{"id":10226,"date":"2012-05-26T16:43:33","date_gmt":"2012-05-26T15:43:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=10226"},"modified":"2012-05-26T16:43:33","modified_gmt":"2012-05-26T15:43:33","slug":"premio-racconti-nella-rete-2012-quei-grandi-occhi-neri-di-giovanni-fabbri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/?p=10226","title":{"rendered":"Premio Racconti nella Rete 2012 &#8220;Quei grandi occhi neri&#8221; di Giovanni Fabbri"},"content":{"rendered":"<p>Il vecchio intonaco della pieve sembrava sgretolarsi sotto i raggi cocenti del sole di quell\u2019interminabile agosto. Erano le quattro del pomeriggio e non si muoveva una foglia. Ce ne stavamo sbattuti sotto un albero con le bocche spalancate e le mani infilate nell\u2019erba. Avevamo undici anni e ancora molto tempo da perdere. La scuola non sarebbe cominciata che di l\u00ec a quattro settimane e noi potevamo permetterci di buttare via le nostre giornate in quel modo. Un giro in bici, partite di pallone e quel dolce far niente nelle ore pi\u00f9 calde. Io, Marco e Massimo, sempre noi tre dai tempi della prima elementare. Tre figli di famiglie non povere, ma nemmeno ricche. Bravi a scuola, ma non i primi della classe. Buoni col pallone fra i piedi, anche se non proprio dei campioni. Una via di mezzo, insomma. Tre vie di mezzo in mezzo a quella torrida estate, ecco cosa eravamo.<\/p>\n<p>Gli altri amici erano in vacanza. In barca con i genitori, nella casa al mare di famiglia, o semplicemente in campeggio a seconda delle disponibilit\u00e0 economiche. Noi eravamo rimasti in citt\u00e0. Ci eravamo fatti alcuni giorni al mare, ma di pi\u00f9 le nostre famiglie non potevano permettersi. Ora trascorrevamo quel che restava di quel fiammeggiante agosto fra il campetto di calcio accanto alla pieve e il piccolo giardino sul retro.<\/p>\n<p>Marco aveva fatto il suo solito teatrino con le cavallette. Aveva un modo tutto suo di torturarle. Di solito i bambini si divertivano a strappargli le ali e poi le zampette ad una ad una. Io non le toccavo perch\u00e9 in realt\u00e0 mi facevano un po\u2019 schifo. Marco invece ci andava a nozze. Quel giorno aveva rubato una confezione di lacca per capelli alla sorella pi\u00f9 grande e con l\u2019accendino l\u2019aveva usata come un lanciafiamme, friggendo tre cavallette una dopo l\u2019altra. Come un\u2019esecuzione. Di solito lo faceva con l\u2019insetticida e lo spettacolo ne risentiva per via della puzza insopportabile che si diffondeva nel raggio di una ventina di metri. Con la lacca era molto meglio, si spandeva un buon profumo che copriva il fetore nauseabondo degli insetti che sfrigolavano come le patatine nell\u2019olio bollente. Il dolce odore della morte. Ma il lanciafiamme assommava calore al calore e dopo tre cavallette Marco si era gettato sull\u2019erba stremato e madido di sudore.<\/p>\n<p>Nessuno si agitava per quegli attimi di totale inedia. Nessuno diceva niente. Non c\u2019erano quelle domande che ho scoperto che vengono solo agli adulti, del tipo: \u201cE ora cosa facciamo?\u201d, o \u201cCosa succede dopo?\u201d.<\/p>\n<p>Ora non facevamo niente e dopo qualcosa avremmo fatto.<\/p>\n<p>Tutto qui.<\/p>\n<p>Difatti, dopo una manciata di minuti, un rumore di ferraglia riemp\u00ec le nostre orecchie. Voltammo le teste all\u2019unisono, in tempo per ammirare una delle pi\u00f9 poderose sgommate che avessimo visto compiere in tutta la nostra vita. Quasi novanta gradi di sbandata controllata, con la bici che continuava a procedere dritta verso di noi per quasi cinque metri. Con una Graziella, per giunta. In sella c\u2019era lo Spina e la cosa ci piacque un po\u2019 meno. Il godimento per il gesto atletico fu spazzato via dalla paura.