{"id":13854,"date":"2013-04-26T11:42:22","date_gmt":"2013-04-26T10:42:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=13854"},"modified":"2013-04-26T11:42:22","modified_gmt":"2013-04-26T10:42:22","slug":"premio-racconti-nella-rete-2013-oswiencim-di-marcello-pezzi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=13854","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2013 &#8220;Oswiencim&#8221; di Marcello Pezzi"},"content":{"rendered":"<p>Un giorno, questo viale delle betulle, sar\u00e0 pieno di gente.<br \/>\nGente che passeggia, a testa bassa, nel diverso clima delle stagioni che ruotano, anche nell\u2019autunno che tinge la terra di marrone e le foglie di rosso.<br \/>\nRosso come i mattoni delle palazzine di due piani dove tanta gente ha vissuto, ha dormito, \u00e8 morta.<br \/>\nS\u00ec, un giorno ci sar\u00e0 gente ben vestita, che trascina i passi curiosi sull\u2019umido della ghiaia autunnale, guardandosi attorno, stretta tra i pali ricurvi di cemento armato, dentro ai rocchetti ceramici bianchi che richiudono i loro angoli morti sul filo di ferro.<br \/>\nE non ci sar\u00e0 pi\u00f9 corrente in quei fili, e il cielo si aprir\u00e0 un poco, anche se sar\u00e0 autunno, con nuvole pesanti, attorno.<br \/>\nUn giorno, questo viale con le betulle, sar\u00e0 il simbolo di cose che sarebbe bello dimenticare, ma che invece conviene ricordare, conviene tenerle a mente, certe cose, in modo che non possano tornate mai pi\u00f9.<br \/>\nUn giorno, qui, sar\u00e0 giusto ricordare.<br \/>\nLe persone verranno per questo, dentro ai loro cappotti nuovi, dopo aver pagato l\u2019ingresso, per camminare qui, per assorbire tutto questo in un paio d\u2019ore, prima di tornare in citt\u00e0, a sorbire una zuppa custodita in uno scrigno di pane, seduti a un tavolo, pensando a quello che, qui, non c\u2019era.<br \/>\nIl cibo. Il desiderio del cibo, il desiderio di azzannare tutto, anche l\u2019erba del prato, anche le foglie delle betulle, come animali, per placare la fame, una volta per tutte, anche lasciandoci la pelle.<br \/>\nE la stanchezza, che avvolge tutto, che rende pazzi, perch\u00e9 il lavoro piega, il lavoro piaga, il lavoro uccide, mica rende liberi.<br \/>\nE il freddo, che fa battere i denti, che toglie la pelle. Il freddo che faceva battere i denti, quando li avevo ancora, quando avevo ancora le energie per farlo.<br \/>\nPerch\u00e9 ora non tremo pi\u00f9, non mi muovo pi\u00f9, aspetto solo che passi.<br \/>\nChe tutto passi.<br \/>\nPerch\u00e9 qui dentro tutto conduce dritti alla fine.<br \/>\nNon ho pi\u00f9 forze. Venti chili in tutto, almeno cinquanta in meno di sei mesi fa, niente pi\u00f9 capelli, n\u00e9 denti, tutto caduto, tutto perduto.<br \/>\nSolo le righe di questo pigiama sporco, pieno di buchi, di puzza, duro come fustagno, ormai.<br \/>\nVado fuori, voglio camminare tra le betulle, che sono belle, nel cielo grigio.<br \/>\nC\u2019\u00e8 movimento. Dicono che stanno andando via, che sono arrivati a liberarci.<br \/>\nIo non riesco a crederci.<br \/>\nNon cambier\u00e0 niente, solo nuovi padroni a cui obbedire, e minestre di patate cos\u00ec lunghe da sembrare acqua di fonte.<br \/>\nSolo pochi passi, tra il colore bello delle foglie, ad annusare il profumo del vento, nascosto solo, in piccola parte, dal fumo nero del camino e da quello dei roghi, accesi qua e l\u00e0.<br \/>\nElettricit\u00e0, nell\u2019aria, e loro che non sono pi\u00f9 giocosi, con noi. Ci evitano, a volte sparano, a volte no, che ci sono corpi per terra, che hanno paura anche loro, forse.