Racconti nella Rete®

21° Premio letterario Racconti nella Rete 2021/2022

Premio Racconti nella Rete 2022 “Lo specchio del silenzio” di Pierangelo Colombo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2022

Se n’è andato, come fosse l’ennesimo viaggio di lavoro. Ha lasciato le chiavi di casa, non per dimenticanza, nella valigia ci ha infilato la sua vita, mentre io strappavo con l’unghia la cuticola del pollice facendone stillare una lacrima di sangue. Ho ricambiato il saluto civilmente, senza astio, boccone digerito dalla consapevolezza d’essere giunti al capolinea. Afona ne ho osservato l’uscita di scena senza scompormi, raccolta nella mia anaffettività, colpa e antidoto. Emotivamente arida non conosco picchi, né estasi né calci allo stomaco; dell’amore conosco solo un’ombra tiepida.
Se n’è andato lasciando un silenzio denso, in cui galleggia il mio respiro. Non è il primo addio, altre storie sono finite nel ripostiglio. Il lavoro ha sempre colmato il vuoto lasciato, la mente impara in fretta a occuparsi d’altro. Questa volta, però, qualcosa s’insinua fra i pensieri, un ronzio fastidioso come una zanzara notturna. Una sensazione a cui, per autodifesa, non ho mai dato peso: la malinconia.


Il pane non ha più il sapore di una volta recitava mia madre. Affermazione che, specie durante l’adolescenza, trovavo urticante quanto delle mutande di lana di vetro. Concetto, quello del com’eran belli i miei tempi, che detestavo trovandolo petulante e privo di fondamento, la memoria è infingarda: plasma a proprio piacimento l’archivio delle emozioni. È un testimone oculare privo di affidabilità. Obiezioni ricusate da mia madre, nelle caparbie disquisizioni che intentavo ogni volta. Ci trovavamo sulle sponde opposte del presente, e mentre lei provava a costruire un ponte che mi collegasse al passato, io volgevo lo sguardo solamente al futuro.
Futuro che ho rincorso mordendo il freno, senza curarmi della strada percorsa; poche le pause, come rari gli sguardi a godere del presente. Soltanto ora, che gli anni affaticano le gambe, mi accorgo di quanto stolta sia l’illusione di battere il tempo, senza godere di esso. Soltanto ora, afferrato il testimone di mia madre, percepisco il mondo con i suoi occhi. Non avvaloro la sua tesi, ma comprendo la forza della malinconia.
Sono cresciuta. Invecchiata accumulando esperienze e cicatrici, un bagaglio pesante, ora, senza condivisione; sono cambiata, così com’è mutato il mio mondo, quella vita semplice che, da fanciulla, sapeva soddisfarmi. Quando una semplice influenza era alla stregua della festa patronale.


Non ci sono più le influenze di una volta, dovrei dire. Nulla a che spartire con il mostro di questi ultimi tempi, bensì quel malessere che, per chi come me nutriva repulsione verso la scuola, era sempre la benaccetta, un Eden dove ritrovare la pace dei sensi. Certo, non v’è gloria senza patimento, così, i dolori muscolari, alle articolazioni, i brividi di freddo, e poi tosse, catarro, mal di testa… erano il dazio da pagare per ottenere quella salvifica settimana di vacanza suppletiva. Sintomi spazzati in breve dal collaudato metodo della nonna: una tazza di latte caldo, corretto cognac, per ingoiare una Aspirina e poi a letto, impomatata di Vicks VapoRub, sotto un ammasso di coperte di lana che portavano la temperatura a rasentare la cottura. Il tutto per stimolare una sudorazione olimpionica. L’intento, credo, era di decimare i batteri lessandoli. Metodo fortunatamente bandito dall’OMS e dai servizi sociali ma, allora, ai fortunati superstiti schiudeva tutti i chakra.