<\/p>\n<p>Lo Spina era uno delle \u201ccase grigie\u201d, di quelli da cui non c\u2019era mai da aspettarsi niente di buono. Vivevamo tutti nella stessa periferia degradata e incolore, ma \u00e8 risaputo che anche nelle situazioni peggiori l\u2019unico conforto consiste nell\u2019immaginare di non essere l\u2019ultima ruota del carro. E le \u201ccase grigie\u201d, quindi, erano pi\u00f9 grigie di tutte le altre. Quattro edifici sgraziati di edilizia popolare &#8211; simili a tutti gli altri della zona &#8211; in cui una sapiente strategia sociale aveva raccolto il peggio della feccia cittadina. Un covo di serpi affascinante e pericoloso. I genitori ci dicevano di girarci alla larga, noi ne venivamo perennemente attratti e immancabilmente respinti per via della scarsa predisposizione all\u2019apertura sociale dei suoi abitanti. A scuola i ragazzi delle \u201ccase grigie\u201d erano un tormento. Per le maestre, per i bidelli, per gli scolari. Fuori dalla scuola erano ancora peggio. A briglia sciolta, riuscivano a guastare anche quel poco di buono che rimaneva nella nostra squallida periferia. Sgraffignavano le gomme da cancellare in cartoleria e le caramelle nei bar. Al loro passaggio non rimaneva nessuna stella d\u2019argento sui cofani delle Mercedes e &#8211; vista la scarsa rappresentanza di un marchio cos\u00ec lussuoso nella nostra povera realt\u00e0 &#8211; spesso si accontentavano anche dell\u2019acronimo F.I.A.T. che decorava il muso sbozzato delle numerose Panda del quartiere. Scrivevano sui muri. Spaccavano le pensiline degli autobus. Gridavano frasi oscene sul sagrato della pieve durante la celebrazione della messa. Soprattutto, usavano le mani. Facevano volare scapaccioni e calci in culo con la stessa frequenza con cui noi usavamo il superlativo assoluto. Sapevano dove colpire e quando. Sembravano addestrati. A noi era capitato di accapigliarci, di rotolarci rabbiosi nei prati e magari di sanguinare da un labbro, ma mai avevamo partecipato ad una scazzottata. Non avevamo mai visto l\u2019effetto di un pugno in faccia. Al massimo uno sgambetto da dietro mentre si scappava, o una tirata di capelli. Non eravamo pronti ad affrontare una simile prova. Eravamo come gli oziosi romani di fronte alla furia cieca dei barbari.<\/p>\n<p>Ed eccolo l\u00ec, in quel torrido pomeriggio di agosto, uno dei pi\u00f9 temuti figli di Attila. Lo Spina, dritto di fronte a noi con un sorrisetto stampato in faccia e le maniche della maglietta arrotolate sulle spalle.<\/p>\n<p>\u00abCome ve la passate, sfigati?\u00bb<\/p>\n<p>Sfigati era gi\u00e0 un buon punto di partenza. Quasi rassicurante. Lo Spina rimaneva a cavallo della sua bici ad almeno un metro di distanza da noi. Io e i miei amici eravamo paralizzati dalla paura. Girai appena lo sguardo verso di loro e mi resi conto del vuoto panico che riempiva gli occhi di Massimo, indubbiamente il meno ardimentoso dei tre. Marco invece mi parve stringere pi\u00f9 forte la presa intorno alla confezione di lacca e per un attimo pensai che stesse pensando di tentare con lo Spina la mossa del lanciafiamme. Immaginando che sarebbe stata la cazzata pi\u00f9 grossa di tutta la sua vita, presi il coraggio a due mani e mi affrettai ad intervenire.<\/p>\n<p>\u00abFa caldo\u00bb dissi con voce sommessa.<\/p>\n<p>Lo Spina mi guard\u00f2 in modo strano. Forse non era abituato a sentire la voce di noi nullit\u00e0, o semplicemente non era pronto per sostenere una generica conversazione sul meteo.<\/p>\n<p>\u00abColpa dell\u2019orzono\u00bb dichiar\u00f2 infine, smontando dalla Graziella e lasciandola cadere a terra con noncuranza, come si addiceva ad un duro della sua specie.<\/p>\n<p>Io mi morsi le guance per non ridere, ma Marco non riusc\u00ec a trattenersi.<\/p>\n<p>\u00abCosa?\u00bb bofonchi\u00f2, con un tono che non conveniva usare con uno delle \u201ccase grigie\u201d.<\/p>\n<p>Lo Spina per\u00f2 non raccolse. Infil\u00f2 le mani in tasca e si butt\u00f2 a sedere sul prato di fronte a noi, facendo tremare il terreno.