Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “La collaborazione” di Silvana Bartolini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Avevamo acquistato la proprietà a un ottimo prezzo, in campagna, non molto lontano da un paesotto e da un imbocco dell’autostrada. Si era occupato di tutto un nostro amico avvocato, aveva commissionato un’ispezione sulla solidità dell’edificio, dato che il prezzo era inferiore alla stima, ma – ci aveva assicurato – era tutto in regola, solo che la società che lo aveva a sua volta acquistato aveva cambiato i suoi piani di investimento e sia l’immobile che la proprietà nel suo insieme non le interessavano più. Necessitava di alcuni ammodernamenti e dovendo noi a breve andare in tournée, subito dopo l’acquisto ci accordammo con un bravo architetto perché i lavori venissero eseguiti a regola d’arte e fossero finiti al nostro ritorno.
Il giorno del mio rientro in città, andai dall’avvocato per avere le chiavi.
Mi ricevette sorridente e si stupì quando gli dissi che ero sola, infatti il mio fidanzato (o compagno – non sapevo mai come definirlo) aveva dovuto trattenersi a Salisburgo ancora per una settimana e io ero troppo impaziente per aspettarlo: volevo entrare nella nuova casa subito per cominciare a svuotare gli scatoloni.
Assaporai con piacere il momento in cui la chiave girò due volte nella serratura del portone d’ingresso: appena entrata inspirai subito il profumo della nuova tinta sulle pareti e feci partire l’impianto elettrico. Si accesero contemporaneamente le luci in ogni stanza: pensai che fosse stata un’idea dell’architetto. Passeggiai in ogni ambiente del piano terra sorridendo, felice; mi dispiaceva solo di essere da sola in quel magico momento.
Aprii il frigo e vi disposi la spesa fatta poco prima al paese.
Poi telefonai a Cosimo, gli comunicai il mio entusiasmo – del resto era la nostra prima vera casa –e lui ne fu contento, anche se non quanto mi aspettavo, anzi, si mise subito a parlarmi dei problemi che creava la nuova orchestra.
Io lo ascoltai per un po’, poi gli dissi che ero stanca per il viaggio e ci salutammo.
Mi resi conto di essere del tutto sola, lontana da parenti, amici e conoscenti, ma stavo bene.
Tolsi da uno scatolone il giradischi, lo piazzai in uno degli scaffali della libreria in soggiorno, inserii la spina e misi un LP con i notturni di Chopin. Alzai il volume al massimo – nessun vicino poteva protestare ora!
Le note delicate del pianoforte si diffusero di stanza in stanza, fino al piano superiore, dove salii per verificarne l’acustica.
Era perfetta: il legno del parquet e dei parziali rivestimenti alle pareti vibravano.
Tutta la casa risuonava.
In camera, il letto matrimoniale era stato montato: tirai fuori della biancheria da un altro scatolone e pensai che sarebbe stata la mia prima notte nella mia prima vera casa.
Mi guardai intorno e provai amore verso tutto quello che mi circondava.
La settimana seguente passò in un baleno. Fui occupatissima a completare l’arredamento, a riempire la libreria, a svuotare gli scatoloni con le nostre cose e a sistemare, con l’aiuto di un vivaista, il giardino e il prato. Sono una donna robusta e forte, perciò il lavoro manuale non mi ha mai spaventato.
Quando ero stanca, mi facevo una tisana, mi mettevo a suonare il violino davanti alla porta-finestra del soggiorno e avevo la sensazione che la casa ascoltasse compiaciuta.
Tutte le nostre cose avevano ormai trovato il loro posto.
Tutto andava a meraviglia.
La casa collaborava.

