{"id":12868,"date":"2013-02-18T12:28:27","date_gmt":"2013-02-18T11:28:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=12868"},"modified":"2013-02-18T12:28:27","modified_gmt":"2013-02-18T11:28:27","slug":"premio-racconti-nella-rete-2013-la-scoperta-del-piccolo-emmanuele-di-alessandro-marinaro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=12868","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2013 &#8220;La scoperta del piccolo Emmanuele&#8221; di Alessandro Marinaro"},"content":{"rendered":"<p><b><b>Ebraismo<\/b><\/b><\/p>\n<p><i>&#8230;anche il porco, che ha l&#8217;unghia bipartita ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri. <\/i>(Deuteronomio 14,8)<\/p>\n<p><b>Islam<\/b><\/p>\n<p><i>In verit\u00e0 vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Dio. <\/i>(Corano, Sura II, 173)<\/p>\n<p>Quando Emmanuele vide per la prima volta quel porcellino, se ne affezion\u00f2 subito, manco fosse un cane. Pi\u00f9 di un cane, addirittura. Lo accudiva, ci scherzava, ne imitava il grugnito, lo sfotteva belando e gli lanciava foglie di lattuga, cosciotti di carne di bue, tuorli d\u2019uovo, bucce d\u2019ortaggi, e il porcellino mai una volta che rifiutava, divorava con ingordigia tutto quel cibo. Emmanuele si divertiva a lanciare lontano tutta quella roba e, il porcellino, con quelle zampette e le unghie bipartite, e le gambe tozze e cortissime, correva da una parte all\u2019altra del piccolo recinto, e s\u2019ingozzava. Quando correva, pareva che la bocca ridesse e gli occhi si allungassero, formandogli un\u2019espressione dolce e infantile, tipica dei maialini.<\/p>\n<p>La famiglia Gensabella lo teneva prigioniero nel recinto da quasi quattro mesi. Non avevano mai posseduto un suino, solo animali con piume, tipo una gallina dalle penne rossastre, alla quale Emmanuele si affezion\u00f2 tre anni prima, e che la nonna spenn\u00f2 tirandogli il collo una domenica di settembre. Una domenica piena di convitati. Quando Emmanuele assistette a quella scena, prov\u00f2 una morsa nello stomaco. Una morsa che gli fece paura e lo fece piombare dalla mamma in cucina, tremante, la quale toglieva il piumaggio ad un altro pennuto, adagiato sul davanzale. Quella gallina fu chiamata dal bimbo nel solito modo: <i>coccod\u00e9<\/i>. E il bimbo non cap\u00ec perch\u00e9 la nonna s\u2019accan\u00ec contro il suo rachitico collo.<\/p>\n<p>Quando pioveva, il bambino si precipitava nel recinto, e invitava il maialino &#8211; chiamato da lui <i>Porcellino &#8211;\u00a0<\/i>ad entrare in una casetta di legno che aveva costruito con le sue mani, dentro cui piazz\u00f2 una coperta di lana, pensando che l\u2019animale potesse proteggersi dal freddo.<\/p>\n<p>Una notte di lampi e tuoni, una notte in cui la pioggia scendeva furiosa dal cielo, corse verso il recinto, gridando <i>Porcellino Porcellino Porcellino<\/i>, e nella corsa sentiva la bestia grugnire esaltata, come se aspettasse il cibo. Il bambino spalanc\u00f2 la porticina di legno e ordin\u00f2 all\u2019amichetto di accuciarsi sulla coperta. Il porcellino gli corse incontro e fiut\u00f2 i suoi calzoni, zuppi di fango, poi le mani vuote che gli lanciavano sempre piccoli doni. La mamma di Emmanuele sent\u00ec grugnire e gridare nella tempesta della notte, e strill\u00f2 al figlio di tornare a casa, che l\u2019avrebbe sculacciato. Cosa che avvenne in modo puntuale.