{"id":24847,"date":"2015-05-31T16:56:37","date_gmt":"2015-05-31T15:56:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=24847"},"modified":"2015-05-31T16:56:37","modified_gmt":"2015-05-31T15:56:37","slug":"premio-racconti-nella-rete-2015-il-tesoro-degli-ashanti-di-francesca-giommi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=24847","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2015 &#8220;Il tesoro degli Ashanti&#8221; di Francesca Giommi"},"content":{"rendered":"<p>Si dice che l\u2019origine e il nome stesso di Kumasi risalgano all\u2019epoca del grande guerriero Osei Tutu, che riusc\u00ec a riunire sotto il suo potere in un unico popolo i clan provenienti dalla savana sub-sahariana stanziatisi gi\u00e0 dal dodicesimo secolo sulle colline e sulle alture sparse dell\u2019Africa occidentale, nel cuore dell\u2019odierno Ghana, dando cos\u00ec vita al glorioso Regno degli Ashanti. Quando Osei Tutu volle dare al suo regno una capitale, chiam\u00f2 a s\u00e9 il venerato stregone Okomfo Anokye, che dall\u2019alto della sua saggezza e veneranda et\u00e0 fece piantare due alberi di <em>kum<\/em> a qualche miglio di distanza l\u2019uno dall\u2019altro in due radure pianeggianti egualmente favorevoli, e dove la pianta germogli\u00f2 e crebbe pi\u00f9 rigogliosamente la citt\u00e0 fu edificata (<em>kum asi<\/em> significa appunto \u201csotto l\u2019albero di <em>kum<\/em>\u201d). Da allora il suo impero si ingrand\u00ec, estendendosi dal Ghana centrale fino agli attuali Togo\u00a0e Costa d&#8217;Avorio\u00a0e divenne uno dei pi\u00f9 potenti d\u2019Africa, distinguendosi valorosamente nei secoli a seguire in strenue e sanguinose battaglie contro gli invasori europei a difesa della propria indipendenza e sovranit\u00e0.<\/p>\n<p>Quello che per\u00f2 i suoi corsi di letteratura e cultura africana alla SOAS di Londra e la sua inseparabile <em>Rough Guide<\/em> non le avevano insegnato, Isabel lo apprese presto da s\u00e9 in una sorta di corso accelerato, e la prima lezione la ebbe non appena mise piede alla stazione degli autobus della leggendaria citt\u00e0 di Kumasi, dopo un lungo, soffocante ed estenuante viaggio iniziato parecchie ore prima all\u2019alba ad Accra, con tante fantasie in testa, la maglietta ancora stirata e la lunga treccia di capelli castani ancora lucida e ben ordinata. La sua avventura a onor del vero era partita tre giorni addietro, quando in un pomeriggio di fine luglio, Isabel aveva lasciato l\u2019aeroporto di Bologna zaino in spalla e visto fresco fresco sul passaporto per coronare il suo sogno &#8211; dopo tanti studi e una tesi di laurea sulla letteratura africana postcoloniale di lingua inglese &#8211; di poter finalmente metter piede in terra d\u2019Africa.<\/p>\n<p>L\u2019impatto con quel misterioso continente era stato straniante ma amichevole: all\u2019aeroporto erano andati a prenderla dei parenti acquisiti di quel suo professore londinese pallido pallido che a forza di insegnare \u201cistituzioni dell\u2019Africa equatoriale\u201d si era sposato con una bellissima ghanese nera come l\u2019ebano, e che le avevano in un certo modo \u201cattutito il colpo\u201d accogliendola in casa loro per i primi due giorni del suo viaggio, trattandola come la regina Cleopatra e dandole le prime necessarie raccomandazioni per una giovane ragazza bianca, bella e determinata, chiss\u00e0 poi perch\u00e9, ad attraversare da sola il paese invece di andare a fare le vacanze a Santorini con le sue amiche altrettanto giovani, bianche e belle.