<\/p>\n<p>\u00abL\u2019orzono e quei cazzo di buchi nella serra\u00bb continu\u00f2 con aria distratta, come un altezzoso professore oxfordiano che provi a spiegare Yeats a un manipolo di analfabeti. \u00ab\u00c8 colpa loro se c\u2019\u00e8 tutto questo caldo\u00bb.<\/p>\n<p>Marco stavolta rimase in silenzio, perch\u00e9 errare \u00e8 umano ma a perseverare si rischiava di finire con la faccia gonfia di schiaffi. Anch\u2019io non seppi come commentare. Non capivo a cosa potesse tendere quello strano atteggiamento dello Spina. A parte la cafonaggine scientifica distinguibile anche da mezze tacche del nostro calibro, non sembrava il solito bullo di sempre. Mi cullai per qualche istante nell\u2019eterea speranza di una redenzione, poi fu lo stesso Spina a riportarmi con i piedi per terra.<\/p>\n<p>\u00abAvete intenzione di passare il pomeriggio a non fare un cazzo?\u00bb domand\u00f2 brusco.<\/p>\n<p>\u00abMmh\u00bb mugol\u00f2 Massimo.<\/p>\n<p>\u00abBeh\u00bb sussurr\u00f2 Marco.<\/p>\n<p>Io mi limitai ad un\u2019alzata di spalle.<\/p>\n<p>Eravamo dominati dal puro terrore di scatenare la bestia. Come se avessimo per le mani un esplosivo ad altissima instabilit\u00e0. Maneggiare con estrema cautela, c\u2019era scritto sopra. Ma la bestia, purtroppo, non aveva bisogno di agenti esterni per scatenarsi. Lo faceva benissimo da sola.<\/p>\n<p>\u00abSiete una banda di sfigati\u00bb sentenzi\u00f2 lo Spina biascicando con un legnetto fra i denti.<\/p>\n<p>Aveva un vocabolario piuttosto limitato, ma sapeva cogliere nel segno. Aveva ragione, senza ombra di dubbio. E il bello era che noi non ce ne curavamo affatto. Che fossimo sfigati non era la notizia del giorno. Lo sapevamo da un pezzo. Quello che ci preoccupava era che ancora non eravamo in grado di capire cosa ci facesse lui in mezzo ad una banda di sfigati come la nostra.<\/p>\n<p>\u00abIn un altro giorno vi avrei presi a calci nel culo\u00bb disse, schiarendoci le idee in un battibaleno. \u00abMa oggi \u00e8 il vostro giorno fortunato. Ho avuto un\u2019idea e voi dovete aiutarmi.\u00bb<\/p>\n<p>Rimasi con la mascella a penzoloni. Non ero stato tanto stupefatto nemmeno quando qualche anno prima spiai dalla porta della mia cameretta la notte di Natale e mi accorsi che erano i miei genitori a mettere i regali sotto l\u2019albero. C\u2019erano almeno tre elementi nelle parole dello Spina che avrebbero dovuto far gridare al miracolo. Il primo, quello che ci toccava pi\u00f9 direttamente, era che non ci avrebbe preso a calci in culo. Il secondo, che senza dubbio faceva pi\u00f9 scalpore, era il fatto che lo Spina avesse avuto un\u2019idea. Ma quello che pi\u00f9 ci incuriosiva era che avesse bisogno del nostro aiuto per realizzarla.<\/p>\n<p>Massimo sembr\u00f2 rilassarsi un poco, mentre Marco rimaneva ancora sul chi vive.<\/p>\n<p>\u00abAvete capito, sfigati?\u00bb<\/p>\n<p>Tre teste si mossero immediatamente e ripetutamente dall\u2019alto verso il basso.<\/p>\n<p>\u00abVoglio che mi accompagniate dai musi gialli.\u00bb<\/p>\n<p>Le nostre bocche si spalancarono come se d\u2019improvviso le mascelle fossero diventate di piombo.<\/p>\n<p>I \u201cmusi gialli\u201d.<\/p>\n<p>La comunit\u00e0 cinese.<\/p>\n<p>Uno dei tanti problemi del nostro quartiere.<\/p>\n<p>Si erano insediati nella vecchia zona industriale stretta fra l\u2019autostrada e il nuovo polo ferroviario e in pochi anni avevano messo in piedi una discreta Chinatown. Vivevano isolati, si facevano i fatti loro e non davano fastidio a nessuno. Un atteggiamento imperdonabile per la maggior parte dei vecchi abitanti del quartiere. Come se vivendo per i fatti loro i \u201cmusi gialli\u201d oltraggiassero la tradizione secolare del pettegolezzo \u201curbi et orbi\u201d. Come se non dando fastidio a nessuno nemmeno meritassero lo status di cittadino. Come se il loro lavorare sedici ore al giorno facesse a pugni con la profonda fatica di vivere della nostra periferia. Cos\u00ec, erano diventati il nuovo bersaglio dell\u2019odio dei pi\u00f9 aggressivi e della diffidenza dei pi\u00f9 paranoici.