{"id":20135,"date":"2014-05-31T12:05:06","date_gmt":"2014-05-31T11:05:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=20135"},"modified":"2014-05-31T12:05:06","modified_gmt":"2014-05-31T11:05:06","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-il-mondo-e-grigio-il-mondo-e-blues-di-angelo-chiafari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=20135","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Il mondo \u00e8 grigio, il mondo \u00e8 blues&#8221; di Angelo Chiafari"},"content":{"rendered":"<p>\u2026\u00e8 solo la mancanza\/<br \/>\ne pu\u00f2 affogare.<br \/>\nE. MONTALE, Piove<\/p>\n<p>L\u2019alba scende intanto che ti si schiudono le palpebre. Il silenzio crudele della notte ancora lascia tracce lungo i perimetri assonnati della stanza. Non respiri, ma \u00e8 solo per un secondo. Gli occhi si spostano riversi sulle cose, come a doverle riconoscere dopo l\u2019agonia di un sonno assente.<br \/>\nTi gioca tra le ciglia una luce inquieta, una luce densa di latte e viscosa, ruvida allo stesso tempo e priva di vita, che allunga veli di perla tra i pallori del soffitto. Stendi la mano a cercare il fiato esausto, l\u2019odore inerme dei papaveri dopo la brezza e l\u2019uragano. Ma lei non c\u2019\u00e8. Non c\u2019\u00e8 il suo corpo, la sua pelle \u00e8 altrove.<br \/>\nTi si ferma il respiro ancora, ma un istante soltanto. Soffocare solo un attimo, annegare nella sete di lei prima di riemergere nel nulla.<br \/>\nL\u2019universo non si muove, se ne resta sottosopra, esterno, forse addirittura inutile.<br \/>\nInutile come sei tu, senza di lei. Inutile come \u00e8 il tuo petto, nudo, come sono gli spazi che dal suo riverbero screziato non si lasciano riempire.<br \/>\nVorresti almeno il sole a gongolarsi dalle finestre, una briciola, un sorso. Il cielo invece umido non ha un sorriso, livido e spento sconfina all\u2019orizzonte, pesa, comprime, invade gli esseri. Vorresti almeno un motivo per riprendere vita, una ragione che imprima la gravitazione al cosmo. Ma il Big-Bang \u00e8 lontano, lontano ancora un giorno.<br \/>\nTocca a te ridare alle cose una scenografia coerente, un ordine che non somigli all\u2019oblio. Dal bordo del letto non c\u2019\u00e8 vertigine, issi la testa che pendeva come abbandonata sull\u2019orlo di un precipizio, ti si tendono le fibre dei fianchi e dei muscoli addominali, riprendi forma, la schiena ti ridona la prospettiva delle altezze.<br \/>\nLa terra reclama il suo posto al di sotto dei piedi, il cielo infimo vuole svettare nuovamente sopra le ciclopiche miserie umane. E allora ti alzi, con il coraggio di un kamikaze.<br \/>\nOggi \u00e8 di nuovo domenica, \u00e8 una rinnovata perenne mancanza. La finestra manda rigagnoli di gocce, r\u00ecvola di mille microscopici prismi dimenticati dalla gamma dei colori, si appanna davanti al tuo respiro e ti ricorda spudoratamente che sei vivo. Ti rammenta che esisti e ti spiattella in faccia che piove.<br \/>\nPiove, come fosse una maledizione.<br \/>\nTi soffia un sospiro nelle segrete dei palpiti, la senti scorrere nelle cellule, avvamparti nelle vene il desiderio, il bisogno dolce del suo abbraccio, dei suo capelli di vento adagiati sulla schiena. Ma lei non c\u2019\u00e8. Non ci sono le sue mani, non ci sono i suoi seni di nuvola. Lei non c\u2019\u00e8. E le sue dita sono altrove.<br \/>\nC\u2019\u00e8 solo uno specchio, asettico e brutale, dove la tua immagine compie gesti lenti e muti, dove ti rifletti crudo, evanescente e spoglio senza avere lei addosso. Poi ti guardi, ti confronti col tuo riflesso. E nel riflesso ci vedi nessuno. \u00c8 un\u2019identit\u00e0 che non esiste. Oggi non ti serve, oggi sei disuguale.<br \/>\nOggi non hai un nome.<br \/>\nHai bisogno di muoverti. Se non lo fai adesso potresti consumarti in una sola fiammata, incenerirti e svanire. Se non ti muovi adesso tutto il mondo rester\u00e0 fermo, uggioso e scialbo, grigio come di metallo, inconcludente.<br \/>\n\u00c8 uno sforzo immane, come trascinarsi le catene e i ceppi. \u00c8 come scolpire i movimenti, come doverli liberare da un gigantesco blocco di marmo.