Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “La città” di Chiara Pellicoro

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Mia madre ha 86 anni e lo sguardo da bambina.  L’ha sempre avuto. 
La gatta Stellina soffia e vuole graffiarmi perché mi odia.
La porta. Le scale le scale le scale le scale. Quattro piani.
Nessuno, nemmeno un’anima che esista e dica buongiorno. Gente strana. 
Il portone è pesante e devo reggerlo. 
I miei passi spediti, coordinati, convinti dall’asfalto sbiadito che concorrono a sbiadire.

Ancora, ancora e ancora.

Giro a destra o a sinistra? I miei passi spediti coordinati convinti dall’asfalto e da qualche mattone rossiccio mi spingono a destra.
Un po’ di allegria.
Foglie rosse d’autunno appena iniziato. 

I bordi dei marciapiedi ne sono pieni. 

Non tolgono decoro. Aggiungono bellezza. Grazia d’autunno. 
Donne africane, donne sud-americane, un uomo con un sigaro cubano. Si vede che lo ostenta soddisfatto. 
L’autobus è giallo, bianco e blu. Alla guida una donna. Gli spiccioli nella macchinetta erogatrice di biglietto. Un euro e cinquanta per un’ora e un quarto. Quante persone salgono su una corsa? 
Cerco di arrivare al sedile prima di cadere, l’autobus si piega nelle curve prese a velocità troppo alta. Non sono caduta, ma scivolata di lato si. Un’altra occasione di vedere il mondo in un’altra prospettiva. Obliqua. Ma siamo tutti obliqui. 
Le fermate sono rapide. Un anziano ha fretta di salire ma si regge sul bastone che lo impaccia. Sono lontana non posso aiutarlo. Non in tempo, almeno. Ragazzi vicini lo guardano. L’uomo non è un videogioco. Non li interessa. Non muovono un muscolo. L’uomo anziano rinuncia e non sale. Un passeggero in meno. Un gesto buono in meno. Una cattiveria in più che differenza vuoi che faccia? 
Un ragazzo in bicicletta per poco non si infila sotto l’autobus. Ah, che pelle d’oca. Il ragazzo alza il dito medio. L’autista scenderebbe a picchiarlo. L’ha pensato, l’ha immaginato. Lo so. 
Arrivo all’ufficio postale. Prelevo qualche soldo e poi entro. Il mio numero di fila dice che davanti a me ce ne sono altri nove. La musica nelle cuffie mi fa compagnia. 
Dopo mezz’ora esco. Ho fatto. Il mio sogno ha preso le ali. Speriamo che nessun cacciatore lo intercetti e lo abbatta.
Per festeggiare mi infilo in libreria. Niente di meglio del vecchio Charles e della divina Gertrude. 
Ma perché non sono nata parola? Sarei stata dappertutto. 
Avrei vagato da un continente all’altro. 
Sarei stata nella testa di tutti. 
Potere assoluto. Rifugio perfetto. 

Mi avvio lungo il corso.

La varia umanità mi intriga. Non mi stanco mai di osservare.

Potrebbe capitarmi di interferire in qualche modo, in qualche vicenda, ma già non riesco bene con le mie, di vicende, figurarsi con quelle degli altri.

Davanti a me una donna cammina senza curarsi di nulla. Il vento le alza la gonna leggera e voluminosa ed è subito spettacolo per gli occhi dei curiosi. Continua a parlare nelle cuffie il cui filo bianco ondeggia al vento e sembra che da un momento all’altro le strapperà via le orecchie.

Sono così vicina che potrei toccarle la spalla, farle cenno di ricomporsi, magari se entrasse nello store qui davanti potrebbe darsi una sistemata. È ovvio che non faccio nulla. Continuo a osservare.

Vedo due tizi dall’aria non propriamente benevola che le camminano di fronte e la stanno puntando con uno sguardo da cacciatore che non promette bene.

Si avvicinano sempre di più. Trattengo il fiato perché immagino cosa potrebbe accadere. Mi interrogo: e se fosse ciò che penso, che farei? Mi butterei nella mischia cercando di salvare la donna? E se invece…

Sorpasso la donna, che non ha modificato di un niente la sua situazione. La gonna continua a svolazzare scoprendole lo scopribile, il filo bianco delle cuffie a ondeggiare e lei che parla parla parla.

