{"id":18303,"date":"2014-03-26T19:14:42","date_gmt":"2014-03-26T18:14:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18303"},"modified":"2014-03-26T19:14:42","modified_gmt":"2014-03-26T18:14:42","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-turno-di-notte-di-sergio-sessini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=18303","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Turno di notte&#8221; di Sergio Sessini"},"content":{"rendered":"<p>Negli ultimi anni ho saputo adattarmi a molti cambiamenti, ma il cambio repentino delle stagioni ancora mi sorprende.<br \/>\n\u00c8 arrivato l\u2019inverno. Stanotte soffia un vento ghiacciato. Sabato scorso ero all\u2019estuario, a pescare branzini con la fiocina a mano, e l\u2019acqua era appena un po\u2019 fredda. Trentaquattro, ne ho presi: un sacco pieno, pesante. Due per ciascuno dei ragazzini della scuola, e me ne sono rimasti sei. Sabato sera c\u2019era odore di pesce arrosto per tutto il villaggio.<\/p>\n<p>Sotto la luna piena, batto i piedi nella neve. N\u00e9 i guanti n\u00e9 il vecchio cappotto da sentinella bastano a riscaldarmi. La suola della mia scarpa destra ha ceduto di nuovo. Sar\u00e0 un problema ripararla. Ho dello spago da parte, vediamo.<br \/>\nCammino lungo il muro esterno, avanti e indietro, da mezzanotte. Saranno le quattro passate. Mentre stappo la fiaschetta per un altro sorso, sento avvicinarsi il camion di Klaus, il rantolo dal timbro gravissimo di dinosauro morente.<br \/>\nEcco, lo vedo. Ancora parecchio lontano, ma ben illuminato dalla luna. L\u2019autista si ferma, scende, si appoggia alla fiancata. Allunga il braccio all\u2019interno del finestrino aperto, mi fa un segnale con i fari. <em>Ta-ta; ta-ta.<\/em> Il solito doppio colpo con gli abbaglianti. Accendo un fiammifero e gli rispondo. Non \u00e8 Klaus, \u00e8 pi\u00f9 magro, pi\u00f9 basso. Lascio cadere il fiammifero e istintivamente metto la mano in tasca. Mi assicuro di toccare la vecchia pistola che non ho mai usato.<\/p>\n<p>Ha visto la mia piccola luce. Rientra nel camion, si avvicina, ma non troppo. Sa che nessuno straniero pu\u00f2 oltrepassare il cerchio esterno, delimitato dalla linea di cipressi. Gli vado incontro, quando sono a venti metri si ferma, spegne i fari. Resta la luce della luna, nettissima, distinguo i colori. La mia mano, nella tasca, non perde il contatto con l\u2019acciaio freddo dell\u2019arma.<br \/>\nScende dal camion. Si batte rapidamente il petto con la destra, due volte, in quello che ormai \u00e8 diventato il saluto convenzionale\u00a0 tra sconosciuti.<br \/>\n\u201cSono Antonio\u201d, dice. \u201cKlaus \u00e8 ammalato\u201d.<br \/>\nMi domando se lo rivedr\u00f2 mai pi\u00f9, Klaus. La parola ammalato pu\u00f2 significare molte cose.<br \/>\nSi avvia verso il retro del camion facendo segno di seguirlo. Zoppica. Non ha paura che gli stia alle spalle.<br \/>\nApre il portellone, sale aiutandosi con una corda, mi fa cenno di fare lo stesso. Entro. Odore del grasso rancido di qualche animale, sangue sul pavimento. \u00c8 andato a caccia.<br \/>\nApre una scatola, ci sono delle coperte di lana. Emanano un puzzo terribile, che da alla testa. Faccio segno di no.<br \/>\nNe apre un\u2019altra. Due barattoli di sale. Annuisco. Una mola per affilare i coltelli. Annuisco ancora. Una scatola con candele e fiammiferi. Faccio segno di passarmi anche quelli.<br \/>\n\u201c\u00c8 tutto?\u201d<br \/>\nSubito mi fa cenno di s\u00ec. Poi ricorda qualcosa, cammina nell\u2019oscurit\u00e0 in cerca di un oggetto invisibile. Inciampa, bestemmia. Accende una lampada a nafta. Ora che la luce ne illumina il volto, vedo che non pu\u00f2 avere pi\u00f9 di sedici anni.<br \/>\n\u201cQuasi dimenticavo. Klaus mi ha dato qualcosa. Mi ha detto che a voi della citt\u00e0 queste cose interessano\u201d. Le nostre baracche di legno vengono chiamate <em>la citt\u00e0.<\/em><br \/>\nUna cassa ammuffita. La apre. La luce ondeggiante della lampada illumina le forme morbide di un oggetto rossastro.<br \/>\n\u201cUn basso\u201d, mi fa.<br \/>\nMi inchino, accarezzo il legno dello strumento, alla luce ineguale della lampada alcune venature scintillano.<br \/>\n\u201cNo, un violoncello\u201d faccio io. Fa una smorfia, per dire: <em>come credi.