{"id":16914,"date":"2013-10-30T20:09:07","date_gmt":"2013-10-30T19:09:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=16914"},"modified":"2013-10-30T20:09:07","modified_gmt":"2013-10-30T19:09:07","slug":"premio-racconti-nella-rete-2014-brutta-di-lorenza-carli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=16914","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2014 &#8220;Brutta&#8221; di Lorenza Carli"},"content":{"rendered":"<p>Combattevo con me stessa da sempre. Forse da sempre no, c\u2019\u00e8 un momento nell\u2019infanzia in cui tutti i bambini suscitano tenerezza e gesti affettuosi. Quell\u2019et\u00e0 in cui si \u00e8 paffuti, in cui le guance rotonde non ispirano repulsione ma sorrisi di compiacimento, quell\u2019et\u00e0 meravigliosa in cui gli adulti si chinano su di te per darti amorevoli buffetti e sussurrarti paroline zuccherose. E\u2019 un\u2019epoca breve, uno squarcio di inconsapevole felicit\u00e0. Gi\u00e0 a sette, otto anni \u00e8 finita da un pezzo e se non corrispondi ai canoni imposti dalla societ\u00e0, la societ\u00e0 ti flagella. Specialmente se sei una donna. Eh s\u00ec, anche a otto anni si \u00e8 donne, donne in miniatura e nel microcosmo crudele che \u00e8 rappresentato in una scuola elementare, se non hai occhioni dolci, trecce morbide e corpicino aggraziato, che prometta di trasformarsi in quello di una giovane donna slanciata, son dolori. Io avevo acquisito ben presto la consapevolezza di essere out. Tagliata fuori, derisa, nella migliore delle ipotesi compatita. Non mi si poteva proprio, nemmeno con lodevole impegno, definire una bella bambina. Avevo la pelle olivastra, occhi piccoli e lievemente ravvicinati, ricci indomabili di un insignificante castano tendente al grigio topo. Una miopia infantile mi costringeva a indossare occhialetti rotondi, alla Cavour e tutto questo non sarebbe stato nulla, se solo fossi stata <em>magra<\/em>. Avevo capito che a una femmina si pu\u00f2 perdonare tutto. Da grande ci sarebbero stati il trucco, il parrucchiere, abiti maliziosi e accessori glamour ad aiutarmi, ma nessun artificio poteva funzionare se il problema era il sovrappeso. Nulla serviva se avevi cosciotte rotonde e ventre prominente, questi erano peccati mortali, roba per cui non c\u2019era scampo. Forse, molto forse, una vita di rinunce avrebbe potuto aiutarmi\u2026 piangevo sulla scatola di biscotti al cioccolato, miei amici e miei unici consolatori, pensando che non ce l\u2019avrei mai fatta. Senza il conforto dei biscotti al cioccolato non sarei sopravvissuta. Gli anni erano passati cos\u00ec, tra una meringa e un bign\u00e8 divorati di nascosto, nella solitudine della mia cameretta. Il mondo fuori era cattivo, mi faceva paura. C\u2019era stato un momento in cui avevo sperato che il mio carattere docile, la mia sensibilit\u00e0, la generosit\u00e0, la mia testolina brillante, potessero supplire e farmi accettare dagli altri, se non proprio amare. Mi ero accorta presto che della sensibilit\u00e0 non gliene fregava un accidente a nessuno. A quindici anni ero un\u2019adolescente impopolare e solitaria, riflessiva e introversa. <em>Troppo matura per la sua et\u00e0<\/em>, dicevano gli insegnanti. <em>Ipersensibile<\/em>! A scuola ero brava, la prima della classe. Per forza, i libri erano la mia unica compagnia, se si escludevano i biscotti al cioccolato. Leggevo pomeriggi interi, vivevo altre mille vite, sognavo amori che mi erano preclusi, viaggiavo nello spazio e nel tempo tra quelle righe. I libri sono stati la mia fuga dalla realt\u00e0, i compagni silenziosi e fedeli di tante domeniche solitarie. Mentre le mie amiche erano richiestissime, avevano codazzi di ammiratori e sperimentavano le prime emozioni di donne, io restavo chiusa in casa, a macinare storie. Avevo provato a iscrivermi in palestra.