{"id":28177,"date":"2016-05-25T23:07:22","date_gmt":"2016-05-25T22:07:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=28177"},"modified":"2016-05-25T23:07:22","modified_gmt":"2016-05-25T22:07:22","slug":"premio-racconti-nella-rete-2016-una-strana-eredita-di-carmen-rossi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=28177","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2016 &#8220;Una strana eredit\u00e0&#8221; di Carmen Rossi"},"content":{"rendered":"<p>Quella che mio padre mi lasci\u00f2, nel momento in cui dovevo iscrivermi all\u2019universit\u00e0, \u00e8 una strana eredit\u00e0.<\/p>\n<p>Ogni passaggio da un livello di scuola ad un altro rappresenta un momento, a suo modo, importante per lo studente; ma quello dalle scuole superiori all\u2019universit\u00e0 era e doveva essere pi\u00f9 importante degli altri. Il motivo, ancor oggi, mi sfugge. Le fasi di crescita sono sempre importanti e pensare che una sia prevalente sulle altre, mi risulta difficile. Comunque anche se io, allora come ora, non riuscivo a capirne il senso, la mia famiglia mi indicava chiaramente che non poteva che essere cos\u00ec. A sancire ancor di pi\u00f9 la svolta fu, pi\u00f9 di ogni altra cosa, l\u2019acquisto di una nuova scrivania. Fu mio padre a decidere che, dato lo studio che mi accingevo ad affrontare, avevo bisogno di una nuova scrivania, grande.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fino ad allora la mia carriera scolastica poteva dirsi soddisfacente. Certo, c\u2019era stato un inciampo, allorch\u00e9 volli iscrivermi a tutti i costi al liceo scientifico, invece che ad un istituto professionale, secondo i miei genitori pi\u00f9 adatto alle mie possibilit\u00e0. Quell&#8217;anno fu forse il pi\u00f9 importante della mia vita e la bocciatura che lo segn\u00f2 la pi\u00f9 grande lezione che abbia mai imparato.<\/p>\n<p>Ero diventata grande e potevo fare come mi pareva. Cos\u00ec pensavo. Una nuova scuola, con persone che non mi conoscevano, mi davano una grande possibilit\u00e0: mostrarmi diversa da come ero o come sembravo essere fino a quel momento. Potevo nascondere la mia insicurezza dietro una corazza di spavalderia e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Il trucco funzion\u00f2, sin troppo bene: recitai talmente bene la mia parte, che nessuno ebbe mai dubbi sul fatto che fossi una \u201ccattiva ragazza\u201d; tanto da finire l\u2019anno con una bella bocciatura. Eppure, gli spettatori non dovevano essere troppo attenti: a ben vedere un buon attore non calca mai il suo personaggio come feci io. Non ho mai capito cosa volesse dire per la mia famiglia quella bocciatura. Da un lato, sembrava fosse un anatema, la vergogna per una famiglia di media borghesia cos\u00ec rispettabile come la nostra. D\u2019altro canto, tuttavia, sembrava la cronaca di una morte annunciata, quella delle mie possibilit\u00e0. Chiss\u00e0 per quale motivo, nessuno credeva che potessi farcela ad affrontare un liceo impegnativo come lo scientifico. Evidentemente neanche io. Rassegnata e senza altre possibilit\u00e0, consegnai ai miei genitori il pieno potere sulle decisioni che in quel momento riguardavano la mia vita. Al solo ricordo, provo ancora quella sensazione di vergogna, di grande impotenza e di piena sottomissione alle loro decisioni. Cos\u00ec, fui iscritta ad un istituto professionale.