{"id":24521,"date":"2015-05-25T18:21:13","date_gmt":"2015-05-25T17:21:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=24521"},"modified":"2015-05-25T18:21:13","modified_gmt":"2015-05-25T17:21:13","slug":"premio-racconti-nella-rete-2015-goldraake-di-navid-carucci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=24521","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2015 \u201cGoldraake!\u201d di Navid Carucci"},"content":{"rendered":"<p>Da bambino, ero convinto che un giorno o l\u2019altro Goldrake sarebbe atterrato in citt\u00e0. O se non lui, un altro personaggio dei cartoni animati, non per forza un robot. Certi miei amici sostenevano che Goldrake avrebbe difficilmente lasciato il Giappone, per via della fattoria. Era pi\u00f9 probabile che scendessero robot spaziali come il Trider G7 (che poi \u2013 affermavano i pi\u00f9 saccenti \u2013 avrebbe alloggiato nel parco giochi della citt\u00e0) o il Daitarn 3, o altri. Per le bambine sembrava pi\u00f9 facile. I loro cartoni erano pieni di eroine giramondo come Sandybell, Lalabel, Lul\u00f9, e tutte quelle altre smorfiosette dai nomi musicali. I giornalini a fumetti che leggevamo \u2013 riproduzioni pirata degli eroi giapponesi \u2013 avevano una rubrica della posta in cui i lettori potevano dialogare con i loro beniamini. E l\u00ec era tutto un promettere visite, telefonate, apparizioni a sorpresa alle feste di compleanno. Poi non si presentava nessuno, ma era ovvio: se avessero abbandonato le loro postazioni per andare a ogni festa cui erano invitati, la Terra non avrebbe avuto scampo.<\/p>\n<p>Una notte credetti che l\u2019attesa fosse finalmente finita: stavamo percorrendo un\u2019autostrada (io ero seduto davanti insieme a pap\u00e0, mentre la mamma dormiva sul sedile posteriore), si vedevano solo il cono dei fari e il cielo nero, spruzzato di stelle sbiadite. A un certo punto, proprio davanti a noi, poco sopra l\u2019orizzonte, vidi passare un enorme, inconfondibile agglomerato di luci. Le due posteriori, vicine e parallele, segnavano l\u2019estremit\u00e0 delle gambe; due anteriori, pi\u00f9 allargate e sempre parallele, le braccia aperte (oppure le ali del disco), e una anteriore la testa del robot. Presi a balzare entusiasta sul sedile, urlando che finalmente un robot era venuto a trovarci. Mia madre si affacci\u00f2 sonnolenta. Avevo dodici anni; non ho mai dimenticato l\u2019espressione delusa con cui mio padre si \u00e8 voltato a guardarmi, sibilando: \u201c\u00c8 un aereo, imbecille. Qui vicino c\u2019\u00e8 un aeroporto.\u201d Era sicuramente vero. Che fosse un aereo, cio\u00e8, non che io fossi un imbecille. Forse ho iniziato a crescere da quel giorno.<\/p>\n<p>Non so se sia stato un bene.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Trasale al violento trillo di un telefono. Per una volta non risponde. \u00c8 solo nel piccolo ufficio, la porta chiusa, mentre tutt\u2019intorno \u00e8 il solito putiferio ovattato di squilli e di urla, magari solo un po\u2019 pi\u00f9 concitati. Lui se ne sta affondato nella comoda poltrona di pelle, pile di carte sparpagliate sulla scrivania, il monitor di un computer girato dall\u2019altra parte, dove dovrebbe aggiornarsi sulle quotazioni di Wall Street. Invece allunga lo sguardo fuori dalla finestra e si domanda da dove vengano i ricordi. Ne sente diversi che premono ai margini della sua coscienza, cercando di sfondare. Quel mattino \u00e8 arrivato con mezz\u2019ora di ritardo. Se l\u2019\u00e8 presa comoda alla caffetteria italiana, con quella sagoma di Carlo, il barista. Avrebbe potuto perderci un\u2019altra oretta a discutere di sport, magari andarsi a sedere su una panchina in riva al fiume. Sarebbe stato senz\u2019altro meglio. Invece si \u00e8 precipitato in ufficio, tirato dal guinzaglio che, a un certo punto, si \u00e8 messo volontariamente al collo. Orari, obblighi, scadenze. Una vita di impegni come scatole cinesi, con l\u2019unica possibilit\u00e0 di passare dall\u2019una all\u2019altra. Da bambino, in una giornata come quella, se ne sarebbe stato ozioso a guardare le nuvole: come in fondo sta facendo, rileva con sediziosa soddisfazione. Si chiede quante persone stiano giocando o guardando un cartone animato in quel momento. Cosa darebbe per essere uno di loro. Ma basta, troppi pensieri. Un bambino non ragionerebbe a quel modo: aprirebbe solo la porta e uscirebbe a esplorare, come nei fumetti e nei romanzi che amava, Verne su tutti. Gli abissi marini sul <em>Nautilus<\/em>, le steppe russe, un proiettile verso la luna\u2026 tutto gli sembrava magico, ovunque c\u2019era un tesoro. A che punto gli sono sfuggiti?