<\/p>\n<p>Io coi cinesi non ci avevo mai avuto niente da ridire. Anzi, negli ultimi tre anni ero quasi diventato amico di uno di loro. Era un ragazzo della mia et\u00e0 e ci incontravamo spesso nel giardino della scuola dopo pranzo. Si chiamava Filippo. Cio\u00e8, in verit\u00e0 doveva avere un nome tipo Mao Tse Tung o roba del genere, ma per semplificare le cose diceva a tutti di chiamarsi Filippo. Giocavamo con le macchinine, nel senso che io gli prestavo le mie e costruivamo piste nella terra e organizzavamo gran premi e gare di scontri. Lui di macchinine non ne aveva. Non aveva praticamente niente, a parte un grembiule liso che puzzava di fritto, una cascata di spaghetti neri sulla testa e un gran sorriso sempre stampato in faccia. All\u2019inizio parlava poco italiano, giusto qualche parola di prima sussistenza, tipo buongiorno e buonasera e poco altro. Per\u00f2, ci intendevamo a meraviglia. Forse perch\u00e9 eravamo entrambi due sfigati. Due vie di mezzo che si erano incrociate.<\/p>\n<p>\u00abMuoviamoci!\u00bb grid\u00f2 lo Spina col tono imperioso di un condottiero, distraendomi dai miei pensieri.<\/p>\n<p>Massimo scatt\u00f2 in piedi e mont\u00f2 rapidamente in bicicletta, pronto a obbedire a tutto pur di evitare calci in culo.<\/p>\n<p>Io ero perplesso. Sentivo che lo Spina ci stava pigliando a calci in culo lo stesso, ma in un modo pi\u00f9 perfido e meno diretto del solito. Avevo la sensazione che ci stesse fregando, che ci avrebbe condotto verso qualcosa che non ci sarebbe piaciuto per niente. Ma era solo una sensazione e lo Spina era invece l\u00ec dritto di fronte a noi, reale, grande e grosso e con i bicipiti in bella mostra. Cos\u00ec, montai sulla bici anch\u2019io e Marco, sentendosi in minoranza, moll\u00f2 la confezione di lacca e fece altrettanto.<\/p>\n<p>Pedalammo come condannati verso il patibolo.<\/p>\n<p>Lo Spina davanti a noi faceva lo slalom fra le linee di mezzeria consumate dal tempo. A met\u00e0 strada Marco mi si affianc\u00f2 e mi sussurr\u00f2: \u00abPossiamo scappare.\u00bb<\/p>\n<p>Sentivo il sudore scorrermi lungo la schiena e inzupparmi la maglietta. Per ogni pedalata dello Spina sulla sua Graziella io dovevo farne almeno due. Le mie gambe mulinavano impazzite e comunque faticavo a stargli dietro.<\/p>\n<p>\u00abQuello ci ripiglia quando vuole\u00bb risposi ansimando senza nemmeno guardare in faccia il mio amico.<\/p>\n<p>Marco rimase per un poco al mio fianco, anche lui pedalando come un matto, poi forse cap\u00ec che avevo ragione e torn\u00f2 in fila nella mia scia.<\/p>\n<p>Passammo davanti al cimitero, poi tagliammo per i campi e sbucammo proprio sotto la massicciata della nuova linea ferroviaria ad alta velocit\u00e0. Faceva un caldo pazzesco. Perfino i grilli avevano smesso di fare casino. A nemmeno cento metri da noi gi\u00e0 si distingueva il \u201cFiume Giallo\u201d, come tutti chiamavano la grande strada intorno alla quale si raccoglievano i capannoni sovraffollati dei cinesi. Lo Spina inchiod\u00f2 all\u2019improvviso, rischiando un catastrofico tamponamento a catena.<\/p>\n<p>\u00abVenite qui\u00bb disse, nascondendosi dietro un casottino dell\u2019energia elettrica.