{"id":27645,"date":"2016-05-15T22:25:52","date_gmt":"2016-05-15T21:25:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=27645"},"modified":"2016-05-15T22:25:52","modified_gmt":"2016-05-15T21:25:52","slug":"premio-racconti-nella-rete-2016-la-soffitta-del-nonno-di-marzia-pietrelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=27645","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2016 &#8220;La soffitta del nonno&#8221; di Marzia Pietrelli"},"content":{"rendered":"<p>Lo prendevamo sempre in giro perch\u00e9 non buttava via niente. Le tasche erano piene di corde, sacchetti e fil di ferro. Nel cassetto del tavolo, in cucina, teneva manici o lame di coltelli che furono, vecchi cucchiai, forchette sdentate, pezzi di tappi e di cavatappi. In cantina, c\u2019erano cose di dimensioni pi\u00f9 grandi, dalle damigiane spagliate alle paglie senza fiaschi, ombrelli in tutti gli stati \u2013 con o senza tela, con o senza manico, stecche di varie lunghezze e dimensioni, tavole e tavoloni, anime di carriole, vecchi <em>bug\u00e9 <\/em>ancora incrostati di cemento, mozziconi di candela, piedi di porco, zappe e vanghe arrugginite, con o senza manico, cazzuole, e sbarre di ferro di svariate misure.<\/p>\n<p>Nel baule di suo nonno \u2013 andata e ritorno dalle Americhe in giovent\u00f9 \u2013 metteva vecchi giornali, dei Tex dalle pagine staccate, pezzi scompagnati di servizi di porcellana, lacci di scarpe, qualche tomaia, fili di vario genere e natura, attrezzi da barbiere ossidati, fiale e fialette vuote, bottiglie di sciroppo a met\u00e0 e campioncini di profumi e di liquore.<\/p>\n<p>In una madia in disuso, teneva stoffe, pezze, stracci, cenci, tappeti sfilacciati, tulle dei sacchetti di confetti, una collezione impressionante di bomboniere, vecchi grembiuli macchiati, strofinacci con i buchi, sacchi di juta; in vecchie scatole metalliche di biscotti, aveva aghi di tutte le misure e bobine di filo di mille colori; in un cesto, c\u2019erano fiori finti e orecchini solitari; in un altro, bottoni su bottoni, elastici e bretelle, corde di violino e chitarra, tasti di tromboni e fisarmoniche.<\/p>\n<p>Non conoscevamo nemmeno tutti gli anfratti del suo laborioso vagare. Era vecchio, ma faceva sempre qualcosa, non si lamentava mai e si sedeva solo per leggere. Gli piaceva molto restare in soffitta.<\/p>\n<p>Anni dopo la sua morte, scoppi\u00f2 la guerra. Noi che gli volevamo bene quando lo prendevamo in giro, abbiamo eretto altari in suo onore nei nostri cuori durante il lungo conflitto: ci aveva lasciato un\u2019eredit\u00e0 che ci ha assicurato il quotidiano e la vita. Abbiamo barattato oggetti per mangiare e venduto altri sul mercato nero per curarci. Ci siamo vestiti e calzati quando stoffe e cuoio erano quotati a peso d\u2019oro. Abbiamo potuto riparare buchi e condutture e rifarci un tetto quando le bombe lo fecero saltare. Ci abbiamo fatto incastrare un carnevale ricavando costumi per i bambini e perfino coriandoli, tagliando per notti intere le pagine colorate di vecchi giornali. Al matrimonio di mia cugina, che capit\u00f2 in pieno bombardamento, mancarono piatti elaborati e spumante, ma non le bomboniere. Riuscimmo a dare dignit\u00e0 a chi era stato costretto a nascondersi o a fingere un\u2019altra identit\u00e0: il sarto yiddish, che alla fine della guerra mise una foto di mio nonno accanto all\u2019immagine di Yahv\u00e9, suo zio farmacista che seppe sapientemente sfruttare fino all\u2019ultima goccia di sciroppo per tutto il vicinato e pure per i soldati che avevano capito; gli zingari che tiravano i carretti di giorno e suonavano strumenti di fortuna di sera.