<\/p>\n<p>I suoi genitori lo accusavano di passare troppo tempo davanti ai cartoni animati. Erano diseducativi, sostenevano: irreali, violenti. Bella sciocchezza, riflette amaro. E poi, a lui piacevano lo stesso: passava ore a elaborare avventure in cui s\u2019incrociavano i suoi eroi preferiti, e a disegnarle. Le sue storie migliori facevano spesso il giro della scuola. Inoltre, il fatto di leggere anche dei libri gli forniva non solo materiale per le sue fantasie, ma una difesa inoppugnabile contro i genitori. Altri suoi amici non erano cos\u00ec fortunati. Pierpaolo era costretto a trasferirsi a casa sua per guardare i cartoni che preferiva. Da lui comandava la sorella maggiore, e il pomeriggio si popolava degli occhi sgranati e i boccoli biondi di Candy Candy o chi per lei. A casa di Lallo, invece, la tv era centellinata. La regola era \u201csolo uno al giorno\u201d: a Lallo sembrava non pesare, per\u00f2 poi rubava i giornalini di nascosto e negava di esser stato lui. Lo sapevano tutti; e a dire il vero, qualche volta aveva rubato lui stesso un fumetto agli amici, scaricando la colpa su Lallo.<\/p>\n<p>Ricorda tutto con estremo nitore, rievocando dettagli perduti da anni. Torna a domandarsi da dove nasca la memoria, e soprattutto perch\u00e9. Perch\u00e9 proprio adesso risalgano a galla quei ricordi d\u2019infanzia, in fondo poco significativi, come se fossero momenti essenziali. Si sarebbe aspettato di rievocare altro, la morte di suo padre, o la partenza dall\u2019Italia, o il fidanzamento con Luisa; perfino il compleanno dei trent\u2019anni, con quell\u2019enorme coniglio di paglia che aveva preso fuoco! Ma niente di tutto questo. Ci\u00f2 che gli torna alla mente, sopra ogni altra cosa, \u00e8 la sensazione graffiante della sabbia, e l\u2019odore acido del sudore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sabbia e sudore. Una combinazione micidiale. Ti si attaccava alle gambe, alla schiena, al culo, non te la staccavi pi\u00f9. Era una sabbia tenace, quella. Nera e a grani grossi, piena di pietruzze, bastoncelli e cristalli. Quando non avevo nulla da fare, mi mettevo a setacciarla in cerca di minuscole e iridescenti fusioni di vetro. Ma quando eravamo in guerra, la sabbia era ostile. Prima di tutto, era bollente. Il nero si scaldava come una padella, e non si raffreddava che a sera. Nel frattempo, ti ustionava i piedi. Per questo portavamo le ciabatte o le scarpe da ginnastica, ma a volte capitava che le perdevi, o che qualcuno te le rubava. Allora erano guai. Certi strilli che ancora me li ricordo, e piedi spellati per una settimana. Per non parlare del catrame, o quel che era, che affiorava ogni tanto mezzo sciolto e ti si incollava alle scarpe. Ma anche senza, la sabbia si aggrappava ai peli delle gambe e delle braccia, ti entrava negli occhi, e se provavi a toglierla a mani nude, non facevi che spalmarla. Ci voleva l\u2019acqua, o rapidi colpi di asciugamano. E intanto significava ritirarsi dallo scontro, o peggio ancora, esporsi. Era impensabile, per cui ti tenevi la sabbia dappertutto, e se ce l\u2019avevi negli occhi peggio per te. Che stronza di sabbia, davvero. A volte ci si incontrava in un campo: l\u00ec tutto diventava pi\u00f9 pulito e cattivo. Per\u00f2 il terreno era piatto, non c\u2019erano colline dietro cui nascondersi, n\u00e9 la possibilit\u00e0 di costruire trincee o tendere agguati. E poi era pieno di topi, bisce e altri animali. Per cui, sabbia o non sabbia, le battaglie si svolgevano per lo