<\/p>\n<p>Noi smontammo dalle bici e ci avvicinammo, ma non troppo. Tir\u00f2 fuori dalla tasca qualcosa di colorato e la prima cosa a cui pensai fu a un nuovo strumento di tortura che aveva intenzione di testare sulle nostre persone. Erano dei palloncini, invece. Tese il braccio e fece cenno di prenderli. Se lo stupore avesse una scala di misurazione, noi ci saremmo piazzati al limite estremo. Prendemmo i palloncini. Uno a testa. A me tocc\u00f2 arancione e da quel giorno non mi sono mai pi\u00f9 vestito di quel colore. Marco ce l\u2019aveva giallo e Massimo verde. Non so se capit\u00f2 anche a loro la stessa cosa. Tenevamo in mano quei pezzi di plastica come se fossero bombe a mano e lo Spina per un attimo stette a guardarci con un sorriso cattivo sulla bocca. Sembrava divertito. Sembrava che godesse del vuoto che colmava i nostri occhi pieni di paura. Poi fece qualcosa che ci terrorizz\u00f2 veramente. Si cal\u00f2 la lampo dei pantaloni e tir\u00f2 fuori il pisello con la mano destra, mentre con la sinistra teneva il palloncino. Il suo era rosso scuro. Parlo del palloncino, ovviamente. Avevamo undici anni e internet ancora non esisteva. A parte qualche pagina di giornalino trovata a terra rinsecchita e sporca di fango, avevamo solo una vaga idea di cosa fosse il sesso, ma quella visione fu sufficiente a paralizzarci.<\/p>\n<p>\u00abCosa vuoi fare?\u00bb chiese Marco con voce tremante.<\/p>\n<p>Lo Spina lo guard\u00f2 e il sorriso cattivo si trasform\u00f2 in un vero e proprio ghigno di malvagit\u00e0. Per un attimo temetti veramente il peggio, ed era un peggio di cui nemmeno mi riusciva di comprendere la reale portata. Era un peggio oscuro come un cimitero di campagna, come un pozzo profondo senza l\u2019acqua per farci specchiare la luna. Eravamo atterriti, ma poi lo Spina disse: \u00abI cinesi puzzano. Bisogna dargli una bella lavata.\u00bb<\/p>\n<p>E io provai sollievo.<\/p>\n<p>Oggi mi accorgo che dovrei vergognarmi anche solo a ricordarlo, ma \u00e8 un fatto che, quando compresi che le vittime dello Spina non eravamo noi ma i cinesi del Fiume Giallo, il mio cuore torn\u00f2 a battere e i miei polmoni si riempirono nuovamente di aria. Vidi il nostro torturatore che armeggiava col pisello e il palloncino e finalmente realizzai quello che aveva intenzione di fare. Un gavettone di piscio.<\/p>\n<p>\u00abAvanti sfigati, fatevi una bella pisciata!\u00bb ci esort\u00f2, mentre gi\u00e0 il palloncino rosso cominciava a gonfiarsi fra le sue gambe.<\/p>\n<p>Non eravamo ancora entrati nella stagione della misurazione della propria mascolinit\u00e0, perci\u00f2 cercammo di nasconderci per quanto potevamo e provammo ad obbedire all\u2019imperioso ordine datoci dal pericoloso esponente delle \u201ccase grigie\u201d. Non fu affatto una cosa semplice. Massimo fin\u00ec in fretta, come se la paura che lo aveva accompagnato in quell\u2019ultima mezz\u2019ora gli avesse gonfiato la vescica oltre che fargli tremare le ginocchia. Per me e Marco ci volle pi\u00f9 tempo. Io mi spremetti come un dannato, ma avevo sudato parecchio e mi sembrava di non avere pi\u00f9 nemmeno una goccia di liquido nel mio corpo. Mi ci vollero cinque minuti buoni per farmi uscire qualcosa e alla fine il mio palloncino era neanche un quarto di quello dello Spina. In verit\u00e0 ne avevo fatta di pi\u00f9, ma avevo avuto qualche problema nel travaso e ne avevo sprecata un bel po\u2019. Mi ero anche pisciato sulle mani e ora quell\u2019odore acido di urina sull\u2019asfalto caldo me lo sentivo addosso e mi veniva quasi da vomitare. Fortunatamente il nostro aguzzino era su di giri per l\u2019azione imminente e non ebbe niente da ridire, il che almeno mi rinfranc\u00f2 un poco. Mi asciugai le mani sul fondo dei calzoni e quando lo Spina disse: \u00abAvanti!\u00bb, come un condottiero alla carica, credo che il mio cervello non fosse pi\u00f9 del tutto capace di ragionare lucidamente, ma questa forse \u00e8 solo una scusa che mi sono costruito io nel tempo per alleviare i sensi di colpa.