{"id":1215,"date":"2009-04-28T11:44:59","date_gmt":"2009-04-28T10:44:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=1215"},"modified":"2009-04-28T11:45:37","modified_gmt":"2009-04-28T10:45:37","slug":"limmagine-riflessa-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=1215","title":{"rendered":"Racconti nella Rete 2009 &#8220;L&#8217;immagine riflessa&#8221; di Massimo Fanteria"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">La prima volta che glielo chiesi, Mario mi guard\u00f2 con quella sua espressione sorniona, come a volermi dare uno scappellotto con un fare bonario. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Ricordo che stavamo passeggiando sotto le Mura della citt\u00e0, in uno di quei pomeriggi trascorsi lentamente, quasi col timore che potessero finire troppo in fretta. Dopo qualche passo rotto soltanto dal silenzio, riprovai a chiederglielo \u201csi pu\u00f2 raccontare la pazzia\u201d; e lui niente. Quasi a rincorrere i suoi pensieri, non rispondeva se non con quel suo sorriso enigmatico che usava quando voleva farti capire un qualcosa, senza per\u00f2 dire niente. Giunti vicini ad una delle porte della citt\u00e0, avvertii la sua risposta raggiungermi quasi sottovoce. E come una verit\u00e0 arrivata da lontano, sentii la sua voce dire \u201cnon so se si possa raccontare la pazzia. Basterebbe raccontare le sue storie\u201d. E dopo qualche passo seguito sempre in silenzio, come a sottolineare quelle parole dette poco prima \u201cpurch\u00e9 non ci si dimentichi il rispetto dovuto da chi sta osservando qualcosa che non gli appartiene\u201d. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Storie comuni, se non banali nel loro assomigliarsi.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Una volta, un bambino disse che la \u201cpazzia \u00e8 quella cosa che ti fa fare delle cose che altrimenti non faremmo\u201d. E davanti alle insistenza di chi lo stava ascoltando, con molta calma e con un atteggiamento di orgogliosa sicurezza nel dover spiegare la sua risposta \u201cti immagini \u2013 riprese con un sorriso tra il furbetto ed il divertito \u2013 vedere uno che cammina scalzo, o che si ferma davanti a tutti mentre inizia a pisciare; o vedere quello che ti fissa con uno sguardo strano senza dirti niente e poi inizia ad urlare. E tutti nudi. Con quelle vestaglie tutte uguali e senza bottoni, che poi magari ti legano. E poi non hanno neanche il babbo e la mamma che gli vuole bene\u201d.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Gi\u00e0. Ma sono tutte cos\u00ec le storie della pazzia\u2026<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">No! non sono tutte cos\u00ec le storie della pazzia; il pi\u00f9 delle volte ci passano accanto senza che queste ci tocchino in un qualche modo. Storie che vivono la stessa quotidianit\u00e0, consumando i nostri stessi usi. Le stesse abitudini. Tutto uguale sin tanto che qualcosa si rompe. E niente \u00e8 pi\u00f9 lo stesso. Si perde il passo e non c\u2019\u00e8 contrappasso che tenga. La rincorsa si chiude l\u00ec, sul nastro di una nuova partenza. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Ogni volta che ci penso mi torna in mente la \u2018Giara di don Loll\u00f2\u2019.<span style=\"yes;\">\u00a0 <\/span>Quella bella giara arrivata dalla citt\u00e0 per \u2018eccezionale raccolta d\u2019olive di quell\u2019anno\u2019. Bella, grossa \u2018suona come una campana\u2026 don\u2026 don\u2026 don\u2026\u2019. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Ma. Ma la notte successe qualcosa. E la giara si ruppe; cos\u00ec senza che nessuno ne potesse spiegare il motivo. Senza capire chi si fosse macchiato di tanta iniquit\u00e0. Tutto sembrava accaduto quasi per caso. Con la giara spezzata in modo irrimediabile che troneggiava nel mezzo dell\u2019aia assolata.