<\/p>\n<p>Emmanuele si divertiva a correre nel recinto rasente le travi di legno, e rideva come un pazzo quando il porcellino trottava dietro, pi\u00f9 divertito di lui, grugnendo e riproducendo suoni acuti e vibranti, che a lui piacevano tanto. A volte cascava a terra dalle risate e, il naso unto e fangoso della bestia, si poggiava sulle sue gambe, e con la forza del collo cercava di rimetterlo in piedi, per correre ancora, e poi aspettava felice una ricompensa. Cosa che avveniva sempre. Il bimbo scoppiava in matte risate e urlava <i>lasciami stare lasciami stare<\/i>, e si rotolava a terra in mezzo alla sozzura, annerendosi come pap\u00e0 quando puliva la canna fumaria. Tornato a casa le buscava da entrambi i genitori.<\/p>\n<p>Quanta gioia quando gli donava la ricompensa e lo vedeva esprimere la sua folle contentezza! Sembrava che ridesse il maialino, per come incurvava la bocca. E pareva lo ringraziasse con gli occhietti piccini piccini: due fessurine. Emmanuele si scioglieva d\u2019affetto e se lo stringeva, avvinghiandosi al collo, e le guance di<\/p>\n<p>entrambi si sfioravano. Il porcellino si eccitava e batteva le zampe a terra, <i>tup tup tup, <\/i>improvvisando rapidi balzi, passi danzanti, somiglianti a una pizzica. Emmanuele si sbellicava dal ridere e si rotolava sul letame, seguito dall\u2019amichetto ballerino.<\/p>\n<p>Alle volte avveniva che i genitori Gensabella erano fuori per le compere, il bambino apriva la porticina dello steccato e lasciava <i>Porcellino <\/i>libero di scorrazzare per il giardino. Una volta lo fece entrare in casa, in cucina, portandolo vicino la cesta degli ortaggi; e poi vicino al frigo, riempito di costate di montone. Lo sfam\u00f2 l\u00ec. Emmanuele si mise con le gambe penzoloni sul tavolo e <i>Porcellino <\/i>lo fissava dal basso in alto, manco fosse un cagnolino, e si sfamava contento, ballonzolando sul pavimento. Poi Emmanuele gli si mise a cavalcioni sul dorso, e gli disse:<\/p>\n<p>\u201cOra che hai mangiato, sei forte. Portami fuori. Quando ti stanchi, dimmelo, che scendo.\u201d Se durante il tragitto lo sentiva ansare, scendeva di corsa e gli diceva contrito: \u201cScusa, scusa, non lo faccio pi\u00f9, non lo faccio pi\u00f9. Piccolino, piccolino&#8230;\u201d<i>, <\/i>e gli batteva la manina sulla testa, con dolcissima cautela.<\/p>\n<p>Quando quel giorno i genitori ritornarono e videro il pavimento tutto bagnato, come se qualcuno l\u2019avesse ripulito da poco, chiesero al figlio conto e ragione, e quello rispose che una fetta d\u2019anguria era finita per terra. Dopo se la rise e ordin\u00f2 a <em>P<\/em><i>orcellino <\/i>di mantenere il segreto. Quello grugn\u00ec a lungo, come se davvero avesse inteso, mentre il bambino gli carezzava la groppa, temendo di avergli fatto del male.<\/p>\n<p>Tutto quell\u2019affetto e quelle premure poco interessavano alla famiglia Gensabella, che un giorno decise di preparare un lauto pasto domenicale, per fare rimpinzare i convitati. Mamma e pap\u00e0 Gensabella volevano invitare tutti i parenti, anche quelli pi\u00f9 litigiosi, sederli allo stesso tavolo, e dire loro di archiviare vecchi rancori e resistenze, per tornare a volersi bene come un tempo.<\/p>\n<p>Sapevano che alcuni avrebbero declinato l\u2019invito, ma poco importava, l\u2019importante era che i presenti si divertissero e s\u2019avvinazzassero. Ma per ottenere un pranzo domenicale coi fiocchi, di quelli che se ne parla nei giorni avvenire, di cui non si pu\u00f2 spettegolare nei cortili di nuore e suocere, ma solo parlarne con la bocca sciacquata, bisognava che la signora Gensabella, oltre a catalagore gli ingredienti a lei pi\u00f9 consoni, doveva trovare il modo di ficcare il porco nel forno. Cos\u00ec, un giorno, il signor Gensabella, sapendo che il figlio s\u2019era legato a quella bestia in modo estraneo ad ogni previsione, decise di telefonare al fratello, per dirgli se l\u2019indomani mattina avrebbe portato il piccolo a pescare. La richiesta fu accettata di buon grado. Emmanuele s\u2019alz\u00f2 alla buonora, quando c\u2019era l\u2019aurora e la rugiada bagnava il pochissimo verde dell\u2019estate siciliana. Lo zio Santo l\u2019attendeva fuori il portone, dentro la Panda ammaccata. Il piccolo mont\u00f2 e lo salut\u00f2, facendo schioccare le labbra sulla sua guancia paffuta.