<em> Un po\u2019 di sport ti far\u00e0 bene<\/em>, dicevano tutti quelli che passano il tempo a dare buoni consigli. Mi ero infilata goffamente in una maxi tuta e, docile come sempre, mi ero sforzata di correre, fare piegamenti, flessioni e addominali. Ne uscivo fradicia di sudore e frustrata come non mai. Mi pareva di sentirli, i commenti delle ragazze in calzoncini corti che si muovevano agili come gazzelle intorno a me. Ero una balenottera e le estenuanti sedute in palestra non facevano che acuire il mio senso d\u2019inadeguatezza. Avevo rinunciato e mi ero rituffata nell\u2019avvolgente abbraccio di una torta alla panna. La panna mi capiva e non mi deludeva mai. Gli anni della giovinezza, trascorsi nell\u2019eterno, fallimentare tentativo di entrare in un paio di jeans, mi avevano umiliato, ma non abbastanza. Non c\u2019era limite alla cattiveria umana, non c\u2019era limite alle umiliazioni e io ancora non lo sapevo. A trentasei anni ero una zitella schiva. Vivevo da sola in un bell\u2019appartamentino in periferia, comprato con le mie sole forze. Tutto quel leggere e quello studiare avevano portato i loro frutti. Mi ero laureata brillantemente in lettere classiche ed ero diventata direttrice della biblioteca e del polo museale della mia citt\u00e0. La mia vita di relazione era quella che era sempre stata. Io e le meringhe, io e i bign\u00e8. Ero una signora rotonda, che vestiva camicioni larghi per nascondere il sedere fuori misura e indossava scarpe comode, senza tacco, priva di qualunque civetteria. E, udite udite, a trentasei anni ero vergine. Non ero mai stata fidanzata, mai un amorazzo, un filarino, un amante. Niente. Mi ero innamorata, questo s\u00ec. A quattordici anni ero stata disperatamente innamorata del bello della compagnia. Banale e patetico, vero? S\u00ec, era stato patetico. Lui di anni ne aveva diciotto, un fisico atletico scolpito dagli allenamenti di calcio, una falda di capelli neri che gli ricadeva negligentemente sugli occhi birichini. Dio, quanto mi piaceva! Avrei dato la vita per essere toccata da lui. I miei ormoni di adolescente erano in subbuglio, sentivo lo stomaco contrarsi, le gambe tremare, il cuore galoppare e tutti quei meravigliosi sintomi che a quell\u2019et\u00e0 significano primo amore. Lui doveva essersi fatto delle grasse risate dietro le mie spalle, certamente non gli erano sfuggiti i miei sguardi adoranti e i miei ridicoli tentativi di incontrarlo <em>per caso<\/em>. Un sabato sera ero stata miracolosamente invitata a una festicciola a casa di una compagna di scuola, una delle feste tipiche di quegli anni. Luci psichedeliche fai da te, giradischi, vassoi di bibite e salatini fornite da mamma e pap\u00e0. Erano gli anni in cui ancora si ballavano i lenti. Vedevo le coppie allacciate, accompagnate da note romantiche e rimanevo nascosta sulla mia seggiola, sperando di passare quanto pi\u00f9 possibile inosservata. Quel giorno il mondo si era rovesciato: lui, proprio<em> lui,<\/em> si era staccato dal gruppo di amici con cui stava parlottando e mi si era avvicinato. Ero paralizzata dal terrore e dall\u2019emozione, le mani gelate, il respiro corto. Mi aveva preso per mano e trascinato in mezzo alla pista, poi aveva posato le sue mani sui miei fianchi rotondi e aveva cominciato a dondolare piano, il ciuffo ribelle che mi sfiorava la guancia. <em>Dio, se questo \u00e8 un sogno non farmi svegliare<\/em><em><\/em>, <em>fammi morire adesso, su questa mattonella, con queste note in sottofondo<\/em>. Oggi non saprei dire se quelli erano i sintomi dell\u2019amore o di un attacco cardiaco, di certo ero fuori di me, il mio corpo e la mia mente sbattuti qua e l\u00e0 da una tempesta tropicale. Poi lui aveva alzato la testa e mi aveva sussurrato parole che non avrei dimenticato mai pi\u00f9 e che sarebbero state l\u2019imprinting della mia inesistente vita sentimentale.<br \/>\n<em>Vedi, agli uomini non piacciono le donne magre, ma neanche grasse. Cerca di dimagrire un pochino, poi ne riparliamo<\/em>.