Racconti nella Rete®

22° Premio letterario Racconti nella Rete 2022/2023

Premio Racconti nella Rete 2023 “Una teca per la mia lista di pensieri” di Paola Ciregia

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2023

Quando il dolore supera la paura, allora capisci che non puoi esitare oltre.

Io sono arrivata a questo punto: voglio scavare fino al nocciolo della questione, qualunque siano le conseguenze della mia rivelazione.

Sono parecchio nervosa, adesso che mi sto dirigendo verso gli studi medici; sento lo stomaco ritorcersi su se stesso, e non solo per colpa della dissestata pavimentazione stradale.

Mi sforzo di rimanere lucida e di cercare le parole più adatte per spiegare il mio sintomo. Da dove potrei cominciare? Magari da quando è insorto, o forse da quando si è aggravato.

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No, la cosa migliore è iniziare dal sintomo stesso. Spiegarlo, descriverlo, raffigurarlo concettualmente.

Sarà difficile, ne sono consapevole. Narrarlo non è la stessa cosa che sentirlo, viverlo quotidianamente nella mia testa come è successo negli ultimi dieci anni della mia vita.

Mi chiedo quale sarà la reazione del mio interlocutore. Sicuramente mi dirà che sono gravissima, che ho qualcosa del tipo una doppia personalità – quella che pensa normalmente e quella che pensa la lista –  e che, prima o poi, il mio cervello non tollererà più la pressione a cui è incolpevolmente sottoposto ed esploderà in frantumi.

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Basta, non me la sento. Ho paura, non sono pronta per il verdetto finale; non sono pronta a sentirmi dire che sono malata, inguaribile, forse pazza. Voglio tornare a casa e lasciar perdere tutto. Mi tengo la lista, mi tengo il cervello che pulsa, mi tengo la doppia personalità. In fin dei conti, se ho resistito fino a oggi, posso sforzarmi di convivere con questa cosa anche per i prossimi cinquanta anni, no? Sono un’esperta nel fingere che tutto vada bene quando, in realtà, dentro mi sento morire.

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Ma no, cosa dico… Non posso continuare a far finta di nulla. Ormai la decisione è presa, e indietro non posso proprio tornare. Come dice il ritornello di quella canzone che mi piace tanto? “Io voglio andare fino in fondo, senza paura della fine”…

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Ecco: stavolta, voglio andare fino in fondo. Una volta per tutte.

«Io, dottore, ho questo problema …». Esito un attimo, so che alle parole successive è appeso il mio futuro. «Ho una lista, una lista mentale… Una specie di ritornello che mi ripeto sempre, di continuo, senza potermi sottrarre dal farlo…»

«E quando si manifesta questa lista?»

«Sempre, in qualsiasi momento. Quando parlo, quando leggo, quando guido, quando rido, quando mangio… Sempre, insomma.»

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«Anche adesso… », aggiungo timidamente.

«E questa lista le impedisce di svolgere le normali attività della vita?»

«No» rispondo convinta, di getto.. «Riesco a fare tutto.  Ma la lista è un impedimento, è un muro che mi impedisce di vivere come vorrei, perché anche quando faccio qualcosa che mi fa stare bene, tipo ascoltare una canzone o leggere un libro, ecco che tutto a un tratto lei insorge e io ho l’obblio di dirla. Sì, devo dirla. Non è che parte da sola, non è che sento una voce nel cervello…»

«Sarebbe ben più grave se sentisse una voce nel cervello…» prova a sdrammatizzare lo psicoterapeuta, accennando un sorriso.

Ma io non lo sento o, meglio, non lo ascolto. È lui che deve ascoltare me: deve capire la gravità della situazione.

«Sono io che la dico, la lista. La dico perché devo dirla, capisce?»

«E che succede se non la dice?»

Mi prende alla sprovvista. Non mi sono mai posta la questione. Ho sempre pensato al come, ma mai al perché della lista.

«Se non la dico, beh… è come se implodesse il mondo.»

«E imploderà davvero il mondo, se non la dirà?»

No, certo che non imploderà. Ma se bastasse convincermi di questo fatto per liberarmi di un fardello che mi porto dietro sin dall’adolescenza, non sarei venuta da lei, non crede?

«No, non imploderà. Ma la sensazione è quella, e io non riesco a non dirla. So che è difficile da capire, ma è così, non saprei in quali altri termini spiegarmi.»

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«Certo che la capisco, di mestiere faccio lo psicologo. Lei soffre di un disturbo ossessivo – compulsivo. Più nello specifico, di un’ossessione pura. Come chi non può fare a meno di lavarsi le mani cento volte al giorno.  O come chi ha l’ossessione dell’ordine, o della geometria, e mette continuamente a posto la scrivania, o i libri sugli scaffali di casa. In lei, la compulsione si riduce a un rito mentale: dire la lista, appunto. Mettere in atto la compulsione è l’unico modo che conosce, e che il suo cervello ha imparato benissimo ad applicare, per placare l’ansia nel qui e ora. Il paradosso, però, è che più attua la compulsione, più l’ossessione si riaffaccia e si rafforza, secondo una spirale che non tende mai a esaurirsi. La lista è il sintomo e, in quanto sintomo, rappresenta solo la punta dell’iceberg. Ma ciò che importa davvero è ciò che sta sotto la superficie, vale a dire il disagio e l’ansia che ne stanno alla base.»