<br \/>\nLa polvere bruna scompone granelli di violetto dalla luce cinerea, grondando dall\u2019incavo di un cucchiaino. Contraddice il concetto di calore la piccola corona di fatue piume di fenice. Poi lasci che la meccanica di fauci nere digerisca una sottile preda iridescente, lasci che il vuoto ingoi la musica e la musica il vuoto.<br \/>\nTi gemono nel tatto sussulti di una danza dirompente ed epidermica, ti vive ancora sui palmi la seta impetuosa delle carezze. Lo avverti, \u00e8 insopprimibile, tra le braccia, quello stringersi di lei. Ma lei non c\u2019\u00e8.<br \/>\nLei non c\u2019\u00e8. Eppure \u00e8 ancora qui, dappertutto, dovunque. Lei. In ogni angolo nascosto del tuo essere, in ogni infinitesima, intima parte di te. Lei \u00e8 ancora qui. E state ancora facendo l\u2019amore.<br \/>\nIl tuo corpo \u00e8 fatto di petali, \u00e8 cos\u00ec tanto mistico che devi punirlo, ammaestrarlo nuovamente alla sua isola sguarnita e brulla; \u00e8 un bambino discolo che fa i capricci, \u00e8 un riottoso destriero che non si lascia domare. Il tuo corpo \u00e8 un\u2019elegia, \u00e8 il carme delle onde che riecheggiano l\u2019argento della luna; \u00e8 un fondamentalista e quello di lei una religione. Il tuo corpo \u00e8 un ramo spoglio, teso al cielo che non raggiunge; \u00e8 indocile e non sente ragioni, \u00e8 un vibrare discrepante, un postulato incongruente. E devi rieducarlo ogni volta all\u2019inammissibile sofisma di questo essere la smarrita met\u00e0 di qualcosa.<br \/>\nI tuoi pensieri sono diventati carne, ti pieghi sui gomiti per avvelenare di una fatica fisica le giunture avvinte. Quella che ti divora lo stomaco sembra rabbia e quasi finge di essere fame; e invece \u00e8 tristezza. \u00c8 una profonda e insostenibile smania, una pena, una sevizia. \u00c8 un turbamento, un tormento che impregna le cose.<br \/>\nFletti. Rifletti.<br \/>\n\u00c8 un palloncino il tuo cuore e se ne volerebbe via con i pensieri che sono piume. Eppure tutto il resto \u00e8 piombo, tutto il resto preme, imprime, schiaccia. La terra sembra farsi molesta con tutta la sua forza di gravit\u00e0.<br \/>\nVorresti che l\u2019aroma del caff\u00e8 non ti straziasse le narici, che non gorgogliasse nella moka sbuffando come una locomotiva impazzita, al galoppo verso il confine della tua lucidit\u00e0. Vorresti che i Deep Purple non cantassero \u201cMastreaded\u201d, che quel grido non assomigliasse al tuo.<br \/>\nLa tazza che ti fuma tra le mani disegna volute incolori che si disperdono nell\u2019elevarsi. Ansimano le tue dita sul vetro della finestra, il tuo petto ancora nudo racchiude un silenzio. Una luce di impavidi raggi muore nel massacro tra le nuvole, sprizza e si sparge nel fiotto di un sacrificio inutile. Venature di magenta sbiadiscono fra la pioggia che si fa pi\u00f9 lieve, ma pi\u00f9 greve, e cola sugli oggetti vischiosa, vivida e violacea come uno sciroppo di mirtilli e sangue.<br \/>\nSe tu fossi uno scrittore, scriveresti della creatura mostruosa che ti abita lo scarico intasato del lavandino e, di tanto in tanto, grugnisce brontolando lugubre qualche grossa bolla. Peggio sarebbe se tu fossi musica, con quel tuo continuo controtempo: saresti una vita dodecafonica, un giro di la minore con gli accidenti in chiave, saresti una serie di puntini neri che scorrono in mezzo alle linee, tra quegli smisurati spazi vuoti. Vuoti di lei.<br \/>\nOggi \u00e8 domenica e la detenzione non prevede l\u2019ora d\u2019aria.<br \/>\nLa tua felicit\u00e0 pende dorata nel giardino delle Esperidi, vive al di l\u00e0 dello stretto la tua sacerdotessa di Venere. Affronteresti le disumane fatiche per sottrarla al titano, ti tufferesti nella notte con la tempesta che infuria. Ma oggi \u00e8 domenica e lei non si poser\u00e0 su di te. Lei, con quelle sue movenze di alabastro incatenate ad una rupe.<br \/>\nOggi non c\u2019\u00e8 che l\u2019assenza: l\u2019assenza di lei. Oggi non ci sono che immolati sospiri nel frangersi dell\u2019ignoto che incombe.