pi\u00f9 in spiaggia. In un tratto isolato, ovviamente, dopo tutti gli stabilimenti, dove non arrivava nemmeno la strada. Ogni tanto qualcuno capitava per una passeggiata, ma quando ci vedeva tornava subito indietro. Il territorio era perfetto: un lembo di sabbia scura fino al mare, disseminato di sassi, rami, perfino scarpe portate dalla corrente. E subito dietro, una serie di collinette e dune di sabbia, e poi campi e canneti dove la sera venivano i cavalli. C\u2019era un sacco di merda in giro, e anche questo ci piaceva. Non c\u2019era umiliazione maggiore che trascinare uno di <em>loro<\/em> in una cagata fresca. Non succedeva spesso; una volta l\u2019hanno fatto anche a me. Ho vomitato.<\/p>\n<p>Avevamo tutti fra gli undici e i tredici anni. Eravamo una decina, a volte di pi\u00f9. Due bande rivali. Per che cosa combattevamo? Non per il territorio, del resto non era nostro, e a quell\u2019et\u00e0 non avevamo molto su cui potessimo accampare diritti. Nemmeno per le ragazze (era troppo presto) e neanche per l\u2019onore (quando mai?). Combattevamo per la supremazia. Mi diverte ripensare a quei giorni come ai Guerrieri della notte, ma non era proprio cos\u00ec. Eravamo bambini, e la supremazia per cui lottavamo era quella dei rispettivi universi di cartone. Di solito, i robot di Go Nagai \u2013 Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot \u2013 contro quelli spaziali, Baldios, Gaiking, Gundam. Gli scontri migliori erano quelli in cui si associavano anche le ragazze, che interpretavano i robot femmina: sembravano pi\u00f9 veri, completi. Ricordo Alessia, che era una stanga, e picchiava pi\u00f9 forte di un sacco di ragazzi; poi faceva ginnastica artistica, e se ne usciva con certe ruote e ribaltate che aggiungevano un tocco di coreografia irripetibile: peccato che non venisse cos\u00ec spesso.<\/p>\n<p>Forse avevano ragione i miei genitori, che quei cartoni ci spingevano alla violenza. Non saprei. Anche a distanza di anni, mi sembra che ce ne fosse di pi\u00f9 nei loro sguardi e frasi quotidiani che in tutti i nostri scontri nell\u2019arco di tre estati (due per la verit\u00e0, pi\u00f9 una in tono minore, quando qualcuno era gi\u00e0 passato alle superiori e non veniva pi\u00f9). Per noi era solo un gioco, il gioco pi\u00f9 divertente del mondo. Certo, ogni tanto qualcuno si faceva male, ma allora smettevamo e lo soccorrevamo tutti insieme (naturalmente, la sua squadra in quel caso accettava la sconfitta). Non esistevano regole fisse, tranne quella di non infrangere la finzione. Eravamo un bel gruppo, disomogeneo e forse neppure troppo legati, per\u00f2 un bel gruppo.<\/p>\n<p>C\u2019era Cino, lo zoppo, che a dieci anni aveva battuto una punizione ai giardinetti, e invece di prendere il pallone aveva colpito in pieno uno spruzzatore di metallo. Io ero presente. Al tempo rimasi affascinato in maniera morbosa dall\u2019osso che spuntava candido dalla ferita insanguinata. Fu quasi una delusione, dopo che si tolse il gesso, vedere che era rimasta solo una cicatrice. Glielo dissi, e ci azzuffammo: anche sciancato, mi diede un sacco di botte. In effetti non zoppicava molto, solo quando si affaticava.<\/p>\n<p>Poi c\u2019era Franco, che in realt\u00e0 si chiamava Vittorio, ma tutti lo chiamavamo Franco perch\u00e9 stava sempre con Cino, e poi perch\u00e9 tutti e due si vantavano di essere fascisti (ma a quell\u2019et\u00e0, chi non lo faceva?). Erano gli unici due che stavano sempre insieme, anche se cambiavamo squadre: in genere capitava quando passavamo dai cartoni animati giapponesi ai fumetti di supereroi, e non era detto che le nostre preferenze coincidessero. Per esempio, Cino e Franco erano di solito Il Grande Mazinga e Mazinga Z, e combattevano dalla mia stessa parte. Invece, quando si passava ai supereroi, io stavo con gli X-Men, che invece a Cino gli stavano sulle scatole, e allora passava ai Vendicatori, e naturalmente era Thor, il dio del tuono, che nella sua identit\u00e0 segreta era un dottore storpio. Si era anche fabbricato un martello di cartapesta che poi riempiva con varia roba; il ripieno migliore erano le uova. Franco, insomma Vittorio, aveva gli occhiali, e non mi ricordo che supereroe facesse.