{"id":26340,"date":"2016-02-03T12:37:25","date_gmt":"2016-02-03T11:37:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=26340"},"modified":"2016-02-03T12:37:25","modified_gmt":"2016-02-03T11:37:25","slug":"premio-racconti-nella-rete-2016-sangue-e-inchiostro-di-gianfranco-cambosu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=26340","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2016 &#8220;Sangue e inchiostro&#8221; di Gianfranco Cambosu"},"content":{"rendered":"<p>Usc\u00ec dal portone fischiettando, lieto che finalmente fosse tornato il sole. Il palazzo era uno di quegli edifici pallidi e con persiane verdi costruiti verso la fine degli anni Sessanta, abbastanza scalcinato e anonimo persino per i ladri, tant\u2019\u00e8 che il cancello rimaneva aperto anche la notte. Gli altri edifici all\u2019interno del cortile gli facevano ombra e non erano diversi. Del resto, non lo era tanto neppure chi ci abitava. Solitamente si trattava di famiglie numerose, dove a lavorare non era necessariamente il padre, e se c\u2019era una figlia appena appena intraprendente qualche soldo lo si racimolava sempre. Eppure lui neppure sapeva che cosa fosse esattamente una famiglia. A quanto aveva capito, era stato concepito nel buio di una stanzetta di quella stessa casa senza quadri alle pareti, in mezzo a polveri condominiali e blatte in subaffitto. A tenergli compagnia c\u2019erano giusto le beghe degli ubriachi dal cortile e il ticchettio della Lettera 22. Soprattutto quella. Mentre ne pigiava i tasti, il padre rimaneva in assoluto silenzio, concentrato unicamente sulle parole scritte e su quelle da scrivere. Solo cos\u00ec per lui si poteva creare, e almeno una creatura, in fin dei conti, gli era riuscita bene. Ne aveva definito i gesti, i dubbi, le battute ricorrenti, un po\u2019 meno l\u2019identit\u00e0 fisica e le aspirazioni. Con il tempo \u2013 se ce ne fosse stato \u2013 avrebbe provveduto anche a quelle. Del resto del mondo il figlio non sapeva nulla, se non ci\u00f2 che gli aveva descritto il padre. Venuto meno lui, il figlio si era scoperto tutti gli anni addosso, senza un sistema buono per calcolarli, perch\u00e9 ognuno era partito dalla testa di chi lo aveva generato e con lui era morto.<\/p>\n<p>Superato il cancello e l\u2019enorme tempio in costruzione da anni (una piscina comunale? Un teatro? Un centro commerciale?) che incombeva sul caseggiato, si avvi\u00f2 per lo stradone deserto, poi volt\u00f2 l\u2019angolo e si blocc\u00f2. Sul marciapiede opposto stava camminando l\u2019ultima persona che si sarebbe aspettato di rivedere, anche se in realt\u00e0 non l\u2019aveva mai vista coi propri occhi. Comunque era lui senza dubbio: Marco Vichi. Quanto tempo era trascorso? Portava ancora i capelli lunghi, raccolti in una coda, che gli condonavano almeno dieci anni. L\u2019ultima volta che suo padre lo aveva incontrato era stato a Firenze, in occasione di un festival letterario. Il suo nome campeggiava nella lista dei critici letterari pi\u00f9 accreditati, perci\u00f2 il padre lo rispettava e lo temeva al tempo stesso.<\/p>\n<p>Allungando il passo, lo raggiunse nel cono d\u2019ombra proiettato dalla colonna marmorea al centro di una piazza. Vichi si era fermato l\u00e0 per rispondere al cellulare, e aveva preso a gesticolare nervosamente.<\/p>\n<p>\u00abVichi, Vichi!\u00bb gli url\u00f2, come se quello fosse stato obbligato a conoscerlo.<\/p>\n<p>Il critico letterario chiuse la conversazione e rimase immobile, i muscoli contratti in una smorfia di stupore o di fastidio.<\/p>\n<p>\u00abVichi, non ti ricordi di me? Postriboli, Giancarlo Postriboli!\u00bb<\/p>\n<p>Marco Vichi si rianim\u00f2 al suono delle ultime sillabe, e le labbra si schiusero a un sorriso di circostanza. \u00abAh, certo, certo, come stai?\u00bb<\/p>\n<p>\u00abBene, bene. Anche tu, a quanto vedo. Sempre con quella tua aria sbarazzina, eh!