<\/p>\n<p>Uscimmo da dietro il casottino dell\u2019elettricit\u00e0 e ci trovammo allo scoperto sul Fiume Giallo. Se possibile, su quella striscia d\u2019asfalto la temperatura sembrava ancora pi\u00f9 elevata. Intorno a noi i prefabbricati grigi e squadrati dentro ai quali i cinesi lavoravano, mangiavano e dormivano. C\u2019era molta sporcizia, imballaggi di ogni tipo e panni appesi ad asciugare un po\u2019 dovunque. Per strada non c\u2019era nessuno. Soltanto noi e le nostre biciclette condotte a mano. Nell\u2019aria immobile riverberavano le mitragliate delle macchine da cucire. Sembrava un paesaggio da western futuristico. Provavo a respirare ma mi sentivo il puzzo di piscio addosso e facevo fatica a riempirmi i polmoni senza che i conati di vomito mi salissero su per la gola. Avevo sempre pi\u00f9 paura e non vedevo l\u2019ora che tutto finisse. Ormai avevo capito cosa ci accingevamo ad affrontare. Non mi piaceva per niente, ma non me ne fregava pi\u00f9 nulla. Volevo solo farlo e poi tornarmene a casa e infilarmi nella vasca e passarci l\u2019intera serata.<\/p>\n<p>Lo Spina procedeva un passo avanti a noi. A un certo punto si diresse verso la rete metallica che circondava un edificio a due piani di un colore a met\u00e0 fra il grigio e il verde, come se fosse ricoperto di muschio invecchiato o di muffa.<\/p>\n<p>\u00abMollate le biciclette\u00bb ci ordin\u00f2.<\/p>\n<p>Come avevamo fatto fino a quel momento, obbedimmo.<\/p>\n<p>\u00abAdesso entriamo, gli facciamo una bella doccia e scappiamo\u00bb furono le seguenti istruzioni. Poi mi afferr\u00f2 per la spalla e mi trascin\u00f2 di fronte a lui. \u00abTu vai avanti. Voi\u00bb e si volt\u00f2 verso i miei due amici, \u00abveniteci dietro.\u00bb<\/p>\n<p>Senza protestare, con le gambe tremanti, marciammo verso l\u2019ingresso della fabbrica. Mi sentivo le caviglie pesanti, come se mi stessi trascinando dietro delle grosse catene. Il palloncino pieno di urina mi scottava in mano nemmeno avessi fra le dita una bomba senza sicura. Avanzavo passo dopo passo cercando di non pensare a niente, con le unghie dello Spina ficcate nella spalla e nella testa solo l\u2019immagine della mia vasca colma di acqua fresca e bagnoschiuma profumato.<\/p>\n<p>Se solo avessimo incrociato qualcuno, forse tutto si sarebbe risolto con una fuga frettolosa e un enorme spavento, ma i cinesi erano noti per lavorare sedici ore al giorno e anche con quel solleone erano chini sulle loro macchine da cucire.<\/p>\n<p>Misi un piede oltre la soglia e da quel momento la paura lasci\u00f2 il campo al terrore dell\u2019incubo reale.<\/p>\n<p>Entrammo in un lungo corridoio immerso nella penombra. Da un lato, la parete del prefabbricato. Dall\u2019altro, una lunga pila di scatoloni con su una serie di caratteri e sigle incomprensibili. L\u2019odore di chiuso e di fritto si mescol\u00f2 al puzzo di piscio che avevo nelle narici, facendomi contorcere le budella. Non c\u2019era nemmeno bisogno di fare attenzione al rumore, perch\u00e9 le macchine da cucire scoppiettavano senza sosta in raffiche alternate. Lo Spina continuava a sospingermi da dietro, ma quando il corridoio termin\u00f2 io mi bloccai sperando di poter eguagliare la tenacia di un mulo. Mi affacciai lentamente oltre il profilo dell\u2019ultima scatola e vidi l\u2019immenso stanzone suddiviso in minuscoli ambienti da un numero pressoch\u00e9 infinito di separ\u00e9. Per ogni ambiente c\u2019era una postazione di lavoro: un tavolo, una macchina da cucire, rotoli di pelle finta e tessuti e un povero cristo a finirsi gli occhi e ingobbirsi col culo poggiato su un panchetto. C\u2019erano uomini, donne poco pi\u00f9 che bambine e persone che sembravano decrepite ma che magari avevano meno di cinquant\u2019anni. Nessuno fece caso a me. Erano tutti col capo chino sui loro lavori. Se al piede gli avessi visto delle palle di piombo non mi sarei meravigliato.<\/p>\n<p>Non ebbi molto tempo per pensare, ma ricordo che realizzai di non avere alcuna voglia di stare l\u00ec. Ad essere sinceri, nessuno avrebbe dovuto stare in un posto del genere. Quella non era una fabbrica. Men che meno un\u2019abitazione. Quella era una prigione. Avrei tanto voluto girare la schiena e scappare via, ma lo Spina mi spinse pi\u00f9 forte e mi trovai in campo aperto.