<\/p>\n<p>\u201cAndiamo?\u201d, chiese lo zio sorridente. \u201cCorriamo!\u201d, rispose il piccolo, tutto raggiante. La macchina sgomm\u00f2 ed entrambi se la risero. Pi\u00f9 tardi, alle nove del mattino, quando Emmanuele e zio Santo erano a largo del mare di Brucoli, fece ingresso in casa Gensabella l\u2019allevatore e macellaio di suini Alfio Castiglione, tipo corpulento, dalla faccia ovale, il naso largo e le mani callose. Entr\u00f2 dal portone prima la pancia adiposa e dopo quel che restava di lui. S\u2019avvicin\u00f2 a Turi Gensabella con quella faccia tipicamente accigliata che caratterizza certi soggetti siculi, anche se incolleriti non sono. I due si salutarono col bacio in guancia e dicendo \u201c<i>Comu semu? <\/i>(1) <i>A\u2019 cca semu. <\/i>(2)\u201d Si diressero verso il recinto dove il porcellino grugniva e pareva agitato, come se presentisse. Quando vide quell\u2019energumeno, si nascose nella casetta costruita dalle manine di Emmanuele, disperso quella mattina a largo dello Ionio. Il bifolco vide il maialino e si sorprese che fosse molto piccolo. Ne scrutava da lontano la piccina dimensione, e con occhio di lince adocchiava possibilit\u00e0 di buoni tagli da praticare.<\/p>\n<p>Alfio Castiglione aveva al seguito due giovani tirocinanti, che sgobbavano giornate intere nel suo enorme porcilaio, registrati all\u2019ufficio anagrafe come Salvo Spitaleri ed Elio Gangi. I giovanotti si fecero una corsa verso il recinto che il capo costeggiava, armati di corde, coltellacci, mannaie e pure un machete. Quando il bifolco Castiglione li vide armati fino ai denti, disse, calcando la zeta e aprendo la \u201co\u201d: \u201cChe esagerazzione\u201d<\/p>\n<p>Il porcellino si mise a correre. Forse non si fidava di quelli l\u00ec. Lanciava brevi e secchi urli. Si dice sia questa la natura del maiale: l\u2019animale che pare consapevole delle umane intenzioni e presagisce di finire in uno scannatoio. Il suo acume, proprio cos\u00ec, sembrava non tradirlo. Non si fidava di quegli oggetti cos\u00ec grossi, accompagnati da battute di scherno, e quelle lame che si sfioravano e stridevano.<\/p>\n<p>Quando nel recinto entrava il padroncino era sereno. Adesso si sentiva tutto agitato, tutto apprensivo, tutto atterrito. La paura gli sfondava il petto e lo faceva sbuffare. Correva avanti e indietro, col naso appiccicato a terra, come se grufolasse in cerca di cibo, e invece costeggiava lo steccato, cercando un\u2019uscita. Sbatteva contro le travi di legno e ne veniva fuori intronato. Gli uomini si misero a rincorrerlo, ma lui riusciva a fuggire, ogni volta, strisciando sotto quelle gambe robuste. I giovani apprendisti sorridevano e gridavano <i>Femmiti, cunnutu! <\/i>(3), ma il porcellino sgusciava dalle loro prese. L\u2019intenzione era farlo sfiancare. Quando torn\u00f2 indietro per infilarsi nella casetta, quella in cui si sentiva protetto, la gamba pesante e rocciosa del corpacciuto Alfio Castiglione, incollerito per quei capricci, si sollev\u00f2 per colpire il suo dorso, ma uno scatto subitaneo del maialino gli fece perdere