\u00bb Postriboli si guard\u00f2 intorno con aria circospetta. Gli ultimi passanti erano stati risucchiati dagli ingressi dei vicoli come spifferi d\u2019aria, malgrado la piazza fosse piuttosto grande. Il sole si era dileguato in un pertugio di orizzonte e chiss\u00e0 se sarebbe spuntato di nuovo. Dalla tasca dell\u2019impermeabile che il padre gli aveva cucito addosso sin dal primo romanzo, Giancarlo Postriboli trasse un articolo di giornale stropicciato e glielo porse, indicandogli la fotografia al centro. Era la copertina di un libro. Nella didascalia c\u2019era scritto \u201c<em>Il sogno di Postriboli\u201d<\/em>, <em>l\u2019ultima fatica letteraria dello scrittore Ocram Ihciv<\/em>.<\/p>\n<p>\u00abTe lo ricordi, Vichi?\u00bb<\/p>\n<p>Quello scosse la testa a significare un <em>no, non mi pare<\/em>.<\/p>\n<p>Postriboli non si scompose e di nuovo si guard\u00f2 intorno. Non c\u2019era davvero nessuno, nemmeno l\u2019ombra di un gatto. Era possibile rimanere da soli in una piazza cos\u00ec grande?<\/p>\n<p>\u00abDavvero non ricordi?\u00bb<\/p>\n<p>Marco Vichi sbuff\u00f2 e adocchi\u00f2 il Rolex al polso.<\/p>\n<p>\u00abS\u00ec lo so, si \u00e8 fatto tardi\u00bb lo precedette Postriboli con un tono sgarbato. \u00abAnche allora era cos\u00ec, ricordi?\u00bb<\/p>\n<p>Vichi si rannuvol\u00f2. \u00abTemo che tu mi stia attribuendo cose strane,\u00bb disse quello con un fare un po\u2019 goffo \u00abcose che non mi appartengono. A dire il vero, non sono neppure sicuro di conoscerti.\u00bb<\/p>\n<p>Postriboli lo fiss\u00f2 come un predatore al termine della sua caccia. \u00abNon sei sicuro di conoscermi? Prima, per\u00f2, hai risposto al mio saluto.\u00bb<\/p>\n<p>Vichi tent\u00f2 invano di focalizzare quel volto. Davvero non gli diceva nulla.<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 inutile, scusa, che strabuzzi gli occhi: la mia faccia non ti dir\u00e0 mai nulla. Per\u00f2 dovevi averla in mente quando mi hai insultato.\u00bb Prima che l\u2019altro potesse fiatare, gli lesse la prima parte dell\u2019articolo. <em>A uno scrittore come Ocram Ihciv che definisce il proprio personaggio \u201cscimmione\u201d io non posso che dire \u201chai ragione\u201d. E infatti Postriboli d\u00e0 l\u2019idea di uno scimmione fuggito da una giungla. Anche Ocram Ihciv, per\u00f2, dovrebbe far rientro in una giungla: quella degli scrittori inutili che tormentano i critici letterari. Perch\u00e9 da l\u00ec proviene\u2026<\/em>Firmato Marco Vichi.<\/p>\n<p>Vichi spalanc\u00f2 la bocca come se quell\u2019articolo dovesse ingoiarlo, e prese un bel respiro. \u00abChe ne so, io? Ne ho scritto di recensioni in trent\u2019anni di carriera e\u2026\u00bb<\/p>\n<p>\u00abVedi,\u00bb lo interruppe Postriboli \u00abdelle volte voi critici avete una sola esigenza: imbrattare una pagina di giornale o di rivista con una lunga teoria di masturbazioni mentali, e pazienza se per farlo dovete sporcare il nome di uno scrittore e del suo personaggio. Che cosa ve ne frega, in fondo?\u00bb<\/p>\n<p>Vichi avvert\u00ec un disagio fortissimo. Quella piazza vuota non gli preannunciava nulla di buono. Guard\u00f2 l\u2019altro negli occhi e accenn\u00f2 un saluto, ma la calibro nove che comparve in quel momento nella mano di Postriboli gli paralizz\u00f2 il respiro.<\/p>\n<p>\u00abCerchiamo di ragionare\u00bb balbett\u00f2 il critico, con le mani che gli tremavano.<\/p>\n<p>\u00abRagioniamo pure mentre ti rinfresco la memoria. Io sono stato il protagonista di molti romanzi di Ocram Ihciv. Sono stato un commissario di polizia stimato da editori e lettori, finch\u00e9 non ti sei messo di mezzo tu coi tuoi attacchi e col tuo stile denigratorio. Nel giro di un anno mio padre, Ocram Ihciv, si \u00e8 trovato senza pi\u00f9 un contratto, con le case editrici che gli sbattevano le porte in faccia.