<span style=\"yes;\">\u00a0 <\/span>Una storia come tante altre. Storie che forse conosciamo. E forse no.<\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Storie comuni che chiss\u00e0 perch\u00e9, una volta raccontate si trasformano in tragedie. In pagine grigie. In liriche che vengono lette quasi sempre con toni compassionevoli. Fors\u2019anche con la traduzione di chi voglia e debba per forza tradurre le parole degli altri. Di chi non pu\u00f2 vedere le cose come le vede comunemente la gente di tutti i giorni. Eppure basta un niente, una sfumatura. Un vuoto che non si riesce a colmare. Una domanda di troppo. E ci si incrina, ci si guasta. Ci si rompe senza poter tornare indietro. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Voltandosi di quanto in quanto senza neppure il timore di poter essere trasformati in una statua di sale. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Storie del quotidiano che ci accompagnano lungo la strada e che il pi\u00f9 delle volte ci lasciano indifferenti, senza neanche scalfire la nostra voglia di normalit\u00e0. Di quell\u2019attitudine a non porci nessun tipo di domanda, se non quelle di cui conosciamo gi\u00e0 la risposta. Banale, forse. Ma che soddisfa il nostro tranquillo attendere il giorno dopo e quello dopo ancora. Senza chiedere che cosa ci sia dietro a quella voglia di risposte a cui non vogliamo neppure dare un senso. Pronti ad intervenire con il nostro kit d\u2019emergenza; con quel \u2018carrellino\u2019 delle cure che tanto aiuta a non rispondere. Il signore della porta accanto che ogni mattina esce, ci saluta e scende al negozio sotto casa a comprare il pane od ad accompagnare forse la zia, ci pu\u00f2 fare tenerezza o compassione, per quel suo modo di fare particolare. Sin tanto che. Sin tanto che non ci viene detto che ha dei problemi psichiatrici. Che \u00e8 matto. Uno di quei matti che giornalmente incontriamo senza rendercene conto. Che scivolano senza presunzione sui nostri percorsi. Sin tanto che. Presenze bizzarre che non riusciamo ad identificare; a dargli un ruolo ed un etichetta certa. Se per caso incontriamo una persona chiaramente diversa da ci\u00f2 che viene considerato nella norma, la nostra prima difesa \u00e8 quella di rifugiarsi dietro il personale fortino di Fort Alamo, chiudendo il portone; lasciando al di fuori tutto ci\u00f2 che non ci appartiene. Al massimo usarli per un ammiccamento pi\u00f9 o meno ironico, riservato al corporativismo dell\u2019essere maggioranza. I pi\u00f9. Prostitute, gay, extracomunitari, barboni, senza tetto; gli stessi portatori d\u2019handicap suscitano un immediato senso di ilarit\u00e0. Quasi un compiacimento per l\u2019essere noi stessi diversi da loro. Per essere noi quelli che possono additare negli altri quelle imperfezioni che ci possono divertire. Sin tanto che. Un quasi plebiscito. Dopo, probabilmente, si potrebbe anche cercare di capire e forse giustificare non si capisce bene cosa. Ma dove tutto questo \u00e8 senza storia, senza nessuna etichetta, come la si pu\u00f2 mettere ai margini dell\u2019essere nei pi\u00f9. Non lo si pu\u00f2 fare sin tanto che non lo si scopre. Sin tanto che non ce lo dice. Sin tanto che loro stessi, queste presenze non ufficiali, non te lo sbattono in faccia. Come? non ha importanza. E se non lo so scopre prima, proprio loro te lo devono dire. Te lo devono far sapere. Ed allora ecco che scatta un meccanismo diverso, un\u2019alzata di paretie necessaria a salvaguardare il proprio tratto di istmo da salvaguardare. Sparisce quell\u2019espressione di tenerezza e di compassione per assumere un atteggiamento di terapia dello stare insieme. Lo abbiamo deciso senza neanche chiedere. Subentra un quasi gioco sottile nel rapporto tra finzione e realt\u00e0, dove resta ancora difficile stabile un divisorio netto tra chi ha la necessit\u00e0 di spingere quel \u2018carrellino \u2018 ed a chi invece ne veda intromessa la propria storia. Una comunicazione tra sordi, un fiume di parole tra una bocca e l\u2019altra, con un rimbalzo di echi che si rincorrono incrociandosi ogni tanto su di una pedana dove si sta svolgendo una gara di fioretto. Un susseguirsi di gesti, di silenzi, di modi, di posture. Di sguardi alla ricerca di conferme reciproche, di quel fissare davanti per cercare di catturare ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 davanti ai reciproci mondi. