Racconti nella Rete 2007 “La dacia di Marija” di Aldo Ardetti
L’aria umida e piovigginosa creava luccichii e gelidi riverberi di luce. Ancora una volta il quartiere Sholkovkaija si era svegliato con il rumore di un viavai quotidiano che animava i marciapiedi di asfalto rattoppato e gli imbocchi della metropolitana guidavano il passante lungo gradini che entravano nella città sotterranea. Dal mercato ortofrutticolo si alzavano voci di richiamo. Al cielo salivano pennacchi e nuvole di fumo. Il vapore dalle fabbriche periferiche e dei grandi impianti di riscaldamento per gli appartamenti condivisi dei palazzi lungo le ulitze e i bul’var, avvolgeva la città .
Tutto questo osservava Marija dal balcone del suo appartamento, negli spazi concessi dal fogliame delle betulle, mentre pensava con trepidazione all’orto della sua dacia. Ci pensava tutto l’anno e a primavera, nel mese di marzo o al più tardi ai primi di aprile, si preparava per il trasferimento. Da quando era andata in pensione preferiva partire prima dell’estate e prolungare la permanenza in campagna fino all’inizio dell’autunno.
“A contatto con la natura, respiro meglio!“, ripeteva convinta.
Oltre a questo toccasana le piaceva il lavoro nell’orto dove raccoglieva i prodotti tirati su con tanta cura e passione contadina che a Mosca, al mercato Sholkovskij, costavano un occhio: “Meno male che ho questa casetta!“, e ringraziava Konstantin, il marito defunto, che gliela aveva lasciata.
Minuta ma forte ed energica, Marija approntò valigie, zaino, sacchi e scatoloni che contenevano il necessario per i primi giorni, soprattutto generi di difficile reperibilità . Portava con se barattoli di conserva e altri da riempire dopo la raccolta degli ortaggi e delle bacche che il bosco regalava in grande quantità .
Quando tutto era meticolosamente preparato un taxi, o la macchina del parente disponibile, le faceva raggiungere la stazione Saviolovskij per un viaggio che doveva durare tutta la notte. Primo tratto parallelo alla linea Mosca-San Pietroburgo per deviare poi, treno non privilegiato, verso nord-est, ed attraversare le sterminate campagne dei kolkoz e sovkoz e poi le lande ammantate di nebbia e fermarsi ad ogni stazione, anche quelle quasi inesistenti, tanto breve era la sosta e tanto in fretta il solitario capostazione salutava l’ultimo vagone che spariva nella notte nera e desolata.
Marija non riposava bene. Non riusciva a chiudere occhio quando non era accompagnata dal nipote Volodja, perchè era necessario vigilare sull’appetibile carico alimentare alla luce scialba delle lampade del corridoio che si oscuravano al continuo camminare di irrequieti passeggeri.
Aspettando l’alba che l’avrebbe fatta giungere a destinazione, affrontava il viaggio ben infagottata per respingere il residuo freddo russo. Di notte, con i finestrini velati dai fiati, non riusciva a distrarsi e così portava alla bocca piccoli pezzi di pane con pesce e verdura per sostenersi e far trascorrere il tempo.  Â
Alla stazione Chvojnaja scese col numeroso e pesante bagaglio. L’operazione richiese tempo e fatica. Sul piazzale, alle spalle del caseggiato, l’attendeva un altro parente di buona volontà che, lasciata la direzione dell’unica fabbrica del villaggio, si precipitava a soccorrere la congiunta. Esisteva un servizio di autobus, ma per il bagaglio e per evitare lunghe e solitarie attese, Marija preferiva avvisare in anticipo e imbarcarsi su quel furgone sul quale, in quella decina di chilometri da percorrere, era difficile evitare un fastidioso singhiozzo.
Attraversarono il bosco di betulle alle porte del villaggio, li accolsero salici piangenti vicino alle chiazze d’acqua, abeti, pini le cui foglie aghiformi lacrimavano latice e gocce di rugiada, tremule e  mirtillo e l’èrica con le bacche blu sotto un tappeto colorato dai boléti e dall’agà rico delizioso.
Marija arrivò alla sua dacia decorata da betulle e pioppi, ciliegi selvatici, cespugli di lilla, viburno e uva spina. Offrì un bicchierino al provvidenziale autista e, dimenticando sonno e stanchezza, dopo aver riempito d’acqua il samovar e accesa la stufa per far asciugare l’ambiente, preparò una sostanziosa e fumante zuppa di carne e verdura. Mentre la assaporava, iniziò a pensare ai giorni a venire, al lavoro da fare ora che il disgelo aveva liberato la terra mentre osservava la piccola ed unica icona posta a guardia della casa.