<\/p>\n<p>Tra le raccomandazioni che Isabel non aveva ascoltato, c\u2019era stata quella di non salire sui <em>tro-tro<\/em>, pulmini popolari e cos\u00ec economici che i pezzi di lamiera che ne componevano la fantasiosa carrozzeria erano spesso tenuti insieme da corde, nastri adesivi o dai passeggeri stessi, stipati gli uni sugli altri \u2013 nessuno di quei mezzi di locomozione si sposta fino a che l\u2019ultimo centimetro cubo non \u00e8 stato occupato &#8211; in una mescolanza unica di colori, suoni e odori. I <em>tro-tro<\/em> potevano andare bene per gli spostamenti brevi o per la gente del posto, le avevano raccomandato quei parenti neri del professore bianco, ma per lunghe distanze meglio affidarsi agli autobus nazionali o ai treni che prendono gli uomini d\u2019affari e tutti gli occidentali, pi\u00f9 costosi ma pi\u00f9 rapidi e sicuri soprattutto per una straniera come lei, sola, donna e persino bianca, che avrebbe fatto meglio ad andare ad abbronzarsi in Grecia. Lei invece, neanche a dirlo, aveva pensato che quei mezzi cos\u00ec pittoreschi sarebbero stati il suo primo contatto vero e diretto con i \u201clocali\u201d, e di certo aveva avuto quel che cercava nelle lunghe ore trascorse seduta su una panca di legno senza appigli a cui reggersi, ma da cui non avrebbe potuto in alcun modo cadere nemmeno alle buche pi\u00f9 profonde della strada o alle svolte pi\u00f9 brusche del conducente per mancanza di spazio tutt\u2019attorno, stretta vigorosamente com\u2019era da una giovane donna con sulle ginocchia due bellissime bambine piene di mosche e treccine da un lato e un\u2019anziana signora senza denti e la sua belante capra in grembo dall\u2019altro.<\/p>\n<p>Alla stazione di Kumasi Isabel fatic\u00f2 a ri-distendere le giunture doloranti e appena scesa dal <em>tro-tro<\/em> respir\u00f2 a pieni polmoni quell\u2019aria un po\u2019 polverosa di un pomeriggio afoso e senza sole &#8211; anche questo le avevano detto, che di quel periodo si andava verso la stagione delle piogge e il cielo sarebbe stato spesso coperto e quasi opprimente, ma lei stentava a crederlo e comunque di certo la sua pelle diafana ne avrebbe tratto riparo e giovamento. Non ebbe nemmeno il tempo di inspirare a fondo che gi\u00e0 le si era radunato tutt\u2019attorno un capannello ilare e chiassoso di marmocchi e ragazzini che le davano festosamente il benvenuto al suono, gi\u00e0 divenuto in quei giorni a lei familiare, di <em>obroni a kwaaba <\/em>(benvenuta ragazza bianca), e che tra risa e schiamazzi si rimbalzavano l\u2019un l\u2019altro il bagaglio che pi\u00f9 in fretta di lei avevano recuperato dal pulmino. Fu allora che intervenne Cosby, di appena una spanna pi\u00f9 alto dei compagni ma di certo pi\u00f9 assennato e abituato ad avere a che fare con stranieri, e soprattutto con indifese pallide straniere, che con qualche incomprensibile richiamo, sibilante fischio e scappellotto ben piazzato mise in fuga quell\u2019improvvisato comitato d\u2019accoglienza e restitu\u00ec lo zaino ad Isabel, il tutto senza proferire parola e senza che lei dimostrasse in alcun modo di esserne la proprietaria, ma d&#8217;altronde di chi altri poteva essere quello zaino ferrino di un lilla e rosa fiammante legato sul tetto di un <em>tro-tro<\/em> nel cuore del Ghana?<\/p>\n<p>Da allora Cosby divenne la sua ombra e la sua guida, il suo cicerone e protettore al tempo stesso, in effetti senza che lei glielo avesse chiesto, ma da quel primo approccio non ci fu pi\u00f9 modo di toglierselo di torno e per la verit\u00e0 a lei non dispiacque avere un intermediario locale che parlava anche un po\u2019 di inglese e si dimostrava cos\u00ec carino e cavaliere con lei, e che a mali estremi avrebbe anche potuto farle da guardia del corpo. Cosby la accompagn\u00f2 in una prima passeggiata esplorativa di Kumasi, tra le sue vie in parte asfaltate ma in gran parte ancora di terra rossa battuta e i resti di architettura coloniale disseminati tra le capanne di fango e lamiera. Ma pi\u00f9 della calura e della variet\u00e0 urbanistica, Isabel rimase colpita da quel brulicare di persone cos\u00ec frenetico e vitale, da quella citt\u00e0 cos\u00ec caotica e gremita di gente che correva come formiche impazzite. La sua <em>Rough Guide<\/em> diceva in effetti che sparsi sulle colline c\u2019erano pi\u00f9 di un milione di abitanti, ma a giudicare dalla densit\u00e0 umana delle vie che stava percorrendo scortata dal suo nuovo e ormai inseparabile amico, pareva che quel giorno fossero scesi tutti a valle ad aspettare il suo arrivo.