{"id":17532,"date":"2014-01-25T17:51:21","date_gmt":"2014-01-25T16:51:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=17532"},"modified":"2014-01-25T17:51:21","modified_gmt":"2014-01-25T16:51:21","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-gambling-renzo-semprini-cesari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=17532","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Gambling&#8221; Renzo Semprini Cesari"},"content":{"rendered":"<p>La nebbia del primo mattino si stava diradando, ma il sole faticava a rimpiazzare la notte che ancora avvolgeva la collina e, pi\u00f9 in basso, il sentiero che avevano seguito per giungere l\u00ec attraverso una falla nella recinzione. I treni merci continuavano a manovrare di fronte a loro senza soluzione di continuit\u00e0, sotto gli artigli onnipresenti delle gru e dei paranchi. Una lingua di cemento larga tre metri attraversava in perpendicolare lo snodo ferroviario: dieci coppie di binari; il buio non permetteva di vederne la fine.<br \/>\nOgni tanto l&#8217;onda d&#8217;urto, il clangore e il rapido alternarsi di scompartimenti bui e scompartimenti illuminati interrompevano la visione del monotono girovagare di quelle scatole di metallo: lente, squadrate, gigantesche processionarie ferrate. Rispetto ai merci correvano veloci gli interregionali, ma non abbastanza, non erano i loro treni.<br \/>\n&#8211; Quante volte ancora dovremo venire? &#8211; Ansim\u00f2 lei, logora, gli occhi dispersi a guardare le grandi braccia meccaniche che scaricavano, sollevavano e spostavano container da una parte all&#8217;altra. Il piazzale, ricucito di binari, era una tavola di laminato con sopra un domino enorme di container variopinti che mutava la propria conformazione e ad ogni cambiamento: stridere di freni, sbattere di catene, tonfi sordi degli agganci dei vagoni.<br \/>\nDa quando erano l\u00ec, ormai pi\u00f9 di dieci minuti, inermi, non avevano ancora detto una parola e quella domanda, secca, s&#8217;incune\u00f2 tra frastuono e silenzio con tutta la sua inutilit\u00e0, poich\u00e9 priva di risposta.<br \/>\n&#8211; Non vuoi farlo pi\u00f9? &#8211; Replic\u00f2 lui con le mani fiacche, appoggiate sulle ruote della carrozzella.<br \/>\nSterile scambio di pensieri cui lei non diede seguito per rassegnazione.<\/p>\n<p>Le cataste di container di fronte a loro, dall&#8217;altra parte della spianata, continuavano ad essere dissolte e ri assemblate sotto i loro sguardi disinteressati, le narici invase dall&#8217;odore di zolfo, ferro contro ferro e grasso da officina.<br \/>\nQuesta volta fu lui a violare il macchinoso silenzio.<br \/>\n&#8211; Sembrano bigattini. &#8211; Gli occhi persi attraverso i merci in manovra.<br \/>\nIl turbinio dell&#8217;ennesimo regionale, pi\u00f9 lento, rimbomb\u00f2 cupo nella direzione opposta a quella di prima.<br \/>\n&#8211; Bigattini?<br \/>\n&#8211; Sono colorati, non hanno un capo e una coda e si muovono senza un senso e una meta.<br \/>\n&#8211; Questi container ce l&#8217;hanno un senso e hanno anche una meta. &#8211; Disse lei con un barlume di speranza.<br \/>\n&#8211; Invece noi qui &#8211; sussurr\u00f2 lui, la voce quasi coperta dagli strascichi del treno &#8211; un senso non ce l&#8217;abbiamo.<br \/>\n&#8211; Non volevo dire questo.<br \/>\nLui tacque. Lo sguardo fisso davanti a s\u00e9, oltre i binari, verso il buio.<br \/>\n&#8211; Sei cattivo e crudele, non volevo dire questo e lo sai, se no non ti avrei portato qui.<br \/>\n&#8211; Ce l&#8217;avrei fatta anche da solo.<br \/>\nAncora il passaggio di un treno, lento, sul binario pi\u00f9 vicino, a scandire il tempo del loro difficile dialogo.<br \/>\n&#8211; Accidenti, bisogna sempre dosare le parole con te: intendevo dire che non sarei venuta se avessi pensato che non ha senso.<br \/>\n&#8211; Comunque potevi stare a casa. &#8211; La interruppe.