{"id":18556,"date":"2014-04-14T17:35:03","date_gmt":"2014-04-14T16:35:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18556"},"modified":"2014-04-14T17:38:36","modified_gmt":"2014-04-14T16:38:36","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-il-flauto-e-la-voce-di-vincenzo-maria-sacco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18556","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Il flauto e la voce&#8221; di Vincenzo Maria Sacco"},"content":{"rendered":"<p><i>13 giugno 1979 \u2013 New York.<\/i><\/p>\n<p>La macchina emetteva un\u2019unica nota continua che si propagava nella stanza. Faceva rabbrividire e non lasciava dubbi sul suo significato. Non c\u2019erano pi\u00f9 segni di vita e il suono lo attestava inequivocabilmente. Persone, medici, infermieri si erano affollati nello spazio che circondava il letto dell\u2019ospedale americano. Tutto era stato inutile. Inutile, ormai, il trapianto di midollo che era stato gi\u00e0 programmato. Il sangue, ora fermo, negli ultimi tempi non portava pi\u00f9 nutrimento ai tessuti e agli organi cos\u00ec, alla fine, il cuore aveva smesso di battere.<br \/>\nPoco pi\u00f9 di un palmo pi\u00f9 in alto anche le sue corde vocali si erano fermate. Avevano lasciato la loro testimonianza a quella macchina che, per\u00f2, era in grado di emettere un unico suono, un&#8217;unica frequenza fredda e immutabile.<\/p>\n<p>Un suono non si vede, non si tocca, non si assaggia, non si annusa, ma quella nota no, aveva forma, colore e consistenza. Era un enorme masso grigio, duro, ruvido. Amaro e aspro. Tra poco anche la macchina sarebbe stata spenta lasciando spazio a un doloroso silenzio, al ricordo e alla perenne nostalgia.<\/p>\n<p><i>Due anni prima &#8211; Milano<\/i><\/p>\n<p>Ero un ragazzino di undici anni. Frequentavo la scuola media. Una soleggiata mattina milanese di inizio primavera io e i miei compagni non eravamo in classe ma in giardino. Ci avevano detto che, quel giorno, nell\u2019ora di musica sarebbe venuto un signore a parlarci del <i>suono<\/i>, anzi, <i>della voce<\/i>. Fu la prima volta che, nella mia vita, collegai tra loro le due parole: in genere si associa il termine \u201csuono\u201d a quello prodotto da uno strumento, mentre la \u201cvoce\u201d \u00e8 collegata alla parola o al canto.<br \/>\nEravamo in piedi, in semicerchio, davanti a una lavagna su cui erano state scritte delle lettere in varie forme: grandi, piccole, in corsivo, in stampatello, in grassetto, apparentemente a caso. Eravamo curiosi di sapere quello che sarebbe successo e, comunque, eravamo contenti della novit\u00e0. Ci avevano anche detto il nome dell\u2019insegnante che sarebbe venuto: era un nome greco. Mio fratello maggiore mi aveva informato che si trattava di un famoso cantante. <i>Un cantante viene a farci lezione?<\/i> \u2013 avevo pensato. Poi avevo dimenticato lo strano nome, ma il fatto di avere come insegnante un tipo famoso, quel giorno, mi eccitava.<br \/>\nLo vedemmo arrivare dal limite del giardino della scuola e ci guardammo tutti con sorpresa. Era giovane! In confronto ai prof stile barbagianni che avevamo, lui sembrava un ragazzo.<br \/>\nRicordo che ci mise subito a nostro agio: a ciascuno chiese il nome, poi si inform\u00f2 su quanti di noi suonavano o studiavano uno strumento musicale.<br \/>\nFece una domanda che ci sembr\u00f2 strana.<br \/>\n&#8211;\u00a0 Chi di voi mi sa dire che cos\u2019\u00e8 la voce? \u2013<br \/>\nAlcune mani coraggiose si alzarono, ma le spiegazioni arruffate e confusionarie dei miei compagni suscitarono l\u2019ilarit\u00e0 di tutti, anche la sua.<br \/>\n&#8211;\u00a0 Vedete, ragazzi \u2013 disse quando le risa si furono placate \u2013 io studio la voce, mi occupo dei suoni che siamo in grado di emettere. Eppure se chiedessero a me che cos\u2019\u00e8 realmente la voce, neanch\u2019io saprei rispondere. &#8211;<br \/>\nFece un attimo di pausa e ci guard\u00f2 con intensit\u00e0. Era riuscito a catturare la nostra giovanile attenzione.