l\u2019equilibrio. L\u2019uomo termin\u00f2 col culo per terra, tra la melma indurita dal sole cocente. Non aveva mai subito un tale affronto, e le risate dei garzoni ne scatenarono la ferocia. Strapp\u00f2 la mannaia dalle mani di uno di loro, e la scaravent\u00f2 contro la bestia, che stava sul ciglio della casetta di legno. Lo centr\u00f2 dritto sul dorso, nello punto carezzato dal padroncino Emmanuele, quello che ebbe timore di danneggiare se ci galoppava di sopra. La lama si incastr\u00f2 nella carne. La bestiaccia gett\u00f2 un grido straziante. Inizi\u00f2 a scuotersi sul posto, a scalciare, a issarsi goffamente sulle gambe posteriori, a saltare come un toro schernito in un rodeo. Niente, tutto quell\u2019acciaio rimaneva conficcato. Si rimise a correre, e gli urli erano pi\u00f9 dolorosi, disperati e allungati. Il coltellaccio ondeggiava sul dorso, non voleva staccarsi, il sangue cominciava a scorrere con irruenza e macchiava gli escrementi, i residui di cibo, il terreno melmoso. La corsa si faceva pi\u00f9 affannosa e squilibrata, e la povera bestia fu centrata allo stomaco da un potente calcio di Salvo Spitaleri. Il corpo sbalz\u00f2 in aria e piomb\u00f2 pesante a terra. Si rialz\u00f2 intontito, le gambe anteriori vacillarono e fin\u00ec col muso sulla sua cacca. Prov\u00f2 a recuperare l\u2019equilibrio, ma Elio Gangi gli era addosso. Gli avvolse una corda sul collo e diede potenti strattoni, rischiando di soffocarlo. Il maiale si dimenava e piangeva, grugniva e sbraitava. Alfio Castiglione stacc\u00f2 la mannaia dal dorso e gli diede un calcio sullo scroto, con la punta durissima dello scarpone, per farlo cedere sulle gambe posteriori. Il maiale lanci\u00f2 un urlo terrificante. Turi Gensabella non pensava fosse cos\u00ec difficile accoppare un porco, n\u00e9 tantomeno acchiapparlo, e per un secondo fu preso dal rimorso. Sapeva bene che non era quello il metodo, ma Alfio Castiglione scelse quello pi\u00f9 barbaro.<\/p>\n<p>La bestia cedette sulle gambe e si pieg\u00f2 su un fianco. Gli fu applicato un altro potente nodo tra la mandibola e il naso, e un altro ancora sulle gambe anteriori, che furono bloccate. Si agitava ammattito, pazzo di paura. Il respiro era prima rapido, poi rantoloso. Gli strilli uscivano pi\u00f9 fiacchi dalla bocca legata.<\/p>\n<p><i>\u201cDammi chissu, dammi chissu&#8230;\u201d <\/i>(4), ordin\u00f2 il grasso Castiglione ad Elio Gangi, che gli pass\u00f2 un enorme coltello acuminato. Indossarono dei camici bianchi per non sporcarsi, tenendo a bada l\u2019animale, che aveva ancora la forza di dibattersi. <i>Tira tira tira<\/i>, ordin\u00f2 Castiglione a Spitaleri, che pieg\u00f2 la testa del porco all\u2019indietro, lasciando stirare i muscoli del collo, dove la lama del coltellaccio recise di netto la gola. L\u2019animale gett\u00f2 l\u2019ultimo grido, il pi\u00f9 assordante. Il sangue zampill\u00f2 furibondo e imbratt\u00f2 i camici dei tre scannatori, che lo insultarono incazzati. La bestia diede vita a brevissimi rantoli. Alfio Castiglione si rialz\u00f2 a fatica, ma solo per dargli cinque calci sulla pancia, che lo sollevarono da terra, fottendosene del sangue che gli insozzava i pantaloni; poi, con la pianta della scarpa imbrattata di merda, gli pest\u00f2 la faccia. Gli aiutanti risero.