Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Botanica dell’infanzia” di Fulvia Diotti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

In fondo il giardino dell’asilo confinava con i muri scrostati di una fabbrica, divisi da un piccolo fossato sul quale si ergeva una rete metallica. Uscivamo nel giardino nel primo pomeriggio (nessuno ci faceva dormire dopo pranzo…per fortuna) e la meta ambita era proprio il fondo del giardino, dove correvamo quasi come verso un limite proibito.

L’idea era di arrivare a prendere qualche frutto caduto di un paio di alberi di nespole, anche se ancora acerbe e ci attaccavano in gola.., per i frutti del fico bisognava aspettare l’autunno, ma allora era già freddo e lì non ci portavano più. 

Le conversazioni nascevano spontanee. “Non devi prendere quei fiori, non lo sai? Sono piscialetto, se li raccogli poi fai la pipì a letto di notte…” “Guarda quest’erba, è prezzemolo lo prendono per la minestra…” Non era prezzemolo ma ci piaceva crederci.

C’erano anche alcuni ranuncoli, ambitissimi ancorchè velenosi, ma come per un tacito istinto per i bambini che erano tanti, tanti e sole tre suore a controllarli tutti, nessuno se li mangiò mai…

Le pratoline non venivano considerate, troppo diffuse e comunque nascevano basse nel prato dove le altalene e gli altri giochi, rigorosamente oggi vietati perché ben lontano dalle norme di sicurezza, non potevano riscuotere tanto interesse.

 L’altalena a dondolo, a sei posti, veniva considerato, dai cinquenni, una roba da bambini piccoli e se era libera preferivamo salire su quella a corda, dove i più bravi avevano imparato a spingersi da soli, stando in piedi sull’asse e forzando il movimento con una spinta a gambe piegate e poi alzate di scatto…Le suore correvano a sgridarci, trascinando sull’erba i loro gonnelloni lunghi, e per qualche momento l’altalena rimaneva libera… per poi essere rioccupata dal più veloce quando la suora guardava altri piccoli scalmanati. Nessuno cadde mai.

Il mio primo incontro con le ortiche avvenne quando davvero ero molto piccola. Camminavo e parlavo bene già all’età di un anno, il mio problema era caso mai una anoressia tenace che mi passava non appena varcavo la porta di casa e andavo altrove. Per una sorta di istinto primordiale, in una fortunata assenza di pediatri e psicologi, mia madre mi mollava a qualcuna delle sue sorelle e tutto funzionava bene. I periodi passati nella casa della prima delle mie zie, molto povera ma ricca di affettività e della presenza di mia cugina, mi rendeva felice. 

Talvolta mio zio, ferroviere come tanti, mi portava con lui da qualche parte – prendevamo il treno che fermava in stazioncine microbiche sulla linea Savona-Acqui Alessandria – e in una di quelle trasferte, sul sagrato di una di quelle chiese tutte uguali, avvenne l’incontro. Avevo due anni circa. “ Vedi quell’erba, con quelle foglie? Non toccarla, sono ortiche e pungono…” Detto fatto, lo zio gira l’occhio e io a tocchignar di nascosto. E poi bolle che prudevano e io che mi grattavo di nascosto… “ le hai toccate allora?” non potevo fingere.

Il volo librato ad angelo con la bottiglia del latte che avevo appena preso dalla cascina vicina, dove avevano la mucca, e che sarebbe servito per la colazione di noi bambini l’indomani mattina, avvenne invece a S. Martiniano, nel sentierino che percorrevo di corsa sul calar della sera, e che aveva una curiosa discesa fra pietroni e mille piante di ortiche selvagge cattivissime… calzoncini corti e maglietta estiva, fu un attimo scivolare e trasformarmi in una sorta di lebbrosa con la bottiglia del latte ormai vuota. Dovevo essere allergica già allora, ci volle tutta la notte e un chilo di talco – assolutamente inutile ma l’unico medicamento che venne usato- per darmi un po’ di requie ai ponfi pruriginosi.

Ma furono sempre gli alberi, grandi, maestosi o piccoli e nodosi, con chiome o con aghi,  

a darmi stupore e tranquillità, frescura e timori… 

Nei giardini della mia città natale un piccolo leccio era nato storto “disgraziato” diceva mia madre, ad indicare qualunque sorta di handicap di bambini adulti o altro essere vivente, aggiungendo comunque sempre sottovoce “non lo guardare” quasi come se lo storpio qualunque fosse potesse essere contagioso….