<\/p>\n<p>\u00abTira, coglione!\u00bb grid\u00f2 come un urlo di guerra.<\/p>\n<p>Una ventina di teste si voltarono verso di me e un numero doppio di occhi a mandorla mi si posarono addosso. Le macchine da cucire smisero di mitragliare. Lo Spina mi venne addosso con tutto il suo peso, facendo largo a se stesso e tirandosi dietro Massimo e Marco. Mi rifil\u00f2 una botta a mano aperta fra le scapole che mi lasci\u00f2 senza fiato.<\/p>\n<p>\u00abTira!\u00bb ripet\u00e9 con un vero e proprio ruggito.<\/p>\n<p>Avevo serie difficolt\u00e0 a respirare e temevo di svenire e rimanere l\u00ec alla merc\u00e9 di quelle che avrebbero dovuto essere le nostre vittime. Avevo ancora pi\u00f9 paura\u00a0 di quello che mi avrebbe fatto lo Spina se non avessi obbedito al suo ordine.<\/p>\n<p>Abbassai lo sguardo sul mio palloncino arancione.<\/p>\n<p>Mi morsi l\u2019interno delle guance finch\u00e9 non sentii il sapore metallico del sangue.<\/p>\n<p>Chiusi gli occhi.<\/p>\n<p>E tirai.<\/p>\n<p>Non vidi quello che mi capit\u00f2 di colpire. Sentii solo lo \u201csplash\u201d del palloncino che esplodeva e poi altri tre rumori simili a seguire. Tutti avevano tirato. Avevamo fatto una bella doccia ai musi gialli, che ora incominciavano a urlare nella loro lingua incomprensibile. Riaprii gli occhi e vidi lo Spina piroettare e darsela a gambe sospingendo i miei due amici. Io indugiai un istante. Mi sentivo le gambe come colonne di marmo. Quando mi accorsi che alcuni lavoratori stavano per lanciarsi al contrattacco mi decisi a muovermi. Se mi avessero preso sarebbero stati cazzi amari. Mi ributtai nel corridoio violentando letteralmente i miei arti inferiori paralizzati. In pochi secondi fui fuori. Mentre mi lanciavo in sella alla mia bici mi detti un\u2019occhiata alle spalle, tanto per rendermi conto del vantaggio che potevo avere sui miei eventuali inseguitori.<\/p>\n<p>Non avrei mai dovuto farlo. Cio\u00e8, erano molte le cose che non avrei proprio dovuto fare in quell\u2019afoso pomeriggio di agosto, ma fra tutte quella avrei davvero dovuto evitarla. Appena mi voltai indietro, come se fosse destino che dovesse succedere, il mio sguardo si pos\u00f2 su una delle finestre dell\u2019edificio da cui ero appena fuggito. Dietro il vetro opaco della finestra comparve il volto di un ragazzino. Avr\u00e0 avuto pi\u00f9 o meno la mia stessa et\u00e0. Non si muoveva. I suoi occhi a mandorla sembravano spalancati come quelli di un cerbiatto impaurito. I suoi grandi occhi a mandorla. Neri come le profondit\u00e0 della notte. Neri come la mia coscienza ormai irrimediabilmente sporca. Neri come quelli del mio amico Filippo. Filippo, con cui avevo condiviso le mie macchinine e tanti dei miei pomeriggi a scuola. Quel ragazzino poteva benissimo essere lui. Diamine, quel ragazzino era tale e quale a lui!<\/p>\n<p>I cinesi si assomigliano a tutti, \u00e8 vero, ma quegli occhi\u2026<\/p>\n<p>Quei grandi occhi neri\u2026<\/p>\n<p>Filippo.<\/p>\n<p>Era lui o no?<\/p>\n<p>Non lo avrei mai saputo.<\/p>\n<p>Un battito di ciglia, giusto per schiarirmi la vista, e la cornice di quella finestra torn\u00f2 vuota. Inforcai la bicicletta e pedalai con tutta l\u2019energia che mi rimaneva. Pedalai come se fossi un ciclista e quella fosse la mia gara della vita. Purtroppo, ero e sarei sempre stato soltanto un gregario e dopo meno di un chilometro dovetti rallentare per evitare che mi scoppiasse il cuore. Tornai al giardino dietro la pieve e mi ributtai sotto un albero.<\/p>\n<p>Sembrava passata una vita, ma invece erano solo poche ore e io ero sempre io. Una via di mezzo in mezzo a quella torrida estate. Eppure, qualcosa era cambiato. Cercavo di dare un po\u2019 di sollievo al mio cuore provando a convincermi che il ragazzino dietro la finestra non fosse Filippo. Malauguratamente non riuscivo a non pensare che non fosse proprio lui. Filippo, con i suoi grandi occhi neri e senza il suo immenso sorriso. Quello glielo avevo spento io. Glielo avevo lavato via con quella schifosissima doccia di piscio.