<\/p>\n<p>Trascorsero tre giorni dallo squartamento del maialino nero dei Nebrodi. Tre giorni in cui il piccolo Emmanuele pianse dalla mattina alla sera: non poteva credere che il suo porcellino l\u2019avesse abbandonato, che fosse scappato nel boschetto adiacente la casa di campagna. Stavano cos\u00ec bene assieme, si divertivano cos\u00ec tanto, si allietavano a vicenda le lunghe giornate estive, si scambiavano cos\u00ec tanti gesti d\u2019affetto. Non era possibile, non era possibile che fosse fuggito. Fuggito da chi? Questo \u00e8 ci\u00f2 che gli raccontarono, che era fuggito dal portone lasciato aperto sbadatamente dal nonno Mimmo Lo Faro. Trascorsero tre giorni in cui il bambino lo cerc\u00f2 tra l\u2019ammattito, l\u2019incupito e il furibondo. Girovag\u00f2 lungo i sentieri del boschetto, dietro i tronchi dei castagni e le siepi, dietro i cespugli e dentro una casetta abbandonata, costruita coi muretti a secco di pietra lavica. Si sporse pure dal pozzo vicino la stessa catapecchia, credendo di trovarlo l\u00e0 sotto, annegato dentro l\u2019acqua putrida e ristagnante. Gridava il suo nome nel buco e l\u2019eco della sua voce gli restituiva il nome <i>Porcellino Porcellino<\/i>. Pregava Ges\u00f9 che lo facesse riemergere dall\u2019acqua e glielo ridonasse anche morto stecchito, quantomeno per dargli una sepoltura. Stava seduto, con la schiena poggiata sul muretto del pozzo, e fantasticava il grugnire dell\u2019animaletto provenire da laggi\u00f9, con le mani giunte in preghiera, gli occhi chiusi per ore, piangendo a dirotto. Arrivavano gli insetti a fargli visita: mosche verdi e nere, vespe e farfalle, scarafaggi e lombrichi, che lui accoglieva con un sorriso, senza infastidirsi per i ronzii n\u00e9 impaurirsi per le punture. Acchiapp\u00f2 una bellissima farfallina dai mille colori, le strinse le ali e la lanci\u00f2 verso il buco del pozzo, dicendole \u201cVallo a prendere.\u201d Disse proprio cos\u00ec. La farfallina sorvol\u00f2 lungo i confini del cerchio e ne usc\u00ec subito dopo, rifugiandosi tra le piante dei rovi, riempite di more. Ritornava a casa all\u2019imbrunire, sapendo d\u2019essere sculacciato per i continui ritardi. Ma era tale lo strazio che in quei giorni si infischi\u00f2 di busse e rimbrotti.<\/p>\n<p>Finalmente arriv\u00f2 la domenica del pranzo opulento, quello preparato con dovizia di particolari, quello delle abbuffate all\u2019italiana, in cui gli adulti, finito di divorare, si coricano sulle sedie della cucina e s\u2019accarezzano la pinguedine della panza, e giocano formando palline di mollica che lanciano ai parenti distratti, perduti in discorsi linguacciuti.<\/p>\n<p>Il pranzo fu ricco di pietanze. Due tipi di pasta: la norma e i ravioli con brodo di carne di maiale, aromatizzato con salvia. Infatti quel porcellino, che prima camminava e trottava, che saltellava sul posto e pareva ridesse nel ricevere carote marce, adesso era sbrandellato e cosparso di brodo, e finiva dentro la pancia di nonno Mimmo, zio Nicola, zia Cettina, nonna Lucia, pap\u00e0 Turi, mamma Grazia, zio Santo, zia <i>Aitina<\/i>, zia Adriana, e nelle piccole bocche dei cuginetti Mario, Marco, Giuseppe, Alessandro, Giovanna, Simona, Sabrina, Adele e Ketty. E pure in quella del piccolo Emmanuele, che masticava ravioli e pezzi del suo porcellino, a sua insaputa, dicendo \u201cChe buono! Che buono! Che bello quando mamma cucina cos\u00ec!\u201d La sua sincerit\u00e0 scatenava le risate, le carezze e i baci del parentado, che se lo stringeva e raddoppiava la G e allargava la O per dirgli \u201cGioia mia!