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Tanto \u00e8 tutto l\u00ec, a portata di mano. Ed allora perch\u00e9 usare altri mezzi che non sino le parole, quelle poche parole che servono a raccontare? a descrivere? a illustrare? a narrare? un qualcosa che non si sa neppure di possedere. Un blaterarsi addosso senza capo n\u00e9 coda e dove c\u2019\u00e8 un obiettivo comune da raggiungere. Un dialogo monouso dove l\u2019un l\u2019altro usa la tecnica che consoce meglio sia per attaccare e sia per difendersi. Un duello di parole: tante contro poche, a seconda del momento. Un dire quasi monocorde. Frasi brevi, frapposte da pause pi\u00f9 o meno lunghe, forse nel tentativo di trovarne la pi\u00f9 semplice e la pi\u00f9 diretta. Un salto nel passato, un tornare a fianco di una cattedra; col professore che pronuncia proprio quella domanda a cui sappiamo di poter rispondere perch\u00e9 ci eravamo preparati, e siamo l\u00ec di fianco a quella cattedra mentre il tempo passa e noi che restiamo in silenzio alla ricerca delle parole pi\u00f9 forbite che ci servono per fare sapere che quella risposta la sappiamo e la sappiamo bene. Meglio di tutti gli altri. Ed intanto il tempo passa. E noi continuiamo a restare in silenzio. Sin tanto che. Sin tanto che torniamo al nostro posto con quell\u2019insieme di suoni criptici non detti, ma gettati sul tavolo di una ipotetica discussione. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"Times New Roman;\">Ed allora mi ricordo di quell\u2019ultima volta che incontrai Mario e le sue risposte bisbigliate, con quel fare distratto, osservando il tramonto che si spegneva sotto le mura, mentre rialzava lentamente la testa con quel suo sorriso accattivante che riusciva ad abbracciarti con un calore che solo lui possedeva e che usava ogni qualvolta che voleva fare capire, senza per\u00f2 dire niente. Nessuna parola. E con un filo di voce, quasi a sussurrare quel ripetere al suo passato lo sentivo mormorare \u201ccarrellino delle cure o carrellino delle torture\u201d, chiudendo la frase senza quella risposta che tanto avrebbe voluto dare a quei personaggi che gli stavano passando davanti. E da allora continuo a chiedermi se sia logico cercare di raccontare storie che forse mi appartengono soltanto perch\u00e9 ne ho potuto condividere un breve tratto di strada. Un percorso quasi intimo da cui mi divedeva quasi tutto. Comprese quelle risposte che Mario non mi ha mai dato, se non quel suo sorriso sornione. <\/span><\/p>\n<p class=\"MsoBodyTextIndent\" style=\"0cm 0cm 0pt;\">\u00a0<\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"small;\"><span style=\"Times New Roman;\">\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"0cm 0cm 0pt;\"><span style=\"small;\"><span style=\"Times New Roman;\">\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"190.0pt;\"><span style=\"1;\"><span style=\"Times New Roman;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <\/span><\/span><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_1215\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"1215\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima volta che glielo chiesi, Mario mi guard\u00f2 con quella sua espressione sorniona, come a volermi dare uno scappellotto con un fare bonario. 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