{"id":27041,"date":"2016-04-19T18:40:30","date_gmt":"2016-04-19T17:40:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=27041"},"modified":"2016-04-19T18:40:30","modified_gmt":"2016-04-19T17:40:30","slug":"premio-racconti-nella-rete-2016-la-fame-del-gabbiano-di-eleonora-serafino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=27041","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2016 &#8220;La fame del gabbiano&#8221; di Eleonora Serafino"},"content":{"rendered":"<p><em>Che cavolo avete da guardare, malati cattivi!?! S\u00ec, mentre voi aspettavate, esausti orfani di pazienza, pieni di ansia e di noia, io mi sono scopata il dottore. S\u00ec, quel bell\u2019uomo che a voi sembra San Pellegrino il guaritore, con il bisturi al posto del crocefisso, quello di cui parlate come un Dio salvifico, nei pomeriggi umidi trascorsi a respirare l\u2019aria viziata della sala d\u2019attesa. Proprio quello. Che poi non \u00e8 un Dio, lascia i calzini sporchi sul pavimento per giorni, proprio come il pi\u00f9 pigro dei mariti. Fa finta di saper fumare per darsi un tono, perch\u00e9 quando i suoi coetanei imparavano, lui era troppo sfigato per entrare nel gruppo dei belli e inaffidabili coi jeans strappati e tanti due in pagella. E prima di baciarmi, la prima volta, ha accozzato parole improbabili, frasi inopportune e gesti goffi, perch\u00e9 l\u2019occhio verde che non perdona \u00e8 solo un immeritato dono di natura. Del bel medico di E.R. non ha nulla. Bello s\u00ec, ma finto spavaldo. Sappiatelo, malati cattivi. <\/em><\/p>\n<p>Elena attraversa stropicciata il corridoio stretto che conduce alla sala d\u2019attesa. La giacca sgualcita come quando ai tempi dell\u2019universit\u00e0, ubriaca come un marinaio inglese, si addormentava vestita e la mattina servivano solo la lavatrice col doppio risciacquo e due aspirine. Passa entrambe le mani sulla gonna, tira in gi\u00f9 gli orli, strappa via dal polso un elastico e lega i capelli in una coda alta. Arriva alla stanza del caos che si sente quasi presentabile. Passa fulminea tra le persone in attesa del proprio turno di visita. Volti pallidi, occhi liquidi, camminate sbilenche, teste lisce come lumache o inguainate in foulard di cattivo gusto, bocche che sbuffano, bocche che mangiano, bocche che parlano. E parlano. E parlano.<\/p>\n<p>Negli anni aveva imparato che per sopravvivere al purgatorio, a quella stanza grande ma cos\u00ec affollata da sembrare pi\u00f9 piccola e fredda di un frigo da campeggio, era necessario armarsi di giornali, libri e silenzio. Le prime volte aveva pianto dentro. Di quei pianti che fanno pi\u00f9 male, che bruciano di pi\u00f9, perch\u00e9 spinti a fatica gi\u00f9, in un luogo che immaginava tra lo stomaco e il cuore, un nuovo organo preposto al raccoglimento delle lacrime trattenute e che prima o poi -lei lo sapeva- sarebbero straripate. La prima volta che aveva pianto dentro era stata al racconto della signora con la quinta recidiva, poi a quello del ragazzo con la metastasi al fegato, poi del signore salvo al costo di una gamba. Perch\u00e9 in quel reparto spesso funzionava cos\u00ec: \u201cO la vita o la gamba\u201d. E chi aveva scelto la prima si riteneva fortunato. Elena si era chiesta spesso come fosse possibile ritenersi fortunati con una gamba o un braccio soli. Dopo un po\u2019 aveva imparato la regola fondamentale per la sopravvivenza in una sala d\u2019attesa di un reparto oncologico: mostrarsi impegnata, impegnatissima. La testa china sulle pagine di un libro, lo sguardo ficcato nello schermo di un pc o di un cellulare, la schiena dritta, le gambe accavallate. Non sembrare malata. Non sembrare meritevole di piet\u00e0. Pi\u00f9 sembri meritevole di piet\u00e0, pi\u00f9 la gente chiede. Pi\u00f9 la gente chiede, pi\u00f9 devi smuovere i piatti riposti nella credenza, anche quelli pieni di crepe, anche quelli che hai riparato da poco. E non sai se la colla tiene. E non sai se spostandoli, poi saprai rimetterli di nuovo a posto. In quell\u2019ordine l\u00ec, cos\u00ec precario, che per\u00f2 \u00e8 un ordine, il tuo. Semmai cascano tutti. Semmai poi casca la credenza.