\u201d<\/p>\n<p>Per secondo c\u2019era la salsiccia condita, gli involtini ripieni, le polpette di cavallo, la cipollata alla brace e la met\u00e0 del corpo del maialino di Emmanuele, riposto in un vassoio d\u2019alluminio, con la faccia abbrustolita e mezzo limone in bocca. La mamma ebbe cura di riporlo a distanza dal figlio, ricevendo i rimbrotti del marito, il quale sosteneva che non poteva mai immaginare che quel bimbo, cos\u00ec piccolo, avrebbe rivisto l\u2019amichetto scomparso su quel vassoio. Ma le donne, si sa, non sono mai<\/p>\n<p>avare di precauzioni. Turi Gensabella s\u2019alz\u00f2 e si diresse al centro della tavola, sfregando due coltellacci per affettare il porco e ridistribuirlo sui piatti in modo equanime. <i>Chista \u00e8 carne di primo tagghio <\/i>(5), disse compiaciuto in direzione del suocero Mimmo, cercando di italianizzare il dialetto. Il suocero rimase impassibile. Non si scomponeva mai prima di assaggiare. Era ingeneroso nei complimenti. A lui interessava mangiare e basta. Era colto in fatto di cibo e ignorante nell\u2019oralit\u00e0. Per lui, il senso della vita, era la masticazione.<\/p>\n<p>Nel frattempo gli ingordi commensali spendevano parole d\u2019elogio per la cucina della signora Gensabella, con toni rumorosi e gestualit\u00e0 teatrale. Si passavano la bottiglia di vino ricavato dalle viti di Santa Venerina, e alcuni ruttavano per fare dello humour. I pi\u00f9 piccoli ridevano delle battute dei pi\u00f9 grandi, e delle barzellette condite di pernacchie e rutti liberi. Turi Gensabella tagliava con cura il povero corpo della bestiaccia scomparsa, e lo riponeva sui piatti, badando bene a dare la fetta pi\u00f9 grossa a nonno Mimmo, capotavola e capo famiglia. Sua moglie invitava i presenti a servirsi il contorno: fagiolini con aceto balsamico e patate con rosmarino. Nonna Lucia dava scappellotti sulle mani del marito quando abusava del vino, oppure quando non toglieva la mollica dal pane, che ingurgitava a chili. Emmanuele masticava la carne di <i>Porcellino<\/i>, e si complimentava con la mamma. Emmanuele era una buona forchetta. I genitori volevano farlo crescere contento e pasciuto. Diceva \u201cuhm, buono!\u201d, allungando la M.<\/p>\n<p>I cuginetti si lanciavano le molliche e nascondevano i visi dietro le bottiglie; i giovanotti discorrevano di amori di coppia e senso di rigetto per l\u2019amore sponsale; gli uomini facevano battutacce in dialetto e si lamentavano col governo; le donne si univano ai loro discorsi, ma la soglia d\u2019attenzione durava poco, cos\u00ec viravano verso la passione preferita: il cicaleccio. Partiva per prima zia <i>Aitina<\/i>. Le altre le facevano il coro. Solo mamma Grazia titubava. Ma poi cedeva. La tentazione era troppo forte. Attorno a quel grande banchetto si alternavano espressioni dialettali e giudizi sprezzanti verso gli assenti, e pure brevi silenzi in cui si pensava solo a inghiottire. Emmanuele termin\u00f2 la fetta del suo porcellino e fece richiesta di un\u2019altra, ma nessuno lo ascolt\u00f2. Gett\u00f2 uno sguardo verso il vassoio e s\u2019accorse della rimanenza: la testolina. Chiese un\u2019altra fetta con voce forte, ma il vino, il cicaleccio, le risate, distraevano i beoni chiassosi, che lo ignoravano. S\u2019alz\u00f2 e si diresse al centro della tavola per servirsi da solo. Prese il grosso coltello accanto alla testa e fece per tagliarne una fetta. La testa ondeggiava, fino a capovolgersi oltre il vassoio. La nonna Lucia se ne avvide e ne sorrise. Il coltello era lungo quanto il suo braccino. \u201cFaccio io, faccio io, nonnina<i>&#8230;\u201d<\/i>, disse nonna Lucia. Turi Gensabella, mezzo ubriaco, disse: \u201cNon ce n\u2019\u00e8 pi\u00f9. E\u2019 finito, non ce n\u2019\u00e8 pi\u00f9. Ne volevi ancora? Tutto suo nonno!\u201d. E via con risatone, spallate, schiaffi affettuosi, il tutto reso possibile grazie agli istinti alterati dal quel magnifico frutto: l\u2019uva.