<\/p>\n<p>Lallo non veniva spesso alle battaglie, ma quando lo faceva era Danguard, l\u2019unico robot che guardasse in tv. Per noi andava bene, perch\u00e9 non lo voleva nessun altro, ed era anche divertente immaginare che Danguard fosse in giro nello spazio (alla ricerca del padre) e di tanto in tanto tornasse sulla Terra per unirsi agli scontri. E infatti stava qualche volta con noi, qualche volta con loro. E si vedeva che in casa lo reprimevano un po\u2019, perch\u00e9 in quelle occasioni picchiava come un fabbro, e dovevamo fermarlo con tutte le forze.<\/p>\n<p>Chi altro c\u2019era? Luca, un tipo un po\u2019 strano, secco e con i capelli sempre ingelatinati, mi metteva i brividi. Di solito stava con loro, e cambiava spesso robot; quando passava con noi negli X-Men faceva Lombrico, che era molto appropriato perch\u00e9 sembrava viscido e lunatico. Non parlavamo quasi mai. Mi sa che \u00e8 finito in una clinica o qualcosa del genere. Luca, Dio, lo avevo completamente rimosso.<\/p>\n<p>Invece Alessio era un grande. Certo, un po\u2019 lo odiavo perch\u00e9 mi aveva fregato la parte di Wolverine negli X-Men, per\u00f2 devo ammettere che se la meritava. Era pi\u00f9 basso, robusto e duro di me, e tanto bastava. A conti fatti, era il pi\u00f9 forte di tutti, anche perch\u00e9 faceva arti marziali. E poi era velocissimo: nelle battaglie di robot faceva Gundam, e imitava cos\u00ec bene le sue accelerazioni nello spazio, con il ciuffo riccio che gli si alzava, che a volte capitava che ci beccassimo una botta solo perch\u00e9 rimanevamo fermi a guardarlo. Mi sarebbe piaciuto frequentarlo pi\u00f9 a lungo (anche perch\u00e9 conosceva un sacco di ragazze) ma si \u00e8 trasferito in un\u2019altra citt\u00e0 dopo la seconda estate, e ci siamo persi di vista.<\/p>\n<p>Quanti altri\u2026 il Piaga, che finiva sempre per farsi male, il Medusa (che si era scelto da solo il soprannome perch\u00e9 si chiamava Aristodemo, e da quando lo conoscevo non aveva mai voluto che nessuno lo chiamasse per nome), Tapiele (l\u2019unico che si fosse comprato o confezionato dei costumi, che gli davano un\u2019aria un po\u2019 ridicola all\u2019inizio delle battaglie, e un po\u2019 patetica alla fine, tutto sporco e lacero, anche perch\u00e9 finiva sempre che tutti si accanivano contro il bersaglio pi\u00f9 sgargiante), e altri di cui non ricordo il nome, o di cui ricordo il nome ma non associo le facce.<\/p>\n<p>La dinamica era quasi sempre la stessa. Ci incontravamo alla spiaggia o al campo, ci disponevamo su due file (le squadre erano decise in precedenza, non ci mettevamo a discutere una volta l\u00ec: niente doveva spezzare la tensione) e ci fissavamo in cagnesco. Poi i capi (Alessio e Cino) iniziavano le dichiarazioni di guerra, oppure tutti insieme inventavamo dei retroscena per giustificare la lotta, ci accusavamo a vicenda di aver tradito qualcuno o di non aver difeso la Terra, magari creavamo dei malintesi che alla fine si scoprivano opera di nemici, o roba del genere. L\u2019unico limite era la fantasia. A questo punto, si scatenava la battaglia. Ci avventavamo gli uni contro gli altri come in una mischia di football, oppure correvamo all\u2019indietro e ci sparpagliavamo, dipendeva tutto dall\u2019estro del momento o dall\u2019aver elaborato un piano in precedenza. Cino era il migliore nella tattica: escogitava delle trappole ingegnose o delle strategie di accerchiamento (soprattutto contro Alessio, che era il nemico da buttar gi\u00f9) che funzionavano alla grande: e poi costruiva trincee, portava vassoi gi\u00e0 carichi di palle di sabbia, o costruiva armi utilizzando fruste di canna e bastoni. Una volta aveva trovato dei ricci di mare, ma quella volta aveva esagerato, e il Piaga era finito al Pronto Soccorso. Peccato che le nostre lotte non si potessero svolgere d\u2019inverno: la neve ci avrebbe dato un mucchio di nuove possibilit\u00e0. La posta in palio era