<\/em><br \/>\nFingo scarso interesse. \u201cCarne secca ne hai?\u201d, chiedo, senza riuscire a spostare lo sguardo dalla cassa. Scuote veloce la testa, non ne ha. Vedo un\u2019ombra di preoccupazione nei suoi occhi. Forse ha portato la cassa per niente?<br \/>\n\u201cPer quello\u2026 Per quello ti d\u00f2 sei pesci\u201d, faccio, sollevandomi.<br \/>\n\u00c8 dubbioso. Apro il sacco per fargli vedere quanto sono grandi. Annusa. Freschissimi. Pescati sabato, tenuti nella neve. Sembra incerto. Tiro fuori due bottiglie di acquavite dalla sacca, le appoggio accanto ai pesci. Estraggo anche la mia fiaschetta. \u201cQuesta per te, per il viaggio\u201d.<br \/>\nAnnuisce. Afferra pronto la fiaschetta, la stringe soddisfatto. Si apre in un sorriso da lupo. Mi batte la mano sulla spalla due volte, l\u2019accordo \u00e8 fatto. Vuole tornare a casa. Subito, prima che faccia giorno.<br \/>\nMi aiuta a scaricare la cassa. Riapro il coperchio mentre il camion scompare dietro la bassa collina. Rimango accovacciato nella neve. Non so suonare, ma prendo l\u2019archetto, tento una corda. Ne viene un registro caldo, magnifico. Sorrido pensando a cosa fare.<\/p>\n<p>Le sei, il turno \u00e8 finito. Il mio vecchio orologio si \u00e8 fermato da mesi, so che ore sono dal chiarore che si diffonde prima dell\u2019alba. Mi metto la cassa in spalla e mi avvio verso il muro della citt\u00e0. Mi aspetta la colazione e due ore di lezione coi bambini.<br \/>\nArrivo al magazzino. Tiro fuori lo strumento, gli d\u00f2 una ripulita con uno straccio. Le corde sono tutte a posto. Ho un po\u2019 di olio da parte, estraggo i piroli delicatamente, li pulisco bene, li ungo, li rimetto controllando la tensione della corda. Sembra tutto in ordine. Niente di rotto. Niente ruggine sul metallo delle corde. Accordarlo, non son capace.<br \/>\nEntro dalla porta della cucina, attento a non far rumore. Maria prepara il t\u00e8, \u00e8 di spalle, non mi sente entrare. Pizzico una corda, si volta, non l\u2019ho mai vista cos\u00ec, immobile a bocca aperta. Mi abbraccia: certamente non vede un violoncello dalla fine della guerra.<br \/>\nMi verso un po\u2019 di t\u00e8, mi siedo mentre lo prende, lo accarezza, lo accorda. Ci mette un attimo.<\/p>\n<p>Mentre addento il mio pane, appoggio la schiena dolorante allo schienale, la vedo sedersi, stringere lo strumento tra le ginocchia. Occhi chiusi, mani che toccano con curiosa frenesia. Movimenti rapidi, soste improvvise, da scoiattolo. Ricorda. Ricorda tutto.<br \/>\nHo finito. Lavo il piatto e lo ripongo. Il t\u00e8 lo porto con me. Rumore di risate, di l\u00e0 sono arrivati i ragazzini. Ci guardiamo: niente aritmetica, oggi.<br \/>\nEntriamo, ci aspetta la lezione.<\/p>\n<p>Pochi nel vecchio mondo si aspettavano una guerra, e certo nessuno una guerra cos\u00ec rapida. I primi episodi \u2013 Sarajevo, Tbilisi, Lagos \u2013 nemmeno li collegammo, e ci\u00f2 che segu\u00ec fu un lampo.<br \/>\nPoche settimane ed eravamo isolati: niente notiziari, telefono, Internet. Ricordo le espressioni smarrite, tutti traditi da quegli aggeggi che prima si erano resi indispensabili e poi erano morti lasciandoci mutilati. Annullandoci.<br \/>\nIo stavo a Milano, con Giulia e i bambini, quando fu attaccata. Contro l\u2019opinione comune che serpeggiava tra la gente, prendemmo la macchina, la stivammo di coperte, biscotti, acqua e taniche di benzina (io, ricordo, portai con me il computer, che pazzo). Ci ritrovammo, nella notte, da qualche parte sull\u2019Adriatico. Un porto con grandi navi. Ci imbarcarono, folle immense sotto scorta militare. Scivolai sulla scaletta bagnata, caddi in acqua, battei la testa. Qualcuno deve avermi ripescato. Ricordo la febbre, una cabina con altri malati e un ragazzino in uniforme che apriva il portello e ci diceva \u201cSi va in Spagna\u201d. Invece, dopo due mesi, sono finito qui. Mi risvegliai dalla febbre, uscii dalla cabina, esplorai la nave senza un\u2019anima viva. Di Giulia, dei bambini, nessuna traccia. Forse non li hanno nemmeno mai imbarcati, su quella nave. Fossero ancora vivi, lo saprei. Non lo sono.\u00a0 Mi tuffai, raggiunsi a nuoto la costa, presi a fiancheggiare l\u2019estuario. Arrivai qui al villaggio. Ero seminudo e disarmato. Mi diedero da mangiare.