{"id":18813,"date":"2014-05-07T18:32:57","date_gmt":"2014-05-07T17:32:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18813"},"modified":"2014-05-07T18:32:57","modified_gmt":"2014-05-07T17:32:57","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-chi-puo-dire-cosa-ha-in-testa-un-topo-di-bruno-della-queva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18813","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Chi pu\u00f2 dire cosa ha in testa un topo?&#8221; di Bruno Della Queva"},"content":{"rendered":"<p>Puoi prendere le birre e portarle al tavolo? Grazie, sai com\u2019\u00e8. Dicevamo? Ecco, s\u00ec: vuoi sapere come mi sono fatto questo. Beh, \u00e8 una storia davvero assurda. Saresti il primo a sentirla per intero. Non so perch\u00e9 proprio a te. Forse perch\u00e9 hai le orecchie grandi. O forse \u00e8 semplicemente arrivato il momento di raccontarla a qualcuno, questa storia.<br \/>\nIl fatto \u00e8 successo il giorno del mio trentunesimo compleanno. Ero sceso per ritirare un po\u2019 di soldi e andare a fare la spesa. No, ma quale festa! Se c\u2019era una cosa che pensavo mentre camminavo in direzione del bancomat era questa: cosa ci sarebbe da festeggiare? In quel periodo non facevo niente di niente: niente lavoro, niente studio, niente amici. Mi sembrava che tutti volessero giudicarmi. E condannarmi. Potevo sentirli i loro giudizi, e vedere i loro indici aguzzi puntati contro di me. Per cui me ne stavo per i fatti miei. Passavo i giorni a rinnovare propositi \u2013 sempre gli stessi \u2013 per poi vederli affondare. Mi svegliavo con calma, bevevo il mio caff\u00e9, sedevo al tavolo e accendevo il computer con l\u2019intenzione fermissima \u2013 le mie intenzioni erano sempre fermissime \u2013 di reperire indirizzi, selezionare proposte, inviare curricula; e succedeva che quattro ore dopo mi ritrovavo davanti allo schermo a leggere il Corriere, spiare i profili dei miei \u201camici\u201d, vagabondare su youtube. La vita andava avanti cos\u00ec; di tanto in tanto, una o due volte al mese, cadevo nell\u2019autocommiserazione e nel disprezzo; poi tutto passava, e tornavo a formulare propositi che mi sembravano nuovi di zecca, ma che invece erano sempre gli stessi e sempre nello stesso modo naufragavano.<br \/>\nQuel giorno, quello del mio trentunesimo compleanno, ero nel pieno di una di queste crisi. Quando raggiunsi la banca e mi accorsi che lo sportello era fuori servizio la testa inizi\u00f2 a dondolarmi sulle spalle curve (a volte mi capita ancora: un evento del tutto ordinario mi getta in uno stato di inesplicabile e muta disperazione).<br \/>\nErano passate da poco le quattro e mezza, il sole iniziava a calare. Non avevo un soldo. Mi sembrava che al mondo non ci fossero disgrazie peggiori delle mie.<br \/>\nMi girai su me stesso per tornare verso casa. La strada risuonava degli schiamazzi di una moltitudine di bambini che aveva appena abbandonato le aule di un fuligginoso edificio scolastico; due di loro, certamente fratelli, colpirono la mia attenzione: entrambi grassocci, con le teste rasate bionde e le guance rosse per il freddo, uno leggermente pi\u00f9 alto dell\u2019altro, i due bambini camminavano ai lati di una vecchia ossuta, che dirigeva lo sguardo prima sull\u2019uno e poi sull\u2019altro, preoccupandosi di non far torto a nessuno nell\u2019ascoltare una qualche diatriba che, per quello che ero riuscito a capire mentre mi venivano incontro, aveva per oggetto la propriet\u00e0 di un mazzetto di figurine. Dalla manica destra del pesante giubbotto del bambino pi\u00f9 alto, spuntava un moncherino arrossato che dondolava con spensieratezza lungo il fianco.\u00a0La cosa avvenne istantaneamente: tutto ci\u00f2 che mi rotolava per la testa scomparve, spazzato via dalla visione del moncherino. In un primo momento invidiai a quel bambino la sua disgrazia. Oh \u2013 pensavo \u2013 come sarebbe bella una disgrazia tutta mia, una disgrazia ben visibile, oggettiva, che possa offrirmi una scusa; come sarebbe bello mostrare il mio moncherino a tutti e dire: ecco, \u00e8 colpa sua! Tutta colpa sua! Dopo, per\u00f2, iniziai a provare pena per quel bambino, che aveva una mano in quella della nonna e l\u2019altra chiss\u00e0 dove. E questa pena mi calm\u00f2. Sentivo i muscoli della faccia distendersi e la schiena drizzarsi. I miei passi diventarono pi\u00f9 rapidi, e tutto mi sembrava infinitamente bello.