<\/p>\n<p>Con questa strategia pensava di essersi salvata dall\u2019esplosione verbale del malato oncologico. Una diarrea di parole cos\u00ec intrise di solennit\u00e0 da sembrare biografie postume, a volte veri e propri necrologi pronunciati dal morto parlante. Il malato oncologico vuole sapere, ha bisogno di sapere che non \u00e8 l\u2019unico. Ha bisogno non solo di conoscere il dolore altrui, ma spera che superi il suo anche di poco, per sentirsi un po\u2019 pi\u00f9 fortunato, a tratti miracolato. Ma oltre ogni cosa, il malato oncologico, o, caso ancora meno auspicabile, sua madre suo padre suo fratello sua sorella suo figlio sua figlia suo nipote, vuole raccontare. Quando lo ha scoperto. Quando \u00e8 stato operato. Chi l\u2019ha operato (giubilo se il chirurgo \u00e8 lo stesso, <em>condividiamo carnefice e salvatore!<\/em>, pensa). Il decorso post operatorio. Ogni terapia, ogni ricovero, ogni sintomo, ogni ferita, ogni cicatrice.<\/p>\n<p>Cos\u00ec Elena, dopo un po\u2019, aveva capito che la sua strategia necessitava di aggiustamenti: ok l\u2019aria impegnata, ma l\u2019aria \u201csono figa\u201d, quella no. Perch\u00e9 semmai, malauguratamente, fosse trapelato che la paziente era proprio lei, con le sue cosce sode in equilibrio stabile sui tacchi alti, viste in un reparto oncologico ed ortopedico come un quarto di manzo in un ristorante vegano, la curiosit\u00e0 sarebbe cresciuta pi\u00f9 del debito pubblico in Grecia. E insieme alla curiosit\u00e0, la cattiveria. Molti malati oncologici diventano cattivi. La malattia, in certe persone, succhia ogni ottimismo. Ogni dolore aggiunge una pennellata di cinismo ad una facciata sempre pi\u00f9 sgretolata, su cui spesso non c\u2019\u00e8 intonaco che tenga, parola di conforto o gesto inaspettato a impedire perdite ed infiltrazioni. Muffa. Muffa ovunque. Perfino negli occhi. Ed Elena questo lo sapeva bene. Come sapeva bene che non tutti diventano cattivi. Ci sono anche malati che ad ogni colpo hanno gettato via dall\u2019anima, come bagagli superflui da una scialuppa di salvataggio, pesi inutili. Fino a diventare leggeri, cos\u00ec leggeri da volare sulla vita, sulle sue brutture ed inutilit\u00e0 terrene, con una grazia da far invidia al pi\u00f9 superficiale degli uomini, altrettanto capace di planare sul mondo, ma senza l&#8217;inconsapevole saggezza di un sopravvissuto, che sa su quali fiori fermarsi per trarne linfa vitale e su quali no. Elena spesso aveva scorto tanta sapiente leggerezza, in tanti sguardi. Ma aveva conosciuto anche chi con ogni muscolo del volto, seppur immobile, seppur silente, le aveva detto: \u201cTi odio perch\u00e9 sei giovane, ti odio perch\u00e9 puoi ancora farti lo shampoo e le trecce, ti odio perch\u00e9 cammini su due gambe, ti odio perch\u00e9 la malattia non ti ha ancora incrinato verso il basso, in maniera perenne, gli angoli della bocca, ti odio perch\u00e9 non ti ha sottratto ancora la bellezza, ti odio perch\u00e9 stai sopravvivendo meglio di me\u201d. Frasi mai pronunciate, ma lei le aveva sentite, una dopo l\u2019altra, pi\u00f9 volte, in ordine sparso. Ora stava uscendo da quella stanza e stava odiando tutte quelle facce sparute, quelle palpebre spalancate sul mondo solo dalla paura o dalla disperazione, quei corpi legati all\u2019esistenza da fili troppo sottili che chiamano fede o speranza. Li odiava tutti. Indistintamente. Li odiava perch\u00e9 esemplari imperfetti della razza umana, prodotti fallati, come borse che escono da grandi fabbriche gi\u00e0 col difetto e a cui per questo non verr\u00e0 mai affissa l\u2019etichetta della griffe. Fosse il loro anche solo un minimo difetto, ma sufficiente a farle finire non al braccio di una signora elegante che viaggia per il mondo con le narici al cielo e il suo barboncino rinsecchito ma in un mercato di second\u2019ordine. Odiava quelle borse malmesse e al contempo si rifiutava di finire nello scaffale degli articoli difettati insieme a loro. Con la testa lucida, la pelle che suda medicinali, il colorito di una creme brul\u00e8 al latte di soia. Non voleva, ma dal momento che era l\u00ec, forse