<\/p>\n<p>Prima tappa obbligata del suo tour nel regno degli Ashanti fu il <em>National Cultural Centre<\/em>, dove Isabel ammir\u00f2 la ricostruzione di un villaggio tradizionale e le numerose manifatture racchiuse in teche un po\u2019 impolverate: abiti, gioielli, pezzi di mobilio e strumenti musicali, sculture in legno, bambole della fertilit\u00e0 e i cosiddetti\u00a0<em>kuduo<\/em>, vasi\u00a0in rame o bronzo istoriati di varie forme e dimensioni, con figure e incisioni in altorilievo. Sin dall\u2019antichit\u00e0 quel popolo si era specializzato nella lavorazione dei metalli &#8211; oro e bronzo soprattutto &#8211; con la tecnica della fusione a cera perduta, producendo magnifiche creazioni decorate con i temi ricorrenti del disco solare e della stella a pi\u00f9 punte. Gli oggetti che pi\u00f9 di tutti destarono la sua ammirazione furono quelli che in effetti anche la sua guida contraddistingueva con ben tre stellette: lo sgabello con elaborate incisioni su cui Nana Ntim Gyakari, capo dei Denkyira sconfitto da Osei Tutu, sedeva quando fu catturato dagli Ashanti in un\u2019imboscata nel 1699, oggi divenuto simbolo di liberazione e potere, e la sacca di pelle di Okomfo Anokye, che contiene tutt\u2019oggi un inestimabile quanto sconosciuto tesoro, perch\u00e9 secondo la tradizione l\u2019aprirla porterebbe alla rovina dell\u2019intero popolo.<\/p>\n<p>Ma il vero tesoro degli Ashanti Isabel lo trov\u00f2 fuori dal museo e dove meno si sarebbe aspettata di trovarlo. Dopo quella prima visita didattica e di stampo cos\u00ec accademico e occidentale, Cosby la prese per mano e accelerando il passo la condusse in un altro luogo a lui ben pi\u00f9 noto e familiare, il mercato centrale della citt\u00e0, un\u2019enorme distesa di merce d\u2019ogni sorta, da frutta e verdura a pezzi di ricambio di auto, da spezie multicolori a lingue e teste di scimmia, da vestiti e scarpe di marchi europei contraffatti fino all\u2019artigianato tradizionale e agli abiti di prezioso e raffinato tessuto <em>Kente<\/em>, cos\u00ec sontuoso e sgargiante da essere anche molto costoso se fabbricato con la seta. \u201cQuello di Kumasi \u00e8 il mercato pi\u00f9 grande dell\u2019intero Ghana e uno dei pi\u00f9 grandi d\u2019Africa\u201d diceva la <em>Rough<\/em><em> Guide<\/em> che Isabel consultava sempre pi\u00f9 a fatica mentre la sua guida in carne ed ossa la strattonava tra banchi e ambulanti disposti in maniera casuale e sovraffollata, costringendola ad un certo punto a chiudere quel grosso tomo e riporlo nello zaino, e ad affidarsi d\u2019ora in poi unicamente ai suoi sensi. E davvero tutti i suoi sensi, nessuno escluso, rimasero travolti ed estasiati da quell\u2019immersione tutta d\u2019un fiato in quel mercato nel cuore dell\u2019Africa, tra un popolo millenario e fiero, i cui sorrisi, saluti e schiamazzi rappresentavano la merce pi\u00f9 preziosa e il tesoro pi\u00f9 impagabile, e che la fece in un baleno sentire accolta e \u201ca casa\u201d al suono cantilenato e ovunque gioiosamente ripetuto di <em>obroni a kwaaba<\/em>.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_24847\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"24847\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 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