<br \/>\nSolo pochi passi e vado gi\u00f9, non ho pi\u00f9 forza, il cielo che mi copre come una coperta scura, gli occhi che si fanno bui, attorno a me.<br \/>\nE quell\u2019odore di carne, nell\u2019aria, orribile, che, anche se fa schifo, mi fa solo venire pi\u00f9 fame.<br \/>\nVado gi\u00f9, mucchio di ossa in un pigiama a righe, a terra, sulla ghiaia grossa, tra le betulle.<br \/>\nNon mi ferisco nemmeno, non ho pi\u00f9 sangue da buttare dalle ferite, non sanguino pi\u00f9.<br \/>\nResto l\u00ec, nel mio buio. Non vedo, ma sento parlare, sento l\u2019accento duro nelle mie orecchie. Sento la brezza tra le betulle e lei s\u00ec, mi piace.<br \/>\nResto l\u00ec, per non so quanto tempo.<br \/>\nIo non lo capisco pi\u00f9, il tempo.<br \/>\nSo solo che ne avevo, prima, tanto, tutta una vita, a ventidue anni.<br \/>\nMa in pochi mesi me lo hanno portato via tutto.<br \/>\nPer\u00f2 forse ne passa ancora, e forse sono ancora qui.<br \/>\nDelle mani mi sollevano, come un povero cencio.<br \/>\nMi lanciano via. Non apro gli occhi, ma atterro su qualcosa di morbido, su qualcosa di duro.<br \/>\nLe braccia e le gambe penzolano fuori.<br \/>\nNon apro gli occhi, non posso farlo pi\u00f9.<br \/>\nMa lo so dove sono. Lo so gi\u00e0.<br \/>\nSono su un carretto, sopra corpi come il mio, morti.<br \/>\nAvevo un nome una volta. Un nome come il vostro, come quello della gente che verr\u00e0 qui un giorno, a vedere e a capire.<br \/>\nAvevo un nome e anche questo posto aveva un nome, un nome diverso da quello che ricorderete.<br \/>\nOra io ho solo un numero.<br \/>\nDopo non fa pi\u00f9 cos\u00ec freddo.<br \/>\nLoro parlano veloci e io sono steso a terra, immobile.<br \/>\nOra mi bruciano, penso, ora mi bruciano, e l\u2019idea del calore, della fine, mi scende dritta dentro.<br \/>\nPoi sento uno di loro parlare all\u2019altro, sento che poggia qualcosa di metallo sul tavolo di legno.<br \/>\nUn rumore secco, che mi entra dentro.<br \/>\nE poi quella parola, nel fiume delle altre che non capisco, quella parola \u201ckamera\u201d, che \u00e8 uguale anche nella mia lingua.<br \/>\nSe ne vanno.<br \/>\nResto solo.<br \/>\nE capisco cosa voglio. Voglio che si sappia, che non rimanga tutto sepolto qui, bruciato via, come cenere nel vento.<br \/>\nChe se davvero stanno arrivando a salvarci possano capire da cosa.<br \/>\nApro gli occhi appiccicati, \u00e8 una fatica mortale.<br \/>\nEccola, la macchina fotografica, sul tavolo.<br \/>\nSono in piedi. Non chiedetemi come. Afferro l\u2019oggetto. \u00c8 freddo, sulle mie dita, e pesante.<br \/>\nNella stanza ci sono molti corpi, a terra, attorno al posto dov\u2019ero io.<br \/>\nNascondo la camera nel mucchio di valige che c\u2019\u00e8 di fronte.<br \/>\nPoi lo vedo, lucente, bellissimo, l\u00ec, in un angolo, vicino ad un paio di stivali.<br \/>\nCome mi avrebbero fatto comodo, due stivali cos\u00ec.<br \/>\nPrendo in mano il coltello e me lo nascondo nei pantaloni prima di tornare al mio posto.<br \/>\nSento il freddo del metallo affilato sulla pelle, la linea tagliente della lama. \u00c8 come se mi scintillasse dentro.<br \/>\nPoi sento delle voci, entrano.<br \/>\nSono in due, parlano, non trovano la \u201ckamera\u201d, e si agitano.<br \/>\n\u201cCome pu\u00f2 essere, questi sono morti\u201d, dice uno all\u2019altro, questo lo capisco, ce lo ripetevano ogni giorno, che eravamo morti.<br \/>\nSento che si agitano, la \u201ckamera\u201d era importante.<br \/>\nUno esce, urlando, andando via. L\u2019altro resta l\u00ec, sento che guarda ovunque, che comincia a spostare il tavolo, poi le valige.