<br \/>\nAncora domenica; empia, sgarbata, bugiarda domenica.<br \/>\nE tu, inerme. Disadorno te ne stai, con la testa di Medusa tra le mani davanti all\u2019arido impietrire delle cose. Eroso e perso, ti sgretoli, seguendo Pegaso che sbuffa, che scalpita su altipiani spogli di un avveduto e folle buon senso.<br \/>\nIl vetro \u00e8 uno schermo di umidi occhi, pupille madide in cui gualcisce la tua immagine. Ogni goccia piaga e trabocca, rallenta sospesa a mezz\u2019aria. Soccombono contorni tra sfumature instabili.<br \/>\nPiove, ma non lava. Trasuda soltanto una luce informe, oleosa, un bagliore fosforescente, cianotico.<br \/>\nI poeti sono fragili. Il loro cuore \u00e8 una liquida bolla, esile, una difesa flebile, che argina a fatica un fondersi di magma incandescente.<br \/>\nPiove che sembra un pianto. E invece \u00e8 un\u2019asfissia.<br \/>\nTi sale dalle viscere un\u2019improvvisa, incontenibile voglia di correre, un\u2019esigenza, un bisogno incastonato nelle molecole. Se non ti muovi potresti evaporare. Se non ti muovi adesso, potresti svanire.<br \/>\nPantaloncini e maglietta scarlatta ti aderiscono alle membra come una seconda pelle, una finzione inutile di un tocco delicato che la pelle stessa inutilmente sospira. Sull\u2019uscio ansimi, la creatura del lavandino approva con l\u2019eruttare di una ennesima bolla. Poi chiudi la porta dietro di te, senza concedere tregua ai numeri delle canzoni sul display. Scendi in strada.<br \/>\nL\u2019aria impregnata di bagliori lividi s\u2019impasta lungo gli edifici e l\u2019asfalto, ti gonfia i polmoni e ti si incolla sui contorni dei muscoli tesi.<br \/>\nRespiri, forte, come se non l\u2019avessi mai fatto, come se fosse la prima volta che respiri. Emetti un passo che quasi barrisce per quanto pesa. Quello dopo \u00e8 un nuovo pachiderma. Gli altri che seguono si semplificano, s\u2019accavallano, si amplificano. Poi si scompongono, si ricompongono, hanno aperture alari come stormi di aironi, affusolati e bianchi.<br \/>\nBruci di onde di lei. Bruci del mare del suo amplesso, del suo corpo che non c\u2019\u00e8 e ancora ti accoglie.<br \/>\nGravida di affanno \u00e8 l\u2019atmosfera, imbevuta d\u2019idrogeno e di piombo. Il tuo sudore caldo gronda e vi si mescola. Ma la tua corsa si sbriciola, si sfarina luccicante in uno spettro di colori diafani. Ad ogni passo ti frantumi, nebulizzi in mezzo all\u2019aria sovraccarica, la tua corsa \u00e8 un levarsi di fenicotteri rosa e spruzzi di cristalli arcobaleno. Tutto il resto \u00e8 pietra e tu sei brezza.<br \/>\nLe tue rotule si sfoltiscono, fendono l\u2019aria pallida con le cadenze di una melodia. Il tuo battito \u00e8 un ritmo gitano.<br \/>\nPalpiti. Gocciola tutto intorno una primavera che non arriva. Sfiori le persone come cristalli su un fondale. Ogni cosa si sposta fiacca, oppressa da una massa liquida, soffocante. Sei tu l\u2019unico essere leggero, l\u2019unico moto che il pianeta conosce.<br \/>\nE allora corri, con quella musica indistinta che ti si agita dentro. La tua corsa \u00e8 un fluire, corri. E ti ribelli al suolo.<br \/>\nCorri che sembri una lacrima. Sei l\u2019eufonia di una chitarra che arpeggia. Ti levi tra sassi caduti e macerie sommerse, ti sono sbocciate due ali sottili.<br \/>\nSiamo tutti polvere nel vento. Ma tu corri, perch\u00e9 non sei che una libellula. E voli in mezzo ai palombari.<br \/>\nI poeti sono solitudini. Il loro cuore \u00e8 una stella cadente, \u00e8 una ferita bianca che solca la notte.<br \/>\nSe tu fossi uno scrittore, scriveresti della tregua che, improvvisa, concede la pioggia, del silenzio che, inatteso, investe le strade. \u00c8 cos\u00ec che si levano nell\u2019afa umida fiocchi di cotone candidi a miriadi, soffici semi languidi che riecheggiano la vita. Nevicano a falde morbide, planano e prorompono in una quiete di assoluta magnificenza.<br \/>\nSembrano le porte dei Campi Elisi, sentieri d\u2019immacolate nuvole, sembrano mura di una fortezza bianca. Hanno le fattezze di lei.