stava gi\u00e0 condividendo quello scaffale. Poco importava se gli altri su quel lettino ci erano saliti per una visita e lei per giocare al dottore. Particolari che non scagionano, che non regalano la perfezione. Odiava loro per non odiare se stessa, stava diventando una malata cattiva. Lei che avrebbe voluto salvare tutti i cani randagi, i senzatetto. i senegalesi ai semafori e i bambini del tg con gli occhi acquosi e le pance gonfie di fame, stava iniziando ad odiare gli imperfetti. E ad invidiare i perfetti, quelli che possono programmare la vacanza un anno prima, che ogni due mesi devono ricordarsi al massimo di pagare corrente e telefono e non di entrare in tubi rumorosi per farsi scansionare ogni parte del corpo, quelli che si disperano, sinceramente, incondizionatamente, senza freni, n\u00e9 ritegno, per amore. Ricordava bene l\u2019ultima volta che aveva visto piangere una persona per amore. Aveva amato quelle lacrime. Avrebbe voluto leccarle tutte, bagnarsi la lingua di quell\u2019acqua salata come di una pozione magica per ritornare all\u2019antica purezza dell\u2019ingenuo. Di quello che crede sempre che le malattie impronunciabili colpiscano solo gli altri, che non pensa alla morte come ad una vicina di casa prossima ed inevitabile, che riesce ancora ad innamorarsi come fosse la prima volta. Di quell\u2019amore incondizionato, di quell\u2019amore che \u201csenza di te, io non vivo\u201d. Elena, invece, aveva imparato che senza Elena non era possibile vivere. Si era persa, pi\u00f9 volte. Ad ogni impatto inaspettato col cancro, un incidente impietoso, uno scontro in pieno volto con un treno in corsa. Pezzi sparsi ovunque, il cervello al posto del cuore, il cuore al posto delle corde vocali. Aveva preso ogni pezzo, raccolto anche i brandelli di s\u00e9 che sembravano irrecuperabili, catapultati lontani in un lungo urlo di dolore senza voce, e li aveva riposti dove necessario. Aveva ricomposto il puzzle. Si era persa e ritrovata. Tante volte in quegli ultimi dieci anni, ad ogni diagnosi crudele, ad ogni pericolo ritornato dopo un pericolo scampato. Ogni volta che sembrava fatta, che sembrava l\u2019ultima ricostruzione faticosa, dopo la quale avrebbe potuto andarsene su e gi\u00f9 per la vita con tutti quei tasselli del Lego un po\u2019 smaccati ma che in qualche modo miracoloso stavano insieme. Ed invece era arrivato qualcuno in camice bianco a dirle che neanche quella era la volta giusta, che il nemico li aveva presi tutti in giro, travestendo da resa un momentaneo riposo. Apri e cuci, apri di nuovo, togli una losanga di muscolo, cattura il mostro, apri e richiudi, taglia e ricuci. E poi armati di pazienza e riprova a camminare come se il corpo non fosse stato un tempio saccheggiato. La riabilitazione, cinque volte in dieci anni. I ricoveri, cinque volte in dieci anni.<\/p>\n<p>Ora qualcuno, ancora una volta vestito di un bianco pesante, era venuto a dirle che non c\u2019\u00e8 cinque senza sei.\u00a0 Forse. Una volta si sarebbe aggrappata con le braccia tese e le unghie sanguinanti, a quel \u201cforse\u201d. E avrebbe sperato, fino al responso sibillino dell\u2019ago aspirato. Ora no. Stava pattinando sul ghiaccio, non stava semplicemente passeggiando. Dopo l\u2019ultimo intervento, aveva ripreso a camminare, poi a correre. Infine, non paga, era salita su dei favolosi pattini d\u2019argento e stava volteggiando sul mondo, anche sui terreni pi\u00f9 duri e scivolosi, in perfetto equilibrio su lame sottili.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Buongiorno, dottore&gt;&gt;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Buongiorno a lei. Ho parlato con la dottoressa Chirico, dice che cercher\u00e0 di affrettare il pi\u00f9 possibile la consegna dell\u2019esame istologico, perch\u00e9\u2026&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;\u00c8 sicuro, dottore, di voler parlare di questo?&gt;&gt;, lo interrompe Elena, che seduta dall\u2019altro lato della scrivania con espressione severa punta dritto ai suo occhi come a volerglieli strappare, mentre gi\u00e0 da qualche secondo si \u00e8 lasciata scivolare dal piede, silenziosa come una biscia, una scarpa.