<br \/>\nNo, questo no. Vivo per questo, ora, per consegnare quest\u2019oggetto a chi sta arrivando, perch\u00e9 magari saranno persone e non mostri e sapranno cosa farne. Magari.<br \/>\nApro gli occhi, sottili come tagliole.<br \/>\nLo vedo curvo sulle valige, che impreca.<br \/>\nMi alzo in un soffio, sono un fantasma e i fantasmi non fanno rumore.<br \/>\nGli sono alle spalle, ma peso venti chili e sono quasi morto.<br \/>\nAllora gli punto la lama sul collo, stringendo l\u2019impugnatura con tutte e due le mani, da sopra, e lo chiamo, sperando che sia lui stesso a mettere la forza necessaria.<br \/>\nLa lama ruba un filo di luce da fuori, la vedo brillare, come ghiaccio in una notte troppo fredda.<br \/>\n\u201cSoldato\u201d, gli dico.<br \/>\nLui scatta su, spinge sulle ginocchia e si pianta la lama nella schiena, entra come il burro, perch\u00e9 \u00e8 pesante, anche se io non riesco a mettere nessuna forza.<br \/>\nVolo via, cado a terra, volo come foglie di betulla in una folata di vento, cado su scheletri come me, che stanno l\u00ec, sul pavimento.<br \/>\nL\u2019uomo non urla. Lo vedo che si muove come un granchio, allunga le braccia per cercare di prendere via il coltello.<br \/>\nMa non ce la fa e dopo un minuto cade a terra schiumando sangue.<br \/>\n\u201cSoldato\u201d, gli dico, \u201csei contento?\u201d, penso, che ho finito le parole.<br \/>\nPoi non ricordo altro. So che arriva quello che era l\u00ec prima. Trova il camerata morto. Guarda il mucchio dei cadaveri inermi.<br \/>\nGuarda anche me, non riesco pi\u00f9 a chiudere le palpebre, lo vedo che mi fissa.<br \/>\nGuarda quella distesa di corpi morti, guarda il suo collega e suda.<br \/>\nE ha paura.<br \/>\nE scappa.<br \/>\nIo non ho pi\u00f9 sangue, n\u00e9 forza, n\u00e9 altro.<br \/>\nPer\u00f2, da chiss\u00e0 dove, una lacrima trova la strada per uno dei miei occhi, una lacrima piccola, piena di sale, che brucia come un taglio profondo.<br \/>\nSar\u00e0 perch\u00e9 sto morendo, ma i muscoli della faccia si distendono, e sento fiorirmi addosso un mezzo sorriso.<br \/>\nQuesti soldati sono diversi, hanno vestiti diversi, una stella rossa, e parlano una lingua che capisco meglio.<br \/>\nLi sento bisbigliare, piano, quasi con rispetto.<br \/>\nCerco di muovermi. Cerco da farlo.<br \/>\nPer\u00f2 non riesco a muovere niente.<br \/>\nPenso all\u2019acqua, al fatto che pi\u00f9 di tutto ho bisogno di acqua.<br \/>\nE acqua, si dice quasi uguale, nelle nostre lingue.<br \/>\nMi esce non so come, dalla bocca, in un soffio, nel silenzio.<br \/>\nNon parlano pi\u00f9. Stanno zitti, alti e fermi, nei loro cappotti pesanti.<br \/>\nMi hanno sentito.<br \/>\nMi si avvicinano. Uno di loro urla agli altri. Mi portano acqua.<br \/>\nMi sollevano e mi poggiano sul tavolo. Mi tengono su la schiena.<br \/>\nCom\u2019\u00e8 dolce il sapore dell\u2019acqua che mi scorre in bocca e sul viso e sul corpo.<br \/>\nCom\u2019\u00e8 bello sentirla andare gi\u00f9, dentro di me.<br \/>\nFaccio segno di fermarsi.<br \/>\nIndico il mucchio delle valige, con un dito.<br \/>\n\u201cKamera\u201d, dico.<br \/>\nLoro capiscono, anche nella loro lingua si dice cos\u00ec.<\/p>\n<p>Mi hanno dato del t\u00e8, dolce, buono, vero t\u00e8, e mi sembra di rinascere.<br \/>\nPoi sono arrivati a parlarmi.<br \/>\nNon capivo tutto, ma dicevano che era importante quell\u2019oggetto, molto importante.<br \/>\nS\u00ec, io lo sapevo. Ma guardavo le betulle, dalla finestra, e vedevo le loro foglie d\u2019oro, muoversi al vento.