<br \/>\nAttonito rallenti, ma per trasfigurarti. Le minuzie liquide si vanno stemperando in una densa coltre di platino. C\u2019\u00e8 uno sfavillare adamantino, un rifulgere di rorida orchidea, un tenero e sfumato balenare di rosa pastello nello sciogliersi dell\u2019acciaio e del bronzo. Si posa la nebbia come una veste di organza, come il mantello di una dea che incede. Invade gli specchi d\u2019acqua, sottrae gli spigoli delle montagne. Dovunque sia l\u2019iperuranio, dovunque esso si trovi, ti sta venendo a prendere. La sua mano lattea di bruma ti accarezza, si tende, in quello spettacolo ineffabile si apre, ti svolge sulle guance le sue dita metafisiche, ti sfiora di opalescenti batuffoli.<br \/>\nTi sussulta lo spirito, ti si sporge in un tale incanto. Ti fermi, rapito e sconcerto, quasi incorporeo ti protendi, diventi intangibile, sembri pronto a trascenderti.<br \/>\nE invece ti pieghi in due, con i palmi sulle cosce ancora crepitanti. Indugi, nell\u2019aria che si \u00e8 rifatta nuovamente spettrale, ti si perde un grido amorfo tra le spire di un vortice implacabile, stramazzi nella cenere come precipitato da un paradiso perduto. Non puoi che abbandonarti all\u2019apnea e senza fiato prosegue la tua deriva.<br \/>\nI polmoni ti abbandonano di colpo, hanno ceduto di schianto. Ora il tuo petto ristabilisce le sbarre, ti costringe alla resa, ora sei di nuovo fisico, relegato alla materia e alle sue forme.<br \/>\nOrmai non \u00e8 pi\u00f9 polline: \u00e8 kryptonite.<br \/>\nDa qualche parte in quella disperazione ritrovi la forza, ti raddrizzi, ti ricomponi. Riafferri il cielo, ma con le pupille soltanto, con una sete perenne e inappagata. La tua gabbia toracica \u00e8 tornata una voliera.<br \/>\nTi appoggi alla ringhiera sul bordo del nulla, esplodono i tuoi respiri come supernove: li vedi brillare, ma sono gi\u00e0 morti.<br \/>\nTe ne resti immobile per alcuni attimi, sgomento ed esiliato nella tua incompleta fenomenologia. Sei quel viandante sul mare di nebbia, sei una melanconica romanza di Chopin.<br \/>\nIn questa realt\u00e0 non c\u2019entri, tu sei pletorico. Non sei che l\u2019intoppo nell\u2019estetica hegeliana, non sei che un\u2019Incompiuta.<br \/>\nSei ridiventato nient\u2019altro che un sospiro. In ogni rossa cellula del tuo sangue, fin dentro la tua intima carne, non sei nient\u2019altro che desiderio di lei. Bruci, del suo corpo che manca. Il tuo corpo s\u2019avvampa, s\u2019incenerisce su una pira. Portate a lei il tuo cuore intatto! Portateglielo in una cassetta, che possa custodirlo, per l\u2019eternit\u00e0.<br \/>\nIl cielo ti ha lasciato ancora sperduto e si prepara a far male di nuovo.<br \/>\nProbabilmente hai sbagliato secolo. Dovevi nascere nell\u2019Ottocento. Allora forse avresti potuto credere nell\u2019anarchia, ti saresti fatto beffe di questa ipocrita e rozza etichetta dalle fattezze borghesi. Avresti riso delle dicerie dei popolani, saresti corso alla finestra di lei, le avresti rubato baci, velato nella fragranza dei gelsomini. Ve ne sareste andati via insieme, avreste viaggiato per anni, sareste salpati con la foschia. Vi sareste lasciati alle spalle regimi antichi, ogni morale, ogni dovere, avreste vissuto senza tiranni, fino ai confini di mondi nuovi.<br \/>\nSi, dovevi nascere nell\u2019Ottocento. E lei sarebbe stata con te, sempre.<br \/>\nOppure non sarebbe cambiato nulla, nulla sarebbe valso. E tu saresti morto esule. Brigante e fuorilegge, come in questo secolo incolore.<br \/>\nLa compatta ontologia della nebbia va solvendo il suo nitore, stillano dardi radi e sottili di un ennesimo affanno. Compaiono creature grottesche sui bordi dei marciapiedi spogli, figure inquietanti, mostri che sovvertono l\u2019arte di Goya. Nel loro grigiore si genera il sonno della ragione. Compaiono demoni, come dal nulla, nella luce che s\u2019\u00e8 rifatta metallo.<br \/>\nCosa mai \u00e8 la bellezza? \u00c8 una tensione, \u00e8 una ricerca. \u00c8 forse un viaggio pi\u00f9 che la meta, per chi non si accontenta di vivere e basta. La bellezza \u00e8 tutto ci\u00f2 che rimane. \u00c8 tutto ci\u00f2 che resta a chi ancora vuol essere umano.