<br \/>\nLa musica era finita, le coppie si scioglievano, era partito un brano <em>disco<\/em> e intorno a me i compagni si dimenavano come pazzi. Lui era gi\u00e0 sparito e io ero annientata, spazzata via dalla burrasca emotiva che mi aveva travolto. Raccolsi la mia borsa e fuggii a casa, a nascondermi, a confidarmi con le meringhe, a piangere calde lacrime di umiliazione sulla scatola di biscotti al cioccolato. Mai pi\u00f9, mai pi\u00f9 avrei mostrato il ben che minimo interesse per un uomo. Non potevo permettermelo. Mantenni fede alla mia promessa. Gli anni successivi li trascorsi a testa bassa, il naso immerso nei libri. Mi laureai presto e brillantemente, del resto nessuno ne aveva mai dubitato. A ventotto anni ero gi\u00e0 in grado di acquistare un appartamento e decisi di adottare un cane. La mia vita andava bene cos\u00ec. Non dovevo pi\u00f9 giustificarmi con un branco di adolescenti per essere diversa dai loro modelli, potevo entrare in un caff\u00e8 e ordinare una fetta di torta senza sentirmi troppo in colpa, godevo di stima incondizionata da parte dei colleghi e credevo che questo mi mettesse al riparo da tutto. Forse non ero considerata una donna, ma di sicuro un\u2019ottima professionista. Avevo una solida cultura e potevo sostenere piacevolmente qualunque conversazione. Questo faceva di me una persona interessante e una buona compagnia, cos\u00ec spesso ero invitata a cene o a eventi culturali. Fu in una di queste occasioni che conobbi Edoardo. Lui era bello come il sole, lo sguardo profondo, la conversazione acuta e intelligente, la bocca generosa. Ero seduta vicino a lui, del tutto casualmente, alla presentazione di un libro e percepire il suo profumo fresco e agrumato mi dava lievemente alla testa. Non sognavo da pi\u00f9 di vent\u2019anni ormai e m\u2019imposi seccamente di continuare cos\u00ec. Lui per\u00f2 mi rivolse amichevolmente la parola, come per caso. Io rimasi sulle mie per un po\u2019, ma era cos\u00ec spontaneo, cos\u00ec carino e sembrava davvero interessato alle mie opinioni che vinsi l\u2019iniziale riluttanza e mi lasciai andare a qualche commento e perfino a qualche battuta. Quella sera stessa mi offr\u00ec un aperitivo. La sera dopo era riuscito, chiss\u00e0 come, ad avere il mio numero e mi chiam\u00f2. Non avevo mai ricevuto un invito a cena e accettai il suo, in bilico tra lo scetticismo e la trepidazione. A trentasei anni ebbi cos\u00ec la mia prima cena a lume di candela con un uomo e, per di pi\u00f9, un uomo affascinante. Nel giro di un mese le mie difese erano miseramente crollate. Ero pazza, completamente pazza di lui. Avevo scoperto la passione, la gioia della condivisione, l\u2019avida dolcezza del sesso. Avevo scoperto il piacere dell\u2019attesa di un appuntamento, di una telefonata, il senso di completezza che regala toccare il corpo di un uomo che dorme vicino a te. Ogni tanto il mio povero cuore tremava dalla paura, inciampava nell\u2019incertezza. <em>Un uomo cos\u00ec io non me lo merito<\/em>. Per non sentirmi inadeguata lo circondavo di attenzioni, di premure, lo riempivo di regali. Ero una donna libera e benestante, avevo un cuore traboccante d\u2019amore e glielo elargivo come potevo, a piene mani. Lui andava e veniva da casa mia quando voleva, gli avevo regalato un\u2019auto sportiva e un cellulare ultimo modello, perch\u00e9 potesse correre da me quando aveva un minuto libero o raggiungermi sempre, almeno per un pensiero via etere. Lui accettava la mia generosit\u00e0 con nonchalance disarmante. Avevo capito che non era messo bene finanziariamente e che si dava un gran da fare, anche se non mi parlava mai del suo lavoro, n\u00e9 della sua vita. Quando m\u2019imbarcavo in un tentativo di approfondimento su argomenti personali lui sapeva come distrarmi e io ero debole, con me vinceva facile. Piombava a casa mia un paio di volte la settimana e mi regalava qualche ora di esaltante felicit\u00e0, poi mi salutava con una carezza e mi lasciava l\u00ec, a galleggiare in un sogno. Io continuavo la mia vita irreprensibile, tutta casa e lavoro, ma, finalmente, avevo qualcosa da aspettare, messaggi da