<br \/>\nMi hanno dato da mangiare, pane, lardo, e io ho perso la testa, pi\u00f9 me ne davano e pi\u00f9 ne mangiavo.<br \/>\nPoi mi sono sentito male, che il mio corpo non vedeva cibo vero da mesi, ormai.<br \/>\nMi sono cacato nel letto, fra dolori di morte e spasmi che il mio corpo non pensavo potesse avere.<br \/>\nMi hanno nutrito di nuovo.<br \/>\nEro un lupo, avevo fame, morivo, morivo di fame, mangiavo tutto, di corsa, che avevo fretta, fretta di vivere, perch\u00e9 morivo.<br \/>\nMorivo di fame.<br \/>\nInvece morivo, e basta.<br \/>\nQuesta \u00e8 la verit\u00e0.<br \/>\nNell\u2019odore vergognoso dei miei escrementi, nel sudore puzzolente che mi copriva le ossa.<br \/>\nDopo aver vissuto di niente, per mesi, il mio corpo non riconosceva pi\u00f9 il cibo.<br \/>\nNon potevo vivere senza cibo, ma non potevo mangiare pi\u00f9.<br \/>\nE loro non capivano, dicevano, \u201cvedrai, ora ti passa, vedrai\u201d.<br \/>\nMa non passava.<br \/>\nMi hanno portato in un\u2019altra stanza, da un dottore.<br \/>\nDalla finestra vedevo i pioppi, lunghi, dell\u2019altro viale, quello interno al campo.<br \/>\nLe foglie si muovevano piano, ondeggiando sui tronchi lunghi.<br \/>\nUn raggio di sole entrava dalla finestra.<br \/>\nIl mio cuore smetteva di battere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un giorno, lungo il viale delle betulle, ci saranno molte persone, a camminare libere, nei loro cappotti eleganti, nella luce grigia dei pomeriggi di autunno che annusano la neve che sta per arrivare.<br \/>\nE saranno persone che hanno scelto di venire qui, per sapere, per ricordare, per vedere.<br \/>\nE avranno un nome e un cognome.<br \/>\nNiente pi\u00f9 numeri, niente pi\u00f9 privazioni. E loro sapranno, vedranno le baracche, i forni, il filo spinato attaccato ai piloni ricurvi di cemento, i rocchetti ceramici per isolarli dall\u2019alta tensione, le torrette.<br \/>\nPesteranno la ghiaia bianca con le loro scarpe buone, in mezzo alle due file di betulle che li accompagnano lungo le baracche, al limitare del campo, sul retro.<br \/>\nIo, il mio nome, l\u2019ho perso tanti anni fa. Dopo avevo solo un numero, tatuato sul braccio.<br \/>\nUn numero maledetto, vigliacco.<br \/>\nUn numero dal suono acido, insopportabile.<br \/>\nAnche la mia citt\u00e0, O?wi?cim, ha perso il suo nome.<br \/>\nAnche a lei \u00e8 stato portato via, sostituito da un altro con un suono altrettanto acido, altrettanto insopportabile, perch\u00e9 \u00e8 il nome con cui la chiamavano loro.<br \/>\nMa \u00e8 cos\u00ec che voi la ricorderete: Auschwitz.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*Nota sul falso storico.<br \/>\nLe armate sovietiche entrarono ad Auschwitz il 27 gennaio del 1945, trovando ancora circa 7000 prigionieri vivi. Nessuno di loro, probabilmente, era di Oswiencim, in quanto i polacchi della zona furono i primi ad essere eliminati, all\u2019apertura del campo, anni prima.<br \/>\nHo scelto di ambientare queste pagine in autunno perch\u00e9 \u00e8 in autunno che l\u2019ho visto con i miei occhi.<br \/>\nE anche perch\u00e9 sarebbe bello poter cambiare tutto, nella vera storia di questo luogo.<br \/>\nIo ho immaginato almeno di cambiarne i colori.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_13854\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"13854\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un giorno, questo viale delle betulle, sar\u00e0 pieno di gente. 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