<br \/>\nCi vorr\u00e0 ancora qualche minuto, attimi soltanto di attesa e di fremito. Poi ricomincer\u00e0 la pioggia. Ti strisciano addosso gli occhi cupi di esseri ruvidi, mentre circolano nello stillicidio, sei uno straniero abbandonato qui dall\u2019ultima nave. Un organismo bipede procede gongolante e tozzo nella direzione in cui hai ripreso a correre, gli manca una lanci di selce tra gli arti dal pelo fulvo. Emette un suono rauco salutando qualcuno. Ti guarda con gli occhi algidi da vichingo, piove pi\u00f9 forte ma la canottiera non \u00e8 per le intemperie, gli fa solo da ornamento. Una corpulenta signora dai lineamenti ancestrali di ebano attraversa l\u2019asfalto, tra le macchine che sembrano enormi coccodrilli, come guadasse un fiume in piena, ti taglia il passo con avanzare imponente, sfoggiando con orgoglio una vaporosa permanente corvina. Peccato non sfrondi la barba con altrettanta cura, sarebbe stata la fotocopia di Barry White. Una femmina di pitecantropo trascina ignobile un passeggino, gruppi di antropomorfi tracannano scadenti liquori paglierini, hanno appena tinteggiato di ocra le loro caverne, hanno appena espanso le loro palafitte. Nella loro epiglottide riecheggia una lingua dura che tu non conosci, un agglomerato di fonemi ostili, ruvidi e gutturali.<br \/>\nSono ominidi da accumulo, esseri senza meraviglia.<br \/>\nTu passi accanto ad essi nella pioggia che infuria, emettono suoni striduli dal loro muso ebete, battono sui lastroni di pietra grandi ossa di mammut. Elevando i loro arti villosi, essi deridono la tua corsa. Ma sono esseri senza stupore, creature abiette, inclini ad ignorare il senso verticale che inonda l\u2019orizzonte.<br \/>\nConviene rispondere con prudenza al loro schiamazzo. Forse non hanno nemmeno il pollice opponibile; usi il medio, per non offenderli.<br \/>\nTransiti in mezzo ad essi mentre il cielo torbido vomita violento un muro d\u2019acqua. La strada verso casa pare adesso interminabile, senti nella gola una morsa acre di anidride, il diluvio ti spruzza le tibie del liquame di pozzanghere sudice. Il cielo \u00e8 di carminio, \u00e8 una crosta d\u2019alluminio e di sangue rappreso. Si liquefa come di cera e porpora. Si squarcia che sembra l\u2019apocalisse.<br \/>\nQuando alla fine rimetti piede sull\u2019uscio, sei un tonno fuori dal branco. Rientri che sei fradicio. Il mostro del lavabo gorgoglia e si fa beffe di te. \u00abSta zitto\u00bb, gli grugnisci gocciolante, ma in quello scarico si deve essere intasato un giullare.<br \/>\nTroppe cose ti sono rimaste ancora da fare. Forse dovresti mangiare qualcosa, scendere a buttare la spazzatura.<br \/>\nTi togli di dosso quei vestiti inzuppati, la verit\u00e0 \u00e8 che non ne puoi pi\u00f9. Forse per respirare ti ci vorrebbero le branchie.<br \/>\nGrondano carezze fluide lungo i percorsi dei pettorali, s\u2019inondano sopra i capezzoli. Ora sei di nuovo nudo. Si sciolgono i tuoi contorni nel fulgore indaco che va irradiando il nubifragio. La tua pelle reclama senza posa le labbra avide di lei.<br \/>\nDi lei, che \u00e8 dappertutto, che non c\u2019\u00e8 da nessuna parte.<br \/>\nTi scagli sotto la doccia che quasi il bollore ti graffia. Ti abbracciano l\u2019acqua e il vapore, sono come un utero che non nutre, in cui graviti ma non rinasci. Ti passi le mai tra i capelli, ti lasci irrorare da quel massaggio che scorre intenso. \u00c8 un lenire che non cura, un rimedio che \u00e8 solo un palliativo.<br \/>\nC\u2019\u00e8 Pessoa che ti perseguita, che non ti da pace col suo non-essere.<br \/>\nIl rumore dell\u2019acqua si tace. Ti asciughi, ti avvolgi nelle immensit\u00e0 felpate del tuo accappatoio. Si \u00e8 fermata di nuovo persino la pioggia. Solo al tuo silenzio non c\u2019\u00e8 tregua.<br \/>\nI poeti sono salici piangenti, protendono i loro cuori sulla superficie degli stagni, liberano parole dai macigni.