<\/p>\n<p>Il nonno, che aveva conosciuto la fame, credeva nel valore della piccole cose. La sua filosofia ci aveva garantito il quotidiano e anche un po\u2019 di pi\u00f9; ci aveva fatto vivere degnamente quando sarebbe stato legittimo mettersi la dignit\u00e0 sotto i piedi. Aveva permesso anche a qualcuno di morire degnamente: perfino i fiori finti erano serviti ad accompagnare Leone, il fioraio, al quale quella stramaledetta guerra aveva strappato lavoro e passione. Si era ammalato di tristezza, costretto a coltivare un orto minuscolo in cassette della frutta. Ogni sera, quando accendevamo il lume grande, con lo stoppino ricavato dai metri di corda che ci aveva lasciato e il petrolio barattato contro viti e chiodi, ci sedevamo attorno al tavolo e fissavamo per cinque minuti la fiamma pensando a lui. Il nostro cuore era pieno di gratitudine e batteva come la lancetta del suo orologio da taschino posato sul tavolo.<\/p>\n<p>Quando la guerra fin\u00ec, era primavera inoltrata e organizzammo una grande festa. Decidemmo di aprire la soffitta, l\u2019ultimo luogo inviolato del nonno. Aprimmo la vecchia porta di legno, chiusa a dieci mandate, e trovammo una sorpresa. Centinaia, forse migliaia di ombrelli di ogni dimensione, ordinati per macchie di colore, come una tavolozza di un pittore. Ombrelli che il nonno aveva riparato nel tempo e che nessuno aveva reclamato. Ombrelli rotti dal vento e rimessi insieme come un patchwork. Ombrelli per ripararsi. Decidemmo di tenere la festa all\u2019aperto, scegliemmo gli ombrelli pi\u00f9 grandi e creammo un grande immenso tendone colorato che dall\u2019alto sembrava un paesaggio di minareti arcobaleno.<\/p>\n<p>Fu la festa pi\u00f9 bella del mondo. Sentimmo che gli ombrelli ci avrebbero protetto fino alla fine dei tempi.<\/p>\n<p>Lo prendevamo sempre in giro perch\u00e9 non buttava via niente. Le tasche erano piene di corde, sacchetti e fil di ferro. Nel cassetto del tavolo, in cucina, teneva manici o lame di coltelli che furono, vecchi cucchiai, forchette sdentate, pezzi di tappi e di cavatappi. In cantina, c\u2019erano cose di dimensioni pi\u00f9 grandi, dalle damigiane spagliate alle paglie senza fiaschi, ombrelli in tutti gli stati \u2013 con o senza tela, con o senza manico, stecche di varie lunghezze e dimensioni, tavole e tavoloni, anime di carriole, vecchi <em>bug\u00e9 <\/em>ancora incrostati di cemento, mozziconi di candela, piedi di porco, zappe e vanghe arrugginite, con o senza manico, cazzuole, e sbarre di ferro di svariate misure.<\/p>\n<p>Nel baule di suo nonno \u2013 andata e ritorno dalle Americhe in giovent\u00f9 \u2013 metteva vecchi giornali, dei Tex dalle pagine staccate, pezzi scompagnati di servizi di porcellana, lacci di scarpe, qualche tomaia, fili di vario genere e natura, attrezzi da barbiere ossidati, fiale e fialette vuote, bottiglie di sciroppo a met\u00e0 e campioncini di profumi e di liquore.<\/p>\n<p>In una madia in disuso, teneva stoffe, pezze, stracci, cenci, tappeti sfilacciati, tulle dei sacchetti di confetti, una collezione impressionante di bomboniere, vecchi grembiuli macchiati, strofinacci con i buchi, sacchi di juta; in vecchie scatole metalliche di biscotti, aveva aghi di tutte le misure e bobine di filo di mille colori; in un cesto, c\u2019erano fiori finti e orecchini solitari; in un altro, bottoni su bottoni, elastici e bretelle, corde di violino e chitarra, tasti di tromboni e fisarmoniche.<\/p>\n<p>Non conoscevamo nemmeno tutti gli anfratti del suo laborioso vagare. Era vecchio, ma faceva sempre qualcosa, non si lamentava mai e si sedeva solo per leggere. Gli piaceva molto restare in soffitta.