Una volta sfebbrata, infatti, saggiavo l’estasi. Cullata dal tepore mi godevo il letto, con le lenzuola appena sostituite assieme al pigiama madido. Inspiravo il profumo balsamico del mentolo ma, soprattutto, l’odore sprigionato sfogliando un Topolino attempato, perché l’occasione imponeva una lettura frivola. Le pagine ingiallite e ruvide al tatto leggero in punta di dita. Il fruscio sussurrato dal voltarne pagina, i colori dei fumetti che, invecchiando, acquistavano tonalità calde. Istanti piacevoli, perché la vita indugiava in corridoio e la camera diventava una zona franca preclusa all’universo, e con esso le angherie, le derisioni e le frustrazioni quotidiane. Una sensazione d’invulnerabilità sostenuta dalla premurosità di papà; prendevo il suo primo pensiero, venivo prima del giornale, del lavoro e le lunghe telefonate. Tendevo le orecchie nell’ora del rientro, il cuore si colmava di zucchero udendo la sua voce calda chiedere di me, e trepidavo fin quando non si affacciava alla porta. Un bacio a fior di labbra sulla fronte, a saggiare la temperatura, e poi se ne andava lasciando una scia di profumo. Mancavano le favole narrate sul bordo del letto o le chiacchiere su come avessimo trascorso la reciproca giornata, era un solo gesto, afono, ma con un sorriso distensivo, un: “Ci sono”.
Probabilmente non era nato per fare il padre, v’era capitato per caso in quel ruolo che recitava male, però ci provava. Lo sentivo poi, nella notte, entrare a piedi scalzi, rimboccare le coperte e saggiare nuovamente la fronte. Il più delle volte ero in dormiveglia, ingarbugliavo il vero coi sogni, ma se ero vigile stringevo forte le palpebre tenendo a freno il respiro, non volevo s’accorgesse, perché quello era il più leggero dei baci, un battito d’ali sulla mia fronte.
Dio come vorrei un bacio così.
Mi sentivo protetta, racchiusa in una bolla sospesa sul mare del mio senso d’inadeguatezza, che cresceva più velocemente di me.


La bolla, però, aveva vita breve, nel volgere di qualche giorno scoppiava rigettandomi nel disagio, in quel mare in cui non ho mai imparato a nuotare o, perlomeno, galleggiare. Ho provato a tendere il braccio invocando un aiuto, non ho urlato perché la voce soffocava nel timore, ma mio padre tornava alla consuetudine, lo sguardo volto altrove. Non si accorgeva di me, da lui solo occhiate sfuggevoli, di giudizio o deplorazione, mai comprensione.
Era un gigante per me, non ho mai avuto la forza e il coraggio di tentare, di solcarne le orme. Ero una sguattera che osserva il principe di nascosto, sognando d’essere scorta, d’essere degna di un istante d’attenzione, anelando più della vita un suo bacio.
Ora che quelle labbra sono fredde e gli occhi chiusi, rimpiango il non aver tentato nulla per renderlo orgoglioso, così come m’addolora il non esserlo stata di lui. Lo adoravo, certo, agognavo il suo amore, ma non sono mai stata fiera di lui. Per anni mi sono incolpata di non aver compiuto il primo passo; forse, in quelle sere di convalescenza, avrei dovuto bloccarlo, farlo sedere sul letto sbattendogli fra le mani un maledetto libro di fiabe ordinando: “Leggi!”. La mia era un’adorazione cieca; so che amava leggere, ma al suo compleanno non sapevo che libro regalargli: non conoscevo i suoi gusti.


E ora che il tempo ha indurito la mia corteccia, volgo lo sguardo al passato; non assuefatta provo un capogiro saggiando la malinconia descritta da mia madre. Dovrei parlarne con la mia analista: rimpiangere, della fanciullezza, dei giorni malati. Eppure, di quei tempi lontani, sono le uniche orecchie restate a segnalare delle pagine nel libro della mia storia. Balzerei a quei giorni senza timore perché erano ore d’affetto, elisir capace d’addolcire qualsiasi medicina.
E ora, malata nell’anima, rimpiango quelle influenze, quella febbre che saprebbe sciogliere il gelo che ho dentro. Getterei nel cassonetto tutte le conquiste materiali agognando un gesto premuroso, un bacio a fior di pelle sulla fronte, uno sguardo simile a una carezza sui capelli. Ma sono sola, smarrita in questo freddo, immenso appartamento. Non ho mai imparato ad amare; a venerare, certo, ma amare è differente perché prevede reciprocità. Sono una pianta che non fiorisce, non ho esempio cui trarre insegnamento. Bramo ciò che non so donare. Uomini ne ho avuti; ma compagni; colui con cui condividere equamente, no, non so condividere perché non so aprirmi, resto chiusa in una bolla sterile.