La sera in cui Cosimo arrivò, pioveva a dirotto.
Suonò il campanello poco dopo avermi chiamata al telefono, annunciando il suo arrivo.
Gli aprii con un gran sorriso stampato in faccia. Lui entrò contrariato e zuppo, mi baciò bagnandomi la guancia e spegnendomi il sorriso.
Poi disse: “Sono scivolato non appena sceso dall’auto, c’è una gran pozza di fango proprio qui davanti!”
“Ci faremo mettere della ghiaia; ora vai a cambiarti, intanto preparo la cena.”
Avevamo ancora una quindicina di giorni da passare insieme prima della sua nuova tournée. Dopo alcuni altri giorni sarei dovuta partire anch’io. Cominciava la stagione estiva dei concerti, mentre il mio impegno di docente al conservatorio era già finito da un po’.
Al mattino avrei voluto fare delle passeggiate insieme a lui, ma non smetteva di piovere. Così limitavamo le nostre uscite al paese vicino per qualche commissione o verso la città per vedere gli amici.
La maggior parte del tempo, perciò, la passavamo in casa.
Se Cosimo studiava i suoi spartiti e provava con la sua orchestra immaginaria in soggiorno, io mi chiudevo col violino nella stanza adibita a dispensa e lavanderia, per non disturbarlo.
Se io ero in soggiorno, Cosimo se ne stava in camera, se io ero in camera lui in cucina o nello studio, e così via. Io attribuivo questa nostra involontaria distanza quotidiana al piacere di disporre di ambienti ampi, quindi, secondo me, i nostri corpi si sentivano in pieno diritto di pretendere finalmente una discreta quantità di spazio intorno a sé.
Una sera, mentre Cosimo si lavava le mani in bagno, il rubinetto si ruppe e cominciò a schizzare acqua dappertutto, lasciandolo (di nuovo!) zuppo dalla testa ai piedi. Lui continuò a bagnarsi cercando di ripararlo, finché non trovai il rubinetto generale, poi telefonammo all’ idraulico del paese. Venne il giorno dopo e riparando il danno disse: “Che strano, sembra tagliato, eppure si vede che sono tutti pezzi nuovi, forse si tratta di un difetto di fabbricazione”.
Due giorni dopo, Cosimo cercava qualcosa nel ripostiglio quando una pesante scatola di latta piena di chiodi e viti per un pelo non gli cadde in testa, invece, per fortuna, gli batté violentemente sulla spalla sinistra. Lui si arrabbiò, prese a calci la scatola e urlò una serie di improperi, poi venne da me (che intanto ero accorsa, richiamata dagli urli, e lo spiavo da dietro l’angolo), pregandomi di massaggiargli la spalla con una pomata. Lo feci stendere sul letto a testa in giù, a torso nudo ed eseguii il massaggio richiesto, poi allargai il raggio d’azione fino a tutta la schiena e finì che passammo a letto il resto del pomeriggio.
Per qualche giorno andò tutto bene, perfino il sole si degnò di illuminare il prato e asciugare le stradine sterrate, così un mattino ci decidemmo ad esplorare i dintorni in bicicletta.
Si stava avvicinando l’estate, infatti le giornate si erano allungate molto, solo che con il brutto tempo delle ultime due settimane non ce ne eravamo accorti. Le foglie mentre si asciugavano lasciavano salire vapori profumati che ci mettevano di buonumore.
Ci fermammo a mangiare in una trattoria alla buona, scherzammo e ridemmo come non capitava da un bel po’.
Tornati a casa nel tardo pomeriggio, Cosimo si offrì di ripulire le bici, nella rimessa, mentre io andavo a fare una doccia.
Fu così che non lo sentii, quando cominciò ad urlare per le punture di vespa: senza volerlo, ne aveva disturbato un alveare. Quando scesi, non vedendolo rientrare, andai a cercarlo e lo trovai a terra, sul prato, il viso gonfio e rosso, la lingua enorme, che respirava con l’affanno e si dimenava: era proprio inguardabile.
Chiamai il 118. Dopo meno di mezz’ora era in ospedale.
Ci vollero alcuni giorni di cure e riposo. Annullammo le ultime serate da passare con gli amici. Cosimo non si azzardò più ad uscire di casa, anche se avevamo chiamato una ditta di disinfestazione; anzi, si confinò in camera, con la scusa di studiare gli spartiti restando a riposo. Così mi trovai a dormire per la prima volta nello studio-barra-camera degli ospiti, prendendone pienamente possesso.
Il giorno prima di partire per la tournée, mi chiese di trovarci in soggiorno, dopo colazione, per parlare.
Non avevo idea dell’argomento…
Lo trovai ben piazzato sulla poltrona verde.
Esordì andando dritto al punto: “Diana, da quando sono in questa casa me ne sono capitate di tutti i colori”.
“Dai, Cosimo, non esagerare! È vero: con le vespe te la sei vista brutta…ma per il resto…”
“Ho rischiato lo shock anafilattico! Non so se ti rendi conto. Solo per il mio fisico robusto me la sono cavata”.
“E menomale, così non ti lamenterai più di essere sovrappeso!”
Non rise e riprese il discorso: “Io domani me ne vado e non ritorno”.
“Beh, certo: sono io che ti raggiungo!”
“C’è un contratto, ci vedremo per lavoro”.
“Cosa vuoi dire? Ma perché?”
“Ci ho riflettuto, sai, è un po’ che tra noi non va. E poi, stare in questa casa, in mezzo al nulla, ha peggiorato la situazione”.
“Ma è la nostra casa!” risposi con le lacrime agli occhi.
“In teoria. In realtà i soldi ce li hai messi quasi tutti tu, Diana, con l’eredità dei tuoi”.
“Sì, ma l’ho fatto per noi…” cominciai a mugolare.
“Tu la volevi, tu l’hai scelta e tu l’hai comprata!” urlò allora, alzandosi.
Poi abbassò il tono: “Hai tutto il diritto di usare i tuoi soldi come vuoi, e quel poco mio contributo… consideralo un regalo! Ma io non ci metterò più piede.”
“In questo caso i tuoi soldi non li voglio. Te li renderò.”
Lui annuì, solo per chiudere il discorso.
Poi aggiunsi con un filo di voce: “Allora è finita?”
“Mi dispiace, sì, è finita”.
“Ho capito, ho capito” risposi, e mentre andavo a rintanarmi nello studio continuai sottovoce: “Ho capito, ho capito, ho capito…”
La mattina dopo mi alzai più tardi del solito, avevo dormito male e sapevo di aver fatto uno strano sogno che però non ricordavo.
Mi sembrava di avere la febbre, me la misurai, ma la temperatura era normale.
Cosimo non c’era: né in cucina, né in soggiorno, né in camera e nemmeno nel bagno.
Era già partito?
Uscii, girai l’angolo esterno della casa e mi diressi verso il garage: volevo vedere se c’era la sua auto.
Era chiuso, mi avvicinai e sentii il rumore di un motore in folle. Alzai la saracinesca e ne uscì una nuvola di fumo. L’auto era accesa e il corpo di Cosimo sul cemento, immobile.
Lo trascinai fuori, sul prato, più lontano che potevo dal garage, gli tastai il polso e sentii che pulsava, chiamai il 118 e, quando il fumo si diradò, spensi il motore.
Non capivo cosa fosse successo.
Quando rinvenne, in ospedale, dopo una buona dose di ossigeno nei polmoni, raccontò che aveva aperto la saracinesca e, mentre metteva in moto l’auto, si era accorto che quella si era richiusa, allora senza spegnere il motore era uscito dall’auto per riaprirla, ma qualcosa l’aveva colpito. Da quel momento non ricordava più nulla.
Infatti, un martello, che stava di solito appeso tra due chiodi, sul muro, era stato ritrovato sul pavimento. Il garage era piccolo e lui era sicuro di essere stato solo.
Sarebbe sicuramente morto asfissiato, se io non fossi arrivata in tempo.