<br \/>\n&#8211; No, non potevo &#8211; riprese lei &#8211; finch\u00e9 avrai bisogno di farlo lo far\u00f2 con te.<br \/>\nAppena in lontananza la catena di una gru si allent\u00f2 facendo ballare il container che stava agganciato a tre metri dal suolo, il portellone si apr\u00ec e sbatt\u00e9 contro il fianco, era inclinato indietro, non usc\u00ec la merce, solo rumore.<br \/>\n&#8211; Finch\u00e9 morte non ci separi?<br \/>\nA questa battuta lei non rispose.<\/p>\n<p>Avevano lasciato il furgone, come le altre volte, fuori della recinzione, con le portiere chiuse senza sicura e le chiavi sopra il cruscotto. Prima di allontanarsi avevano anche aspettato che il montacarichi laterale si fosse riposizionato sotto il pianale: non provavano rispetto per la propria vita, per quel furgone si: se qualcuno, dopo, lo avesse preso, lo avrebbe trovato in buone condizioni.<br \/>\nEra l&#8217;unico residuo della loro vita, quel furgone, e per assurdo anche il passaggio al vuoto di quella attuale. Su quello avevano girato tutta l&#8217;Europa, tra le vacanze d&#8217;estate e le sue gare di enduro nel resto dell&#8217;anno. Stefano correva con la gioia in corpo. Vincere o perdere faceva differenza, non aveva mai condiviso il motto decubertiano, ma quando correva era sereno, felice, faceva quello che pi\u00f9 gli piaceva e lei si nutriva di quella sua gioia: Stefano era tutta la sua vita.<br \/>\nL&#8217;ultima gara l&#8217;avevano fatta due anni prima, alle Cascatelle di Trieste. Virginia adorava Trieste, la faceva sentire una donna d&#8217;altri tempi.<br \/>\n&#8230;piccolo cabinato che trasportava frutta e verdure, poco pi\u00f9 grande di un ape.<br \/>\nDopo la gara avevano cenato a bollito misto e cren in un&#8217;osteria a due passi da Piazza Unit\u00e0. Una birra, crauti e senape, il piatto a forma di maialino. Virginia era rimasta impressionata dalla lingua del maiale tagliata a fette. \u201cCome fai a mangiare quella roba? Cannibale!\u201d<br \/>\n&#8230;in uscita dalla galleria naturale e aveva invaso la loro corsia.<br \/>\nAnche a Stefano faceva senso la consistenza di quella parte, ma lo divertiva mangiarla con gusto, in barba al volto schifato della sua donna.<br \/>\nSulle Rive, nell&#8217;ampio parcheggio a due passi dal molo Audace, prima di ripartire per casa Stefano aveva controllato ancora una volta che la ktm exc 125 fosse ben ancorata al suo carrello: la sicurezza non era mai troppa. Superata la stazione ferroviaria, il lungomare di Barcola e alla fine il castello di Miramare, avevano inforcato la Strada Costiera che risaliva fino a Sistiana dove avrebbero preso l&#8217;autostrada. Era notte. Il mare sotto di loro una macchia scura che in lontananza assorbiva le luci del golfo di Trieste. Dal finestrino appena abbassato entrava aria fresca e odore di collina.<br \/>\nUn piccolo cabinato che trasportava frutta e verdure, poco pi\u00f9 grande di un ape, aveva sbandato in uscita dalla galleria naturale e aveva invaso la loro corsia. Virginia stava gi\u00e0 dormendo sul sedile d fianco, ben legata. Stefano era stanco, ma guidare non gli pesava.<br \/>\nPreso di mira dalle luci del cabinato che lo puntavano come occhi di una fiera che attacca perch\u00e9 impaurita, aveva sterzato sulla destra, verso la parete, sperando di riuscire a infilarsi in un varco sempre pi\u00f9 stretto.