Murcik, dal pelo bianchissimo d’angora, con un paio di balzi s’era sistemato in un cantuccio sopra il forno. Se ci fossero state anche le figlie, Olga e Dar’ja, il grammofono con l’altoparlante a tromba avrebbe inondato le stanze di antiche arie slave, ma le deuscke - le ragazze - avevano preferito restare a Mosca in attesa della bella stagione, sotto la bonaria sorveglianza della novantenne babushka Masha.
La vita in dacia non era facile, soprattutto rifornirsi ogni giorno di beni di prima necessità . Qualcosa come latte, uova, ricotta, panna acida, si poteva acquistare dai contadini; per il resto alcuni vicini, a turno, si prestavano a fare un viaggio al villaggio. Ma per l’acqua era necessario recarsi al pozzo piuttosto distante. Per l’acqua bisognava pensare ognuno per sé.
Pioggia, freddo e vento frenavano l’arrivo del provvidenziale tepore primaverile.
Marija, in un viaggio precedente, aveva voluto anche le tre galline che aveva allevato con mille attenzioni e cure sul balcone della casa moscovita. Le aveva date in custodia ai parenti del villaggio affinché diventassero grandi. Avere galline in campagna era stato un suo sogno, un desiderio che ora aveva realizzato ma, con quel tempo, anche le gallinelle si nascondevano, non davano ancora le sospirate uova, si comportavano in maniera strana e mangiavano male.
“Si vede che i primi giorni hanno mangiato troppi vermi e adesso non li guardano nemmeno“, ragionava dubbiosa e preoccupata.
Il tempo migliorò e l’orto richiese molto lavoro: piantò le patate, costruì serre nelle quali avrebbe raccolto grandi e rossi pomodori. Seminò cetrioli, piselli e cipolle, mentre il prezzemolo e l’ukrop delusero, probabilmente per i semi non buoni.Â
Con il sopraggiungere del caldo l’orto richiese sempre più acqua. Il lavoro procedeva con soddisfazione. Non così si poteva dire delle galline. Avevano un’aria malaticcia e Marija cominciò a disperarsi: “Ho paura che dovrò separarmi da loro. All’inizio si sono riprese così bene, piene di energie, carine. Tutti si meravigliavano per come erano belle“.
Il terzo giorno, dopo le meraviglie dei vicini, una si ammalò, poi toccò alla seconda e così pure alla terza. Tutto iniziò quando alla gallina più vispa apparvero dei foruncoletti sulla cresta. Pensò si fosse raffreddata e iniziò a curarla spalmandole un unguento alla tetraciclina che usava lei stessa. Le ferite cominciarono ad asciugarsi ma la cresta diventò dura come il legno e ogni volta non poteva guardarla senza che le sgorgassero copiose lacrime. Murcik assisteva malinconico nel vedere la sua padrona in quella situazione ma non poteva riferire suggerimenti, qualche soluzione che pure doveva essergli venuta in mente, dare una … zampa d’aiuto.
La stessa cosa accadde con la seconda gallina che, con il becco, si ferì gravemente strappandosi tutta la pelle delle zampe: “Non so che malattia sia questa“, si disperava.
Cominciò a far mangiar loro dell’ortica pensando che una aumento di vitamine risolvesse il problema. Divennero ancora più brutte.
Non avendo altri rimedi non le restò che pensare ad una sorta di malocchio, un maleficio per il quale provò magici scongiuri ma la situazione precipitò: “Sono sfortunata con le galline“, sentenziò.
Per distrarsi si mise a preparare una minestra. Aveva l’imbarazzo della scelta: minestra di ortica giovane o di acetosèlla? Optò per quest’ultima. Aggiunse altre verdure dell’orto, un bel pezzo di carne, cipolla e odori. Infine aggiunse un uovo sodo a pezzetti e la panna acida. Anche quella giornata passò.Â
Infilati gli stivali, dopo lo zappettio nell’orto, Marija si inoltrava nel bosco calpestando il muschio che, in alcuni spiazzi, ondeggiava sull’acqua paludosa sottostante. Arrivava fino al torrente dove le figlie usavano fare il bagno e dove invano il padre aveva cercato di avviarle alla pratica della pesca.
Ogni giorno rincasava con cesti colmi di funghi cercati anche tra il lichene bianco dei cerbiatti, li essiccava o conservava nei barattoli dove finivano anche le bacche di mirtillo e ribes che diventavano squisite marmellate.
Il tempo non si risparmiava, sopraggiunse l’autunno.
Marija si preparò per il viaggio di ritorno. Portò  con se le preziose conserve che in città avrebbero fatto sopportare meglio il rigore del clima invernale.
Qualcosa, come ogni anno, regalò o dette in consegna ai parenti. Parte la nascose in casa o in buche nella terra. Ma queste sono illazioni di alcuni vicini e del sottoscritto.
Marija tornò a Mosca pensando alla successiva primavera soddisfatta dei frutti e dei prodotti abbondanti del suo orto e del bosco ma con una spina nel cuore, una delusione che le procurava un acuto dolore.