banale, ma crudele: il permesso di farsi il bagno alla fine della battaglia. Pu\u00f2 sembrare una sciocchezza, ma con tutto il caldo, le botte, il sudore, e soprattutto quella sabbia appiccicosa, gettarsi in mare dopo la zuffa era un sollievo indescrivibile. Quando ci battevamo nel campo inventavamo punizioni alternative, di solito imbarazzanti; ma niente dava soddisfazione quanto sguazzare in acqua mentre l\u2019altra squadra sedeva impotente sulla riva. Non abbiamo mai lottato in mare, forse perch\u00e9 era troppo pericoloso (qualcuno non sapeva nuotare bene, tra cui io stesso), o forse perch\u00e9 non c\u2019erano abbastanza robot acquatici. Solo Jeeg aveva un equipaggiamento subacqueo, e poi io grazie al Delfino Spaziale (se c\u2019era una ragazza a impersonare Venusia, la pilota). Naturalmente, io ero Goldrake: per ottenere questo ambito privilegio, avevo dovuto battermi con un tizio (mi pare si chiamasse David) dalla faccia piena di brufoli. Non credo di averci mai messo tanta determinazione, forse troppa. David, o come si chiamava, non volle pi\u00f9 giocare con noi, e sua madre venne a cercarmi al campo. Abbiamo scherzato per tutta l\u2019estate sul fatto che, alla fine, gli avevo spalmato la faccia di pus. Che schifo.<\/p>\n<p>La parte che preferivo, comunque, era quella psicologica; o forse \u201cpsicologica\u201d \u00e8 un termine eccessivo. Diciamo di motivazione, d\u2019incitamento, che poi aveva un effetto di pressione sul nemico: la parte degli slogan, delle grida di battaglia, dei motti di spirito e cos\u00ec via. Devo dire che, in questo, le frasi pi\u00f9 efficaci erano quella del Medusa, che faceva Daitarn 3, e lasciava sempre tutti un po\u2019 intimoriti quando alzava una mano al cielo e urlava \u201cCon l\u2019aiuto del sole, vincer\u00f2!\u201d (una volta era nuvolo e gli demmo un sacco di botte, a riprova del fatto che era tutto un effetto psicologico), e poi, senza falsa modestia, il mio grido di attacco: forse perch\u00e9 l\u2019avevo interiorizzato cos\u00ec bene, o forse perch\u00e9 in fondo ci credevo e mi ci identificavo davvero, quando mi lanciavo urlando \u201cGoldraake!\u201d, oppure \u201cGoldrake, avanti!!\u201d tutto sembrava bloccarsi per un istante, e io mi sentivo carico di un\u2019energia fulminante. Per quei pochi secondi, non ero il ragazzino mediocre che ogni mattina mi rilanciava uno sguardo spento dallo specchio, ma ero davvero chi gridavo di essere, capace di ogni cosa. Forse per questo la nostra squadra di robot era spesso vittoriosa, perch\u00e9 ci battevamo per qualcosa che sentivamo vero, autentico, e lo gridavamo con tutta l\u2019anima.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00ab Ehi, ma che stai facendo l\u00ec dentro? Sei impazzito? Muoviti!\u00bb<\/p>\n<p>Si volta verso Alessandro, il suo collega italiano, apparso nel vano della porta; si sono conosciuti alle selezioni, per fortuna avevano fatto domanda per settori diversi, cos\u00ec invece che rivali sono diventati amici. Pi\u00f9 o meno. Ora lo fissa con aria stralunata, aspettandosi che si alzi e lo segua. Lui fa un cenno tranquillo con la mano.<\/p>\n<p>\u00ab No, vai tu. Tanto che cambia?\u00bb<\/p>\n<p>Alessandro non ribatte neppure. Sgrana gli occhi come se avesse a che fare con un alieno, e si chiude la porta alle spalle, ributtandosi nel caos del corridoio. Lui rigira la poltrona verso l\u2019esterno. Quanti ricordi, cos\u00ec vicini e irraggiungibili; immutabili. Da piccolo non vedeva l\u2019ora di crescere per acquisire controllo sul mondo e sulla sua vita. Poi, crescendo, si \u00e8 reso conto che il controllo, come il potere, \u00e8 un\u2019illusione passeggera. Ricorrente, ma passeggera. E ironicamente, l\u2019unico potere che abbia mai posseduto era proprio allora, il potere privato della fantasia, in cui accadeva tutto ci\u00f2 che desiderava. Gli torna alla mente una delle emozioni pi\u00f9 forti e inebrianti della sua infanzia: un sogno, in cui pilotava il disco di Goldrake fra le basse villette del suo paese di mare. Come in tutti i sogni, non \u201csognava\u201d di pilotare il robot, lo pilotava veramente. Le sensazioni erano autentiche, almeno per quanto lo riguardava. Il senso schiacciante dell\u2019accelerazione, i comandi di pilotaggio, l\u2019enorme ombra del disco che avvolgeva le strade e le case ben note, e poi le impennate verso l\u2019alto tirando la cloche, e di nuovo in basso spingendola in avanti. Non importa quel che credevano gli adulti, quel che crede oggi egli stesso: da piccolo, per una notte, ha pilotato Goldrake. Chi pu\u00f2 negarlo?