201d.<\/p>\n<p>Si ferm\u00f2 un attimo a riprendere fiato.<\/p>\n<p>\u201cAd un tratto le urla disperate di una donna\u201d.<\/p>\n<p>\u201cSe gli metti ancora le mani addosso ti ammazzo, sei un bastardo!\u201d.<\/p>\n<p>\u201cPoi il pianto di un bambino e ancora colpi sordi e grida di donna. Poi una risata che pareva non finire mai, maschile, metallica come i colpi di una mitragliatrice. Di colpo un tonfo seguito da un lamento e un rumore di sassi lanciati\u201d.<\/p>\n<p>\u201cDomenico, Dom\u00e8 a mamm\u00e0. Dai facciamo un gioco. Ora tu ti metti seduto sotto a quel portone e cominci a contare. Io torno subito\u201d. Uno, due, tre, quattro.<\/p>\n<p>\u201cE&#8217; stato allora che l&#8217;ho vista, che ho visto tua madre trascinare quel corpo, tuo padre. Mi chiese aiuto, non ce la faceva a trascinarlo da sola e io non riuscii a negarglielo tanto mi pareva disperata\u201d.<\/p>\n<p>Di nuovo si ferm\u00f2. Domenico era impietrito, respirava appena.<\/p>\n<p>\u201cLo trascinammo per un bel tratto fino alle macerie di un palazzo che era stato bombardato la sera prima. Si era creata una grossa voragine nel terreno e noi vi\u00a0 gettammo il cadavere dentro e lo ricoprimmo con le macerie. Con tutti i morti di quei giorni un corpo in pi\u00f9 o in meno non avrebbe fatto differenza. Tu ti eri addormentato nell&#8217;androne di quel palazzo dove tua madre ti aveva lasciato. Ti ho preso in braccio e vi ho riaccompagnato a casa. Maria piangeva in silenzio, non ho avuto bisogno di chiederle niente. Era una calda serata di primavera e tua madre portava una camicetta a fiori con le maniche corte. Le braccia erano piene di lividi e graffi.<\/p>\n<p>Quando vi ho lasciati mi ha chiesto come mi chiamavo. Ci siamo rivisti nei giorni successivi. Passeggiavamo senza bisogno di parole e in uno di quei giorni abbiamo fatto quella foto. Poi io sono tornato negli Stati Uniti, mi sono sposato con una donna italiana e sono ritornato a vivere a Roma. Non ho saputo pi\u00f9 nulla di voi fino a qualche mese fa\u201d. La voce gli si strinse in gola, le parole imprigionate per sempre.<\/p>\n<p>John guard\u00f2 Domenico: era tutto rannicchiato su quella poltrona, le ginocchia strette al petto, piangeva e improvvisamente la sua voce si fece bambina.<\/p>\n<p>Uno Maria<\/p>\n<p>Due Maria e Ciro<\/p>\n<p>Tre ci sono anche io con loro<\/p>\n<p>Quattro quattro maggio 1943, una striscia di sangue in terra, l&#8217;unico ricordo che ho di mio padre.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_30960\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"30960\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cDomenico, Dom\u00e8 a mamm\u00e0. Dai facciamo un gioco. Ora tu ti metti seduto sotto a quel portone e cominci a contare. Io torno subito\u201d. Uno, due, tre, quattro Domenico aveva tre anni e conosceva solo i numeri della guerra. Un etto di caff\u00e8, due etti di farina, tre sigarette, quattro patate. \u201cMa quanto pesa. 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