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Ci risiamo con questa storia dell’ansia. Il Grande Male dei nostri tempi.

Tutti che sono ansioni, tutti che sono depressi.

Ma in quanti hanno una cantilena ossessiva nel cervello come quella che ho io?

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E poi io la lista ce l’ho sempre, non solo quando mi sento dentro crescere l’ansia.

D’accordo, quando sono agitata, la situazione peggiora, lo ammetto.

Nei momenti di nervosismo mi capita di recitarla a ripetizione, a ritmo incalzante, un minuto dopo l’altro, un secondo dopo l’altro. Termino e ricomincio daccapo, senza soluzione di continuità, fino a che non riesco a calmarmi. Come un motore che aumenta eccessivamente i giri e rischia di andare fuori fase.

Del tipo:

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Attimo di pausa.

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Attimo di pausa.

E così via, a tempo indefinito, finché esaurisco le energie e la lista si sbriciola in lacrime.

(Che poi, la lista non è sempre la stessa. Il suo contenuto è in continua evoluzione, perché va di pari passo con l’evoluzione delle mie situazioni di vita. È la struttura che rimane costante, questo refrain che si insinua prepotente tra gli altri pensieri e ne costituisce il sottofondo continuo, come un giradischi incantato sempre sulla stessa canzone).

Però – ed è questo l’aspetto che più mi tormenta e più mi spaventa – anche quando sono tranquilla ce l’ho, la lista. E pure quando sono felice. Perché io sono spesso felice, nonostante ciò possa apparire incredibile, vista la mia malattia.

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Ecco perché mi sono rivolta a questo psicologo che ha la nomea di essere il migliore della zona, in materia di psicoterapia cognitivo – comportamentale: per sapere come mai questa maledetta lista non mi lascia mai in pace.

«Non passa perché si è sedimentata nel suo cervello. È un’abitudine, e come qualsiasi abitudine è molto difficile da sradicare. Deve pensare che i suoi neuroni si sono assuefatti a percorrere sempre lo stesso tracciato,  e di conseguenza fanno fatica a cambiare strada. Da quanto tempo ha detto che ce l’ha, la lista?»

«Da più di dieci anni.»

«E si ricorda in che momento, in che situazione, in che contesto, è sorta?»

«In un momento molto difficile della mia vita…»

«Lo immaginavo. La lista è stata la sua rassicurazione, in quel momento. La sua coperta di Linus. Una strategia per deviare i pensieri su altro che non fosse la sofferenza che stava provando. Solo che poi, con il tempo, ha perso il controllo di questa strategia. Anzi, ne è diventata vittima, succube. Di qui la disfunzione, il malessere, questo sentimento di odio verso la lista stessa. Ma, originariamente, lei l’ha creata per difendersi, per stare meglio.»

Non riesco ad aggiungere niente, solo a detestarmi per essere la causa del mio stesso male.

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«Una curiosità. Lei, in tutti questi anni, ha mai parlato a nessuno della lista?»

«No. Assolutamente no.»

«E perché no? Cosa c’è di così terribile in questa lista? Da quel poco che mi ha detto, non mi sembra che abbia contenuti osceni, o di cui vergognarsi… Perché questa lista le fa così paura? Voglio dire, capisco che sia fastidiosa, ma averne paura… Questo mi sfugge.»

«Mi fa paura perché è un’abitudine malata. Perché le persone normali non ce l’hanno.»

«E lei non è normale?»

«Non del tutto, evidentemente. Le persone normali non ripetono sempre le stesse cose, tanto meno a se stesse.»

«E lei che ne sa, che non lo fanno?»

«Lo so e basta.»

«Quindi, lei non è normale… E come è?»

«Sono un po’ matta. Chi ripete le stesse cose mille volte è un po’ matto, è risaputo.»

«Mi reciti la lista, per favore.»

«No.»

«Si vergogna?»

«Certo che mi vergogno. Non voglio sembrare una matta.»

«Ma sono solo pensieri, prodotti mentali. Come pensare “fuori c’è il sole” o “dopo vado al mare”. I pensieri non sono la realtà. Vede, il problema non è il contenuto della lista, ma il valore che lei le attribuisce. È fintanto che continuerà a considerarla come un tabù, la lista non se ne andrà. Come se l’avesse collocata dentro una teca di cristallo che crede infrangibile.»

«E cosa dovrei fare, allora?»

«Rompere la teca. Fare uscire la lista. Privarla della sacralità che le ha conferito. Parlarne, confessarla: toglierle l’importanza che lei, e solo lei, le attribuisce.»

«E così se ne andrà?»

«Non posso assicurarglielo. Ma di certo, lei si sarà liberata di un peso.»

Eccomi qui, dunque.

Voglio liberarmi di questo peso che mi porto appresso da troppi anni, ormai.

Ho scritto questo racconto, e se siete arrivati fino a questo punto, vuol dire che l’avete letto per intero.

Ora, sapete della mia lista.

La teca comincia a frantumarsi.

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