<\/p>\n<p>L\u00ec per l\u00ec non mi resi conto di quanto avessi imparato con l\u2019esperienza dell\u2019anno precedente, n\u00e9 di quanto quell\u2019insegnamento mi fosse stato utile. Avendo dato ampio sfogo a tutta la mia rabbia ed al mio bisogno di libert\u00e0 (in particolare rispetto a genitori iperprotettivi e possessivi), potevo trovare un nuovo punto di equilibrio, un nuovo modo di convivere con i miei limiti e le mie fragilit\u00e0. Mi convinsi, quindi, sempre di pi\u00f9 di non voler subire di nuovo una simile umiliazione e di voler dare a me stessa un\u2019altra possibilit\u00e0. Ormai il \u201cdanno\u201d era fatto e non era pi\u00f9 possibile dimostrare di valere abbastanza per un liceo. Il problema non era riparare un vaso rotto, ma decidere cosa fare di tutti i cocci; la soluzione non era ricostruire il vaso, ma pensare in modo diverso e provare a costruire un oggetto nuovo, con una forma completamente diversa. E cos\u00ec andai avanti, scegliendo di non sprecare un\u2019altra possibilit\u00e0. Certo, quella non era la via che avrei voluto, ma, in quel momento, la realt\u00e0 mi metteva di fronte solo quella via, si trattava di abbracciarla o di respingerla. Decisi di abbracciarla. Il mio percorso in quella scuola fu esemplare. Ne uscii con un punteggio molto alto, nonostante un infortunio alla mano che penalizz\u00f2 fortemente la votazione di alcune materie. Imparai molto anche in questa occasione: imparai a trovare nuovi equilibri, tra il tempo dedicato allo studio e quello dedicato a coltivare altri aspetti della mia vita, tra le mie paure e i miei desideri. Imparai nuove materie, che mi sarebbero state utili ad affrontare l\u2019universit\u00e0. E nonostante tutto questo, ci\u00f2 che risultava evidente era semplicemente che i miei genitori avevano avuto ragione: una scuola professionale era pi\u00f9 adatta a me!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dopo aver dimostrato di valere <em>q.b.<\/em>, io e i miei genitori decidemmo insieme che avrei potuto iscrivermi all\u2019universit\u00e0. Fu individuata un\u2019Universit\u00e0 privata, piccola, ma con un\u2019ottima fama, che dietro il pagamento di una cospicua retta avrebbe seguito meglio i suoi studenti. Era evidente che avevo ancora bisogno di una mano che mi accompagnasse verso l\u2019et\u00e0 adulta. E forse era davvero cos\u00ec: non so se sarei stata in grado di affrontare il passaggio da una piccola scuola di periferia ad una delle pi\u00f9 grandi Universit\u00e0 italiane con sede a Roma. Universit\u00e0 in altre citt\u00e0 rappresentavano, ovviamente, un tab\u00f9.\u00a0Cos\u00ec feci i test d\u2019ingresso per entrare alla LUISS. A quei tempi, per entrare all\u2019Universit\u00e0 erano previsti test di cultura generale e d\u2019intelligenza. Passata brillantemente la prova d\u2019ingresso, si doveva scegliere la facolt\u00e0. La scelta era fra Economia e commercio, Giurisprudenza e Scienze Politiche.\u00a0 Mio padre avrebbe voluto che mi iscrivessi ad Economia e commercio; a me sembrava un po\u2019 troppo tecnica. Giurisprudenza, al contrario, mi sembrava un po\u2019 troppo teorica. Scelsi Scienze Politiche, che consideravo una sorta di via di mezzo tra la teoria e la pratica. I miei acconsentirono, questa volta senza difficolt\u00e0. A quel punto non rimaneva che iniziare.