<\/p>\n<p>Giacomo incalza, cercando di conservare nella voce e nei gesti il distacco che si conf\u00e0 al luogo, mentre il suo corpo, schiacciato contro lo schienale della sedia, immobile, quasi ieratico, nella sua mente \u00e8 gi\u00e0 sgusciato via dal camice per seguire le vie scomode del desiderio.<\/p>\n<p>&lt;&lt; Se siamo tempestivi\u2026 &gt;&gt;, continua come se non fosse stato mai interrotto.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Sicuro di voler parlare, <em>dottore<\/em>?&gt;&gt;. Il suo piede ora si muove contro la coscia di Giacomo. Lui fa un lungo sospiro nel tentativo di raschiare dal fondo l\u2019ultima briciola di professionalit\u00e0. Tentativo fallito. Miseramente. Scuote la testa, pi\u00f9 volte, si alza, facendo leva con entrambe le mani sul tavolo, si piega verso di lei e la bacia. Quasi a volerla mangiare, quasi a volerla zittire, a sua volta da lei zittito.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Non pu\u00f2 sempre finire cos\u00ec tra me e te, Elena. Dovremmo\u2026&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Dovremmo, dovremmo, dovremmo\u2026 Dovremmo lanciarci da questa finestra e volare via come gabbiani&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Non ci sono gabbiani a Napoli, c\u2019\u00e8 troppo inquinamento perch\u00e9 sopravvivano&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Ed invece s\u00ec. I gabbiani <em>vivono<\/em> di inquinamento. Si cibano dei rifiuti prodotti dall\u2019uomo, un po\u2019 come te&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Sono un chirurgo, Elena. Un chirurgo. Un ortopedico.\u00a0 Non una gabbianella. E poi perch\u00e9 sai cos\u00ec tanto di gabbiani tu?&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Sono una giornalista. I giornalisti campano di informazioni prese qua e l\u00e0, fingendo di saperne pi\u00f9 degli altri&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Quando ci vediamo per parlare di cose serie?&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Chi decide cosa \u00e8 serio e cosa no? I gabbiani napoletani per me sono cose serissime. Lo sai che per colpa dell\u2019inurbamento selvaggio sono diventati super aggressivi e spesso attaccano piccioni, cani, gatti\u2026 Perfino esseri umani. Potresti finire cibo per gabbiani, una lauta cena per loro: carne e clorexidina&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Riesci sempre ad essere cos\u00ec\u2026&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Vomitevole?&gt;&gt;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Cinica, stavo per dire cinica&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Non sono cinica, sono realista. Quello dei gabbiani \u00e8 un problema serio. Come \u00e8 un problema serio che fuori c\u2019\u00e8 una giornata meravigliosa e un sole che scioglierebbe tutti i ghiacciai dell\u2019Antartide e noi siamo qui a scopare su ecografie e risonanze.&gt;&gt;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Da queste ecografie e risonanze dipendono vita e morte di molte persone. Queste sono cose serie, per cui \u00e8 serio ed importante che io sia qui&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Non te ne accorgi, ma per te sono seri ed importanti solo i mostri che abitano i tuoi pazienti. \u00c8 diventata un\u2019ossessione la tua. Quando inizi a vivere?&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Quando ci vediamo?&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;A inizio settimana parto, vado a Cannes, c\u2019\u00e8 il\u00a0 Festival. Torno a fine mese&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Un festival del cinema che dura un mese? Non si \u00e8 mai visto!&gt;&gt;<\/p>\n<p>&lt;&lt;Penso mi fermer\u00f2 qualche giorno in Puglia, ho voglia del mare salato del Salento. O a Venezia, voglio andare in gondola&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Anche in costiera amalfitana il mare \u00e8 salato, perch\u00e9 andare fin in Puglia? Nella vita ci sono delle priorit\u00e0!