<br \/>\nSe tu fossi uno scrittore, magari scriveresti dello sciopero generale proclamato dal tuo stomaco, scriveresti di questa insaziabile fame di lei che offusca ogni altro istinto di sopravvivenza.<br \/>\nForse c\u2019\u00e8 un po\u2019 di quiete in questo nonnulla.<br \/>\nSobbalzi al suono penetrante del citofono. Quando sollevi la cornetta, il perenne tacere ha reso roche le tue corde vocali.<br \/>\n\u00abChi \u00e8?\u00bb, domandi flebile.<br \/>\nUna voce di esaltato prorompe dall\u2019altro capo: \u00abSalve! Giungo a portarle una visione ottimistica della vita!\u00bb.<br \/>\nCon la simpatia di un grizzly, riappendi la cornetta brontolando qualche meritato insulto. Ma nemmeno il mostro nel lavabo fa in tempo a commentare, che il citofono riemette la sua supplica infernale.<br \/>\nRiafferri con rabbia il ricevitore: \u00abMa chi \u00e8?\u00bb, reclama il brontosauro che dalla tua laringe si \u00e8 messo a fare le tue veci.<br \/>\n\u00abSalve! \u2013 ribadisce la voce di prima \u2013 Forse \u00e8 caduta la linea\u00bb.<br \/>\nOra, spiegheresti volentieri a un cotanto genio che quello in cui sta parlando \u00e8 soltanto un citofono, che la linea non cade, che viceversa qualcos\u2019altro realmente potrebbe cadere, magari dal balcone, se immediatamente non ti lascia stare. Ma oggi \u00e8 domenica, oggi sei pi\u00f9 burbero del solito. E non hai nessuna voglia di dare lezioni sugli ovvi funzionamenti di un tale congegno.<br \/>\nSemplicemente borbotti: \u00abChe vuole?\u00bb<br \/>\n\u00abSalve! Giungo a portarle una visione ottimistica della vita\u00bb.<br \/>\nCiak: \u201ctritatura di gonadi\u201d, uno; seconda. La battuta si ripete, il suo \u00e8 un copione e non gli \u00e8 parsa affatto buona la prima.<br \/>\nSebbene un gorilla infuriato si sia drizzato dalla base dell\u2019esofago per obiettare al tuo posto, il cinismo \u00e8 pi\u00f9 forte e tagli corto: \u00abNon mi interessa\u00bb.<br \/>\n\u00abMi scusi se l\u2019ho disturbata \u2013 insiste l\u2019altro con atroce garbo -, mi conceda solo un minuto, non la tratterr\u00f2 molto\u00bb.<br \/>\nTi prendi due secondi per rifletterci con astuta freddezza. Sembrer\u00e0 che tu abbia ceduto, ma forse \u00e8 in fondo l\u2019unico mezzo praticabile per conseguire il nobile scopo di scrostarti costui dal basso ventre.<br \/>\nEspiri: \u00abVa bene, scendo subito\u00bb. Tanto, dovevi buttare l\u2019immondizia.<br \/>\nFai le scale come un condannato, in una mano l\u2019ombrello, nell\u2019altra il sacco con la pattumiera. Il tizio ti aspetta oltre il portone, entusiasta sventola i suoi opuscoli.<br \/>\n\u00abBuongiorno\u00bb, ti sorride.<br \/>\n\u00abCome no\u00bb, gli fai. Ma ti imponi un tono pacato.<br \/>\n\u00abMi scusi se l\u2019ho disturbata ma, come dicevo, giungo a portarle una visione ottimistica della vita\u00bb.<br \/>\n\u00abSi, questa \u00e8 la terza volta\u00bb.<br \/>\n\u00abHa ragione. Lei crede in Dio?\u00bb.<br \/>\n\u00abIn Dio? Beh, in Dio ci potrei anche credere. \u00c8 sull\u2019uomo che nutro qualche dubbio\u00bb.<br \/>\nNon \u00e8 certo uno che coglie le sottigliezze, tanto che riprende la sua partitura e comincia a menartela sciorinando i tracciati rassicuranti dei suoi fascicoli improbabili.<br \/>\nAttendi con distacco atarassico e impaziente che la tirata possa pervenire a una conclusione (perch\u00e9, insomma, prima o poi la far\u00e0 pur finita!). Lui parla, infervorato. Tu ascolti, ma il suono della sua voce lambisce i padiglioni di orecchie indifferenti.<br \/>\nNon \u00e8 affatto di poche parole. Tu ascolti, zen, ma come un gargouille. In una mano l\u2019ombrello, nell\u2019altra il sacco della spazzatura.<br \/>\nAlla fine la smette. E proprio allora pensi che, s\u00ec, Dio c\u2019\u00e8. E che la punteggiatura che ha sancito la cessazione di quel discorso mediocre ne \u00e8 la prova pi\u00f9 evidente.<br \/>\nLa pausa che segue sembra degna di un attore consumato, serve solo per dare solennit\u00e0 a ci\u00f2 che \u00e8 l\u00ec per dire.<br \/>\n\u00abQuesto mondo sta per finire, lo sa?