<\/p>\n<p>Fu\u00a0un sabato mattina che mio padre and\u00f2 in via dei Coronari e, tra tante, scelse la scrivania che avrebbe accompagnato il mio percorso universitario. Inizi\u00f2 cos\u00ec una nuova fase: una scrivania davanti ad una finestra, libri sopra e scarpe sotto. Mentre leggevo, sottolineavo e prendevo appunti, per gli esami prima e per la tesi poi, le mie scarpe, qualunque fosse la stagione, \u201cscappavano\u201d via dai miei piedi. Ogni volta che mi sedevo a studiare, dopo un po\u2019, mi ritrovavo stranamente senza scarpe. Da sempre ho amato camminare scalza, ma quando studiavo, anche stando ferma e seduta, sentivo un impulso incontrollabile di essere senza scarpe. Non potevo fare a meno di sentire i piedi nudi, a contatto con il legno del parquet. Cos\u00ec, quando mi prendevo una pausa, mi alzavo e camminavo scalza, continuando a godermi quella sensazione. Immancabilmente arrivavano i rimproveri e, troppo pigra per chinarmi sotto la scrivania a riprendere le scarpe, ne prendevo un altro paio. Alla fine della giornata vi erano pi\u00f9 scarpe sotto la scrivania che libri sopra. E cos\u00ec \u00e8 andata avanti, giorno dopo giorno, fino alla laurea, con il massimo dei voti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando mio padre port\u00f2 a casa la scrivania ci tenne molto a specificare il motivo dell\u2019acquisto: doveva servire \u201cesclusivamente\u201d\u00a0 per il mio studio, quella scrivania sarebbe stata solo mia. Oltre che un oggetto nuovo, era nuovo anche il concetto che l\u2019accompagnava: avendo due fratelli, nulla di ci\u00f2 che abitava nella nostra casa poteva dirsi di qualcuno. Nessuno, a parte ovviamente i miei genitori, poteva pronunciare la parola \u201cmio\u201d, se non per qualche indumento o paio di scarpe che, comunque, col tempo, finiva inevitabilmente per diventare una compropriet\u00e0. Bench\u00e9 la nostra fosse una famiglia benestante, noi figli eravamo abituati, nostro malgrado, a dividere tutto. Da quel giorno tutto, tranne la scrivania. Quella era solo mia. L\u2019ebbrezza di avere finalmente una cosa tutta mia, non mi fece rendere conto al significato assai articolato di quel dono.<\/p>\n<p>Innanzitutto, sanciva un traguardo: anche se da quel momento sarebbe partita una nuova avventura, io fino a l\u00ec c\u2019ero arrivata. E con me, i miei genitori con i loro processi educativi (che, per quanto discutibili, avevano ottenuto un bel risultato).\u00a0E chiss\u00e0 cosa rappresentava per mio padre la mia iscrizione all&#8217;Universit\u00e0? Ai suoi tempi, lui, primo di sei figli, un po\u2019 scapestrato, anche se molto intelligente, nonostante la sua scarsa voglia di studiare, si iscrisse all&#8217;Universit\u00e0, Chimica. I risultati, i primi tempi, non erano stati molto brillanti. La sua filosofia sembrava essere passare gli esami, a prescindere dalla votazione. Poi conobbe quella che sarebbe diventata mia madre. Lei, titubante sul loro futuro insieme, gli disse che lo avrebbe sposato solo se avesse finito tutti gli esami, senza andare fuori corso. Cos\u00ec fu.\u00a0Per lui, come per me, il futuro sembrava iniziare davanti a una scrivania.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019occupazione della mia scrivania fu sistematica e dur\u00f2 per svariati anni, ben oltre la laurea. Era il mio spazio. In una casa dove tutto \u00e8 di tutti, si faticava a trovare il proprio spazio. Di pi\u00f9, in et\u00e0 adolescenziale, spazio, confini e identit\u00e0 erano concetti che si toccavano fra loro creando una confusione disarmante. Da qualcosa bisognava partire ed io partii dallo spazio. Delimitare ed occupare il mio spazio e difenderlo contro tutti era un po\u2019 come delineare me stessa. Tutto quello che era dentro il mio spazio era mio, ero io. Fuori, tutto il resto, diverso da me. Quella confusione di libri e scarpe mi era familiare, mi ci trovavo bene e mi rispecchiava. Ero convinta che quel disordine avesse un senso, il mio senso. Una sorta di mondo alternativo di Lewis Carroll: il mio paese delle meraviglie. Io solo avevo la chiave per entrarvi ed io sola potevo avventurarmi l\u00ec dentro senza perdermi (o quantomeno sapendo di poter tornare indietro). Questo era il mio grande segreto. Il mio potere.