&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Giusto, le orecchiette con le cime di rapa sono la mia priorit\u00e0 in questo momento&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Sei un\u2019irresponsabile&gt;&gt;.<\/p>\n<p>&lt;&lt;Buon lavoro, dottore&gt;&gt;.<\/p>\n<p>Elena si chiude la porta alle spalle, lasciando annegare Giacomo in un mare di domande, imprecazioni taciute e gesti trattenuti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fa le scale. Di corsa. Niente ascensore, sono piccoli. Piccoli e lenti gli ascensori dell\u2019ospedale, devi sostenere lo sguardo di qualcuno in mezzo metro, non puoi sfuggire, in mezzo metro. Devi abbozzare semmai anche un sorriso di circostanza. Se no sembri stronza, se no sembri scortese, se no che fai? Ma Elena non aveva nessuna voglia di sorridere.<\/p>\n<p>Percorre tutte le trentacinque mattonelle blu notte, lucide e splendenti, tempestate di stelle argentate. Le uniche cose belle e luminose in una struttura fatiscente, un fiocco di seta su una testa canuta e mal acconciata. Mattonelle arroganti. Ogni volta che le calpestava prima di raggiungere, finalmente, contenta, la porta d\u2019uscita, lo pensava. \u201cMattonelle arroganti! Stonano col resto, eppure se ne stanno l\u00ec, a risplendere incuranti, confinando con ascensori piccoli come lattine e distributori di snack che necessitano di calci e colpi d\u2019anca per fare il loro dovere. Mattonelle arroganti!\u201d.<\/p>\n<p>La porta che conduce all\u2019esterno \u00e8 di quelle a cui dai mezza spinta e si aprono all\u2019istante per poi tornare al loro posto. Elena ogni volta ci si gettava come quei pipistrelli che non vedono il vetro e in picchiata contro una finestra chiusa, con tutta la forza vitale che hanno in corpo, nello schianto trovano la morte. Ogni volta ci si gettava cos\u00ec, contro quella porta, ma vi ci trovava la vita. Usciva da quel posto e\u00a0 se ne riappropriava, l\u2019aria entrava di nuovo nei polmoni, dentro l\u2019ossigeno, fuori l\u2019anidride carbonica. Uno due tre, battito del cuore, uno due e tre, circolazione venosa e circolazione arteriosa. Uno due e tre, le gambe che si muovono, i capelli agitati dal vento o bagnati dalla pioggia. Uno due e tre, la vita. Perch\u00e9 l\u00ec dentro si fermava tutto. E l\u00ec fuori tutto riprendeva. \u201cFurba lei!\u201d, avrebbe detto qualcuno. Le strade per la sopravvivenza le aveva imparate tutte. Aveva trovato un altro escamotage: quel che accade fra quelle mura muore fra quelle mura, dopo la porta ci si spoglia della pelle malata, dopo la porta il ricambio epidermico e salvifico.<\/p>\n<p>Anche quel giorno come un pipistrello. Un rapido colpo ed \u00e8 di nuovo luce. \u00c8 maggio ed il sole \u00e8 cocente. Che bello sentirlo in volto!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_27041\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"27041\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cavolo avete da guardare, malati cattivi!?! 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S\u00ec, quel bell\u2019uomo che a voi sembra San Pellegrino il guaritore, con il bisturi al posto del crocefisso, quello di cui parlate come un Dio salvifico, nei pomeriggi [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_27041\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"27041\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":8444,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[359],"tags":[],"class_list":["post-27041","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2016"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/27041"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/8444"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=27041"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/27041\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":27080,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/27041\/revisions\/27080"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=27041"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=27041"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=27041"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}