<\/p>\n<p>Comincia a fare caldo nell\u2019ufficio. E la brezza non basta pi\u00f9 a coprire il fumo. Ricorda quando avevano dato fuoco ai covoni nel campo davanti alla casa del generale. Li aveva sorpresi la polizia, e il generale \u2013 non che fosse un vero generale, lo chiamavano cos\u00ec perch\u00e9 era un vecchio pomposo e autoritario \u2013 li stup\u00ec dicendo che era stato lui a chieder loro di farlo, per \u201csgombrare il giardino\u201d. Si prese anche una multa. E poi si fece ripagare facendo far loro da giardinieri per il resto dell\u2019estate. Ma anche quello faceva parte del gioco. E ora gli sembra un tempo memorabile, l\u2019unico in cui abbia vissuto davvero. Si toglie la giacca e la getta sul pavimento. Un piccolo gesto di disordine: lode all\u2019improvvisazione! Se avesse avuto pi\u00f9 coraggio, oggi non si troverebbe qui.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non so gli altri, ma io non lo facevo solo per divertimento. Lo facevo per bisogno. Non bisogno di violenza o adrenalina, anzi, avrei rinunciato volentieri a tutte quelle escoriazioni. Ma bisogno di una realt\u00e0 pi\u00f9 netta, comprensibile, in cui bene e male fossero ben distinti, e ogni azione avesse un senso, uno scopo. Non trovavo niente del genere nel mondo esterno, tutto sembrava cos\u00ec confuso. Durante le nostre battaglie, per qualche momento provavi \u2013 provavo \u2013 la sensazione di essere un eroe, di avere il potere di intervenire e aggiustare le cose. Era una bella sensazione: potermi battere per quello in cui credevo, senza che niente o nessuno me la inquinasse. La sento ancora sulla pelle.<\/p>\n<p>E poi c\u2019erano le ragazze. Quella era un\u2019altra faccenda. Quando assistevano o partecipavano agli scontri, tutti raddoppiavamo le forze, e io in particolare. Mostrarmi in quella luce mi dava una sicurezza che al di fuori avrei solo sognato. Tant\u2019\u00e8 vero che, quando mi piaceva qualcuna, la prima cosa che facevo era invitarla alla spiaggia; e se non ci voleva venire, le raccontavo i dettagli fino ad annoiarla. Ma non riuscivo a farne a meno. Anche quello, in fondo, faceva parte della mia realt\u00e0 comprensibile. Non capivo bene i rapporti fra maschi e femmine. Ora so che li capiscono in pochi, ma al tempo ascoltavo le chiacchiere dei compagni pi\u00f9 grandi e mi convincevo di essere l\u2019unico imbranato in un mondo di amatori. Soprattutto a scuola. Se mi avvicinavo a qualcuna, facevo cose idiote per attirare la sua attenzione: le chiedevo i compiti, le regalavo un cioccolatino, facevo vaghe allusioni cui speravo seguisse un cenno inequivocabile. Che naturalmente non arrivava mai, neppure da quelle che poi scoprivo essere pi\u00f9 o meno attratte da me. Per non parlare del mondo degli adulti, in cui l\u2019amore sembrava solo motivo di risentimento o di rimpianto, e si colorava del verde del denaro o della bile. Nei cartoni animati, invece, tutto era limpido, sottolineato da lunghi sguardi luccicanti e musiche di sottofondo. Non solo nei cartoni per bambine, anche in quelli di robot. C\u2019era sempre una ragazza segretamente innamorata del protagonista, che a sua volta la ricambiava ma di solito non lo esprimeva, per ragioni (a ripensarci) raramente congrue. In effetti, quei rapporti erano forse pi\u00f9 dissociati dei miei, ma allora mi apparivano romantici e rassicuranti. L\u2019amore che preferivo, e su cui fantasticavo pi\u00f9 spesso prima di dormire \u2013 inventando delle scene che sviluppassero le potenzialit\u00e0 inespresse di quei rapporti, con un