<br \/>\n&#8211;\u00a0In realt\u00e0 non saprebbe rispondere nessuno, neanche il pi\u00f9 grande studioso o il pi\u00f9 famoso cantante. Una cosa, per\u00f2, la sappiamo. Nella nostra gola ci sono due piccoli muscoli, che probabilmente voi gi\u00e0 conoscete, che si chiamano corde vocali. Sono davvero speciali, ma sono pur sempre muscoli, come questi \u2013 disse sollevando prima una gamba e poi l\u2019altra toccandosi i polpacci.<br \/>\n&#8211;\u00a0 Quando siamo piccoli, prima impariamo a camminare, poi a correre e pi\u00f9 ci alleniamo pi\u00f9 diventiamo veloci. I muscoli diventano robusti e cos\u00ec riusciamo a battere i nostri amici che hanno fatto meno allenamento. Giusto? \u2013 chiese e tutti noi rispondemmo di s\u00ec.<br \/>\n&#8211;\u00a0 Bene, la stessa identica cosa avviene con le corde vocali. Dobbiamo allenarle, come gli altri muscoli del nostro corpo. \u2013<br \/>\nCi indic\u00f2 la lavagna con le lettere scritte e disse:<br \/>\n&#8211;\u00a0Per spiegare quello che ho appena detto, vi mostrer\u00f2 un esercizio che serve proprio a questo scopo. Cercate di seguire quello che dico e le lettere che sono scritte sulla lavagna. &#8211;<br \/>\nAvvenne un fatto che mi sbalord\u00ec. Pronunci\u00f2 quelle lettere in rapida successione. Ma non le <i>disse<\/i> soltanto: la sua voce mutava continuamente <i>forma<\/i>, sembrava che uscisse prima da uno strumento, poi da un animale, poi ancora da un oggetto e cos\u00ec via. Le <i>vedevo<\/i>, ne percepivo l\u2019aspetto e immaginavo chi o cosa avrebbe potuto generarle. Molti ragazzi accanto a me sorrisero, altri ridacchiarono con la mano sulle labbra: quella sequenza di suoni alti e bassi, di versi cupi o gracchianti a loro sembrava comica.<br \/>\nEro solo un ragazzino come loro, ma avevo intuito, forse soltanto io e forse pi\u00f9 con l\u2019animo che con la mente, la straordinaria versatilit\u00e0 dei due piccoli muscoli che quel giovane insegnante stava cercando di spiegarci.<\/p>\n<p>Da quel giorno cercai di riprodurre i rumori, i suoni, i versi che sentivo intorno a me. Era come un gioco che facevo con me stesso. Quasi sempre non ci riuscivo, ma avevo dentro di me la convinzione che, se mi fossi allenato a dovere, sarei riuscito ad imitarli, proprio come aveva cercato di farci capire l\u2019uomo dallo strano nome greco.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>14 giugno 1979 &#8211; Milano<\/i><\/p>\n<p>La vecchia Arena Civica milanese pullulava di attivit\u00e0. Quella sera si sarebbe svolto un grande concerto con la partecipazione dei nomi pi\u00f9 noti del rock italiano di quegli anni. In altre circostanze gli organizzatori avrebbero portato a casa molti soldi, ma non quella volta. Il concerto doveva servire per raccogliere fondi da inviare all\u2019artista che, in un ospedale di New York, era in cura in attesa di un trapianto di midollo. Era l\u2019artista dal nome greco che, due anni prima, ci aveva spiegato l\u2019uso della voce.<br \/>\nImprovvisa e devastante, era arrivata la notizia che, il giorno prima, il destinatario degli introiti del concerto era morto. I soldi della vendita dei biglietti non sarebbero stati utilizzati per finanziare le cure negli Stati Uniti, non servivano pi\u00f9 per quello scopo. Tutti, per\u00f2, erano stati d\u2019accordo: la manifestazione si sarebbe svolta ugualmente. Non sarebbe stata la stessa cosa. Sarebbe stato un concerto luttuosamente celebrativo.<br \/>\nRicordo l\u2019atmosfera irreale che regnava all\u2019interno e all\u2019esterno della struttura. Si sentivano soltanto i martelli, i trapani e gli altri attrezzi che servivano per montare il palco e tutto il resto. Avveniva che, per qualche momento, i rumori si interrompessero improvvisamente. Allora un irreale silenzio scendeva come una coltre. Tutti si fermavano, mentre cento e pi\u00f9 pensieri risuonavano all\u2019unisono e si propagavano in tutte le direzioni.