<\/p>\n<p>\u201cE\u2019 buonissima!\u201d<i>, <\/i>grid\u00f2 entusiasta il bambino. La nonna s\u2019intener\u00ec. \u201cVediamo, gioia. Vediamo che possiamo fare\u201d; e s\u2019avventur\u00f2 in un taglio infelice, che sbriciolava la carne in residui minuscoli, non essendo pi\u00f9 adatta ad un taglio decente. Il bambino rimase serio serio e osservava gli sforzi della nonna che cercava di affettare un pezzo masticabile. Il piccolo Emmanuele guard\u00f2 meglio quella testolina e ne scorgeva una certa familiarit\u00e0. Aggir\u00f2 il tavolo e si posizion\u00f2 accanto a nonna Lucia. Incurv\u00f2 la schiena e poggi\u00f2 il mento sul dorso del tavolo, cos\u00ec da guardare negli occhi quella faccia arrostita: gli occhi non esistevano pi\u00f9, erano due cerchi marroncini; il naso era schiacciato e bruciato; le orecchie stavano attaccate e sembravano solo due sporgenze; la bocca era aperta con un pezzo di limone conficcato. Fiss\u00f2 quel che restava di quella faccia. La nonna continuava a pressare sulla carne con esiti disastrosi. Si sbriciolava e i pezzi finivano oltre il vassoio, vicino i bicchieri di zio Santo e zia Cettina. Uno vol\u00f2 e ci fin\u00ec dentro, inzuppandosi nel vino frizzantino di Santa Venerina. Quella scena fece ridere lo zio, che bevve la rimanenza e inghiott\u00ec la carne, mormorando: <i>a\u2019 facci dell\u2019immiriusi! <\/i>(6)<\/p>\n<p>La faccia di Emmanuele sembrava atrofizzata, non accennava un movimento. Ebbe l\u2019impressione di sentire come un grugnito; un grugnito prima felice e sfuggente, poi disperato e atterrito. Fissava la faccia del porco e la sovrapponeva a quello dell\u2019amichetto scomparso. D\u2019accordo, era tutta bruciata, sembrava pi\u00f9 piccola, ma la somiglianza era notevole. Sentiva gridare. Quelle urla soffocate \u00e8 come se provenissero dalla bocca della testa mozzata. Inizi\u00f2 a strillare: \u201cE\u2019 lui! E\u2019 lui! L\u2019ho trovato, \u00e8 qui, \u00e8 qui! E\u2019 lui!\u201d La nonna s\u2019arrese e fece un balzo per gli strilli del bimbo. Il coltello vol\u00f2 per aria. \u201cE\u2019 lui! E\u2019 questo, questo! Ecco dov\u2019era! Era qui, qui!\u201d, continuava ad urlare il bambino, che mischiava felicit\u00e0 e tristezza, pianti e risate. \u201cE\u2019 questo, questo qua!\u201d, disse sporgendosi verso la testa e portandosela al petto. La circondava col braccio e l\u2019accarezzava con la guancia. \u201cSei qui, sei qui, porcellino. Amichetto, amichetto, ti ho trovato! Ti ho trovato finalmente! Sei qui! Perch\u00e9 sei scappato?\u201d. Scoppi\u00f2 in singhiozzi mentre abbracciava quel pezzo di carne e se lo sbaciucchiava sulla testa e sulla superficie del naso. Gli altri rimasero impietriti e il bimbo volse lo sguardo verso mamma e pap\u00e0, ai quali disse entusiasta, gli occhi sgranati e il viso lacrimante: \u201cE\u2019 qui, papino! E\u2019 qui, mammina! Era qui, qui, sul tavolo! Non era scappato. Ve l\u2019avevo detto che non scappava. Era qui. Si era nascosto qui, sul tavolo.\u201d<\/p>\n<p>Poi, d\u2019improvviso, sent\u00ec come un grugnito venire da lontano. Si port\u00f2 la mano sul pancino e non sapeva perch\u00e9. Gli sembrava che la pancia dolesse. Il grugnito impetuoso sembrava provenire dalla bocca dello stomaco, dalle giovani viscere. E poi un pianto, un dibattersi, uno scalciare, uno strillo, un grido infinito di paura. E a quel punto, a soli 7 anni, gli sembrava d\u2019aver capito. Cos\u00ec, con la testolina del porcellino protetta dalla braccia ossute, scapp\u00f2 dalla cucina e corse fuori in giardino, verso