languido fioccare di baci e dichiarazioni \u2013 era quello fra Kyashan, il ragazzo divenuto androide, e Luna, la sua ex-fidanzata e compagna nella lotta contro gli invasori. Lei era bellissima, con le due code bionde che spuntavano dal casco, e lo sguardo dolce dai grandi occhi verdi. Amava Kyashan in maniera pi\u00f9 scoperta delle sue colleghe, e lui aveva per una volta un motivo plausibile per non poterla ricambiare, se non a parole. Questo rendeva la loro storia pi\u00f9 vera e pi\u00f9 tragica. Non mi capitava spesso di piangere per un cartone animato, ma lo feci nella puntata in cui Luna abbandon\u00f2 Kyashan, e lui insegu\u00ec il suo aereo sul Flender-jet fino a quando lei non si lanci\u00f2 dal portello fra le sue braccia. Miracoli dei cartoni animati, nessuno venne scaraventato nel vuoto dalla decompressione: ad ogni modo, quella era la mia visione dell\u2019amore, e cercavo la mia Luna con scarsi risultati.<\/p>\n<p>Le battaglie in spiaggia mi davano modo di entrare in confidenza con le ragazze, di parlarci, sfiorarle, lanciare sorrisi. A volte, le prendevo per mano con la scusa di un attacco in coppia, o mi fermavo accanto a loro se inciampavano, e tentavo di soccorrerle come facevano i veri eroi, battendomi col nemico. Mi sentivo forte, audace, e una volta una ragazza \u2013 si chiamava Patrizia \u2013 mi baci\u00f2 dietro una duna. Fu un momento tagliato fuori dal tempo, impresso a fuoco nella coscienza. Prima ancora che le nostre labbra si staccassero, ero gi\u00e0 innamorato di lei; poi per\u00f2 non volle dar seguito a quel bacio segreto, cos\u00ec scoprii l\u2019amore e l\u2019abbandono nello stesso istante. Vedi che fortuna.<\/p>\n<p>Mi domando se quelle prime infatuazioni, per Luna e per Patrizia, non abbiano condizionato tutto il resto. Quanto ho sognato, e quanto vissuto davvero, nei rapporti seguenti? Non so; mi sono innamorato diverse volte, ma per breve tempo. E dopo l\u2019ultima delusione, ho deciso di lasciare l\u2019Italia. O forse non \u00e8 stato per quello, forse l\u2019ho sempre voluto. Anche inscatolato in un aereo, era pur sempre un decollo, un levarsi da terra. Ho sempre sognato di volare. A tre anni, saltavo in giardino con tutte le mie forze, cercando di raggiungere gli uccelli sui rami (questo me l\u2019hanno raccontato, io non lo ricordo). A sette, con un mantello rosso ricavato da un accappatoio, e una grande S incollata sul pigiamino azzurro, usavo le molle del materasso come trampolino. A sedici, mano nella mano con Gwen (la mia fidanzata americana, fu l\u2019estate pi\u00f9 bella), fissavo il cielo notturno e immaginavo di portarla in alto, fra le stelle, a scivolare sugli anelli di Saturno e mostrarle compiaciuto l\u2019esplosione di una supernova. Desideravo una vita colma di stupore. Era troppo?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vorrebbe poter ridisegnare la sua vita. Letteralmente. Sarebbe stato un ottimo fumettista; non per hobby o per passione, come volevano i suoi genitori, ma come percorso di vita, espressione autentica. Si \u00e8 sempre ripetuto che, se quella fosse stata la sua vocazione, non l\u2019avrebbe abbandonata cos\u00ec facilmente. Ma forse si \u00e8 solo usato un\u2019enorme violenza. Ha voltato le spalle a una parte di s\u00e9, a quello sguardo che lo teneva inchiodato alla forma delle nuvole, o alle traiettorie di una mosca in un raggio di sole. Ora gli \u00e8 chiaro perch\u00e9, fra tante citt\u00e0 in cui trasferirsi, abbia scelto proprio New York, e fra tante offerte di lavoro, proprio l\u2019ufficio pi\u00f9 alto, con vista sulla baia. E sopra ogni cosa, capisce la malinconia senza nome che lo stringeva ogni volta che allungava gli occhi verso l\u2019orizzonte. Una malinconia che sapeva di radici penzolanti, scelte quotidiane, piccole derive verso la realt\u00e0. In un processo di selezione inconsapevole, come la fine di un\u2019estate, ci si sveglia una mattina che si \u00e8 <em>cresciuti<\/em>. Ed \u00e8 troppo tardi.