<br \/>\nIl primo impatto fu dello specchietto e del paraurti contro la roccia. Poi la ruota destra balz\u00f2 su una sporgenza mentre il piccolo cabinato impattava su di loro, spigolo contro spigolo, facendo sbattere tutto il muso del furgone contro il fianco della montagna per rimbalzare dall&#8217;altra parte della carreggiata. Il carrello con la moto si sganci\u00f2 dal furgone e prese a scivolare all&#8217;indietro per finire fuori strada un centinaio di metri pi\u00f9 in basso, in un&#8217;ansa non pericolosa. Il cabinato fece due giri su se stesso e si arrest\u00f2 contro un paramassi. Frutta e verdure cosparse lungo la strada. Gomme bruciate sopra l&#8217;asfalto e puzza di benzina. Il furgone si incune\u00f2 dentro il guard rail che resse l&#8217;impatto, accartocciandosi intorno a questo. Virginia sbatt\u00e9 la testa contro lo specchietto retrovisore e si luss\u00f2 una spalla strattonata dalla cintura di sicurezza. Stefano si tagli\u00f2 l&#8217;avambraccio sinistro con i vetri del finestrino un istante prima che la spina dorsale si spezzasse come un grissino all&#8217;altezza della quarta vertebra lombare.<\/p>\n<p>&#8211; \u00c8 freddo. &#8211; Disse lei &#8211; Dovevi prendere il giubbotto. Chiuditi la maglia almeno. &#8211; Uno sbuffo d&#8217;alito si dissolse appena uscito dalla sua bocca, prima di depositarsi sui bei capelli mossi di Stefano che iniziavano a macchiarsi sale e pepe.<br \/>\nLui alz\u00f2 lo sguardo verso di lei con i soliti occhi spenti degli ultimi anni. &#8211; Perch\u00e9 potrei prendere un mal di gola. &#8211; Senza intonazione, senza punto di domanda.<br \/>\nLei comprese l&#8217;inadeguatezza della propria osservazione e si sent\u00ec tremendamente stupida, ma anche ferita.<br \/>\nPi\u00f9 lontano i treni merci continuavano a fermarsi lungo binari ciechi dove venivano alleggeriti di container che avrebbero potuto celare i pi\u00f9 grandi tesori della terra. Vicino a loro, sui binari attivi, scorrevano treni sempre pi\u00f9 veloci: non pi\u00f9 l&#8217;alternarsi degli scompartimenti brevi degli interregionali, ma i lunghi vagoni degli intercity: treni eleganti, spostamento d&#8217;aria pi\u00f9 forte, motrici leggermente pi\u00f9 affusolate per fendere l&#8217;aria, pronte a spazzare via eventuali ostacoli sul proprio cammino.<br \/>\nStefano si ricord\u00f2 di un video visto su internet che riproduceva il crash test fra un treno e un contenitore di materiale nucleare. Per verificare la resistenza del contenitore gli veniva scagliato contro un convoglio a 160 chilometri orari. Il contenitore, incredibilmente, dopo l\u2019impatto risultava ammaccato ma integro. Se fosse successo a loro non avrebbero avuto la stessa sorte: l\u00ec stava il gioco.<br \/>\n&#8211; Hai ragione, \u00e8 freddo. &#8211; Aggiunse lui dopo un poco, pi\u00f9 per rabbonirla che per la reale percezione corporea; non poteva permettersi che lei si fermasse e cambiasse idea: non per il rischio di lasciarla sola, non era altruista Stefano, non pi\u00f9, ma perch\u00e9, proprio se ce l&#8217;avesse fatta anche questa volta e questa volta l&#8217;avesse fatto da solo, si sarebbe trovato al fianco la stessa donna spenta di adesso. Sebbene lo spento, non poteva ammetterlo, fosse quasi esclusivamente lui.<br \/>\n&#8211; Non importa.<br \/>\n&#8211; Se non te la senti puoi tornare indietro. &#8211; La sfid\u00f2, per legarla ancora pi\u00f9 stretta a s\u00e9.<br \/>\nLei lo guard\u00f2, stanca, ancora offesa dalla durezza che le aveva riservato fino ad allora ma anche speranzosa che lui potesse cambiare idea. &#8211; Tu vuoi tornare indietro?<br \/>\nLui sorrise amaramente. Una sola volta. &#8211; Sarebbe peggio.<br \/>\n&#8211; CRISTO! &#8211; Imprec\u00f2 lei sfidando con la voce lo sferragliare dei treni. &#8211; L&#8217;ultima volta \u00e8 stato meno di due mesi fa. Non possiamo continuare cos\u00ec.<br \/>\n&#8211; Vai via se non te la senti. &#8211; Ancora un bluff. Sapeva che lei non avrebbe resistito.<br \/>\n&#8211; Dico solo che&#8230; &#8211; Esit\u00f2 lei. &#8211; Dove vuoi che vada. Sarei nulla senza di te.<br \/>\nIl rumore di una sirena riecheggi\u00f2 in lontananza. Stava per iniziare un nuovo turno di lavoro.<br \/>\n&#8211; Io lo sono gi\u00e0. &#8211; Dichiar\u00f2 lui, questa volta a carte scoperte.