la staccionata. Apr\u00ec la porta legnosa, con un calcio, e sembrava pazzo di gioia. Poggi\u00f2 la testa a terra e si mise carponi, ad altezza occhi. Le mani si imbrattarono di cacca. Fiss\u00f2 quegli occhi vuoti e arrostiti, e cominci\u00f2 a grugnire <i>grrr grrr, <\/i>prima piano, poi sempre pi\u00f9 forte, aspettando la reazione di quella testa compatta. Cominci\u00f2 a balzare sul posto come faceva il suo amico, a gettare le gambe indietro, imitando lo scalciare degli equini. Gli zii e i cugini s\u2019affacciarono dalla porta-finestra, e rimasero scioccati e vinti da quell\u2019immagine insensata. Stavano ammutoliti, pietrificati. Emmanuele era carponi nel recinto laggi\u00f9, e correva attorno a quella testa abbrustolita, aspettando un gesto di reazione della stessa. Senza accorgersene, con le suole delle scarpe che grattavano per terra, faceva schizzare il sangue rappreso di alcuni giorni prima. I cuginetti pi\u00f9 piccoli ridevano di quel gioco e volevano unirsi andandogli incontro. La mamma e il pap\u00e0, increduli e paonazzi, si incamminarono verso il figlio, che si rotolava sul letame e s\u2019impregnava di quell\u2019olezzo vomitevole, e fissava quella faccia di carne buttata tra le cibarie avariate. Appena gli furono addosso, il piccolo inizi\u00f2 a gridare, riproducendo il suono atterrito dei maiali che intuiscono d\u2019essere scannati. I genitori cercavano di placarlo, ma il bambino gridava sempre pi\u00f9 forte. Si dibatteva tra le loro braccia e scalciava. Cercavano di bloccarlo, urlando e imprecando, ma lui fuggiva ogni volta, correndo a quattro zampe, scivolando dalle loro prese rabbiose. E poi grugniva, prendendoli in giro. Subito dopo ricorreva su due gambe, prigioniero del recinto, accostandosi alla staccionata, prendendola a spallate, provando a saltarla, senza riuscirci. Teneva fra le mani quella testa sfracellata, che ondeggiava a causa del passo, e scappava piangendo di paura, imitando eccezionalmente gli strilli del porco.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><b>Traduzione<\/b><\/p>\n<p>1 Come va?<\/p>\n<p>2 Siamo ancora qui (nel senso di vivi e vegeti). Tiriamo a campare, andiamo avanti.<\/p>\n<p>3 Fermati, cornuto! 4 Dammi questo. 5 Questa \u00e8 carne di primo taglio. 6 Alla faccia degli invidiosi!<\/p>\n<div><\/div>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_12868\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"12868\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ebraismo &#8230;anche il porco, che ha l&#8217;unghia bipartita ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri. (Deuteronomio 14,8) Islam In verit\u00e0 vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_12868\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"12868\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":3311,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[84],"tags":[],"class_list":["post-12868","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2013"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/12868"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3311"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=12868"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/12868\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12870,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/12868\/revisions\/12870"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=12868"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=12868"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=12868"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}