A far paura, di questa solitudine, è il silenzio, perché mi presenta me stessa, senza maschere, senza ipocrisie. Il rumore occupa la mente, la distrae, come la mano di un prestigiatore che attrae lo sguardo del pubblico impedendo di scoprire il trucco. Nel silenzio, invece, il trucco si palesa: le ipocrisie non hanno presa sul bugiardo, nulla impedisce di ascoltare sé stessi trovandosi, a volte, al cospetto di una estranea.

8 commenti »

  1. Mi è piaciuto molto il tuo racconto, nel quale rispecchio forse esperienze personali.Ma manca una cosa importante ..l’esperienza infernale degli impacchi di semi di lino roventi sul seno acerbo ( il mio allora) , che, insieme agli effluvi del Vix vaporub ha scandito la nostra generazione. Io poi leggevo Don Chisciotte versione ridotta…

  2. Sono felice ti sia piaciuto. Effettivamente l’esperienza degli impacchi mi manca, però ricordo ancora i suffumigi, con la testa infilata sotto un canovaccio e il viso sopra una casseruola con acqua bollente e bicarbonato.

  3. Ciao Pierangelo. Questo racconto è permeato dal sentimento della malinconia. Non è tanto un rimpianto, ma una amara constatazione di uno stato di fatto. Una sorta di auto analisi e di confronto con sé stessi e il proprio vissuto. Il punto della situazione a un certo momento del viaggio terreno. Amaro, sincero, disincantato. Un viaggio a ritroso alla ricerca delle radici del proprio “malessere”. Da grandi si comprendono meglio certe dinamiche del passato, certi comportamenti. Ma una volta compresi ed elaborati non resta che andare avanti con rinnovato ardore. Piaciuto.

  4. Dolce e malinconico, pieno di saggezza…

  5. Ciao Pierangelo, ho letto il tuo brano con molto interesse. Mi pare una riflessione vera e profonda, bella ma triste. Mi sono rivista sotto le coperte col Topolino e col padre che non sa fare il padre. Mi è piaciuto molto il tuo racconto, ma mi è mancato qualcosa. È stato come trovare una pagina di diario strappata: e poi? Come va a finire? Non è che magari ci sono altri capitoli di questa storia? Sarei curiosa…

  6. Ciao Laura, ti ringrazio per il commento. Effettivamente è un racconto agrodolce con una malinconia di fondo. Il finale è lasciato in sospeso di proposito; come dici tu sembra una pagina di un diario, i ricordi sono la materia che compongono le nostre radici, nei ricordi ognuno vi ritrova sensazioni e sviluppi, sta a ognuno scrivere la fine del proprio racconto, trovando lo spunto per trovare le ali con cui spiccare il volo.

  7. Ho passato da poco i 30 anni e ricordo bene “la febbre primaverile” che da ragazzina mi coglieva ogni anno verso marzo; l’avrei descritta più o meno come hai fatto tu, gli stessi rimedi (latte caldo col miele, i famosi impacchi al mentolo), le stesse letture (rileggevo sempre lo stesso libro per bambini, ogni volta come fosse la prima) e soprattutto quella delicata solerzia di mamma e papà, la sensazione di sicurezza dell’abbandonarsi totalmente sentendo che c’era lì qualcuno a prendersi cura di te, a posarti una mano fresca sulla fronte, cessati tutti i litigi, i doveri, le scadenze da rispettare. Il dolce cullarsi in una crisalide che sembrava durasse mesi e anni. E capisco l’insofferenza della tua protagonista alla malinconia; è il prezzo da pagare per la giovinezza… il tuo racconto descrive alla perfezione rimpianto, nostalgia, e soprattutto il sentimento dolceamaro del “ora capisco cosa voleva dire quella maledetta frase…” nulla è più come una volta; e quando era “come una volta”, siamo stati incapaci di coglierlo. Ti auguro di vincere con questo tuo bel racconto.

  8. Eleonora Angelini, il tuo commento mi ha lasciato a bocca aperta, ti ringrazio per la splendida disamina e per l’augurio finale. Sono felice di constatare che l’intento di stimolare una riflessione, attraverso dei ricordi che accomunano la nostra generazione, sia riuscito.
    Grazie ancora per i complimenti e per l’augurio.

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