<\/p>\n<p>Ormai sono passati tanti anni da quel pomeriggio. Io sono diventato grande e mille cose sono successe, come \u00e8 giusto che sia. Tante estati sono scivolate via, alcune pi\u00f9 torride di quella dei miei undici anni, altre meno. Eppure, ancora mi capita di chiudere gli occhi e di rivedere quelli grandi e neri di Filippo, il mio vecchio amico a cui ho lavato via il sorriso con un palloncino arancione.<\/p>\n<p>In quei momenti il mio cuore prende a picchiarmi all\u2019impazzata nel petto e le mie narici si riempiono dell\u2019odore acre e penetrante dell\u2019urina.<\/p>\n<p>E mi viene voglia di vomitare e di piangere insieme.<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_10226\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"10226\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il vecchio intonaco della pieve sembrava sgretolarsi sotto i raggi cocenti del sole di quell\u2019interminabile agosto. Erano le quattro del pomeriggio e non si muoveva una foglia. Ce ne stavamo sbattuti sotto un albero con le bocche spalancate e le mani infilate nell\u2019erba. Avevamo undici anni e ancora molto tempo da perdere. La scuola non [&hellip;]<\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n<p id=\"pvc_stats_10226\" class=\"pvc_stats all  \" data-element-id=\"10226\" style=\"\"><i class=\"pvc-stats-icon medium\" aria-hidden=\"true\"><svg aria-hidden=\"true\" focusable=\"false\" data-prefix=\"far\" data-icon=\"chart-bar\" role=\"img\" xmlns=\"http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg\" viewBox=\"0 0 512 512\" class=\"svg-inline--fa fa-chart-bar fa-w-16 fa-2x\"><path fill=\"currentColor\" d=\"M396.8 352h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V108.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v230.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm-192 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V140.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v198.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zm96 0h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8V204.8c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v134.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8zM496 400H48V80c0-8.84-7.16-16-16-16H16C7.16 64 0 71.16 0 80v336c0 17.67 14.33 32 32 32h464c8.84 0 16-7.16 16-16v-16c0-8.84-7.16-16-16-16zm-387.2-48h22.4c6.4 0 12.8-6.4 12.8-12.8v-70.4c0-6.4-6.4-12.8-12.8-12.8h-22.4c-6.4 0-12.8 6.4-12.8 12.8v70.4c0 6.4 6.4 12.8 12.8 12.8z\" class=\"\"><\/path><\/svg><\/i> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"16\" height=\"16\" alt=\"Loading\" src=\"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/301\/wp-content\/plugins\/page-views-count\/ajax-loader-2x.gif\" border=0 \/><\/p>\n<div class=\"pvc_clear\"><\/div>\n","protected":false},"author":2819,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[34],"tags":[],"class_list":["post-10226","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-premio-racconti-nella-rete-2012"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10226"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2819"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=10226"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10226\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":10341,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/10226\/revisions\/10341"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=10226"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=10226"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.raccontinellarete.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=10226"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}