<\/p>\n<p>Anni dopo la sua morte, scoppi\u00f2 la guerra. Noi che gli volevamo bene quando lo prendevamo in giro, abbiamo eretto altari in suo onore nei nostri cuori durante il lungo conflitto: ci aveva lasciato un\u2019eredit\u00e0 che ci ha assicurato il quotidiano e la vita. Abbiamo barattato oggetti per mangiare e venduto altri sul mercato nero per curarci. Ci siamo vestiti e calzati quando stoffe e cuoio erano quotati a peso d\u2019oro. Abbiamo potuto riparare buchi e condutture e rifarci un tetto quando le bombe lo fecero saltare. Ci abbiamo fatto incastrare un carnevale ricavando costumi per i bambini e perfino coriandoli, tagliando per notti intere le pagine colorate di vecchi giornali. Al matrimonio di mia cugina, che capit\u00f2 in pieno bombardamento, mancarono piatti elaborati e spumante, ma non le bomboniere. Riuscimmo a dare dignit\u00e0 a chi era stato costretto a nascondersi o a fingere un\u2019altra identit\u00e0: il sarto yiddish, che alla fine della guerra mise una foto di mio nonno accanto all\u2019immagine di Yahv\u00e9, suo zio farmacista che seppe sapientemente sfruttare fino all\u2019ultima goccia di sciroppo per tutto il vicinato e pure per i soldati che avevano capito; gli zingari che tiravano i carretti di giorno e suonavano strumenti di fortuna di sera.<\/p>\n<p>Il nonno, che aveva conosciuto la fame, credeva nel valore della piccole cose. La sua filosofia ci aveva garantito il quotidiano e anche un po\u2019 di pi\u00f9; ci aveva fatto vivere degnamente quando sarebbe stato legittimo mettersi la dignit\u00e0 sotto i piedi. Aveva permesso anche a qualcuno di morire degnamente: perfino i fiori finti erano serviti ad accompagnare Leone, il fioraio, al quale quella stramaledetta guerra aveva strappato lavoro e passione. Si era ammalato di tristezza, costretto a coltivare un orto minuscolo in cassette della frutta. Ogni sera, quando accendevamo il lume grande, con lo stoppino ricavato dai metri di corda che ci aveva lasciato e il petrolio barattato contro viti e chiodi, ci sedevamo attorno al tavolo e fissavamo per cinque minuti la fiamma pensando a lui. Il nostro cuore era pieno di gratitudine e batteva come la lancetta del suo orologio da taschino posato sul tavolo.<\/p>\n<p>Quando la guerra fin\u00ec, era primavera inoltrata e organizzammo una grande festa. Decidemmo di aprire la soffitta, l\u2019ultimo luogo inviolato del nonno. Aprimmo la vecchia porta di legno, chiusa a dieci mandate, e trovammo una sorpresa. Centinaia, forse migliaia di ombrelli di ogni dimensione, ordinati per macchie di colore, come una tavolozza di un pittore. Ombrelli che il nonno aveva riparato nel tempo e che nessuno aveva reclamato. Ombrelli rotti dal vento e rimessi insieme come un patchwork. Ombrelli per ripararsi. Decidemmo di tenere la festa all\u2019aperto, scegliemmo gli ombrelli pi\u00f9 grandi e creammo un grande immenso tendone colorato che dall\u2019alto sembrava un paesaggio di minareti arcobaleno.<\/p>\n<p>Fu la festa pi\u00f9 bella del mondo. Sentimmo che gli ombrelli ci avrebbero protetto fino alla fine dei tempi.<\/p>\n<p>Lo prendevamo sempre in giro perch\u00e9 non buttava via niente. Le tasche erano piene di corde, sacchetti e fil di ferro. Nel cassetto del tavolo, in cucina, teneva manici o lame di coltelli che furono, vecchi cucchiai, forchette sdentate, pezzi di tappi e di cavatappi. In cantina, c\u2019erano cose di dimensioni pi\u00f9 grandi, dalle damigiane spagliate alle paglie senza fiaschi, ombrelli in tutti gli stati \u2013 con o senza tela, con o senza manico, stecche di varie lunghezze e dimensioni, tavole e tavoloni, anime di carriole, vecchi <em>bug\u00e9 <\/em>ancora incrostati di cemento, mozziconi di candela, piedi di porco, zappe e vanghe arrugginite, con o senza manico, cazzuole, e sbarre di ferro di svariate misure.<\/p>\n<p>Nel baule di suo nonno \u2013 andata e ritorno dalle Americhe in giovent\u00f9 \u2013 metteva vecchi giornali, dei Tex dalle pagine staccate, pezzi scompagnati di servizi di porcellana, lacci di scarpe, qualche tomaia, fili di vario genere e natura, attrezzi da barbiere ossidati, fiale e fialette vuote, bottiglie di sciroppo a met\u00e0 e campioncini di profumi e di liquore.