Con fare finto distratto vado dritta in mezzo ai due tipacci, simulo un inciampo, “e che diamine stia attento”, sibilo a uno dei due, quello più brutto. Sono così stupiti, che non badano più alla donna. Sono pronti ad avventarsi su di me, suppongo. Ma in un nano secondo faccio in modo che la beretta che porto con me in borsa sia più che visibile. La vedono, sbiancano. Fanno retro front e si dileguano senza dire una sola parola. È un giocattolo, ma fa la sua figura.

Questa buona azione non so quale valore numerico possa avere nel conto fra dare e avere, se può servire a far calare il saldo negativo delle mie cattive azioni.

Sul piazzale ciottolato della chiesa madre un gruppo di ragazzi di colore suona. Mi fermo un attimo. La custodia della chitarra aperta in attesa delle offerte dei passanti contiene non più di qualche moneta. Dei soldi prelevati mi rimane una banconota da cinque e una da dieci. D’istinto estraggo quella da cinque e la poso nella custodia. Il ragazzo più basso, mingherlino e con una faccia strana, ha seguito le mie mosse e mi lancia un tankyou stupito. Un signore molto anziano mi guarda con disprezzo. Poi lancia un anatema contro gli stranieri che stanno rubando i soldi degli italiani. Aggiunge una parolaccia in dialetto che non capisco. Gli sputerei in un occhio, ma mi limito a sorridergli beffarda. E sottovoce gli mando un vaffanculo.

Mi infilo sotto i portici e vengo subito abbordata da due ragazzi che esibiscono magliette con il logo di una associazione no profit. Mi chiedono di partecipare con un minimo contributo mensile alla loro ultima campagna. Lo farei anche, ma mi sottopongono un foglio da riempire con i miei dati anagrafici e bancari. E questo non mi va. Una volta, qualche anno fa, non lo avrei fatto per timore di subire attacchi al mio conto corrente, che era bello pieno e florido. Ora non lo posso fare perché non mi va di esibire un conto a saldo zero.

Ho perso il lavoro. Non mi hanno licenziata, non ho dato le dimissioni.

Mi sono ammalata e non era un’influenza. Le cure mi hanno portato lontano da casa, hanno svuotato il mio conto e mandato in malora la mia attività di libero professionista.  Come se non bastasse la rabbia indotta dal dover ammettere di essere mortale come tutti, mi ha spinto a litigare con il mondo intero. Come se volessi approfittare della situazione, o come se fossi convinta di essere alla fine e di potermi permettere qualunque gesto malvagio, visto che la punizione l’avevo avuta in anticipo. Ho lanciato un portacenere pieno di cicche al proprietario dell’appartamento del piano di sopra. Aveva avuto l’ardire di bussare alla mia porta e molto gentilmente di chiedermi se, vista la natura della mia malattia (su come l’avesse saputo un dubbio ce l’ho) avevo intenzione di vendere lo studio che lui era intenzionato a comprare. Poteva anche essere una buona soluzione. Se quell’appartamento fosse stato mio. La domanda del condomino aveva acceso la miccia e tutto mi era passato davanti agli occhi: la fine di un processo che mi aveva fruttato una parcella con parecchi zeri; l’idea di intestare l’appartamento al mio compagno. Il mio compagno – ma dove l’avevo scovato? – che se l’era giocato a carte. Fine dei giochi. Ho restituito il foglio ai ragazzi, no grazie, come fanno quelli che ho sempre criticato e tacciato di qualunquismo becero, di menefreghismo sociale.

L’aria di questo inizio di autunno è tiepida. Ogni tanto una folata di vento tiepido quasi estivo mi scompiglia i capelli. Ci tengo molto ai miei capelli.

Ho bisogno di calorie. Il ricordo ha consumato la colazione. Mi infilo in un locale che un’aria tra il bohemienne e l’art deco, con i tavoli e le sedie da bistrot francese, le lampade Tiffany e le tovaglie che riproducono quadri di Van Gogh. Sul  bancone che taglia in due l’intero locale ci sono grandi vassoi colmi di ogni specie di cibarie. Ho preso un paio di cucchiaiate di paella, una tartare di salmone e una pera.