\u00bb<\/p>\n<p>Vichi si sent\u00ec come un bambino sperduto. Perch\u00e9 quella maledetta piazza si era trasformata in un deserto? Eppure un tempo era affollata di gente, critici letterari come lui, editor, correttori di bozze, persino qualche lettore svogliato. \u00abSenti,\u00bb reag\u00ec con stentato vigore \u00abnoi critici questo dobbiamo fare, l\u2019hai detto tu stesso. Niente di personale\u2026\u00bb<\/p>\n<p>\u00abNiente di personale\u00bb lo scimmiott\u00f2 Postriboli. \u00abChe frase abusata! E tu saresti un critico letterario, uno che vive di parole? Beh le parole, la vita stessa mi sono state tolte a causa tua. Da un giorno all\u2019altro Ihciv si \u00e8 trovato il deserto attorno. E questa \u00e8 stata la sua morte come scrittore. Infatti \u00e8 stato costretto ad aprire un\u2019agenzia letteraria per campare. Solo che la sua morte letteraria ha segnato la mia fine come personaggio: sono rimasto incastrato nella prima pagina di un file, quello che avrebbe dovuto essere il suo nuovo romanzo, la mia nuova vita. Ho urlato come un disperato per continuare a muovermi, perch\u00e9 avevo delle indagini e altri personaggi che mi attendevano. Ma \u00e8 stato inutile. Ihciv mi ha lasciato l\u00e0 come un salame e con questa pistola in mano. L\u2019ha descritta bene, per carit\u00e0: il tipo di otturatore, il calibro, le zigrinature sul calcio\u2026 Una perfetta pistola da romanzo giallo, insomma. Non ha spiegato, per\u00f2, che uso avrei potuto farne. Ha lasciato tutto alla mia libera interpretazione di personaggio principale. E io, che non ho nemmeno potuto assistere al funerale di mio padre, con questa ti faccio saltare il cervello.\u00bb<\/p>\n<p>\u00abTi prego, no! Ne poss\u2026\u00bb<\/p>\n<p>L\u2019esplosione gli mangi\u00f2 il resto della frase e il proiettile gli arriv\u00f2 dritto in fronte. Come cadde per terra, il rumore rimbomb\u00f2 come quello di un elettrodomestico sul pavimento. Postriboli, a quel punto, rimise in tasca l\u2019arma ed esamin\u00f2 ancora una volta l\u2019articolo. Pens\u00f2 che l\u2019aveva conservato per troppi anni. Fece per appallottolarlo, ma qualcosa richiam\u00f2 la sua attenzione. Il sangue che colava dalla fronte del critico aveva uno strano colore. Non rosso chiaro come l\u2019avrebbe potuto immaginare, ma scuro e denso. Si chin\u00f2 e ne saggi\u00f2 la consistenza con due dita. Subito rabbrivid\u00ec e si sforz\u00f2 di conservare la calma. Port\u00f2 le dita alla bocca e lo assaggi\u00f2. Era ripugnante, ma non come avrebbe potuto essere il sangue. Era ripugnante perch\u00e9 era una sostanza ben diversa dal sangue: era un autentico fiotto d\u2019inchiostro che aveva creato una piccola pozza. Nel volgere di pochi secondi si era articolata ai bordi in tanti piccoli rivoli. La prima tentazione fu quella di tagliare la corda, anche perch\u00e9 nel frattempo sarebbe potuto sopraggiungere qualcuno, magari un aspirante scrittore. Ma non stette l\u00ec a pensarci molto: immerse nuovamente le dita in quella pozza e le riport\u00f2 alle labbra. Solo a quel punto ebbe un conato di vomito. Quello non era un semplice inchiostro, ma l\u2019inchiostro che suo padre utilizzava per la sua macchina per scrivere, la Lettera 22. Con quella lo aveva creato. Gli venne da urlare, ma si ricord\u00f2 che il padre gli aveva insegnato a fare indagini, ad amare e persino a odiare, ma non a urlare. Cos\u00ec, sconvolto, abbandon\u00f2 l\u2019articolo su quella pozza d\u2019inchiostro e si allontan\u00f2 a passi veloci verso casa. Fece diversi giri attorno all\u2019isolato prima di varcare il cancello, ma d\u2019improvviso si rasseren\u00f2. Non c\u2019era nella sua testa un motivo valido per respingere l\u2019angoscia, eppure riprese il normale respiro. Quando inizi\u00f2 a riflettere pi\u00f9 lucidamente sull\u2019accaduto, si convinse che nessuno avrebbe mai potuto condannarlo. Come si poteva arrestare e condannare un personaggio di fantasia? Al massimo avrebbero potuto proibire a una casa editrice di acquistarne i diritti. Intanto sarebbe ritornato dentro quel file da cui era sgusciato fuori, in attesa che qualche altro scrittore gli restituisse la sua dignit\u00e0 letteraria. Non gli restava altro da fare che essere fiducioso verso il futuro. Perci\u00f2 alz\u00f2 lo sguardo al cielo e per un istante rimase fermo con un sorriso sulle labbra. Finalmente era tornato il sole.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_26340\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"26340\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Usc\u00ec dal portone fischiettando, lieto che finalmente fosse tornato il sole. 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