<\/p>\n<p>In una madia in disuso, teneva stoffe, pezze, stracci, cenci, tappeti sfilacciati, tulle dei sacchetti di confetti, una collezione impressionante di bomboniere, vecchi grembiuli macchiati, strofinacci con i buchi, sacchi di juta; in vecchie scatole metalliche di biscotti, aveva aghi di tutte le misure e bobine di filo di mille colori; in un cesto, c\u2019erano fiori finti e orecchini solitari; in un altro, bottoni su bottoni, elastici e bretelle, corde di violino e chitarra, tasti di tromboni e fisarmoniche.<\/p>\n<p>Non conoscevamo nemmeno tutti gli anfratti del suo laborioso vagare. Era vecchio, ma faceva sempre qualcosa, non si lamentava mai e si sedeva solo per leggere. Gli piaceva molto restare in soffitta.<\/p>\n<p>Anni dopo la sua morte, scoppi\u00f2 la guerra. Noi che gli volevamo bene quando lo prendevamo in giro, abbiamo eretto altari in suo onore nei nostri cuori durante il lungo conflitto: ci aveva lasciato un\u2019eredit\u00e0 che ci ha assicurato il quotidiano e la vita. Abbiamo barattato oggetti per mangiare e venduto altri sul mercato nero per curarci. Ci siamo vestiti e calzati quando stoffe e cuoio erano quotati a peso d\u2019oro. Abbiamo potuto riparare buchi e condutture e rifarci un tetto quando le bombe lo fecero saltare. Ci abbiamo fatto incastrare un carnevale ricavando costumi per i bambini e perfino coriandoli, tagliando per notti intere le pagine colorate di vecchi giornali. Al matrimonio di mia cugina, che capit\u00f2 in pieno bombardamento, mancarono piatti elaborati e spumante, ma non le bomboniere. Riuscimmo a dare dignit\u00e0 a chi era stato costretto a nascondersi o a fingere un\u2019altra identit\u00e0: il sarto yiddish, che alla fine della guerra mise una foto di mio nonno accanto all\u2019immagine di Yahv\u00e9, suo zio farmacista che seppe sapientemente sfruttare fino all\u2019ultima goccia di sciroppo per tutto il vicinato e pure per i soldati che avevano capito; gli zingari che tiravano i carretti di giorno e suonavano strumenti di fortuna di sera.<\/p>\n<p>Il nonno, che aveva conosciuto la fame, credeva nel valore della piccole cose. La sua filosofia ci aveva garantito il quotidiano e anche un po\u2019 di pi\u00f9; ci aveva fatto vivere degnamente quando sarebbe stato legittimo mettersi la dignit\u00e0 sotto i piedi. Aveva permesso anche a qualcuno di morire degnamente: perfino i fiori finti erano serviti ad accompagnare Leone, il fioraio, al quale quella stramaledetta guerra aveva strappato lavoro e passione. Si era ammalato di tristezza, costretto a coltivare un orto minuscolo in cassette della frutta. Ogni sera, quando accendevamo il lume grande, con lo stoppino ricavato dai metri di corda che ci aveva lasciato e il petrolio barattato contro viti e chiodi, ci sedevamo attorno al tavolo e fissavamo per cinque minuti la fiamma pensando a lui. Il nostro cuore era pieno di gratitudine e batteva come la lancetta del suo orologio da taschino posato sul tavolo.<\/p>\n<p>Quando la guerra fin\u00ec, era primavera inoltrata e organizzammo una grande festa. Decidemmo di aprire la soffitta, l\u2019ultimo luogo inviolato del nonno. Aprimmo la vecchia porta di legno, chiusa a dieci mandate, e trovammo una sorpresa. Centinaia, forse migliaia di ombrelli di ogni dimensione, ordinati per macchie di colore, come una tavolozza di un pittore. Ombrelli che il nonno aveva riparato nel tempo e che nessuno aveva reclamato. Ombrelli rotti dal vento e rimessi insieme come un patchwork. Ombrelli per ripararsi. Decidemmo di tenere la festa all\u2019aperto, scegliemmo gli ombrelli pi\u00f9 grandi e creammo un grande immenso tendone colorato che dall\u2019alto sembrava un paesaggio di minareti arcobaleno.<\/p>\n<p>Fu la festa pi\u00f9 bella del mondo. 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