Mi accomodo al tavolino che ha la tovaglia con la riproduzione del cielo stellato. È in fondo, all’angolo fra le pareti. Mi da un senso di protezione.

Fra un boccone e l’altro, a un certo punto alzo gli occhi e vedo entrare un tizio e mi dico cazzo questo lo conosco, dove l’ho visto?

Lo seguo mentre ridacchia e fa lo scemo con la bella ragazza alla cassa. È altissimo, in tv sembrava più grasso, invece è segaligno e con la faccia lunga da cavallo. E che ci fa una star come lui qui dentro?

 Finisco il mio pranzo solitario. Per uscire gli passo accanto. Si è accomodato al centro del locale, in bella vista. Posa da star, indubbiamente. È solo e sta parlando al cellulare. Gli sento fare un nome, e poi un apprezzamento volgare. Insomma, il re è nudo, io me la rido, gli offro gratis una smorfia di disgusto e me ne vado.

Poi ci ripenso, torno indietro e scatto una foto. Un twitter con l’hastag #ilreènudoalleluja. Nella foto ha la bocca piena e un rivolo di sugo gli sta colando lungo il mento. Non c’è più la nobiltà di una volta, avrebbe sentenziato la contessa Violet di Grantham.

Il cellulare squilla. Ho dimenticato di avvisare mia madre che pranzavo a zonzo. Una volta mi avrebbe redarguito a muso duro. Non ora, che il mio tempo è contato. Mi dice se c’è qualcosa di speciale che voglio per cena. A quest’ora è difficile che possa sapere cosa mi piacerà stasera. Ma non posso darle questo dispiacere. A lei piace tanto cucinare per noi figli. Opto per le patate con il rosmarino, poi le dico che arriverò in tempo per darle una mano. Ti avevo preparato il caffè. A che ora arrivi?

Il tempo di prendere l’autobus, le rispondo. Siamo quasi agli sgoccioli. Alle sette e mezza gli autobus interrompono le corse normali, e iniziano a passare una volta ogni ora. Quindi o prendo il prossimo o sarò costretta a chiamare mio fratello che venga a raccogliermi con l’auto. L’opzione farsela a piedi oggi non è contemplata.

Domani mi aspettano un paio di visite di controllo, e non vorrei arrivare con la lingua blu di stanchezza.

L’autobus è quasi vuoto. Convalido il biglietto multicorsa che ho comprato in tabaccheria, e mi siedo in un posto singolo. Niente odore di cipolla fritta e ragazzi indifferenti. Solo belle ragazze di colore con passeggini affollati di figli e una donna anziana che legge il settimanale di Repubblica.

Il sole è ancora a metà strada tra lo zenith e il tramonto. Scendo e scatto: i colori della natura su un tappeto di comignoli e antenne paraboliche. Hastag #facciamofintache.

La foto del re nudo sta facendo il giro dei social, con tanti di quei like che mi viene da ridere. Che razza di mondo stiamo partorendo?

4 commenti »

  1. L’atmosfera è quella di un film noir, ho finito di leggerlo percependo il vento di ottobre sulla pelle e con una sensazione di colorata malinconia autunnale. C’è tanto, un mondo intero in poche righe. Complimenti. Ti auguro di vincere!

  2. Un flusso di coscienza intenso e ricco di dettagli che raccontano che raccontano molto della vita e della solitudine della protagonista. In punta di penna affondi l’inchiostro su tematiche sociali che coinvolgono tutti noi. Un racconto denso ed empatico. Bravissima Chiara.

  3. Flusso di coscienza, è la definizione, sì. Molto coinvolgente e stipato di colori, immagini e suggestioni. Mi ha colpito soprattutto la storia personale di malattia, che viene lasciata da parte per dare spazio a tanti “altri” variopinti che non smettono di destare curiosità e ammirazione. Emergono così il coraggio, la forza e l’amore per a vita tipici di chi soffre. Direi che si tratta di uno spezzone di vita vera. Bello, l’ho molto gradito. Grazie.
    Ho trovato un po’ esagerato l’utilizzo di frasi senza predicato in stile Baricco nella prima parte del testo.

  4. Grazie a tuttte. Spero di ricambiare nel migliore dei modi.

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