<\/p>\n<p>Stranieri con notizie favolose e contraddittorie non mancano, voci sulla fine delle epidemie, su grandi citt\u00e0 in ricostruzione dall\u2019altra parte di questa penisola; ma io credo che sulla Terra sia arrivata l\u2019ombra della fine. Come lo so? Non lo so. Difficile dire quello che avviene solo a cinquanta miglia da qui. Non ci sono pi\u00f9 strumenti di conoscenza che possano abbracciare il pianeta. Solo occhi di viaggiatori ignoranti, impauriti, che per un tozzo di pane raccontano qualsiasi storia. Che mangiano quello che trovano, bevono da pozze infette e cercano di nascondersi terrorizzati quando avvertono il minimo sospetto di presenza umana, stringendo in un buco sordido qualche arma rudimentale che si sono fabbricati.<br \/>\nCredo di essere finito in una delle poche sacche di sopravvivenza del pianeta, anche se non posso esserne certo. Io e i duecento sopravvissuti della <em>citt\u00e0.<\/em> Qui ci sono capre, conigli, datteri, olive, frutta. Un bosco con animali selvatici. Le epidemie sembrano essersi fermate al di l\u00e0 dell\u2019estuario, dove non ci avventuriamo mai. Perch\u00e9 proprio noi, perch\u00e9 proprio qui: lavoro per gli storici, se ce n\u2019\u00e8 ancora qualcuno. <em>Ma la storia \u00e8 finita.<\/em> Forse soltanto io, con la mia mania per i numeri e i conteggi, ricordo che per il vecchio calendario oggi \u00e8 il primo gennaio dell\u2019anno duemilaeventotto.<\/p>\n<p>I bambini sono seduti e si guardano l\u2019un l\u2019altro con risatine soffocate, l\u2019ingresso del violoncello li diverte. Non sanno cos\u2019\u00e8. Non hanno mai visto nemmeno un <em>disegno<\/em> di uno strumento musicale, a parte il rudimentale flauto di canna che ho costruito per loro la scorsa estate; esperimento riuscito maluccio. Ancora un poco assonnati, le guance rosse per la camminata al freddo, sono belli. Comincio la lezione. Maria siede, sistema lo strumento, guarda i ragazzi uno ad uno, ha le guance rosse anche lei. Non \u00e8 per il freddo.<br \/>\n\u201cMettete via i quaderni, oggi niente aritmetica. Oggi, grazie alla nostra solita fortuna, avremo modo di conoscere un uomo straordinario, dal nome strano: Johann, Sebastian, Bach. Tra un po\u2019 ne parliamo. Ora rilassatevi e ascoltate. Ascoltate bene\u201d.<br \/>\nMaria attacca. Il suono \u00e8 caldo e avvolge subito l\u2019aula, trasformandola. Nessuno sembra respirare. Devo avere acquistato uno strumento buono, che vale tutti i suoi sei pesci, le due bottiglie di acquavite e soprattutto la mia preziosa fiaschetta. Maria suona con sicurezza e perfetta espressione quella crescita di note sempre pi\u00f9 complesse. Strumento o non strumento, non ha mai smesso di esercitarsi. So a memoria ogni passaggio anch\u2019io, con Maria l\u2019abbiamo cantata tante volte nelle notti buie, a bocca chiusa. Quanta musica nella nostra memoria, ora che non ci sono pi\u00f9 strumenti per ascoltare. Pi\u00f9 di una notte mi sono svegliato al mormorio lamentoso della sua voce e l\u2019ho trovata madida, nel mezzo di qualche incubo inaccessibile, a fraseggiare nel sonno con le dita mobilissime qualche sconosciuto pezzo usando il mio braccio come tastiera, indugiare con un vibrato sul mio polso.<\/p>\n<p>Stringo la tazza calda tra le mani, mi appoggio alla finestra assaporando ogni nota. Un angolo del vetro \u00e8 rotto, uno straccio arancione lo tampona. Non ho pi\u00f9 pezzi per sostituirlo. Chiss\u00e0 se qualcuno di noi potrebbe imparare a fare il vetro? Cosa ci vuole? Una fornace, sabbia\u2026 non lo so di preciso. Alzo il braccio per salutare Maurice e Nina, che passano con secchi fumanti di latte di capra. Oltre la grande vetrata, la linea obliqua del volo di anatre. Dall\u2019estuario si \u00e8 levata una specie di nebbia, gialla di luce mattutina.<br \/>\nSono felice. Mi prende sempre cos\u00ec, dopo il turno di notte.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_18303\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"18303\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli ultimi anni ho saputo adattarmi a molti cambiamenti, ma il cambio repentino delle stagioni ancora mi sorprende. \u00c8 arrivato l\u2019inverno. 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