Rientrai, esausta, alla sera.
Le luci si accesero contemporaneamente in ogni stanza, come il primo giorno.
La casa risplendeva tutta.

4 commenti »

  1. Il racconto è originale, potrebbe essere letto anche come una storia sui sentimenti (con sottofondo musicale): un amore che finisce (nota stonata) e un’amicizia che nasce (una nuova melodia).

  2. Quella casa sulla collna…. una casa che ha sentimenti e fa vendetta .Gelosia per la proprietaria , amore possessivo che non accetta rivali.( maschicida, questa volta)Se entri da me, sei mia e basta, ammazzo tutti se osano amarti.Oppure uccido chi non ti ama,.Mamma quante cose potrei dire su questo racconto un po’ gotico, un po’ sentimentale.. Comunque è risaputo che le case assorbono le energie di chi vi abita. La protagonista dovrebbe in fondo ringraziare questa amica di mattoni , per averla liberata dai falsi sentimenti e dai falsi uomini mentitori. Brrrr, brividini.

  3. Complimenti Silvana per questo racconto che ho letto tutto d’un fiato. Molto bella l’idea che la casa abbia vita propria e se la prenda col fidanzato di lei. O forse rispecchia i veri sentimenti di Diana verso Cosimo? Un modo molto originale di descrivere la fine di un amore. Brava davvero!

  4. I tre commenti che ho letto al mio racconto rispecchiano le principali interpretazioni, sovrapponibili, che gli si possono dare, anche secondo me: rimane una leggera ambiguità, voluta. Sono contenta che lettori attenti abbiano apprezzato il mio lavoro! Grazie.

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