<\/p>\n<p>L\u2019importanza di difendere quella scrivania dalle ingerenze altrui \u00e8 andata avanti nel tempo. Se prima il mio spazio era minacciato da fratelli e genitori col tempo la minaccia veniva da figli e marito. Lo spazio per le mie cose sulla mia scrivania diminuiva giorno dopo giorno. Di nuovo, ognuno poggiava l\u00ec le sue cose, rendendomi sempre pi\u00f9 difficile lavorare ai miei progetti. Cos\u00ec un dolore antico veniva ravvivato sempre pi\u00f9 e la rabbia per la mia impotenza cresceva sempre pi\u00f9. Le mie richieste di rispetto cadevano nel nulla ed anch&#8217;io sentivo di appartenere a quel nulla. Finch\u00e9 un giorno tutto questo cambi\u00f2.\u00a0Quel giorno decisi di mettere la parte la rabbia, e di assumere un ruolo pi\u00f9 attivo: se non ero vista era perch\u00e9 non mi facevo vedere. Cos\u00ec, presi tutto quello che non era mio e lo spostai altrove. Semplicemente. Avevo bisogno di spazio e se non mi veniva concesso, me lo prendevo. Mi riappropriavo di ci\u00f2 che era mio e di me stessa.<\/p>\n<p>Pian piano, ho acquisito la consapevolezza che nessuno poteva privarmi di qualcosa, a meno che io stessa non glielo permettessi. Pian piano ho capito che non era necessario difendere sempre ci\u00f2 che era mio, per dimostrare che era mio. Bastava saperlo. Bastava sentirlo.<\/p>\n<p>Non riuscivo a condividere la scrivania per paura che condividendo il mio spazio, questo sarebbe stato inevitabilmente occupato da altri ed io avrei perso ci\u00f2 che era mio, finendo, col perdere, pezzo dopo pezzo, la mia identit\u00e0. Ma le cose non potevano essere realmente cos\u00ec: non \u00e8 temendo l\u2019invasione degli altri e difendendosi ad oltranza che si prende coscienza della propria identit\u00e0. Era vero esattamente il contrario: solo se sai dove sei, puoi esporti; solo se qualcosa ti appartiene davvero, la puoi condividere; solo con la condivisione si d\u00e0 pieno valore alle cose pi\u00f9 care, permettendo agli altri di goderne e di arricchirne il valore. Vale per la scrivania, per gli affetti e per la propria identit\u00e0. Se si \u00e8 consapevoli di s\u00e9 non si ha paura di perdersi, perch\u00e9 si ha la certezza, prima o poi, di ritrovarsi.<\/p>\n<p>Da quel giorno, la mia scrivania \u00e8 di nuovo in disordine. Questa volta, per\u00f2, il disordine non \u00e8 solo mio. Ci sono pezzi delle vite delle persone a cui voglio bene. Pezzi che sono l\u00ec perch\u00e9 io ho deciso di condividere la mia scrivania, sicura che rester\u00e0 comunque mia. Pezzi che in ogni momento posso decidere di mettere altrove. Ora non ho pi\u00f9 bisogno di difendere quella scrivania, perch\u00e9 il mio spazio va ben oltre.<\/p>\n<p>E\u2019 questa l\u2019eredit\u00e0 che mi ha lasciato mio padre: una scrivania davanti ad una finestra. Col tempo ho imparato ad alzare lo sguardo da quel pezzo di legno e volgerlo, oltre quella finestra, verso orizzonti pi\u00f9 grandi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_28177\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"28177\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella che mio padre mi lasci\u00f2, nel momento in cui dovevo iscrivermi all\u2019universit\u00e0, \u00e8 una strana eredit\u00e0. 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