 Lo storto era la mia e l’altrui -purchè temerario- felicità . Perché non appena si arrivava nei pressi dello storpio storto era un attimo correre e slanciarsi sul ramo più basso, storto, avvinghiarsi con le gambe e tirarsi su alla prima bassissima forcella dei rami, trionfanti e consci di guardare altri bambini che magari più grandi e che non ce la facevano, letteralmente  dall’alto in basso.  Lo storto mi diede tanta felicità che ancora lo sento, nelle notti in cui il vento mi parla dalla finestra della camera, chiamarmi dandomi della maschiaccia… 

A S.Martiniano la scalata era dedicata ad un ciliegio, rigorosamente nella stagione dei frutti, che produceva a  migliaia ciliegie tonde rosso scure, dure e succose. Io e mio cugino, con la tecnica del dondolamento e arpionaggio dei rami bassi dalla forcella principale, salivamo fin dove si poteva, poi partiva la gara: “Tu quante ne hai mangiate? “ “Dieci” “Io quindici” “Ma i noccioli li sputi? ”” Io no, sono capace di ingoiarle intere con nocciolo” e giù a fare pericolosi esperimenti:  Roba da strozzamento o da blocco intestinale che non ci venne mai. Sono sicura che l’albero e i suoi frutti ci proteggevano.

A S. Martiniano la botanica dell’infanzia si sbizzarriva: certo le querce mi mettevano un po’ di timore, specialmente quelle del bosco che facevano tanto luogo oscuro di Cappuccetto Rosso, ma le acacie no, le gaggie come le chiamava mia nonna: era un luogo incantato il bosco delle gaggie, con i fiori profumati in primavera e la capra che si mangiava tutti i germogli incurante delle spine… e poi i pioppi, sempre chiacchieroni al primo alito di vento e pronti alla danza con quei loro snelli tronchi che si muovevano insieme come un corpo di ballerine ondeggianti all’unisono. 

Sentivo sulla mia pelle le loro parole e il loro alito leggero, ma siccome pensavo che quello che ascoltavo io lo sentissero tutti, non mi curavo di condividere con gli umani le loro emozioni.

Le corse dietro la casa avita che portavano a Ca’ del Gros imponevano sempre una tappa prima del sentierino scosceso: li ai lati c’erano i due gemelli, perfettamente identici, alti dalle foglie argentee. Due meli strani, che producevano le mele migliori che io abbia mai avuto ricordo d’aver mangiato. Le chiamavano Pum (melo) ciuchin, e io credevo che ciuchin fosse riferito all’asino, così veniva chiamato in dialetto langarolo, e non ho mai capito cosa mai c’entrasse l’asino (che comunque resta il mio equino preferito). Tutto sbagliato: il riferimento era la campanella (cioca=campana ciuchin campanello) ma dovevo arrivare all’età matura per scoprire che quelle mele, verdissime e un po’ allungate, avevano i semi che risuonavano nella loro custodia agitando la mela, come piccoli battocchi di una campanella.

 La specie è quasi perduta, ma verde è rimasto il mio ricordo visivo e gustativo, insieme alla disapprovazione dei grandi perché “Quelle mele lì non sono mica buone, sono da dare ai maiali”   Sciagurati, se ancora ce ne fossero…

Va bene, i cipressi mormoravano solo a Carducci, a me non hanno mai parlato: ostentavano superbia e nobiltà e mi stavano un po’ antipatici.  Altro che i faggi, sempre pronti ad ancorarsi al cielo, specialmente in autunno e in inverno, quando rimanevano belli nudi con i rami protesi verso l’alto.

Il Natale era il periodo più triste, no non per via degli alberi spogli, che non mi creava nessun problema, ma per via di quel pino segato per essere decorato con le palle, che seccava lentamente in piena disperazione e io stavo malissimo a guardarlo morire così, una tristezza infinita quando neppure più le palle riuscivano a nascondere la sua agonia. 

Da adulta non ho mai più voluto un albero vero a Natale.

1 commento »

  1. Che bella storia, ricca dei ricordi, dei profumi e dei gusti di quando si era bambini. Ben scritta e con immagini vivide.

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