<br \/>\nIl viso di mio fratello, ingaggiato dall\u2019organizzazione come tecnico del suono, era rigato di lacrime che non sapeva trattenere. Io, tredicenne, ripensavo a quella lezione di due anni prima nel giardino della scuola, ma anche ad altro.<\/p>\n<p>Avevo una sua registrazione che ascoltavo spesso. Chiudevo gli occhi e improvvisamente ero proiettato all\u2019indietro nel tempo. Dal silenzio sorgeva il suono mistico di un flauto di canna. Le note, calde e avvolgenti salivano di tonalit\u00e0, diventavano pi\u00f9 acute. Oscillavano con una rapida modulazione per poi tornare pi\u00f9 gravi e fermarsi su una tonalit\u00e0 bassa, delicatamente vibrata. Era un\u2019evocazione di tempi remoti, spirituale e misteriosa. Capivo che non era una melodia, ma una forma di espressione, forse una preghiera. Era il linguaggio primitivo di chi si rivolge alla propria divinit\u00e0 con un\u2019offerta rituale. <i>Vedevo<\/i> quel suono rotolare tra le poderose colonne di un tempio greco. <i>Toccavo<\/i> le singole note con delicatezza, come si fa con i petali di un fiore. Mi abbandonavo ad una quasi-ipnosi lasciandomi trasportare in luoghi arcani fatti di pietre appena sbozzate, are sacrificali, fumi sinuosi che si innalzavano verso un cielo a noi sconosciuto. Altre suggestive emissioni sonore si aggiungevano al flauto, prodotte da strumenti mai visti dei quali potevo solo immaginare le fattezze. Si sovrapponevano e si inseguivano come un\u2019orchestra primordiale, apparivano e poi sparivano, eterei fantasmi.<br \/>\nNon erano suoni, non erano versi, non erano parole eppure erano tutto ci\u00f2 contemporanea-mente. Era il risultato di un\u2019indagine che voleva raggiungere \u2013 e forse avrebbe superato \u2013 il limite delle nostre possibilit\u00e0: tutto quello che ascoltavo e che entrava nella mia mente e nel mio animo di ragazzo era prodotto da un uomo, dalla sua <i>voce<\/i> straordinaria nella sua unicit\u00e0. Chi, da esperto, aveva avuto modo di studiarne le capacit\u00e0, afferm\u00f2 di poter fare solo ipotesi sulla generazione di quei suoni. La sua voce era in grado di emettere fischi a frequenze altissime, pi\u00f9 suoni contemporaneamente, sonorit\u00e0 e risonanze mai ascoltate prima, rumori, forme vocali dimenticate e altro ancora.<\/p>\n<p>Mio fratello lavorava sul palco. Collegava cavi, provava microfoni, sistemava strumenti. Di tanto in tanto si passava la mano sul viso dove il sudore, causato dal caldo sole di giugno, si mescolava, ancora, a qualche solitaria lacrima. Io lo guardavo e immaginavo cosa sarebbe successo la sera: le gradinate, oscurate dalla notte, piene di gente.<br \/>\nAvevo imparato il suo nome, almeno quello che aveva adottato in Italia perch\u00e9 quello vero, nella sua lingua, era per noi difficile da pronunciare.<br \/>\nAl centro dell\u2019Arena, colorato di luci e di suoni, si svolgeva il concerto per Demetrio Stratos.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>Nota<br \/>\n<\/i><i>Questo racconto \u00e8 un piccolo ricordo in occasione, nel 2014, del trentacinquesimo anniversario della scomparsa di Demetrio Stratos.<br \/>\n<\/i><i>Il personaggio narrante \u00e8 di fantasia e l\u2019autore si scusa per eventuali errori ed imprecisioni rispetto ai fatti realmente accaduti.<br \/>\n<\/i><i>E\u2019 doveroso citare due riferimenti bibliografici: l\u2019intervista del 1991 della musicologa Janete El Haouli al Prof. Franco Ferrero che condusse studi approfonditi su Demetrio presso il Centro Studi per le Ricerche di Fonetica del CNR (oggi sede di Padova dell\u2019Istituto di Scienze e TecnoIogie della Cognizione) e il lungometraggio \u201cLa voce Stratos\u201d di Luciano D\u2019Onofrio e Monica Affatato (2009).<\/i><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_18556\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"18556\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>13 giugno 1979 \u2013 New York. 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