<\/p>\n<p>L\u2019odore del fumo si \u00e8 fatto insopportabile. Non lo sorprende pi\u00f9 aver ritrovato proprio ora quei ricordi d\u2019infanzia; semmai, lo amareggia la loro futilit\u00e0, il fatto che le grandi comprensioni arrivino sempre quando non c\u2019\u00e8 rimedio. Ma va bene lo stesso: non si sente pentito, anzi, piuttosto eccitato come un bambino davanti a un giocattolo che credeva smarrito. Lo diverte pensare che, dopo tanti anni spesi a studiare, a lavorare, a realizzare, la parte pi\u00f9 importante della sua vita rimangano i sogni infantili, le lotte su una spiaggia, la musica incalzante di un cartone animato. Vorrebbe condividere quella scoperta con il mondo, ma il mondo ha ben altro di cui occuparsi.<\/p>\n<p>Ormai anche le grida si sono diradate, per lasciare spazio alle preghiere, ai pianti, al silenzio. Comincia a sentire il crepitio delle fiamme dietro la porta, e il subdolo strisciare sotto il pavimento. I muri si sono fatti gonfi e incandescenti. \u00c8 questione di minuti, ormai. Alcuni uffici sono gi\u00e0 crollati, ne ha sentito gli schianti. Il grattacielo si contorce, sibila e geme come un serpente afferrato al collo. E il bello \u00e8 che non sa neppure cosa sia successo. Qualcuno ha parlato di un aereo, un aereo di linea, pieno \u2013 suppone \u2013 di gente altrettanto incredula ai finestrini. \u00c8 un\u2019idea talmente assurda che dev\u2019essere vera. Non che abbia molta importanza. Il fiume Hudson continua a portare tranquillo le sue acque diluite verso Ellis Island, dove un tempo sbarcavano i suoi antenati, e verso Liberty Island, con quella torcia innalzata come il Medusa quando urlava \u201ccon l\u2019aiuto del sole vincer\u00f2!\u201d. Dov\u2019erano quella mattina i suoi eroi? Se c\u2019era un momento in cui avrebbero dovuto intervenire, era quello. Ha fatto il possibile: si \u00e8 trovato nel mezzo di un\u2019autentica emergenza che avrebbe richiesto l\u2019intervento di un robot, di un supereroe, ma niente. Non si \u00e8 visto nessuno. Forse erano alla festa di compleanno di qualche bambino. Sorride.<\/p>\n<p>I suoi pensieri sono ormai sconnessi, intossicati, ma si sente integro e leggero come mai prima d\u2019ora. Non vede lo sfacelo intorno a s\u00e9, ha ritrovato l\u2019occhio magico, lo sguardo che trasforma la realt\u00e0. Nuvole capricciose migrano verso est, mentre molti suoi amici bruciano tra le fiamme delle scale. Non li seguir\u00e0. Non fa per lui, carbonizzarsi per avidit\u00e0 di vita.<\/p>\n<p>Gli piace sentire il soffio dalle vetrate infrante, che dirada almeno un poco l\u2019odore acre del fumo. \u00c8 una voce familiare, rassicurante; lo riempie e lo solleva come i colombi celesti di Magritte. Perfino i muri sembrano trasparenti, carichi di cielo. Il suo occhio trasforma, e si trasforma. <em>Si trasforma in un razzo missile, con circuiti di mille valvole\u2026<\/em><\/p>\n<p>Sente la musica pervaderlo come un tempo, ritmata ed esaltante. Ha di nuovo tre anni, e sei, e sedici. Si alza ipnotizzato dalla poltrona. Dietro di lui, la porta dell\u2019ufficio comincia a deformarsi, la maniglia si \u00e8 gi\u00e0 sciolta. Davanti a lui, una brezza fresca, e la vertigine dell\u2019orizzonte. In fondo, nessuna scelta.<\/p>\n<p><em>Tra le stelle sprinta e va&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Solo un sorriso. E la folle sensazione della cornice di alluminio che oltrepassa le sue spalle.<\/p>\n<p>\u00ab <em>Goldraake!!<\/em>\u00bb urla spiegando le braccia. Sente l\u2019antica energia crepitargli intorno, avvolgerlo in un bozzolo di luce. Un salto non \u00e8 che un salto. Un salto \u00e8 molto pi\u00f9 che un salto. Un salto non sai mai cos\u2019\u00e8, finch\u00e9 non hai saltato.<\/p>\n<p>Prima che la sua mente si spenga nel vuoto, trova ancora la forza di allargare il sorriso.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_24521\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"24521\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da bambino, ero convinto che un giorno o l\u2019altro Goldrake sarebbe atterrato in citt\u00e0. 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