<br \/>\nEra una partita infida, inutile, un gioco al massacro che non poteva avere n\u00e9 vinti, n\u00e9 vincitori. Non valeva la pena neanche bluffare.<\/p>\n<p>La notte era quasi finita, ma il lato opposto della spianata, contro il crinale della collina, era ancora avvolto dalle tenebre. S&#8217;intravedeva appena la luce del sottopassaggio che li avrebbe portati indietro in maniera sicura, se ci fosse stato un dopo. Venti binari, l&#8217;odore di ferro, di zolfo e di grasso da officina e una striscia di cemento larga tre metri percorsa da treni distratti e assonnati. Incustodita, buia.<\/p>\n<p>All&#8217;estremit\u00e0 dell&#8217;orizzonte due punti luminosi stavano convergendo verso di loro.<br \/>\n&#8211; E&#8217; ora. &#8211; Disse Stefano. La carrozzella perpendicolare al primo binario, a un metro di distanza. Il battito del cuore acceler\u00f2 all&#8217;improvviso. Le mani si strinsero sui ferri delle ruote. Freddi. I due puntini si avvicinavano con la velocit\u00e0 di due intercity che correvano l&#8217;uno incontro all&#8217;altro. A 160 chilometri orari ciascuno, avrebbero percorso le poche centinaia di metri che li separavano in meno di quattro secondi. Un margine brevissimo. Virginia non avrebbe avuto il tempo di pensare. Non c&#8217;era spazio. Invece nella sua mente, in meno di un secondo, si concretizz\u00f2 l&#8217;idea che stava di nuovo per mettere la propria vita, quello che ne rimaneva, nelle mani del destino. Una vita sfibrata. Un rapporto logoro. La fatica di affrontare ogni giorno un uomo che aveva perso la voglia di vivere, l&#8217;incapacit\u00e0 di lasciarlo. La paura di farsi trascinare sul fondo. La paura di restare sola. La paura di sentirsi in colpa.<br \/>\nIl grido di Stefano la riport\u00f2 in s\u00e9: lo avrebbe dovuto fare prima, pensare, ora non c&#8217;era pi\u00f9 tempo; ora poteva solo impartire tutta la propria forza sui manici della carrozzella e questo fece, fino a diventare un tutt&#8217;uno con quell&#8217;agglomerato di ferro e gomma che fagocitava il proprio uomo.<br \/>\n&#8211; E&#8217; ora cazzo andiamo, VIRGINIA ANDIAMO! &#8211; Era gi\u00e0 passato un secondo: restava sempre meno tempo, sempre meno spazio.<br \/>\nI due punti luminosi erano palesemente diventati due treni che correvano veloci. I rumori, ora che erano vicini, per un attimo affiancarono quelli dei merci che continuavano a manovrare indifferenti e poi subito li contrastarono fino a fondersi in un accordo infernale che sovrast\u00f2 ogni cosa. Un istante prima che i due convogli sfilassero uno di fianco all&#8217;altro sbattendo onde d&#8217;urto contro i reciproci finestrini, i macchinisti intravidero un agglomerato donna, uomo, carrozzella rimbalzare sui binari. Come dadi.<br \/>\nStrilli di sirena. Luci abbaglianti. Adrenalina iniettata nelle vene: lacrime di quella vita che sembrava persa.<br \/>\nLo spazio tra i due treni, come il tempo, era diventato qualcosa di relativo. Le ruote della carrozzella sobbalzarono incrociando i binari infossati nel cemento che tremava per le vibrazioni al passaggio dei convogli. Stefano e Virginia non le sentivano quelle vibrazioni, solo i cuori a spaccare i polmoni, i muscoli di lui irrigiditi, quelli di lei tesi a spingere e a contrarsi, un solo corpo e un solo sguardo proiettato dall&#8217;altra parte della spianata: senza fiato, senza pensieri, orfani del passato, ancora indegni di un futuro.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_17532\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"17532\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nebbia del primo mattino si stava diradando, ma il sole faticava a rimpiazzare la notte che ancora avvolgeva la collina e, pi\u00f9 in basso, il sentiero che avevano seguito per giungere l\u00ec attraverso una falla nella recinzione. 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