leggere, notti da ricordare. Finalmente placavo la mia fame di carezze. Fuori era tutto normale, ero la solita signora placida e gentile, mentre dentro coltivavo un fuocherello impazzito. <em>Un fuoco fatuo<\/em>. Quell\u2019inverno gli offrii una settimana con me alle terme, gli regalai un abbonamento in uno dei pi\u00f9 prestigiosi centri sportivi della citt\u00e0 e perfino una moto gran turismo. Mi parlava di moto da mesi, capivo che erano una passione che coltivava da sempre e che non si era potuto mai permettere e io ero felice di dargli una mano nel realizzare i suoi sogni. Era cos\u00ec bello seduto su quel bolide, mi riempiva di orgogliosa felicit\u00e0. Quello splendido ragazzo, quell\u2019uomo meraviglioso, era mio.<em> Mio<\/em>? Ebbi paura subito dopo averlo pensato. Un brivido sinistro mi percorse e scacciai con rabbia la sensazione di angoscia che mi aveva assalito. Quel sabato sera preparai una cenetta di pesce, accesi candele profumate e indossai un vestito scollato, che metteva in risalto la mie forme generose con discrezione. Le otto divennero le nove, poi le dieci, poi, inesorabile, arriv\u00f2 la mezzanotte e lui non c\u2019era. Seduta immobile, di fronte alla tavola apparecchiata per due, lo avevo chiamato al telefono decine di volte, ma il prezioso cellulare che io stessa gli avevo comperato squillava a vuoto. Non riuscii a prendere sonno, combattuta tra il desiderio di chiamare gli ospedali per avere eventuali notizie e la certezza che il motivo della sua assenza non avesse nulla a che fare con un incidente. Rimasi incollata al telefono per tutta la notte e per i giorni e le notti successive, rimasi a casa dal lavoro per concentrarmi sull\u2019attesa, ma il telefono rimase muto. Il silenzio mi divorava. Provai a scrivergli una mail, a mandargli qualche messaggio. Niente di patetico, solo qualche parola affettuosa, ma rimasero tutti senza risposta. Non poteva essere tanto crudele, non ci volevo credere. Dileguato, sparito senza una parola. Le mie notti e i miei giorni erano di nuovo un deserto senza fine, solo che adesso questo vuoto mi era intollerabile. Avevo conosciuto gli abbracci e ne avevo fame. Fame di braccia intorno a me. Una sera superai me stessa e mi umiliai, mi nascosi sotto casa sua, spensi il motore della mia auto e attesi. Riconobbi il rumore della moto dopo la mezzanotte. C\u2019erano due persone a bordo. Lui guidava e, stretta alle sue spalle, una biondina con un giubbotto di pelle. Quando si tolsero i caschi li sentii ridere, li vidi baciarsi a lungo. Lei era giovane, mi parve bellissima e, soprattutto, era snella. Ero l\u00ec, vicinissima nel buio, trattenevo il respiro. Lui raccontava di una pazza grassona che lo perseguitava e lo riempiva di regali, lei rideva, una risata cristallina, mentre lui elencava i benefit che la grassona gli aveva fruttato. Lei lo rimproverava affettuosamente.<br \/>\n<em>Povera donna, avr\u00e0 creduto che tu<\/em>\u2026<br \/>\nE lui:<br \/>\n<em>Impossibile. Cos\u2019ha, gli specchi di legno<\/em>?<br \/>\nNon ricordo pi\u00f9 niente. So che ho messo in moto la macchina di scatto e sono andata loro addosso. Implacabile e devastante come una furia, li ho colpiti, colpiti, colpiti. Poi sono rimasta l\u00ec, inebetita e piangente, come mi ha trovato la polizia. Qualche anno \u00e8 passato. Mi \u00e8 stata riconosciuta qualche attenuante, in carcere dono una detenuta modello. In fondo non sto male qui. Sono aiutata da una psicologa, leggo tantissimo, scrivo, parlo con le altre detenute che mi hanno preso in simpatia. Mi sento protetta. Sono perfino dimagrita. Qui non \u00e8 facile mangiare bign\u00e8. Magari un giorno, quando uscir\u00f2, potr\u00f2 perfino infilarmi in un paio di jeans.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_16914\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"16914\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Combattevo con me stessa da sempre. 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