\u00bb.<br \/>\n\u201cLo so\u201d, vorresti rispondere. Il mondo finisce ogni domenica. Il mondo chiude i battenti ogni qualvolta il sorriso di lei se ne porta via il senso.<br \/>\nMa ti limiti ad assentire, interpretando la tua parte nel culminare di quella patetica pantomima.<br \/>\n\u00abGuardi qui \u2013 incalza lui -. Ascolti\u00bb, e tira fuori il volume delle sue scritture sacre, il pezzo da novanta. Ci sguazza dentro con la perizia di un automa. In tal maniera, principia a venderti il paradiso come fosse un rappresentante di pentole.<br \/>\n\u00c8 cos\u00ec interessante e cos\u00ec tanto avvincente che, mentre parla, tu non fai che chiederti dove diavolo hai lasciato il machete.<br \/>\nIl tipo \u00e8 implacabile, non conosce alcuna piet\u00e0, deve sbandierarti tutto il repertorio. Te ne resti immobile, in una mano l\u2019ombrello, nell\u2019altra l\u2019immondizia, subisci la fustigazione dei suoi epistemi, la tua resistenza \u00e8 clandestina, sotterranea. Non reagisci, il tuo impegno \u00e8 interamente devoluto a contenere gli acidi gastrici mentre ascolti che imminente \u00e8 la battaglia tra il bene e il male, che il mondo si divide in buoni e cattivi, salvati e condannati, che la felicit\u00e0 \u00e8 una specie di concorso a premi ed \u00e8 a numero chiuso. Prevedibile come una supposta di guttalax, attacca la requisitoria sull\u2019alcool, sul fumo, sulle droghe. Bisogna evitare le vie del malvagio, bisogna mantenere la purezza. Altrimenti ti aspetta l\u2019inferno.<br \/>\n\u00abUn altro?\u00bb. \u00c8 un vile sarcasmo che lui non coglie. Anzi, devasta con l\u2019ostinazione di una ruspa lanciata inarrestabile verso il paradiso.<br \/>\nI puri non hanno ironia.<br \/>\nQuando indugia sul termine \u201cfornicazione\u201d sei gi\u00e0 sull\u2019orlo della gastrite. Grazie a una sorte benevola, per\u00f2, anche una cos\u00ec spietata tortura ha un limite massimo. Conclude e fatalmente presenta formale richiesta di lasciarti qualcuna delle sue urticanti riviste. Ma te lo chiede con un piglio pedagogico, pi\u00f9 o meno come fosse un ordine.<br \/>\nTu accetti con manierismo e affettata gentilezza, tanto il bidone della carta non aspetta altro.<br \/>\nQuindi, con la mano tesa, amichevole, si congeda come se ti avesse appena fatto un favore. Prima di mollarti, comunque, ci tiene espressamente a ribadire: \u00abQuesto mondo sta per finire, se lo ricordi\u00bb.<br \/>\n\u00abNon mancher\u00f2\u00bb, e il resto della frase te lo tieni fra le fauci. Ma ti gira in testa Kurt Cobain.<br \/>\nTi avvii sulla strada, sei spossato. L\u2019ombrello in una mano, spazzatura nell\u2019altra.<br \/>\nPer fortuna ti sei portato dietro le sigarette. Se non fosse un ossimoro, tireresti un sospiro di sollievo.<br \/>\nCopri con passi distratti quel che resta del tragitto fino al cassonetto. Ti \u00e8 salita improvvisa un\u2019impellente voglia di bere. E intanto \u00e8 il cielo che ti ubriaca. \u00c8 la mancanza di lei che ti stordisce.<br \/>\nVaghi. Barcolli. Ti soffermi di fronte agli altari di quei loschi mucchi di rifiuti. Una lucida ebbrezza, una crudele costatazione amichevole. Sei il paradigma dell\u2019esistenza: in una mano l\u2019ombrello, nell\u2019altra immondizia. Dicotomia che poi si conclude, si risolve in quel tuo nulla.<br \/>\nRifai la distanza. Le nuvole s\u2019arrabbiano, sfrigolano, sono bobine di Tesla.<br \/>\nRitorni in casa che il massacro del temporale si concede un altro ballo.<br \/>\nRichiudi la porta con cura, non cigola seppure qui dentro abbia tutta l\u2019aria di una cella. Ti accoglie ancora il mostro, quello che vive nello scarico intasato. Ancora ti denigra, di nuovo ti sberleffa. Ma stavolta non puoi che dargli ragione.<br \/>\nLa luce meridiana si assottiglia, riemerge in rari e timidi filamenti dorati, ricama i bordi della tua solitudine.<br \/>\nLa pioggia sfina, se ne va a morire sopra le finestre.<br \/>\nLe tue mura sono bianche e opalescenti. E insostenibili.