<br \/>\nOh no, non sono certo i miei i problemi \u2013 pensavo. Non sono certo quelli che ho io i veri problemi \u2013 continuavo a ripetermi compilando mentalmente un elenco di tutte quelle persone che avrebbero potuto accusarmi: \u00abNo, non sono certo quelli che hai tu i problemi\u00bb. Barboni, profughi, malati terminali, e dietro di loro una folla di bambini silenziosi, magri, con le pance di pietra: la mesta adunata del pantheon della Miseria Umana sfilava davanti ai miei occhi. Tutto mi consolava. Mi sentii leggero. Dimenticai ogni gravit\u00e0. Decisi di non tornare a casa, e mi diressi verso il parco.<br \/>\nPasseggiavo tra gli alberi con il mio nuovo passo: un passo audace, con il futuro piantato sulle punte degli alluci. Il sole stava per tramontare. I pioppi e i platani si affidavano al cielo, con i loro rami nudi protesi verso l\u2019alto per pregare. Mi fermai e mi sedetti su una panchina. Volevo conservare l\u2019immagine di questo inverno che stavo \u2013 ne ero pi\u00f9 che certo \u2013 per lasciarmi alle spalle. Fu in quel momento che il topo, un grosso topo grigio, mi pass\u00f2 tra le gambe. Si ferm\u00f2 a pochi centimetri dai miei piedi, gir\u00f2 su se stesso, disegnando attorno al suo corpo un semicerchio con la coda, e si piazz\u00f2 l\u00ec, in quello spazio che si era ritagliato con cura sul terreno e che gli conferiva l\u2019autorevolezza di uno stimatissimo giudice seduto sul suo scanno.<br \/>\nQuando lo vidi, il primo istinto fu di arrampicarmi sulla panchina con le ginocchia strette al petto; se non l\u2019ho fatto, se sono restato dov\u2019ero, immobile, sotto i rami dei pioppi, \u00e8 stato perch\u00e9 lo stupore sopravanzava, e di parecchio, il ribrezzo: il topo, infatti, mi fissava e rideva. Ti giuro. Rideva non come pu\u00f2 ridere un topo \u2013 che poi non so, un topo pu\u00f2 ridere? Ridono i topi? \u2013 ma come un uomo. Un sorriso di scherno, che esprimeva, per\u00f2, anche una qualche forma di comprensione.\u00a0Incuriosito, iniziai a piegare con cautela il busto verso il basso e ad allungare il collo; i miei occhi socchiusi si avvicinavano ai suoi, due pallette nere e lucide incastonate nella pelliccia sporca; i suoi baffi mostrarono un fremito; la sua bocca si apr\u00ec. \u00abNon hai mai visto un topo ridere?\u00bb inizi\u00f2 a cantare \u00abApri bene gli occhi sai, perch\u00e9 tu ora lo vedrai\u00bb, concluse, e spalanc\u00f2 la bocca in una risata ampia, che gli scopriva una lunga fila di denti affilati nell\u2019arcata superiore.\u00a0No che non mi stupii a sentirlo parlare: se un topo pu\u00f2 ridere allora non \u00e8 poi cos\u00ec impossibile che possa anche parlare \u2013 pensai.\u00a0\u00abPosso?\u00bb mi domand\u00f2. Io ero ancora piegato e gli risposi di s\u00ec, certo che poteva, anche se non avevo minimamente idea di quali fossero le sue intenzioni. Mi salt\u00f2 sulla testa, le sue zampette rosa si aggrapparono a due ciuffi dei miei capelli. \u00abAlzati\u00bb mi disse \u00abnon vorrai star piegato in due per tutto il tempo.\u00bb Gli ubbidii. Aveva qualcosa, nella voce, che quasi ti obbligava a dire: sissignore!<br \/>\nDalla testa mi scivol\u00f2 sulla spalla, piazz\u00f2 il muso in direzione del mio orecchio destro, e da l\u00ec continu\u00f2 a parlarmi.<br \/>\n\u00abIo ti conosco. Trentun\u2019anni oggi, disoccupato, una laurea. Sei nato e cresciuto a Pesaro, hai studiato a Roma, un anno di erasmus a Madrid, e ora vivi a Torino; quando lo dici ti sembra di aver fatto un sacco di cose, di avere vissuto molte vite. Ma a conti fatti? Qualche lavoretto e tanta indolenza. Beh, ragazzo mio, se posso dirtelo, cos\u00ec non va per niente bene.\u00bb<br \/>\nScese dalla spalla, mi si piazz\u00f2 sulle gambe, riprese a parlare.<br \/>\n\u00abOra, guardami bene in faccia e ascoltami\u00bb mi disse \u00abin un certo senso io ti voglio bene. Non so dirti perch\u00e9, ma ti ho preso a cuore. Se oggi ti sto parlando, \u00e8 perch\u00e9 voglio aiutarti, mi capisci? Bene. C\u2019\u00e8 solo una cosa che devi sapere\u00bb spalanc\u00f2 ancora una volta la bocca, i suoi denti mi sembrarono pi\u00f9 grandi di prima \u00abIO NON SONO IL FOTTUTO TOPINO DEI DENTINI, HAI CAPITO? NON SONO IL FOTTUTO TOPINO DEI DENTINI!\u00bb grid\u00f2; e affond\u00f2 gli incisivi nel mio polso.<br \/>\nQuando mi svegliai\u2026 beh, lo vedi da te.<br \/>\nHanno detto che me lo sono fatto io, questo. Con una pietra hanno detto. Ma te lo immagini? Io che mi prendo a sassate una mano!<br \/>\n\u2013 \u00c8 stato il topo! \u2013 avrei voluto dirgli \u2013 \u00c8 stato il topo!<br \/>\nMa allora mi avrebbero chiesto come, perch\u00e9, e io non avrei saputo cosa rispondergli, capisci. Chi pu\u00f2 dire cosa ha in testa un topo?<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_18813\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"18813\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Puoi prendere le birre e portarle al tavolo? 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