<br \/>\nSono ispessite le pareti della realt\u00e0, si vanno consumando nella loro opera stacanovista di stritolamento. Cerchi tregua, cerchi rifugio.<br \/>\nBrami gli spazi.<br \/>\nTi siedi. Ti adagi sui soffici contorni del letto ampio. Finch\u00e9 cedi, ti stendi.<br \/>\nPrecipiti.<br \/>\n\u00c8 un tuffo in un mare tranquillo. \u00c8 una vastit\u00e0, un oceano di velluto caldo e profondo, un infinito di cobalto che si piega ed accoglie le tue forme. C\u2019\u00e8 dovunque l\u2019odore di lei, c\u2019\u00e8 il loto espanso dei vostri corpi fusi in uno.<br \/>\nSei immerso nel blu. L\u2019intenso e incruento blu della coperta su cui giaci. Coltri di turchese e di oltremare che riecheggiano di lei.<br \/>\nRiapri gli occhi dopo averli socchiusi. Ogni cosa \u00e8 intrisa di passione, dell\u2019azzurro sostare di lei, del languore celeste che effonde dopo il gemere, dopo la piccola morte.<br \/>\nLa bellezza \u00e8 tornata a cercarti. \u00c8 come un passero che si disseta. Scrolla le piume, vola via e poi ritorna.<br \/>\nLa bellezza non te l\u2019aspetti, ma torna sempre a trovarti.<br \/>\nI tuoi pensieri si soffermano, ti accorgi che ogni cosa che tu chiami casa si veste di cromature variegate di una tonalit\u00e0 del blu. Sono blu le tue coperte, blu le tue camicie. Le tue magliette sono blu, lo sono anche gli accappatoi. Lo sono le asciugamani, come il tappeto del bagno, blu sono i bicchieri, le stoviglie, le tue giacche. \u00c8 blu persino lo spazzolino. Sono blu i tuoi occhiali da sole.<br \/>\nI tuoi pensieri sono smaltati di cobalto, rifulgono le vie dei tuoi desideri come l\u2019azzurra porta di Ishtar. I tuoi respiri sono cristalli luccicanti di zaffiri, hai l\u2019anima che rifulge di infiniti lapislazzuli.<br \/>\nLa bellezza \u00e8 come il canto soffuso delle maree, come il cielo tra la notte e l\u2019aurora. La bellezza \u00e8 come una rondine, \u00e8 come un marinaio che parte. E torna sempre a trovarti.<br \/>\nDicono che Dio sia Amore. Se cos\u00ec \u00e8, oggi \u00e8 blu persino Lui.<br \/>\nT\u2019invade una mancanza cerulea. Se tu fossi uno scrittore, ti inventeresti un finale a sorpresa, scriveresti di una resa o di un volo a precipizio.<br \/>\nMa oggi \u00e8 domenica e tu un giro di accordi che ripete la settima. Oggi tu sei l\u2019abbandono, un malinconico canto d\u2019armonica, una solitudine azzurra. Oggi \u00e8 il spasimo di un mondo grigio, che ti separa da lei.<br \/>\nLei che non \u00e8 tua.<br \/>\nLei che \u00e8 qui tra le tue mani, lei che ti manca, che ti vive nella carne.<br \/>\nNon ti resta che la musica lenta, non ti testa che il cantare straziante del tuo silenzio.<br \/>\nSe tu fossi uno scrittore, scriveresti del sole che invade le porte, di una felicit\u00e0 che sia piacere e logica. Scriveresti del cuore dei poeti, di come \u00e8 rugiada che irrora i fiordalisi, di come sia vento che passa tra le primule.<br \/>\nE invece ti riversi su quel tuo letto di velluto cobalto ad aspettare che salga il tramonto, capace solo di sovvertire il mondo con tutti quei palpiti, di penzolare con la testa fuori dal bordo, sull\u2019universo capovolto, sullo scompiglio, nell\u2019attesa protesa che ritorni tra le cose la bellezza.<br \/>\nLa sera non \u00e8 che un sospiro, un latente profumo, una favola triste. \u00c8 un balcone che resta sguarnito e sprovvisto di rose, non \u00e8 che l\u2019assenza di lei, di una principessa dolce prigioniera di un\u2019altra vita.<br \/>\nE tu non sei che un velare di petali, il tormento inquieto di spine. Il canto di un principe folle. Azzurro.<br \/>\nAnzi, blues.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_20135\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"20135\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u2026\u00e8 solo la mancanza\/ e pu\u00f2 affogare. E. MONTALE, Piove L\u2019alba scende intanto che ti si schiudono le palpebre. Il silenzio crudele della notte ancora lascia tracce lungo i perimetri assonnati della stanza. Non respiri, ma \u00e8 solo per un secondo. 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